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domenica 14 giugno 2026

Un viaggio a Klagenfurt

Francesco Fiorentino
Uwe Johnson torna dove Ingeborg vide Hitler

il manifesto, 14 giugno 2026

«Una spiegazione generale del mondo e della storia» – scrive Italo Calvino nella Strada di San Giovanni – «deve innanzi tutto tener conto di com’era situata casa nostra». È la casa dell’infanzia, dunque, a determinare la prospettiva entro cui per ogni individuo prendono forma lo spazio e il tempo del resto del mondo: a maggior ragione per chi scrive, tanto più se quel luogo viene sottratto con la violenza, com’è avvenuto a Ingeborg Bachmann, che aveva dodici anni quando le truppe di Hitler entrarono nella sua città: «Fu qualcosa di così orribile che i miei ricordi iniziano con questo giorno», una lacerazione che strutturererà la memoria e l’esperienza di una delle scrittrici più grandi del Novecento. L’invasione nazista dell’Austria è per la ragazzina che tutti chiamavano Inge un’«immane brutalità», dalla quale le deriva una frattura angosciosa e irreparabile tra la propria soggettività e il mondo della vita.

Come molti altri scrittori alla ricerca di una dimora che possa placare il loro senso di sradicamento, anche Bachmann l’ha cercata e trovata a Roma, dove visse per molti anni e dove è morta il 17 ottobre 1973; ma è a Klagenfurt che venne sepolta, la città da cui era fuggita e in cui riusciva a tornare solo per visite brevi e con molta difficoltà: «non sarebbe lecito essere cresciuti qui ed essere io, e ritornarci ancora», scriverà.

Legato a Bachmann da un’amicizia intensa, traversata da un’ammirazione profonda e riservata, Uwe Johnson, anche lui scrittore tra i più originali del secondo Novecento, ha fatto dell’intreccio tra memoria dei luoghi, storia collettiva e biografie individuali uno dei temi centrali della sua scrittura. Non riuscì a partecipare al funerale dell’amica, e così, quattro giorni dopo la sepoltura, il 29 ottobre 1973, andò a Klagenfurt per renderle omaggio, visitare la sua tomba e cercare i luoghi della sua infanzia e della sua adolescenza. Aveva intuito quale ruolo la città d’origine avesse avuto nella storia di Ingeborg, e avrebbe voluto che fosse stata lei a mostrargliela; ma non fecero in tempo. Johnson decise di compiere quel viaggio da solo, facendosi guidare da una costellazione di frasi dell’amica.

Trascorse quattro giorni a Klagenfurt nel tentativo di rintracciare le «condizioni oggettive» della memoria sofferente di lei, le ragioni «della sua fuga» dall’Austria e «della sua scelta di vivere a Roma».

Un anno dopo, da Suhrkamp, uscì Un viaggio a Klagenfurt, il resoconto letterario di questo soggiorno, e nel 1988 Luigi Reitani ne curò l’edizione italiana per i tipi di SE, che ora L’orma editore ripropone con l’aggiunta di una splendida recensione di Heinrich Böll (che qui accanto, in parte anticipiamo, pp. 144, € 18,00).

Johnson assembla e commenta documenti sulla Klagenfurt del passato e del presente, sulla storia della Carinzia dilaniata da conflitti etnici tra slavi e tedeschi, sugli sconvolgimenti dell’occupazione tedesca e poi di quella britannica.

Combinando materiali eterogenei – informazioni sulle derive turistiche del dopoguerra e dati statistici sui bombardamenti subiti dalla città, ampi estratti da quotidiani cittadini, dai testi dell’amica e dalla loro corrispondenza – il magistrale montaggio di Johnson riesce a restituire le coordinate storiche di un vissuto dolorante con una concretezza che ha effetti perturbanti proprio perché non si affida mai alla linearità del racconto.

La scrittura si muove inquieta, come a ricordarci che il vero lavoro della rammemorazione – quello che si espone alla sfida di lasciar emergere quanto è stato rimosso – non si realizza in un movimento che ricompone, ma in un’attività che disgiunge, disarticola, analizza. Johnson procede per deviazioni e accostamenti inaspettati, lasciandosi attirare lungo traiettorie che sembrano portare lontano dalla vicenda esistenziale dell’amica, ma che per vie oblique continuano a gravitarle intorno. Quando si ferma sulla storia del Cimitero acattolico del Testaccio, a Roma, per esempio, continua in realtà a parlare per via indiretta di Bachmann, della condizione di straniera a cui il trauma infantile l’ha consegnata. A Roma il senso di estraneità sembra sospeso, attenuato da una familiarità viscerale ma piena di riserbo, dal sentimento di partecipazione a una realtà quotidiana fatta di azioni semplici e piene di senso: «dal cucinare e lavare, dal picchiare e accarezzare i bambini, dall’imprecare e cantare… in verità ognuno lavora per proprio conto nel modo più discreto».

