Giulia Merlo
Legge elettorale, avanti tutta. Gli alleati lasciano sola Meloni
Domani, 31 maggio 2026
Maledetta legge elettorale. La settimana scorsa si è conclusa con lo scontro in commissione Affari costituzionali alla Camera, il nuovo calendario (con tagliola) e la presentazione del nuovo testo-bis frutto di un nuovo vertice della maggioranza. Ora si ricomincia – mercoledì – con nuove audizioni dei costituzionalisti sulla mutata formulazione. Tutto, però, con la scadenza del 26 giugno per l’approdo in aula a Montecitorio, così che il testo possa venire approvato a tappe forzate anche al Senato. «Si chiuderà prima della pausa estiva», confidano i più fiduciosi. Questo è negli auspici soprattutto di Fratelli d’Italia, che è il vero propulsore dell’iniziativa legislativa con la regia del responsabile dell’organizzazione, Giovanni Donzelli.
La realtà, però, è più complessa e l’accelerazione impressa forzatamente non ha fatto che peggiorare non solo il clima con le opposizioni, ma anche le distanze interne al centrodestra.
È incostituzionale
Se il testo precedente presentava i problemi di costituzionalità di un premio di maggioranza superiore alle soglie fissate dalla sentenza della Consulta, il rischio di maggioranze diverse tra Camera e Senato e un sistema di ballottaggi poco chiaro, quello nuovo risolve qualcosa ma crea questioni aggiuntive.
«Il nuovo testo presenta ancora seri problemi di costituzionalità che credo saranno confermati dal nuovo ciclo di audizioni dei costituzionalisti che siamo riusciti, come forze di opposizione, a ottenere», ha avvertito il dem Federico Fornaro, sottolineando che «sarebbe stato meglio scegliere da parte della maggioranza la via maestra del ritiro del testo e ripartire da zero. Insospettisce questa fretta». Anche perché il vaglio della Corte costituzionale sarà stringente e il rischio di approvare un testo a colpi di maggioranza che poi venga fermato dai giudici costituzionali è alto.
La proposta presentata porta al 42 per cento la soglia da raggiungere sia alla Camera sia al Senato per poter ottenere il premio di maggioranza, che può portare a un tetto massimo di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato. Presente il nome del premier della coalizione al momento della presentazione delle liste e del programma condiviso, cancellati invece i ballottaggi.
Anche così, i problemi restano: il premio permette ancora alla coalizione vincitrice di superare il limite del 55 per cento fissato dalla sentenza costituzionale, anche perché vanno conteggiati i seggi delle regioni a statuto speciale Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. Inoltre l’indicazione del premier potrebbe interferire con i poteri del presidente della Repubblica, unico titolato a indicare il presidente del Consiglio.
Con i dubbi resta anche il grande non detto: le preferenze. La questione assilla il centrodestra, con i partiti divisi tra chi le vuole e chi invece minaccia di far saltare il testo se venissero inserite. Il testo attualmente presentato prevede liste bloccate per il proporzionale e anche i seggi che scatterebbero con il premio di maggioranza verranno assegnati sulla base di un “listone”, sempre compilato dalle segreterie dei partiti.
Le distanze
Certo è che l’intenzione degli alleati è quella di lasciare a Giorgia Meloni il cerino in mano. In settimana era stato Antonio Tajani a sfilarsi, dicendo che lui non si occupa di legge elettorale ma la sua prima preoccupazione è l’economia. Ieri è toccato all’altro vicepremier, Matteo Salvini, prendere le distanze. «A me e alla maggioranza degli italiani interessa una legge che permetta a chi vince le elezioni, chiunque sia, di governare cinque anni senza inciuci. Lascio ai tecnici e ai giuristi le scelte migliori», ha detto al Giornale.
Intanto, dall’estrema destra, a pungere è il generale Roberto Vannacci. Secondo i sondaggi il suo Futuro nazionale veleggia intorno al 4 per cento: percentuale che gli permetterebbe di correre da solo e superare la soglia di sbarramento, ma anche di essere l’ago della bilancia tra la vittoria e la sconfitta del centrodestra. Lui, per ora, si gode la confusione e rimane alla finestra, in attesa di capire se la coalizione meloniana lo inviterà a bordo e a quali condizioni. Anche ieri, però, è intervenuto sulla legge elettorale. Se la settimana scorsa aveva chiesto che venissero inserite le preferenze, ieri ha detto di essere d’accordo con l’indicazione del nome del premier ma «è l’ammissione di avere fallito la riforma del premierato, che si proponeva ben altre cose». Come dire: anche Meloni ha dovuto ridimensionarsi, «ci aspettavamo altro».
La strada della legge, dunque, rimane in salita. La speranza di una approvazione rapidissima rischia di produrre un testo incostituzionale e allora il pasticcio sì sarebbe clamoroso. Eppure rimane fermo un principio: la corsa serve a permettere elezioni prima della scadenza naturale della legislatura. Virtualmente nella finestra tra marzo e aprile 2027 (che corrisponde anche alla data in cui i parlamentari maturano la pensione), visto che FdI vuole evitare l’election day con i grandi comuni governati dal centrosinistra come Roma e Milano. Ma anche questo non è nella piena disponibilità di Meloni: come la legge elettorale dovrà passare il vaglio della Consulta, così il voto anticipato dovrà incassare il placet del Colle.

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