C'è chi mette al primo posto il realismo. Perché no. Si parte dall'idea che Putin ha vinto la
guerra. E si parte male, perché la vittoria russa non appartiene all'ordine delle semplici
evidenze. Dopo tre anni con un paese di 143 milioni di abitanti alle spalle non è riuscito a
schiacciare come avrebbe voluto l'Ucraina, 26 milioni di abitanti. Ha sottratto allo Stato
aggredito alcuni territori, un venti per cento della superficie complessiva. Stalin non fece
meglio contro la Finlandia a suo tempo. Ora il nuovo presidente americano toglie il sostegno
all'Ucraina e alza il pugno di Putin sul ring. Lo zar ce l'avrebbe fatta, sembra. Allo stesso
tempo senza l'aiuto americano, l'Europa si viene a trovare in una situazione di particolare
debolezza: non serve a nulla, non combinerà nulla, "non è niente" - si dice. Anche la
Finlandia non era niente a suo tempo di fronte al colosso sovietico. Al dunque è
sopravvissuta. Non è messa meglio, ora, la piccola Ucraina di fronte all'orso russo. E allora?
Siamo proprio obbligati, come europei, a inchinarci di fronte al risultato? Il realismo è
una cosa, il disfattismo un'altra. In questa Europa che non conta nulla, Francia, Gran
Bretagna, Germania, Spagna e Polonia hanno alzato la testa. Perfino il Canada e il Giappone
stanno al gioco, pur non essendo Europa. La Cina, a quanto pare, manifesta interesse per la
coalizione dei volenterosi. Se uno ha lo sguardo fisso su Washington e Mosca, non è
successo nulla. Eppure, non siamo più al tempo della guerra fredda. Perfino Kissinger negli
anni Settanta si era già accorto della Cina. E noi (italiani, europei, abitanti del pianeta Terra,
come i cinesi) dovremmo fare come se nulla fosse. Chi l'ha detto? Da quale punto di vista?
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