È una sensibilità piena di garbo quella che permette a Uwe Johnson di comprendere il nucleo traumatico dell’opera di Bachmann, e dà luogo a un piccolo capolavoro di scrittura dell’amicizia, dove il ricordare la sodale di giorni passati diventa una costruzione di memorie congiunte, fatte di continui inserti delle parole di lei.

giovedì 19 marzo 2026

Le sinfonie di Haydn

Eric Dahan
L'Haydn di Antal Dorati, un  tesoro che spicca
Libération, 18 marzo 2026

 Una pietra miliare nella storia della registrazione, fuori catalogo dal 2009, è stata ristampata: l'integrale delle sinfonie di Haydn registrate per la Decca tra il 1969 e il 1972 da Antal Doráti e dalla Philharmonia Hungarica. Quest'orchestra, composta da 80 musicisti provenienti dalle orchestre cittadine, radiofoniche e dell'opera di Budapest, fuggiti dal paese con l'arrivo dei carri armati sovietici, fu fondata nel 1956 a Baden, vicino a Vienna, grazie al sostegno di Nikolai Nabokov. Cugino del celebre autore di  Lolita, Nabokov era all'epoca Segretario Generale del Congresso per la Libertà Culturale: un'organizzazione con sede a Berlino Ovest e finanziata dalla CIA, che combatteva il comunismo. Anche Antal Doráti, originario di Budapest, si distinse già nel 1945, dirigendo successivamente le orchestre di Dallas, Minneapolis e della BBC di Londra. Nominato presidente onorario della Philharmonia Hungarica, la fondò nel prestigioso Musikverein di Vienna e nella Carnegie Hall di New York, invitando solisti di spicco come Yehudi Menuhin, Joseph Szigeti e Wolfgang Schneiderhan. Tuttavia, le loro registrazioni, pubblicate alla fine degli anni '50 dalla Mercury, tra cui una che univa le Sinfonie  n. 94  e 103 di Haydn , non erano nulla di eccezionale, e realizzare un ciclo completo delle sinfonie del compositore con loro era un'impresa rischiosa. Fatta eccezione per la Decca, che prosperava nelle sfide.   

Dopo aver pubblicato la prima registrazione in studio al mondo del  Ciclo dell'Anello  di Wagner , con i Wiener Philharmoniker e un cast stellare, diretti da Georg Solti, l'etichetta londinese, tramite la sua rivale Teldec (contrazione di Telefunken e Decca), intraprese la prima registrazione integrale delle cantate di Bach, un progetto che avrebbe monopolizzato Nikolaus Harnoncourt e Gustav Leonhardt, pionieri della rivoluzione musicologica barocca, per vent'anni. Contro ogni previsione, la Philharmonia Hungarica superò se stessa e la Decca vendette un milione di dischi in vinile delle sue sinfonie di Haydn, che erano state oggetto, fino a poco tempo prima, di un'edizione critica della G. Henle Verlag, rivelando il "padre" della musica classica a un nuovo pubblico. Perché senza Joseph Haydn, nato nel 1732 a Rohrau, nella Bassa Austria, e morto nel 1809 a Vienna, non ci sarebbero stati Mozart  , che lo venerava, né Beethoven , che fu suo allievo, né Schubert , né Mendelssohn, né Schumann, né Brahms, né Čajkovskij.   

Giochi di opposizione e contrasto

Da ragazzo, Haydn, membro del coro della cattedrale di Santo Stefano a Vienna, studiò violino e clavicembalo prima di diventare segretario e assistente del compositore d'opera Nicola Porpora. Fu poi invitato a partecipare a sessioni di musica da camera presso il castello del barone Karl Joseph von Fürnberg, dove si dedicò alla composizione di quartetti per archi, il primo genere musicale che abbracciò, seguendo le orme di Boccherini e Telemann, e di cui codificò le regole per i suoi contemporanei e per i posteri. Divenuto direttore musicale presso il palazzo del conte Karl Joseph von Morzin, vi abbozzò le sue prime sinfonie per 16 musicisti e fu poi ingaggiato come compositore dai principi Esterházy, una famiglia della nobiltà ungherese. Gran parte delle sue sinfonie risalgono a questo periodo, a cui vanno aggiunte le cosiddette sinfonie di Parigi e Londra , per un totale di 107 numeri d'opera, di cui 104 numerati. Le altre tre sono le sinfonie A e B e la sinfonia concertante composta a Londra nel 1792.   

