Marcello Sorgi, Il pacifismo all'italiana in cerca di identità
La Stampa, 1 aprile 2025
ROMA. Il punto di partenza è quel 6 per cento, più o meno di italiani favorevoli all’invio di truppe in Ucraina. Si tratti del 5, 8 che condivide l’intervento di soldati italiani o del 6, 5 che precisa che è meglio mandare quelli di altri Paesi, siamo lì. E il resto? Possibile che ci sia circa il 94 per cento di contrari a un’Italia che in futuro, di fronte al ritiro dell’appoggio americano, affronti il compito che le tocca nell’opera di mantenimento della pace in Europa? Un quasi cento per cento di pacifisti, verrebbe da tagliar corto?
Un dato del genere sorprende anche chi è abituato a considerare l’Italia non proprio un Paese di eroi (anche se ce ne sono, nella storia recente e in quella meno prossima, e non è vero che abbiamo sempre cercato di combattere nelle retrovie). «Se solo il 6 per cento vuole il supporto militare, non vuol dire che il restante 94 sia automaticamente contro – spiega Alessandra Ghisleri, che ha compilato le tabelle da cui vengono fuori quelle cifre –. In realtà quella che si percepisce è una grande confusione: di fronte all’eventualità che muti un equilibrio a cui sono abituate da tanti anni, le persone non vedono soluzioni. Non si fidano di Trump e neppure di Putin. Non vedono chiarezza nei leader italiani, tra cui percepiscono alleanze e divisioni trasversali. Conte e Salvini contro il riarmo. Meloni e Tajani a favore. Schlein un po’di qua e un po’di là, ma con mezzo partito che non accetta la svolta pacifista».
Sono difficoltà che intuisce chi, come Ghisleri, è abituata a percepire in anticipo i mutamenti d’opinione. Ma a guardar bene, qui non si tratta di un vero e proprio mutamento, ma di qualcosa che ha radici profonde nell’atteggiamento degli italiani. Magari più comprensibile negli anni del primo Dopoguerra, quando in quasi ogni famiglia il dolore per la perdita di un parente era ancora forte. E non del tutto illogico anche adesso, dopo tre anni in cui il conflitto in Ucraina ha inciso «molto» (sono sempre i sondaggi a dirlo) nella coscienza della gente, e il desiderio di una «soluzione diplomatica», meglio se non accompagnata da una guardia militare, è presente in oltre il 60 per cento degli intervistati.
Ma tornando alle radici del «pacifismo», chiamiamolo genericamente così, che attraversa gli ottant’anni dalla Liberazione il cui anniversario sta per arrivare, forse bisogna avere il coraggio di riconoscere che la gratitudine per la fine dell’oppressione nazista lasciò presto spazio a un immotivato risentimento. La memoria dei bombardamenti dai cieli italiani con cui l’aviazione Usa si era aperta la strada ebbe il sopravvento su quella dei giorni felici in cui i partigiani entrarono orgogliosi, al fianco degli alleati angloamericani, nelle città liberate. Per anni, per decenni, l’antiamericanismo continuava ad albergare nella larga base dei due maggiori partiti di massa: la Dc e il Pci. Animato nella prima dalla fede cattolica degli elettori e da una forte spinta in questo senso delle Gerarchie della Chiesa, che ebbero sempre una forte influenza anche sui dirigenti e sulla rappresentanza parlamentare. Il merito di De Gasperi fu senz’altro quello di esser riuscito a far approvare in Parlamento il Patto Atlantico, anche al prezzo di scontri inauditi con le opposizioni consumati nelle aule di Camera e Senato. Quello di Moro, Fanfani e Andreotti di aver continuato a stare da quella parte, grazie a un innato senso di ambiguità (di cui si trova traccia nei diari di Kissinger) e alla capacità di saper riconvertire, nei voti parlamentari, la pancia pacifista del partitone cattolico nella razionalità di una politica estera e di equilibri fissati nientemeno che nella Conferenza di Jalta tra Stalin, Churchill e Roosevelt.
