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lunedì 2 febbraio 2026

Un Natale a casa Croce

Mirella Armiero
"Croce mio nonno". Parla Benedetta Craveri: il film di Avati parte dai miei ricordi

Corriere Napoli, 30 novembre 2025

 Dicembre 1951, Palazzo Filomarino, Napoli. È l’ultimo Natale di Benedetto Croce, che siede a tavola con numerosi commensali. Ci sono le figlie, i nipotini (i futuri studiosi Piero e Benedetta Craveri), l’amico Gino Doria. Il regista Pupi Avati ha voluto raccontare così, attraverso questo interno domestico, la vita del grande pensatore, nel film «Un Natale a casa Croce», che si presenta mercoledì 3 a Napoli (alle 19 al Filangieri nell'ambito di Neapolis 2500). Un esperimento temerario, quello di Pupi Avati, e mai tentato prima: restituire una figura così complessa attraverso un biopic. Un’operazione riuscita? Ne parliamo con Benedetta Craveri, quella che fu bimba a tavola con il nonno e che oggi è una critica letteraria e scrittrice, accademica dei Lincei, tra le massime studiose italiane di lingua e letteratura francese. 


Come è nata l’idea di un film su Croce?

 
«Fin dal 2023, quando era ancora presidente della Fondazione mio fratello Piero, la Rai ci aveva comunicato il proposito di dedicare un documentario a Benedetto Croce. Prese così l’avvio un primo progetto, di stampo tradizionale, incentrato su materiali di repertorio, immagini di luoghi, persone e documenti custoditi in Fondazione, e su interviste ai maggiori studiosi attuali del pensiero del filosofo. Grande fu la nostra sorpresa quando ci venne annunciato un radicale cambiamento di programma: non più un documentario ma un docu-film diretto da Pupi Avati. Se da un lato era una bellissima notizia perché il talento e la professionalità di Avati costituivano di per sé una garanzia di qualità, dall’altro ci preoccupava non poco. Anche i registi più grandi – persino David Lean nel “Dottor Živago”!- non sono riusciti a rendere credibili scrittori e poeti alle prese con il processo artistico e, a maggior ragione, come raccontare per immagini la vita di un filosofo che voleva che la sua biografia non fosse altro che la storia del suo pensiero?».

E poi come andò? 


«Il primo sopraluogo di Avati a Palazzo Filomarino aumentò la nostra perplessità. Dopo avere dichiarato di non sapere niente di Croce, avere ispezionato le 11 stanze della biblioteca con i loro ottantamila volumi, Pupi si limitò ad osservare che Croce doveva avere a sua disposizione mezzi economici notevoli per potersi dotare di un tale strumento di lavoro. Poi, arrivato alla camera da pranzo, annunciò che sarebbe stata senza dubbio alcuno il set cinematografico del suo docu-film. Se ne andò lasciandoci nella costernazione. Quando si rifece vivo, tre mesi dopo, per sottoporre me e tutti i componenti della Fondazione a un bombardamento incessante di domande, Avati, coadiuvato dalle ricerche del suo bravissimo cosceneggiatore Luigi Beneschi, sapeva oramai tutto quello che doveva sapere di Croce per fare un autentico capolavoro».

Che ritratto di Croce esce fuori dal film? 
«Il ritratto antiretorico di un uomo coraggioso e probo che ha vissuto in accordo ai suoi principi, comportandosi come un patriarca affettuoso, rendendosi utile al suo paese e opponendosi strenuamente alla dittatura fascista: un modello in cui tutti gli italiani possono ancora riconoscersi. Ma questo ritratto intimo e privato è illuminato dall’aura del grande intellettuale che ha abbracciato con il suo pensiero la filosofia, la storia, la poesia, la letteratura, l’arte a cui Avati fa continuo riferimento».