Pur non avendo inventato né il termine né il concetto – poiché questo era il termine usato per le composizioni orchestrali nell'epoca barocca – Haydn apportò un significativo progresso alla sinfonia rispetto al "modello" del concerto grosso, stabilito da Corelli, e a quello dell'ouverture francese, definito da Lully. Lo fece innanzitutto differenziando radicalmente i suoi tre o quattro movimenti in termini di tempo e carattere, e poi inventando nuovi modi di sviluppare e trasformare il materiale tematico, dalla sua esposizione nel primo movimento alla sua ripresa nell'ultimo. Grazie alle loro invenzioni armoniche, ritmiche e orchestrali, al gioco di opposizioni e contrasti, e anche alla fantasia e all'umorismo che manifestavano, le sinfonie di Haydn si affermarono come vere e proprie odissee teatrali, superate solo dai suoi quartetti. Questo spiega perché fosse acclamato come il più grande compositore vivente e perché le sue sinfonie, che superano in espressività e drammaticità le opere di Stamitz, Sammartini e Wagenseil, e in ambizione quelle del suo idolo Carl Philipp Emanuel Bach, continuino ad affascinare ancora oggi.

Discografia

Prima di Doráti, l'americano Max Goberman aveva iniziato un ciclo completo delle sinfonie di Haydn con l'Orchestra dell'Opera di Stato di Vienna. Tuttavia, ne completò solo 45 a causa della sua prematura scomparsa. Il direttore d'orchestra austriaco Ernst Märzendorfer registrò poi tutte le 107 sinfonie tra il 1967 e il 1971 con l'Orchestra da Camera di Vienna. Ma la loro distribuzione fu limitata e pochi ne avevano sentito parlare prima del cofanetto pubblicato nel 2019 dall'etichetta Scribendum. Da allora, altri cicli completi sono stati pubblicati o sono in fase di pubblicazione. Ma nessuna interpretazione eguaglia, per coerenza e splendore, quella di Doráti e dell'Orchestra Filarmonica Ungherese, soprattutto in questa nuova edizione rimasterizzata, arricchita dai 24 Minuetti e dai tre grandi oratori ( La Creazione , Le Stagioni e Il Ritorno di Tobia ) che il direttore ha inciso con la Royal Philharmonic Orchestra, il Brighton Festival Chorus e leggende dell'opera come Ileana Cotrubas, Kurt Moll e Hans Sotin. Certo, si potrebbero preferire le interpretazioni di alcune opere, su strumenti d'epoca, di Trevor Pinnock, Franz Brüggen e Nikolaus Harnoncourt. Ma, per la loro precisione, naturalezza e freschezza, che ricordano le registrazioni di Mozart e Beethoven di Günter Wand, le incisioni di Haydn di Doráti rimangono un corpus di opere ineguagliabile, che ci permette di rivivere, passo dopo passo, l'invenzione della sinfonia classica e l'esplorazione di tutte le sue possibilità.

“Antal Doráti: Le registrazioni complete di Haydn per la Decca” (Decca)

giovedì 11 settembre 2025

Emblematico testimone di un'epoca

Enrico Paventi
Stefan Zweig. La fine di un mondo

Il Foglio, 10 settembre 2025

Autore estremamente prolifico, appassionato cultore del carteggio nonché costante interlocutore di quasi tutti i maggiori intellettuali attivi nella prima metà del Novecento, il viennese Stefan Zweig (1881-1942) continua a godere di una ragguardevole popolarità. Ne sono una testimonianza tangibile le numerose, recenti pubblicazioni che si rivelano capaci – una volta ancora – di suscitare l’interesse di un cospicuo numero di lettori. Di questo scrittore, che ha avuto un’esistenza incredibilmente intensa, nel corso della quale ha conosciuto il trionfo e l’esilio, il grande successo e l’oblio, il nomadismo e lo sradicamento, ci fornisce ora un ritratto a tutto tondo il saggista, traduttore, narratore e poeta Raoul Precht (1960). Lo studioso, che ha preso meticolosamente in esame la sua opera mettendone in rilievo tanto i punti di forza quanto quelli di debolezza, formula al riguardo un giudizio lucido e articolato. Dal momento che a suo avviso, al netto dei pregi e dei difetti ravvisabili nei tanti testi dati alle stampe da Zweig, questi “è stato anche e soprattutto un acuto interprete della propria epoca, dello storico cul-de-sac in cui si è trovato a vivere, ed è per questo, in primis, che va celebrato e onorato.”

