sabato 30 maggio 2026

Marilyn prima di Marilyn

Fulvia Caprara
Marilyn prima di Marilyn

La Stampa, 30 maggio 2026

Una bambina con i capelli ricci, di un colore che, all’epoca, veniva definito «biondo californiano» e che, anni dopo, al primo ingresso nel mondo del cinema, fu giudicato inadatto per il grande schermo e trasformato nel biondo che conosciamo. Uno stato d’animo più che un colore. La cifra distintiva di una giovane donna che, con tutta le sue forze, aveva affidato a Hollywood il proprio riscatto. Marilyn Monroe è nata cento anni fa, il 1° giugno del 1926, dando inizio alla via crucis della piccola Norma Jean, un percorso doloroso di cui, per tutta l’esistenza, cercò di liberarsi. Inutilmente, fino alla morte, il 4 agosto del 1962 a Brentwood, in California: «Quando ero piccola, nessuno mi diceva che ero carina. Si dovrebbe dire a tutte le bimbe che sono carine, anche se non lo sono». Mille volte analizzata, raccontata, interpretata, la storia di Monroe inizia da un’infelicità radicata, legata alla nascita da figlia illegittima, come si diceva all’epoca, agli abbandoni, alle adozioni, alle case-famiglia, ma, soprattutto, a una lunga fase di molestie, subite e denunciate senza che nessuno ascoltasse e intervenisse: «Avevo quasi nove anni – racconta Monroe nelle riflessioni autobiografiche scritte con Ben Hecht, raccolte nel libro La mia storia (Donzelli editore) – vivevo in una famiglia che affittava una stanza a un uomo, si chiamava Kinnell. Era un uomo dall’aspetto severo, tutti lo rispettavano… stavo passando davanti alla sua stanza quando la porta si aprì e lui mi disse a bassa voce “per favore entra, Norma Jean”».
Gli abusi durarono settimane e, come dice l’analista Anne Baring, intervistata nella prima parte del documentario Marilyn – C’era una volta Hollywood (in prima visione da lunedì su Sky) «una bambina che subisce quel genere di abusi sarà oppressa per tutta la vita da sensi di colpa, non riterrà responsabile chi l’ha abusata, ma se stessa, e quel senso di colpa rimarrà con la vittima per tutta la vita, se non trattato con la psicoterapia». La madre sola Gladys che, per reggere ai ritmi incessanti del lavoro, faceva uso smodato di benzedrine, si accorge delle violenze dopo mesi, nel dicembre del 1934, quando, tornata a casa in anticipo sugli orari abituali, coglie l’uomo in flagrante, lo aggredisce, lo denuncia, fa di tutto, ma anche quel tipo di reazione contribuisce a peggiorare la situazione perchè nessuno crederà neanche a lei. Esaurimento nervoso e ricovero in ospedale psichiatrico sono le conseguenze immediate, mentre, nella piccola Norma, la chimera del cinema si intreccia in modo sempre più stretto con il dolore dell’infanzia offesa e negata. Il padre mai visto acquista, nei sogni, le sembianze del divo Clark Gable, le attrici predilette sono prima Shirley Temple, poi Jean Harlow, Lana Turner, Jane Russel, Mae West, il disinteresse di tutti si trasforma nel disperato bisogno di farsi notare, usando il rossetto, mettendo, a scuola, in terza media, «maglioni aderenti con abbottonatura sulle spalle» che richiamavano l’attenzione dei ragazzi: «Il mio arrivo a scuola con le labbra truccate e le ciglia scurite, e ancora fasciata nel maglione magico, fece scoppiare un brusio generale. E non tutti i commenti furono amichevoli. Tutte le ragazze, non solo quelle di 13 anni, ma anche le più grandi, di 17 e 18 anni, divennero mie nemiche». L’equivoco Monroe inizia da lì, da quell’emarginazione forzata che continua a ripetersi, e costringe la ragazza a proiettarsi altrove, a darsi obiettivi difficili, a giocarsi tutto perché, se anche a Hollywood, le cose fossero andate male, allora davvero non ci sarebbe stato più nulla da tentare: «Dovevo arrivare. Ero programmata per questo. Nessuno avrebbe potuto impedirmelo».
Comincia l’epoca dei servizi fotografici, dei corsi di recitazione, delle comparsate, la prima come passeggera di un aereo, degli incontri, degli amori, più o meno fugaci, del primo matrimonio, ma il pensiero corre sempre lì, a quel traguardo, sulla collina che chiude l’orizzonte di Los Angeles. Il documentario ricostruisce l’epoca del primo contratto con la Paramount, racconta il provino dove Marilyn si presenta truccata a modo suo e viene rimandata indietro perché stile e colori non si adattano alle esigenze del Technicolor, la scelta del nome d’arte, le lezioni di ballo, la correzione della leggera forma di balbuzie, il legame con Tony Curtis: «Era ossessionata dalla carriera, era il suo chiodo fisso. Il corteggiamento è andato avanti per quattro mesi, alla fine diventammo ottimi amici». Ormai Norma Jean è diventata Marilyn Monroe, il suo cammino accidentato comprende conoscenze con figure note della mafia dell’epoca, limousine inviate a casa per prelevarla e portarla alle feste, ma anche sedute estenuanti con l’insegnante di recitazione Natasha Lytess e umiliazioni come quella subita sul set di Eva contro Eva dove si fronteggiavano stelle come Bette Davis e Anne Baxter e dove Monroe, presente in un piccolo ruolo, sentì dire dalla prima, di se stessa, «recita come un cane». La aspettavano i maestri dell’Actors Studio Lee e Paula Strasberg, i giganti della produzione come Joseph Schenck, Spyros Skouras e Stanley Rubin, i matrimoni fallimentari con Joe Di Maggio e con Arthur Miller, i film memorabili, come quelli appena riproposti dalla Cineteca di Bologna, Gli uomini preferiscono le bionde, Quando la moglie è in vacanza, A qualcuno piace caldo, Gli spostati: «Il mio lavoro è il solo punto fermo a cui ho potuto fare riferimento. Ho l’impressione di avere una sovrastruttura completa, ma senza fondamenta». Il marchio della sofferenza infantile resta incancellabile, una malattia che niente può curare, nascosta dietro quella luce speciale, quella freschezza, quello scintillio: «Essere un sex symbol è un gran peso, soprattutto quando ci si sente esaurita, ferita e sconcertata».

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