La scena si svolge nella sala da pranzo che era centrale nella vita della famiglia Croce, è così? 
«Sì, come in tutte le famiglie il pranzo e la cena erano i momenti in cui genitori e figli si ritrovavano riuniti. Ma in accordo al costume meridionale l’ora dei pasti era anche un momento di visite. Si aggiungeva un posto a tavola per chi lo desiderava, altri sopraggiungevano per il caffè e, per Croce, che amava la conversazione con gli amici ma detestava perdere tempo, la camera da pranzo era il luogo deputato della socievolezza. In effetti, come è possibile constatare a tutt’oggi, in casa Croce la vastissima camera da pranzo è preceduta da un salotto piccolissimo. Ma nel film di Avati alla vita di studio e di affetti di Palazzo Filomarino fanno da contrappunto le immagini di repertorio di cinquant’anni di vita italiana, con le sue due tragiche guerre mondiali, le testimonianze degli studiosi di Croce e quelle messe in bocca agli attori scelti dal regista per impersonare i vari componenti della sua famiglia. Un materiale eterogeneo per contenuti e forma a cui Avati sa dare una miracolosa unità narrativa e un potente impatto drammatico. Ho assistito alla presentazione di Natale a casa Croce  agli istituti di cultura di Parigi, di Pechino, di Shanghai, di Hong Kong e ogni volta non ero solo io ad avere le lacrime agli occhi».

Veniamo alla sua partecipazione al film. Come è avvenuto, Pupi Avati l’ha dovuta convincere? Che parte ha? 
«Purtroppo sono l’ultima della mia famiglia ad avere conosciuto il Nonno. Avati si è fatto raccontare i miei ricordi e ha avuto l’idea di evocare la cena di Natale vista dagli occhi di me bambina. E quando mi ha spiegato che aveva bisogno della mia testimonianza per iniziare il suo racconto e che si trattava di poche scene, mi sono fatta coraggio».

Qual è il suo primo ricordo di suo nonno o il più tenero? 
«Quando andavo in vacanza a Napoli, avevo l’incarico, di cui andavo fierissima, di portargli la posta nel suo studio. Dopo avermi abbracciato e ringraziato cerimoniosamente, il Nonno mi consegnava la chiave di un armadio nella stanza accanto dove erano riposte delle scatole di cioccolatini, con l’autorizzazione di prenderne tre. Poi, riportata la chiave e commentate le mie scelte, il Nonno mi dedicava sempre qualche minuto, chiedendomi delle mie letture e prendendomi in giro per la mia passione per le principesse e le regine e facendomi sentire importantissima».

La lettura di quali libri consiglierebbe a chi vuole conoscere di più il Croce intimo, privato, e non solo il pensatore? 
«Consiglio senz’altro Soliloquio (Adelphi), la bellissima scelta di testi autobiografici di Croce fatta da Giuseppe Galasso per Toni Servillo che nel 2017 ne diede lettura in una serata memorabile al teatro Bellini, organizzata dalla Fondazione Croce. E poi Vite di avventura di fede e di passione, il primo libro che ho letto di Croce e che resta il mio preferito. Ai napoletani raccomando ovviamente Storie e leggende napoletane, di cui è in uscita la traduzione in cinese, nel quadro di una serie di iniziative promosse dalla Fondazione con l’Ambasciata italiana in Cina, l’Istituto italiano di cultura di Pechino e il Comitato comunale per Napoli 2500».

Croce è stato rappresentato anche da Mario Martone in «Qui rido io». Come ha trovato la sua figura in quel film? 
«La scena con Croce è stata girata proprio in Fondazione e ho trovato Lino Musella bravissimo e tra l’altro fisicamente assai rassomigliante a Croce giovane e il film di Martone incantevole».

Quanta presa può avere sulle nuove generazioni il racconto di un personaggio come Croce? 
«Mi auguro che le incoraggi a studiare la storia e a pensare con la propria testa».

Qual è secondo lei la sua eredità? 
«Quella di un classico, vale a dire di uno scrittore in cui ciascuno trova quello di cui è alla ricerca».