Occorre infatti osservare in proposito come egli, nato nella Vienna di fine Ottocento da una famiglia della borghesia ebraica colta, cosmopolita e poliglotta, abbia assaporato fin dall’infanzia la vivacità della scena culturale e artistica che caratterizzava la capitale dell’impero. Indotto, a seguito dello scoppio della Prima guerra mondiale, ad avvicinarsi a posizioni ispirate agli ideali del pacifismo integrale, Zweig si vide costretto a prendere la strada dell’esilio a causa dell’ascesa del regime hitleriano: abbandonò dunque Salisburgo e l’Austria, separandosi così per sempre dalle terre di lingua tedesca. Dopo varie peregrinazioni avrebbe trovato rifugio in Brasile dove però si sarebbe tolto la vita insieme alla seconda moglie.


Va sottolineato come, di fronte a un mondo che andava sgretolandosi, egli non si sia limitato a rievocare in maniera struggente l’epoca alla quale sentiva di appartenere ma abbia cercato di costruire ponti, di instaurare legami, di mantenere e rafforzare contatti nel nome di un umanesimo che vedeva seriamente minacciato dall’avanzata dei regimi dittatoriali, dall’acuirsi delle forme di intolleranza e aggressività, dalla recrudescenza del razzismo e dell’antisemitismo, dalla decisa affermazione dei nazionalismi. Precht ripercorre l’intera vicenda creativa di Zweig elogiando sia la qualità della sua narrativa breve che degli scritti di carattere biografico, nell’ambito dei quali lo studioso individua la formidabile capacità di dare voce agli “sconfitti” come Maria Stuarda, Magellano, Kleist e Hölderlin. Personaggi dei quali viene restituita la profondità e complessità psicologica, la vivacità e la tenacia, la visionarietà e il rigore.

martedì 24 giugno 2025

La salvezza individuale e l'Europa


Stefan Zweig, Clarissa (1941)

"Il mondo tra il 1902 e l'inizio della Prima guerra mondiale, visto attraverso gli occhi di una donna": è lo stesso Stefan Zweig a riassumere così questo romanzo, cominciato nel 1941 e interrotto a causa della stesura di un saggio su Montaigne. Clarissa, figlia di un militare austriaco, è nata nel 1894 e ha sempre condotto un'esistenza solitaria. Alla vigilia della guerra incontra a Lucerna, in Svizzera, un insegnante di ginnasio, Léonard. Il giovane, in cui molti hanno rintracciato il profilo dell'amico di Zweig, Romain Rolland, è un socialista francese circondato da un'aura di gentile cordialità, e fin dall'inizio Clarissa lo sente affine e vicino. La guerra però si frappone tra i due amanti e Clarissa rimane sola e incinta. In un'Europa lacerata dalla morsa dell'isteria nazionalista, l'accettazione di questa maternità diventa, più che una scelta personale, un destino e un simbolo, un'occasione per cogliere il senso di una vita che sembra non avere più dignità. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Zweig fu toccato dalle persecuzioni nei confronti degli ebrei e decise di distruggere il romanzo, ma nel 1990 l'opera fu recuperata, rimessa insieme e data alle stampe. A oggi viene considerata il testamento in cui il grande scrittore austriaco riassunse acutamente la sua disperazione, ma anche i suoi ideali umanistici. (presentazione editoriale)

