Paolo Di Stefano
Il patto tra l'italiano e i dialetti
Corriere della Sera, 1 giugno 2026
Anche Pasolini qualche volta sbaglia. Per esempio, nel considerare con troppa fretta la fine dei dialetti parte della generale «catastrofe antropologica». Nel suo nuovo libro, In parole povere (Bollati Boringhieri), Franco Brevini, pasolinista di antica data, precisa che sì, è vero che dagli anni Sessanta le lingue locali si sono decisamente indebolite sotto la spinta omologante dell’italiano, ma non sono morte per nulla, diciamo che si sono adattate al nuovo ecosistema sociolinguistico. Meglio parlare, piuttosto, di redistribuzione degli usi, per cui se «l’italiano guadagna terreno, i dialetti si concentrano in ambiti specifici e vi acquistano nuovi valori».
Brevini, al quale si devono studi importanti sulla storia della poesia dialettale (suo un Meridiano antologico in tre volumi uscito nel 1999), racconta di essere partito proprio da Pasolini. Era il 1968 o forse il 1969 quando un professore non proprio qualunque, Franco Fortini, gli consigliò di leggere Scrittori e popolo di Alberto Asor Rosa. E fu lì che, inciampando nei versi in friulano delle Poesie a Casarsa, scoprì l’esistenza della poesia dialettale: «Sera imbarlumida, tal fossàl…». E soprattutto si rese conto che quei versi gettavano un ponte tra due sponde che allora gli sembravano separate da una distanza incolmabile: da una parte «La donzelletta vien dalla campagna» e dall’altra il «Pota, pota» che punteggiava il «corposo controcanto» bergamasco di sua madre. D’altra parte, se a scuola c’erano i «nitidi discorsi» di Fortini, il liceale Franco sapeva benissimo di trovare a casa un altro idioma, quello che gli evocava i paesaggi prealpini delle vacanze estive, dove veniva deriso come «milanes col cül de pes» (col sedere di pizzo).
È uno scorcio autobiografico che dispone al meglio il lettore perché proceda in un viaggio raccontato con pacata verve divulgativa. Ed è anche un viaggio nel tempo oltre (e più) che nello spazio. Con alcuni fondamenti teorici che rispondono a domande semplici, qualche volta già in sé didascaliche, altre volte più sottilmente provocatorie. Primo: perché non è possibile distinguere tra lingua e dialetti? I dialetti si estendono ad aree ristrette, nascono e vivono nell’oralità e hanno minore prestigio sociale. Mai dimenticare che, come la lingua, anche i dialetti sono «organismi viventi che interagiscono, si trasformano, si ridefiniscono». C’è poi un dislivello di classe, specie in certe zone del Paese: la città di Roma, per esempio. Tant’è che Giuseppe Gioachino Belli spiega la scelta del romanesco con lo scopo di «introdurre il nostro popolo a parlare di sé nella sua nuda, gretta ed anche sconcia favella». Viceversa, a Milano il dialetto di Carlo Porta non è di stretto appannaggio plebeo. Un’altra opposizione si stabilisce tra centri cittadini e contado, dove nasce una satira dialettale aspra e buffonesca come quella che sin dal Quattrocento si incarna nello zanni bergamasco, il rustico stolto, e poi nella maschera di Arlecchino.
Seconda domanda: perché i dialetti non sono corruzioni della lingua? Come diceva il cancelliere von Metternich, l’italia è un’espressione geografica, e il policentrismo ha fatto sì che prima venissero le varietà linguistiche locali e molto più tardi una lingua unitaria. E ancora: perché in dialetto le cose sembrano più vere? Diciamo piuttosto che il dialetto è dotato di «marcature di vicinanza» che rendono tutto più autentico, grazie a formule di contatto come uagliù (napoletano), ajò (sardo), uè (milanese), sciò belìn (ligure). Senza dimenticare la precisione lessicale con cui i vernacoli sanno nominare cibi, attrezzi, mestieri, elementi naturali, un sapere pratico che «sa di casa». E la vicinanza persino viscerale la spiegano bene certi scrittori, come Luigi Meneghello: «Per me il dialetto non è una lingua bassa (…), ma una lingua profonda». E Andrea Zanzotto quando confessa di sentire nel suo dialetto di Pieve di Soligo il sapore del latte di Eva.