Cosa ha significato per lei crescere in una famiglia così illustre? 
«Un privilegio immeritato». 

venerdì 13 giugno 2025

Lawrence d'Arabia

Thomas Edward Lawrence (Tremadog, Galles, 16 agosto 1888 – Dorset, Inghilterra, 19 maggio 1935), conosciuto come Lawrence d’Arabia, fu un ufficiale britannico, scrittore, archeologo e agente segreto, celebre per il ruolo svolto durante la rivolta araba contro l’Impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale. Secondo Franco Cardini, "non era una bellezza, nemmeno da ragazzo. Nel mondo celtico non è raro imbattersi in tipi di bassa statura, scuri di capelli e anche di carnagione. L'aspetto di Thomas Edward [che era alto un metro e 65] virava verso queste caratteristiche, con una grossa testa e un collo taurino". Lawrence era il cognome della madre, Sarah Junner Lawrence.

Tutto ebbe per lui inizio con l'approdo tra il 1905  e il 1906 al Jesus College di Oxford. Presto incominciò a viaggiare, nel 1906 girò in bicicletta attraverso la Francia per visitare castelli e cattedrali medievali, come parte dei suoi interessi giovanili nell’architettura e nella storia militare. Questo fu uno dei primi di diversi viaggi di questo tipo che fece in Europa. Successivamente, tra il 1907 e il 1908, intraprese un lungo viaggio a piedi e in bicicletta attraverso la Francia, il Belgio e la Germania, raccogliendo materiale e facendo osservazioni che gli sarebbero state utili per i suoi studi a Oxford.  Molto presto incontrò al Jesus College  David George Hogarth, archeologo, orientalista e soprattutto agente dell’intelligence britannica. A partire dal 1909 andò in giro per il mondo arabo, allora sotto il dominio dell’Impero ottomano: visitò Siria, Libano, Palestina, Arabia ed Egitto. 

Dal 1914 al 1916 operò al Cairo agli ordini del Ministero della Guerra.  Il suo ruolo acquistò una enorme importanza quando, entrato in stretto contatto con il principe arabo Faysal come ufficiale di collegamento, nel 1916 prese a operare con l’incarico di fomentare la rivolta araba contro gli occupanti turchi, alleati con i Tedeschi. Una delle sue maggiori imprese fu il contributo che diede nel maggio 1917 alla conquista di Aqaba, una località di grande importanza strategica. Fu promosso maggiore.  Scoperto dai Turchi, nonostante fosse travestito da arabo, e arrestato, riuscì a evadere dalla prigione dove era stato prima torturato e forse violentato. Nel dicembre 1917 partecipò all’ingresso trionfale delle forze anglo-arabe a Gerusalemme.  Nel gennaio 1918 ebbe un ruolo di primo piano nel brillante attacco alla guarnigione turca di Tafileh, per questo fu promosso tenente colonnello e fu decorato con il Distinguished Service Order. Partecipò nell'ottobre 1918 alla conquista di Damasco; fu questa la sua ultima azione di rilievo in quella guerra.
Nello svolgere i suoi compiti aveva dimostrato quelle qualità di capo guerrigliero che subito gli valsero una reputazione leggendaria. Diventò allora Lawrence d'Arabia. Il personaggio che ormai portava quel nome si era trovato a recitare nella vicenda della rivolta araba una parte assai ambigua. Infatti, mentre era arrivato a riscuotere la fiducia dei combattenti locali, persuasi che gli Inglesi li avrebbero aiutati a conquistare l’indipendenza, li aveva in realtà manipolati sulla base delle direttive a lui impartite dai comandi britannici, che perseguivano invece ben altri scopi.

Nel novembre del 1918, Lawrence e Faysal entrano trionfalmente a Damasco. La guerra è vinta. Alla conferenza di Parigi nel 1919, Lawrence è il traduttore ufficiale di Faysal. Di lui il nuovo leader arabo si fida completamente.  Sono le potenze vincitrici, Francia e Gran Bretagna, a tradire le aspettative. Stabiliscono la spartizione dei territori Medio Orientali; una decisione che avrà gravi ripercussioni sulla stabilità dell’intera regione. Libano e Siria, staccati dalle nazioni arabe, vengono posti sotto mandato francese; Palestina, Transgiordania e Iraq sotto mandato britannico.