Frassinelli, 1991, traduttore Marco Zapparoli 

Poi ci fu il crollo, il crollo dell'Austria. Non c'era più niente da fare. Non ci si poteva più fidare ad andare per le strade. Ovunque avevan luogo dimostrazioni. Mancava la luce. Clarissa pensò: mio padre! Andò a trovarlo. Era diventato vecchio. Non lo riconosceva più: vestiva abiti civili. "Quei pezzenti. E' uno scandalo. Io sono rimasto fedele all'Imperatore". Ma a lei tutto questo era indifferente: cos'era mai per lei, l'imperatore? Da tempo non pensava più a queste cose. Pensava invece che avrebbe dovuto scrivere una lettera a Léonard. Scrivergli? Dirgli tutto? Spiegargli ogni cosa? Aveva continuato a rinviare quel momento. Per tre, quattro anni aveva represso quel desiderio, lo aveva sempre accantonato. Ma adesso occorreva fargli sapere la sua decisione. Lui le avrebbe creduto. Ma l'avrebbe anche compresa? 
Giorno dopo giorno, proseguiva con il suo lavoro. Il dottor Silberstein ne era contento. Che può mai accaderci? Sopravviveremo, soltanto questo è importante. Abbiamo ciascuno il proprio figlio. Abbiamo i nostri ragazzi. Che può mai interessarci di quel che accade in politica? Che cosa sono mai l'imperatore e il Reich - cerchiamo di considerare tutto in prospettiva storica, come se fosse accaduto mille anni fa. Noi ci siamo salvati, anche se questa è la vittoria degli altri. Ma noi siamo salvi. Anche il bambino. Vale davvero il detto: 'Che i morti seppelliscano i morti'. 
"Che cosa ne facciamo del patriottismo: o si costruirà l'Europa, oppure tutto è perduto. Solamente se non se ne farà nulla avremo davvero perso la guerra".

mercoledì 18 dicembre 2024

La Vienna di Franco Cardini


 “A Vienna la storia diventa subito leggenda”, scrive Franco Cardini nel suo Willkommen, il benvenuto al lettore che s’accinge a leggere questa particolarissima guida della città che fu capitale dello sterminato Impero asburgico. Fu questo, Vienna, ma fu anche tanto altro. Capitale tra le più chic d’Europa per secoli e confine ultimo della cristianità minacciata dai turchi; simbolo tra i più sfolgoranti della Belle Epoque ed esempio vivo della decadenza tra le due guerre. Vienna, unica e contraddittoria. Vecchissima e moderna. Romana e poi gotica, asburgica e poi proletaria. Inizio di un mondo nuovo e fine di quello vecchio. Tra il verde dei suoi parchi, i giri di valzer di Strauss, le opere di Mozart, i quadri di Klimt. Tra i suoi vini pregiati, le Wiener Schnitzel, la pasticceria ineguagliabile. Affascinante e nostalgica, che ti lascia sempre quel senso di Storia perduta: sia che tu guardi – come il Trotta di Joseph Roth – il sarcofago di Francesco Giuseppe nella Cripta dei cappuccini, che tu accenda una candela vera nella cattedrale di Santo Stefano o che tu ti distenda pensieroso sull’erba del Prater. (Matteo Matzuzzi, Il Foglio, 17 dicembre 2024)

Marino Freschi, La Vienna felix di Cardini, splendida e tragica come Sissi
Il Giornale, 1 dicembre 2024

