giovedì 4 giugno 2026

La passione dei classici

A lezione di Classici fra le brande nella scuola requisita

L’estratto dell’«Autocronologia»

Alberto Arbasino
Il Sole 24ore, 31 maggio 2026

Si arrivava in bicicletta alle librerie di Pavia, fermandosi poco, tra gli allarmi aerei; erano pericolosi i ponti di barche sul Po e sul Ticino, strettissimi, sia per mitragliamenti improvvisi sia perché invece dei parapetti avevano solo un filo metallico all’altezza dei pedali, che vi si potevano impigliare. Dalle date risulta che Montale e Campana furono acquistati nel ’44, Quasimodo nel ’45, Ungaretti nel ’46, The Albatross Book of Living Verse nel ’47; e Il Tesoretto. Almanacco dello Specchio 1942-XX, prima di tutti. (In quegli Indici, Gadda non c’era). Ma le prime intimazioni di realismo furono sconcertanti: Gino Cervi si gratta il sedere levandosi all’alba nel film Quattro passi tra le nuvole, mentre in un bestseller Bompiani di Cronin uno zio catarroso espettora su quadratini di giornale.

Oltre alle vacanze estive, alla Rivetta si passarono tutti gli anni dello sfollamento. Mesi al mare, in villette fra orti e giardini e figurine di Biancaneve e ceramiche a Finalmarina, Albisola, Celle Ligure. D’inverno, in un appartamento sul mare e le ondate a Pegli, con la tosse asinina e la cuoca Carolina che ripeteva «non mi Pegli più». In montagna, prima a Ortisei, poi sull’Appennino più vicino. Nell’estate del 1943 ero in collegio, un ex-grande albergo di Ponte di Legno dove la sera del 25 luglio abbiamo ascoltato alla radio il discorso di Badoglio: e la mattina dopo erano già partiti i figli dei gerarchi. L’istituto era svizzero e laico, però molto visitato da don Siri, poi cardinale di Genova, a causa di parecchi rampolli di prosapie liguri (d’altronde per lo più allievi di due cugine Arbasino insegnanti all’istituto gesuitico Arecco: mentre una sorella della mamma era professoressa a Bolzano). Ma lì i miei amici migliori erano Sandro e Maurizio Chiari, di Parma, allievi di Attilio Bertolucci e di Pietro Bianchi. Ci scambiavamo Comisso, Vittorini, Caldwell, James Cain, Ungaretti, Montale, notizie su Proust, e salamini.

La tremenda estate del ’44 la incominciammo a Sant’Albano, nell’alta Valdinizza, dove i partigiani di Luchino Dal Verme stavano impiantando un accampamento nei boschi di Oramala, secondo l’abituale Medio Evo appenninico: ancora assai feudale, nelle rocche dei signorotti e nei covi delle bande, con rapimenti e riscatti e taglie e rappresaglie e atrocità. Mentre la nonna “Mia”, per salvare le figlie e i nipotini dai bombardamenti, era sfollata presso il parroco di Romagnese, altro futuro partigiano tra i più ricercati.

Tutti dovemmo dunque scappare (anche con sensazioni vivissime e poi mai sfruttate: le foglie davanti alla faccia perforate in fila dalla mitraglia dei caccia alleati, buttandoci automaticamente nei fossi in vigna se ci piombavano sopra le teste).

E lì cominciarono i rastrellamenti e gli incendi delle truppe mongole nell’esercito tedesco mentre il generale Alexander proclamava il rinvio dell’offensiva alla stagione prossima. Spari notturni di bande anche in cortile: tutte le cancellate ottocentesche disegnate dal nonno erano state requisite per la patria (e giacquero in una discarica fin dopo la fine della guerra). Bisognava nascondere gli “airedales” perché i cani di razza hanno spesso istinti protagonistici.

Si mitragliavano anche le faraone sugli alberi. Fra gli ammazzamenti anche successivi dei civili per strada o in casa. E le devote: «Ce lo siamo meritato!». Uno scolaretto fu brevemente notorio perché invitato a spiare le SS in pianura, poi riferì in montagna: «Tutti belli e cattivi».

Ma da Milano si sfollava ancora su Voghera. Nel passeggio lungo la via Emilia appariva caratteristico e immancabile il pittore astrattista Atanasio Soldati, con gli artisti locali. Chissà se vendé quadri.

La scuola fu dura specialmente negli ultimi inverni di guerra, perché da casa nostra al liceo erano circa quindici chilometri, si potevano fare solo in bicicletta, ma la strada restava gelata per mesi, i controlli ai posti di blocco erano continui, e quando s’abbassava un aereo per mitragliare bisognava buttarsi nei fossi, spesso fra le pallottole. («Hai visto la testolina del pilota?»).

Non girava neanche una macchina (la nostra Ardea era sepolta fra le balle di paglia per salvarla dalla requisizione), un solo autobus passava la sera a fari spenti, e il padre di un mio compagno di banco, un magnate genovese, avendo chiesto un passaggio a un carretto di botti per salire l’erta verso il suo castello, a Montalto, venne mitragliato da un aereo in picchiata e ne morì. Siccome poi il liceo era troppo vicino al nodo ferroviario, lezioni e interrogazioni sui Classici vennero trasferite fra le brande mongole, nelle scuole elementari requisite.

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