Dopo aver alimentato il nazionalismo arabo, le potenze europee lo soffocano con il colonialismo; una politica che farà cadere sul nascere la possibilità che il Medio Oriente possa avviare una transizione in senso democratico. Amareggiato dagli eventi, e sentendosi personalmente tradito, Lawrence si dimise dalla carica di consigliere politico degli Affari Arabi giungendo a rifiutare la carica di viceré delle Indie. Rifiuta anche la più alta onorificenza militare, la Victoria Cross, proprio mentre Giorgio V stava per consegnargliela. Si ritirò a vita privata, dedicandosi alla stesura del suo libro di memorie I sette pilastri della saggezza

Il mito di Lawrence nacque alla fine della guerra grazie a un giornalista americano: Lowell Thomas. Rimasto affascinato dalla figura del famoso tenente colonnello, dopo averlo incontrato a Gerusalemme negli anni della rivolta araba, diventò il suo primo biografo ufficiale, presentando, proprio durante la conferenza di Parigi del ’19, una conferenza-spettacolo dal titolo Travelogues. D'altra parte, come proprio in quegli anni stava accadendo in Italia a D'Annunzio, Lawrence contribuì egli stesso non poco alla costruzione del suo mito personale. Nel 1919 aveva già iniziato a stendere le sue memorie di guerra, che vennero pubblicate prima con una tiratura limitata, nel 1926, con il titolo I sette pilastri della saggezza, poi, nel 1927, in forma abbreviata col titolo La rivolta nel deserto.

Lawrence morì nel 1935 in seguito a incidente motociclistico, a soli 46 anni. La sua vita ha ispirato libri, biografie romanzate, studi storici e il celebre film “Lawrence of Arabia” (1962) di David Lean, con Peter O’Toole nel ruolo del protagonista. "Immaginarlo con i tratti di Peter O' Toole è stato usargli violenza" (Franco Cardini).  


martedì 2 maggio 2023

Il sol dell'avvenire



Leonilde Gambetti 

Finalmente Nanni Moretti è tornato a fare Nanni Moretti.
Perché "Il sol dell'avvenire" è proprio il classico film alla Nanni Moretti, di quelli che restano nell'immaginario collettivo, con le loro citazioni ormai storiche. E pure con un girotondo.
È un film nel film, con fantastiche incursioni di autorevoli personaggi del mondo della cultura, e di Moretti stesso che dialoga in scena con i suoi alter ego.
È un film che parla di cinema, di amore, di politica, di militanza politica, di Nanni Moretti, perché è anche autibiografico.
È un film bello perché è autenticamente vero.
Perché, come diceva John Keats
"La bellezza è verità, la verità è bellezza: questo è tutto ciò che voi sapete in terra e tutto ciò che vi occorre sapere."
E sì, è anche un film puntellato dalle canzoni italiane, quelle ruffiane che fanno piangere ed emozionarsi. E mi piace così.
Sorridere, piangere ed emozionarsi per tutto il film.
Fino alla bellissima e speciale parata finale, in cui finalmente la storia si fa anche con i "se".


Simone Lorenzati

Sono arrivato tardi.
Sono arrivato tardi per una recensione de Il sol dell’Avvenire, ultimo film di Nanni Moretti. Ne hanno già scritto tutti, comprese le pagine di cinema per cui scrivo. Ma, al di là di ciò, sono arrivato tardi anche per tanto altro. Ad esempio per il PCI, giacché era già stato sciolto allorché il sottoscritto si recò per la prima volta al voto. Eppure di quella storia, così pregna di enormi slanci, ma non priva di errori, tantissimo ho letto (e pure scritto). Dunque sono entrato in sala conscio che avrei sentito parlare di eventi che conoscevo, seppur non in prima persona. 
E allora Nanni Moretti. Certo, dopo il deludentissimo Tre piani, un bel passo in avanti. Eppure ancora non il Moretti che ho molto amato in passato. E tuttavia, fa pensare. E parlare. Non proprio cosa che capiti sempre.
C’è molto in questa pellicola, ci sono il suo passato ed il suo presente. C’è l’utopia, ma anche la realtà. Ci sono il cinema, l’amore e la politica. E la delusione. La delusione in molti campi, specie quella di un presente che pare aver cancellato quella speranza utopica che pareva inarrestabile. 
C’è tanto, forse troppo, in questo film. Eppure si ride e ci si commuove pure. C’è la fedeltà al partito, una specie di entità terza a cui disobbedire non si può. Eppure è quello stesso partito che, a partire dalle lotte che appoggia, porta miglioramenti concreti nella vita delle persone in carne ed ossa.C’è un Moretti che omaggia il cinema, quello altrui, su tutti il Fellini di 8 e 1/2, e pure se stesso, in modo diretto o tramite i suoi attori. C’è la storia, ma anche la storia controfattuale. L’Unità, le sezioni, il colloquio pre iscrizione, Togliatti e l’invasione sovietica in Ungheria, il vero motore del film. C’è un amore statico ma difficile da interrompere, così come un mondo – del cinema ma verrebbe da dire reale – che corre troppo in fretta, senza pensare a cause e conseguenze di molte sue azioni.
Una cosa, però, manca a questa pellicola. La banalità. E, a ben pensarci, poco non è. 