«Dici Vienna: e un'onda d'immagini, di suoni, di profumi ti assale. Colori, sapori, musica. I leggendari caffè, i grandi teatri, i compositori che l'hanno amata». Con tale incipit da grande scrittore si apre Vienna. A passo leggero nella storia (il Mulino, euro 19), la guida storica, topografica, museale e perfino gastronomica della capitale austriaca di Franco Cardini. Quasi 400 pagine fitte di aneddoti, curiosità e sempre con affascinanti lezioni di storia, come la raffigurazione della spietata distruzione della comunità ebraica del 1420-21 o il racconto della Guerra dei Trent'Anni, e ancora con la narrazione dell'Età di Francesco Giuseppe, e con l'appassionata rievocazione del destino doloroso e tragico di Elisabeth, Sissi, assassinata da Luigi Lucheni, un anarchico italiano, il 10 settembre 1898, pochi anni dopo il misterioso suicidio dell'erede al trono Rodolfo con la giovane amante, la baronessina polacca Maria Vetsera. L'autore partecipa al grande romanzo d'amore e di dolore che legò l'imperatore alla triste principessa bavarese, rievocato nei più sontuosi palazzi viennesi, la Hofburg e Schönbrunn col suo parco dove Sissi amava trascorrere il suo tempo lontano dalla corte.
Sulla scorta delle annotazioni di Claudio Magris in Danubio, nonché di Massimo Cacciari in Dallo Steinhof - ai quali è dedicato il volume - la Vienna di Cardini risorge ancora una volta meravigliosa, barocca e imperiale, capitale della musica e della modernità con la Sezession, con Klimt e Schiele, e con la Scuola Viennese del neopositivismo. L'autore si trasforma in musicologo entusiasta nel capitolo su Mozart, la sua vita, la sua musica, la sua cultura illuministica, illuminata, massonica. Cardini rievoca il mistico culto per un Egitto ideale, esoterico, iniziatico del Flauto magico, e l'improvviso, struggente afflato di «Viva la libertà» di Don Giovanni, ma anche i contadini, le cui voci già si accordano con le rivendicazioni che animarono la Rivoluzione. Presto Vienna dovette fare i conti con Napoleone, che, dopo aver sconvolto l'Italia, sconfisse ripetutamente l'Impero asburgico, giungendo a Vienna, dove elesse a suo elegante quartier generale Schönbrunn. Eppure nelle stesse stanze in cui l'Empereur dettava legge, nel giro di poche stagioni si sarebbe riunito il Congresso che segnò il culmine dell'influenza politica dell'Austria in Europa. Un trionfo che garantì al continente quasi un secolo di relativa stabilità, messa a repentaglio dai moti liberali della borghesia che invocava una partecipazione al potere. L'Impero, inoltre, dovette sperimentare, fino alla sua disintegrazione, il risveglio delle nazioni, quel sentimento patriottico, sovversivo e travolgente, alla radice di sommosse che avrebbero posto fine alla dinastia.
Cardini si conferma maestro di storia nelle illustrazioni di battaglie - come i due assedi da parte dei turchi nel 1529 e nel 1683, terminati con la sconfitta degli ottomani grazie anche ai soccorsi degli eserciti di quel che rimaneva del Sacro Romano Impero. Ma ciò che preme all'autore è la raffigurazione di Vienna al centro di una straordinaria cultura artistica e intellettuale. «In pagine come queste, dedicate alla storia di vicende politiche e quindi per forza di cose di palazzi, di case, di chiese, di musei, di vie, di piazze, di giardini, si parla sempre e soprattutto comunque di uomini». In questo parlare è il senso autentico e profondo della storia come racconto, rivisitazione del passato dalla prospettiva del presente, che redime la tradizione, che per Mahler «non è il rispetto delle ceneri, ma la memoria del fuoco».
Un fuoco che attraversa il racconto di Cardini su Vienna e la sua cultura che oggi rivive, dialetticamente, nelle invettive di Thomas Bernhard, il quale nel suo rapporto di amore e odio con la capitale danubiana ha rinnovato la stagione della ricerca estetica e filosofica da Hofmannsthal a Musil, da Freud a Wittgenstein. La Grande Vienna, quella di Karl Kraus e di Elias Canetti, trova in questo saggio un'importante introduzione.

sabato 7 marzo 2015

Il ritorno del soldato Švejk

Valentina Parisi
Il gran ritorno del soldato Švejk
il manifesto, 1 marzo 2015

Pochi scrit­tori sem­brano avere spe­ri­men­tato una iden­ti­fi­ca­zione altret­tanto totale con i per­so­naggi che li hanno resi uni­ver­sal­mente noti quanto il pra­ghese Jaro­slav Hašek, padre di quel «bravo sol­dato Svejk» ele­vato nell’immaginario col­let­tivo a incar­na­zione del fan­tac­cino bef­fardo e imbo­scato. Dotato di una vita­lità impres­sio­nante, che gli ha per­messo di essere eletto a pre­sunto sim­bolo dello spi­rito nazio­nale ceco, non­ché di tro­neg­giare in tempi recenti dalle inse­gne di una catena di risto­ranti, Svejk ha finito per oscu­rare il suo stesso autore (tipo peral­tro quanto mai eccen­trico), fago­ci­tando nella per­ce­zione dei let­tori tutti gli altri scritti pub­bli­cati prima della sua apparizione.
È sul ver­sante di que­sta alte­rità che si posi­ziona il Meri­diano a lui dedi­cato (Opere, a cura di Anna­lisa Cosen­tino, pp. 1568, euro 65,00) che, pro­po­nendo il capo­la­voro di Hašek in una tra­du­zione inte­grale (cin­que anni fa era già uscita quella pre­ge­vo­lis­sima di Giu­seppe Dierna nei Mil­lenni Einaudi) esten­dendo la pro­spet­tiva anche in dire­zione di quei testi poe­tici, gior­na­li­stici, dram­ma­tur­gici e nar­ra­tivi in parte ine­diti in ita­liano che rap­pre­sen­tano il vario­pinto retro­terra delle Avven­ture del bravo sol­dato Svejk nella Grande guerra. Pagine che non rivo­lu­zio­ne­ranno certo il giu­di­zio cri­tico sullo scrit­tore, ma che hanno il merito di inqua­drarne l’opus maius sullo sfondo di una per­vi­cace irri­sione del mito dell’Austria Felix, e richia­mando alla mente, quanto a radi­ca­li­smo, Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus.