Quanto ai comunisti, era molto più facile essere pacifisti stando all’opposizione e finché il Pci era una sorta di succursale italiana dell’Unione sovietica. Ma tutto, allo stesso tempo, diventò più difficile dopo le invasioni sovietiche dell’Ungheria (1956) e della Cecoslovacchia (1968), quando i vertici del partito cominciarono ad avvertire la necessità di prendere le distanze dai “cugini” di Mosca, e dopo il 1976, quando Berlinguer dichiarò che si sentiva più sicuro sotto l’ombrello della Nato.
La somma dei sostenitori dei due partiti superava in quegli anni il 70 per cento dell’elettorato: uno «zoccolo duro», avrebbe detto Occhetto, non così poi lontano da quello che a diverso titolo prende oggi le distanze dall’ipotesi (non a caso rifiutata al momento da tutti i partiti) dell’esercito italiano coinvolto a qualsiasi titolo nella Difesa europea e nel “raffreddamento” del confine ancora caldo tra Ucraina e Russia, dopo una tregua di là da venire. Inoltre, a questa supermaggioranza dei due principali partiti, bisognava aggiungere il forte contributo d’opinione di un laico, inventore della Marcia della Pace, come Aldo Capitini. Senza trascurare che Marco Pannella, indimenticato leader storico del Partito radicale, pur essendo filoamericano si dichiarava non violento.
Così non siamo poi così distanti da quell’improprio oltre novanta per cento, rivelato (ma fino a un certo punto, ci ricorda Ghisleri) dagli odierni sondaggi. La differenza, tra allora e adesso, era che prima la rappresentanza del pacifismo italiano era chiara ed era governata abilmente sia dai partiti di governo che da quelli d’opposizione. Il pacifista italiano era libero di sentirsi antiamericano (e talvolta, ahimè, anche di bruciare le bandiere stelle e strisce e scandire slogan tipo «fuori la Nato dall’Italia», marciando per la pace); il Paese, però, restava saldamente ancorato all’Alleanza atlantica. Nella Prima e nella Seconda Repubblica, quando D’Alema, il premier che nel 1999 diede il via ai bombardamenti (anche dell’aviazione italiana) che partivano dal territorio nazionale diretti contro Belgrado, potè poco dopo partecipare tranquillamente alla Marcia di Assisi, che si celebra ogni anno.
Cosa sia diventato il pacifismo contemporaneo invece, è difficile dire. Ghisleri sostiene che la caratteristica principale di questo moto, più che movimento d’opinione, è «che non si sente rappresentato da nessuno: né da Trump, né da Putin, e men che meno da nessuno dei leader nazionali». Tal che se Conte e Salvini sembrano avvantaggiarsene leggermente nelle percentuali, la somma dei 5 stelle e della Lega galleggia sul 20 per cento, e non è chiaro dove sia andato il resto, anche quando si prospettano risposte diverse ai sondaggisti. Calenda, l’unico apertamente schierato con il sostegno militare, non arriva al 3 per cento. Gli altri, da Meloni a Schlein, da Renzi a Bonelli e Fratoianni, sono fermi, «mentre cresce il numero di quelli che non sanno a che santo votarsi – insiste Ghisleri –, né come andrà a finire: e di questo hanno letteralmente paura». Si capisce che c’è spazio per una chiara predicazione laica come quella del professor Gustavo Zagrebelski, che ebbe un ruolo importante anche nella sconfitta di Renzi nel referendum sulla riforma costituzionale. Ma è inutile nascondersi che le sue parole vanno nella direzione opposta a quella di un’Italia che presto – nel momento in cui Trump e gli Usa si sfilano – sarà chiamata ad assumersi le sue responsabilità, a contribuire alla propria difesa e a quella europea, e non è affatto pronta per questo.
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