venerdì 23 settembre 2022

Il nuovo Maigret

Mariolina Bertini Facebook Il film di Patrice Leconte con Depardieu nel ruolo di Maigret è qualcosa di molto diverso da un "adattamento" di "Maigret e la giovane morta". Lo spunto iniziale di "Maigret e la giovane morta" deve aver affascinato Leconte: sul pavé di una piazzetta viene ritrovato il cadavere di una ragazza in abito da sera, di cui nessuno sembra sapere niente. Per Maigret il viso infantile di quella sconosciuta e il mistero della sua fantasmatica esistenza diventano quasi un'ossessione, anche perché nella Parigi dei primi anni '50 - quelli in cui è scritto e ambientato il romanzo - le ragazze di provincia come lei, sprovvedute, indifese e spesso destinate a fare una brutta fine, sono un'infinità . Leconte fa di questa ossessione di Maigret - affettiva e sociologica insieme - il centro del suo film; poi cambia completamente la vicenda poliziesca che le fa da contorno, rendendola più sordida e più credibile della vicenda originale, che comportava un rocambolesco intervento della malavita organizzata. Il film è ambientato in una Parigi così cupa e buia, ha interni così affollati di oggetti anni '30 e '40, da evocare più l'epoca dell'Occupazione che non il 1954 (anno di uscita del romanzo). E in effetti all'Occupazione Leconte introduce un'allusione assente da "Maigret e la giovane morta". Sulle tracce di un indirizzo trovato nella borsetta della ragazza uccisa, il commissario va ad incontrare un antiquario ebreo, proveniente da Vilnius, che deve aver perso tutta la famiglia nella shoah e confonde il passato con il presente, sovrapponendo una ragazza scomparsa durante la guerra (come la Dora Bruder di Modiano) a quella di cui Maigret sta cercando di ricostruire la storia. Ininfluente nell'intreccio del film, questo personaggio non ha altra funzione se non quella di ricordarci che l'incubo dell'occupazione continua segretamente a pesare sulla Parigi, apparentemente immemore, dei primi anni Cinquanta. La bella recensione del blog "Sentieri selvaggi" dice che questo "Maigret "sembra in bianco e nero anche se è a colori" , ed è proprio così: un bianco e nero intriso di una disperazione senza uscita. Non è certo un caso se in passato Leconte ha portato sullo schermo "Il fidanzamento di Monsieur Hire", uno dei racconti più cupamente depressivi di tutta l'opera di Simenon. Qui sembra proprio essersi posto l'obiettivo di depurare di ogni macchiettismo, di ogni colore locale, di ogni bonarietà il mondo di Maigret, quasi a trapiantare il famoso commissario nell'universo dei più tragici romanzi "duri" del suo creatore. Ce lo suggerisce una scena del film, anche questa volta senza rapporto con il romanzo. Seguendo le tracce di un'amica della ragazza uccisa, Maigret va sul set cinematografico dove quest'amica, un'attricetta, lavora. Da una finta finestra del set , il commissario guarda divertito un fondale che rappresenta la chiesa del Sacré Coeur. E il suo sguardo ci dice che la Parigi cara ai turisti, e anche a molti lettori dei romanzi di Maigret, altro non è che uno scenario come quello, seducente, perfetto, incantevole, ma privo di ogni rapporto con la realtà.