La cata­strofe della Grande Guerra, annun­ciata dalla dome­stica di Svejk nell’incipit ful­mi­nante: «Insomma, hanno ammaz­zato il nostro Fer­di­nando», non sarà infatti che il colpo di gra­zia per «la fati­scente monar­chia asbur­gica» alla quale – in modo più o meno espli­cito – Hasek rivol­geva i suoi strali almeno già dal 1910. Tanto da fon­dare, nella pri­ma­vera del 1911, un imma­gi­na­rio «Par­tito del pro­gresso mode­rato nei limiti della legge», per paro­diare nei suoi «comizi» di sedi­cente can­di­dato al par­la­mento di Vienna la reto­rica dei poli­ti­canti della Kaka­nia. Già in que­ste improv­vi­sa­zioni sati­ri­che, in genere con­ce­pite in que­sta o quella bir­re­ria di fronte agli occa­sio­nali com­pa­gni di bevute, in una sorta di caba­ret dada ante lit­te­ram, emerge la pre­di­le­zione di Hašek per la dimen­sione orale, così come il culto della ciarla, della fan­fa­ro­nata, dell’aneddoto inve­ro­si­mile che da lì a qual­che decen­nio saranno ele­vati a vero e pro­prio genere let­te­ra­rio da Bohu­mil Hra­bal. Ma anche in pre­ce­denza, nei cosid­detti «boz­zetti gali­ziani» e nei repor­tage di viag­gio pub­bli­cati a diciott’anni sul prin­ci­pale quo­ti­diano ceco, «Narodny listy», affio­rava la ten­denza di Hašek all’affabulazione, non­ché quel tono sin­go­lar­mente ambi­guo che carat­te­riz­zerà tutte le sue opere, sospese tra situa­zioni di un rea­li­smo quasi deso­lante e la loro imman­ca­bile defor­ma­zione grot­te­sca. Basti leg­gere L’assassino di fronte al tri­bu­nale, dove la requi­si­to­ria di un pub­blico mini­stero viene infram­mez­zata in una sorta di flusso di coscienza a quelle che sono le reali pre­oc­cu­pa­zioni dell’oratore in quel momento, ossia lo spez­za­tino sca­dente appena divo­rato. Oppure La ribel­lione del dete­nuto Sejba, in cui la messa cele­brata all’interno di un car­cere si tra­sforma in una spas­sosa prova di nervi tra il chie­ri­chetto inten­zio­nato a dimo­strare tutto il suo zelo per rice­vere una razione in più e il diret­tore della pri­gione, che vor­rebbe farla finita il prima pos­si­bile per andar­sene all’osteria.
D’altronde, la capa­cità vir­tuo­si­stica di alter­nare regi­stri sti­li­stici, non­ché di indu­giare con evi­dente sod­di­sfa­zione sulla soglia tra vero­si­mi­glianza e paro­dia, non met­terà al riparo Hašek dai tagli della cen­sura imperial-regia, allor­ché le sue frec­ciate con­tro lo Stato, la Chiesa cat­to­lica e l’esercito si faranno troppo evi­denti. Incar­ce­rato più volte per la sua vici­nanza agli ambienti anar­chici, non­ché per aver tur­bato l’ordine pub­blico da sobrio e da ubriaco, Hašek sarà richia­mato come riser­vi­sta nel gen­naio 1915 e, dopo essersi fatto espel­lere dalla scuola uffi­ciali a Ceske Bude­jo­vice, finirà pri­gio­niero dei russi nel set­tem­bre di quello stesso anno, non prima di essersi con­se­gnato volon­ta­ria­mente al nemico, secondo una prassi non infre­quente nelle file dell’esercito asbur­gico.
Tutte vicende che, sep­pur tra­sfi­gu­rate, ritro­viamo pun­tual­mente nelle Avven­ture del bravo sol­dato Svejk, la cui ste­sura fu inter­rotta dalla morte dell’autore nel 1923 pro­prio nel punto in cui Svejk si appre­stava a cadere igno­mi­nio­sa­mente in mano al nemico.