C’è poi la tradizione letteraria bifronte, in cui lingua e dialetto convivono e non vanno intesi sempre e necessariamente come poli opposti. Un esempio: proprio quando, tra Quattro e Cinquecento, viene consacrato il prestigio del fiorentino, si va sviluppando un controcanto, ovvero una produzione poetica comico-burlesca che si insinua negli aulici ambienti medicei. Tant’è che proprio a Lorenzo de’ Medici viene attribuita la famosa Nencia da Barberino, l’allegro componimento che utilizza la parlata del Mugello per prendere in giro la poesia illustre (promossa dallo stesso Lorenzo insieme con Poliziano).
Altro punto. Perché la letteratura italiana non ha potuto essere popolare? Risposta: perché è stata scritta per lo più in una lingua diversa da quella parlata. Ecco il grande cruccio di Manzoni. Del resto, Brevini fa notare che mai e poi mai la lecchese Lucia, probabilmente analfabeta, avrebbe potuto riconoscersi nelle parole che il suo autore le mette in bocca nell’ispirato Addio ai monti. Per molti scrittori, il toscano letterario è una conquista libresca.
E avvicinandoci all’oggi: perché i dialetti sono stati sconfitti? Ecco il punto. Che cosa significa «sconfitti»? La seconda parte del libro di Brevini affronta il presente e il futuro. Tutto avviene nel segno dell’ibridazione, se è vero che anche sul piano sociale (e non solo letterario) assistiamo a due spinte contemporanee e simmetriche: italianizzazione dei dialetti e dialettizzazione dell’italiano, perché «le lingue cambiano per contatto, riequilibrano risorse, rinegoziano valori». È una sorta di fenomeno chimico: basta pensare all’invasione dell’inglese nell’italiano contemporaneo. Chi lo dice che la capacità di adattamento sia un male e non piuttosto un segno di vitalità?
A sentire Tullio De Mauro, saremmo al cospetto di molte varietà di bilinguismo italiano/ dialetto con concentrazioni e dosaggi variabili a seconda delle zone e delle classi sociali. Brevini individua negli anni Settanta, proprio quelli che angosciavano Pasolini, molte tracce di ripresa della vitalità delle radici linguistiche: e ciò in virtù di una strisciante sfiducia nella modernità e nella crescita infinita. Sono gli anni in cui Roberto Leydi lavora al folk revival musicale e in cui Dario Fo si inventa il Mistero buffo. Sono gli anni dei maggiori successi di Eduardo, dell’istituto Ernesto De Martino e delle canzoni siciliane di Rosa Balistreri. Certo Pasolini aveva ragione quando parlava di un dialetto più rappresentato che vissuto. Ma è negli anni Ottanta che si stabilisce un «patto nuovo» tra lingua e dialetti: questi ultimi ritornano in scena come «risorse espressive» utili a modulare il tono, a segnare appartenenze, a dare corpo e colore a teatro, canzone, cabaret, pubblicità eccetera. Con il moltiplicarsi delle radio e delle tv private e locali, l’ortodossia della pronuncia toscana voluta dalla Rai delle origini perde prestigio. L’umorismo di Quelli della notte e di Drive In è improntato a una miscela di varietà dialettali, ma se arriviamo ai nostri giorni, il romanesco di Propaganda Live è addirittura un brand; e così si potrebbe dire di molti successi, dai gialli di Camilleri al pugliese Zalone, dai travestimenti di Albanese alla sorpresa di Vermiglio, il film di Maura Delpero, parlato in solandro, varietà trentina tra retoromanzo e lombardo. E si potrebbe continuare.
Brevini invita a non lasciarsi ingannare dalla nuda statistica. I dati Istat ci dicono che l’uso esclusivo del dialetto in famiglia è al 10% circa (ridotto di due terzi in quarant’anni), quattro persone su dieci utilizzano il dialetto almeno in un ambito relazionale, una persona su due parla italiano in tutti i contesti. Il linguista Gaetano Berruto ha parlato di «dilalia» per indicare la sovrapposizione tra lingua e dialetto in funzione del tono, dell’ironia, della distanza o della identità che il parlante intende sottolineare. Intenzione è la parola chiave. Senza sopravvalutare la coscienza linguistica degli italiani, oggi la mescolanza non è più (solo) la spia di una appartenenza sociale, ma assume un preciso scopo espressivo. È una visione ottimistica, alla luce del crescente analfabetismo di ritorno, ma siamo disposti a credere che anche in futuro i dialetti saranno una risorsa.

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