Antonella Cilento
Masaniello e l'opinione pubblica
la Repubblica Napoli, 19 luglio 2025
Quando è nata l’opinione pubblica? Quando il percepito ha iniziato a diventare più importante dell’accaduto e il racconto dei fatti più importante dei fatti stessi? Ai tempi di Masaniello, come ci racconta nel godibilissimo e super documentato “Una ‘rivoluzione’ europea. Napoli, Masaniello e la repubblica del 1647-48” (Colonnese) il professor Aurelio Musi. Tanti “effetti collaterali” del nostro tempo risalgono al Seicento: il corpo delle donne come rappresentazione del potere (magrissime oggi, in carne allora, ma sempre per raffigurare uno status symbol), lo schiacciante inganno della comunicazione (la retorica barocca, come scrive Musi, di religione, aristocrazia e governo), la passione sfrenata per guerre che nascondono interessi economici, le professioni ereditarie (i dottori, gli avvocati).
E questo, Aurelio Musi, che del Seicento è studioso e ritrattista (nulla si può scrivere di quel tempo senza aver letto lui e il suo indimenticabile maestro, Giuseppe Galasso), lo descrive con rinnovata perizia mettendo ordine in fonti, finzioni letterarie, narrazioni partigiane, riscritture e riletture: fu una vera rivoluzione europea quella di Masaniello? Benché fallita, sì, perché ebbe eco non diversamente e forse più di altre rivoluzioni secentesche per oltre tre secoli, restando proverbiale modello, scomoda pietra di paragone ancor oggi.
E fu anche il momento in cui i racconti si polarizzarono? Sì: tant’è che uno dei passaggi più belli di questo libro riguarda la descrizione delle processioni religiose destinate a influenzare gli umori popolari.
In una giornata cruciale le tradizionali processioni dei Teatini e dei Gesuiti si dirigono alla volta dei loro naturali destinatari, quartieri (anzi ottine) e ceti diversi, e rientrano con le pive nel sacco. Sicché bisogna riorganizzare la comunicazione: questi uffici stampa del sacro e del potere hanno toppato. E dopo la rivoluzione l’intera retorica religiosa cambia: da sofisticata e colta diventa divulgativa e popolare, bisogna colpire la pancia, come si direbbe oggi, bisogna cambiare l’umore di chi si è già rivoltato e potrebbe rivoltarsi di nuovo. Come viene raccontato Masaniello in Inghilterra, nelle Fiandre, in Germania, come viene rappresentato da Dumas o dai romanzieri popolari italiani del Romanticismo?
Tutte le fonti che Aurelio Musi squaderna e riassume, illustrando con grande acume e utilità per il lettore anche le biografie dei biografi di Masaniello e della rivoluzione (alcune fantastiche, avventurose, paradossali), mostrano una parte della verità: i fatti sono i fatti ma la verità sfugge.
E allora i dettagli che restano nella memoria – i bambini che lapidano i gabellieri, le donne armate in banda capaci di dar battaglia come uomini, gli “alarbi”, adolescenti armati di canne agli ordini di Masaniello – si mescolano con le ragioni del potere: chi racconta cosa e a che scopo. Masaniello fa opinione, qualcosa che accadrà solo con la Rivoluzione Francese, con la Comune, con la Rivoluzione d’ottobre.
Il mondo sta cambiando, l’aria che tira è diversa: non solo Masaniello ma poi anche la peste, punizione divina per i rivoltosi e i simpatizzanti, come cercherà di far pensare la Chiesa, sono il segnale di un mondo nuovo, che mai più tornerà ad essere quello antico. Impressiona questa lettura proprio perché Musi non smette d’essere neutrale nel riesaminare fonti, scritti, fortune editoriali, testimoni e figure, ma sta scrivendo senza dubbio consapevole dell’oggi. E l’oggi al grande inganno del potere e al fallimento di ogni rivoluzione deve tutto. Il vero potere non è sparare cannonate o abbattere porte di città, no, quel mondo antico è morto. Il vero potere è condizionare, governare, orientare l’umore e le paure delle nazioni. E Napoli con il suo speciale rapporto con il sacro e la sua dionisiaca esperienza del reale è il laboratorio perfetto.
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