Non si sa se, qua­lora avesse avuto la pos­si­bi­lità di con­ti­nuare, Hašek avrebbe reso il suo eroe par­te­cipe anche degli epi­sodi più pica­re­schi della sua bio­gra­fia per­so­nale, quelli che all’indomani della rivo­lu­zione d’Ottobre lo vedranno schie­rarsi a favore dei bol­sce­vi­chi e diven­tare addi­rit­tura aiu­tante del coman­dante del soviet mili­tare della sper­duta città tatara di Bogul’ma. Di certo, è dif­fi­cile imma­gi­narsi Svejk in veste di redat­tore di rivi­ste filo-bolsceviche o respon­sa­bile della pro­pa­ganda – man­sioni que­ste che il suo crea­tore svol­gerà prima a Kiev, poi a Ufa e Irku­tsk durante la guerra civile. Tut­ta­via, la note­vole dose di auto­bio­gra­fi­smo che per­mea il capo­la­voro di Hašek non deve far dimen­ti­care che il per­so­nag­gio di Svejk ha una genesi com­plessa che risale al periodo pre­bel­lico e finan­che al 1907, quando lo scrit­tore, celan­dosi die­tro il nome della sua fidan­zata, aveva già pub­bli­cato un rac­conto (qui tra­dotto per la prima volta in ita­liano) cen­trato sulla figura di un impro­ba­bile «bravo sol­dato sve­dese» per­suaso del fatto che «la più grande deli­zia dev’essere morire per il pro­prio sovrano».
Il volume per­mette di con­fron­tare le varie ipo­stasi assunte da Svejk nel tempo, dai cin­que rac­conti del ciclo datato 1911 in cui com­pare già con il suo nome (Il bravo sol­dato Svejk. Gli inte­res­santi casi di un milite one­sto) al romanzo-pamphlet del 1917 tito­lato Il bravo sol­dato pri­gio­niero, dove spun­tano vari ele­menti auto­bio­gra­fici e la descri­zione del cupio dis­solvi che si è impa­dro­nito dell’impero asbur­gico («L’Austria non desi­de­rava altro che diven­tare inu­tile») si fa sem­pre più sferzante.
D’altro canto la pro­li­fe­ra­zione degli Svejk – ossia la gene­ra­zione di innu­me­re­voli cloni acco­mu­nati da quella «idio­zia con­ge­nita» che con­sente loro di met­tere a nudo l’assurdità nasco­sta die­tro la reto­rica patriot­tarda – non si arre­sterà nep­pure dopo la pre­ma­tura scom­parsa di Hašek. Quasi a smen­tire l’interpretazione «nazio­nale» che vuole Svejk espres­sione di un pan­cia­fi­chi­smo tipi­ca­mente ceco, l’anti-soldato di Hašek sarà riletto in chiave paci­fi­sta e uni­ver­sale nel 1928 da Erwin Pisca­tor e Ber­told Bre­cht, che lo por­te­ranno in scena a Ber­lino «mobi­li­tando» nel vero senso della parola le mario­nette dise­gnate da Georg Grosz gra­zie a un tapis rou­lant.


Ma l’avventura più ango­sciante vis­suta dal «buon sol­dato» è cer­ta­mente quella che gli riser­verà lo stesso Bre­cht, quando nel 1943 lo resu­sci­terà nella pièce tea­trale Svejk nella seconda guerra mon­diale, por­tan­dolo fino a Sta­lin­grado camuf­fato da nazi­sta.
Inva­ria­bil­mente spiaz­zante e inaf­fer­ra­bile nel suo can­dore, Svejk resta ancor oggi dopo più di cent’anni un «clas­sico» della resi­stenza pas­siva al male, forse l’incarnazione più riu­scita di quel dis­senso mime­tico che finge di aval­lare la logica aber­rante del potere per meglio demi­sti­fi­carlo. Un aspetto che è stato colto con acu­tezza da Milan Kun­dera: «Svejk ade­ri­sce così poco agli scopi della guerra che non li con­te­sta nep­pure. La guerra è spa­ven­tosa ma lui non la prende sul serio. Non si prende sul serio ciò che non ha senso».