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lunedì 6 luglio 2026

Serve un ordine restrittivo

Viviana Mazza
Trump, l'ultima sparata contro Meloni

Cprroere della Sera, 6 luglio 2026

Il giorno dopo la festa del 4 luglio, in assenza di impegni ufficiali, Donald Trump si dedica al suo canale di comunicazione preferito, il social Truth. Pubblica decine di post, immagini che lo ritraggono mentre bacia la bandiera a stelle e strisce e scatti con il wrestler Hulk Hogan. Poi, alle 22.51, compare nel flusso una foto di Giorgia Meloni e il tycoon di spalle, al G7 di Evian. In alto campeggia la scritta: «Serve un ordine restrittivo». È l’ultima sparata di Trump contro la premier italiana, che ha attaccato più volte, arrivando a dire che in Francia l’aveva implorato per una foto assieme. Accusa a cui Meloni ha risposto: «Io e l’Italia non imploriamo mai».

Quello della sera prima, per il tycoon, non era stato un discorso lunghissimo: è durato circa 40 minuti, al contrario di quanto preannunciato dal presidente, ma è stato (come gli altri per questo 250° anniversario) molto simile a un comizio. Conteneva più riferimenti alla Storia dei suoi tipici comizi: Trump ha parlato della «genialità» dei Padri fondatori, di figure leggendarie del vecchio West, Annie Oakley e Buffalo Bill, degli esploratori Lewis e Clark. Ha raccontato la storia del sergente William Harvey Carney, primo afroamericano a ricevere la Medaglia d’onore: «Amava il nostro Paese, amava la bandiera». Veterani ultracentenari e i giovani dell’equipaggio dell’artemis II sono saliti sul palco, per ricordare i successi, i sacrifici e l’innovazione degli Stati Uniti.

Ma il presidente ha anche spostato l’attenzione sulla sua missione di far approvare la legge Save America Act, che renderebbe obbligatorio presentare prova di cittadinanza e un documento di identità per votare e limiterebbe il voto per posta, ma che è fonte di contrasti con i suoi stessi alleati repubblicani al Congresso: «Non ci saranno voti per posta, tranne per chi è malato, disabile, in servizio militare o in viaggio e non avrete più brogli alle elezioni», ha detto Trump, ripetendo accuse mai provate di massicci brogli.

Ancora una volta ha avvertito che «i comunisti» potrebbero prendere piede nel Paese: lo ha definito un «cancro» e ha sottolineato che «è una minaccia che va bloccata immediatamente, prima che inizi». Sarà un tema elettorale che accompagnerà gli americani verso le elezioni di midterm e oltre.

«L’America è una nazione di vincitori e il nostro Paese sta vincendo di nuovo», ha detto Trump. Si è anche soffermato su quelle che considera le sue conquiste personali («Abbiamo ricostruito le forze militari nel mio primo mandato. Le abbiamo usate un poco nel mio… dovrei dire terzo mandato ma non voglio farlo perché non voglio polemiche») e il senso di essere stato perseguitato («A differenza di molti altri nel mondo, in questo Paese abbiamo libertà di parola, di religione, giustizia secondo la legge, anche se io non sono stato trattato bene, ma non entrerò in questo tema»). Il linguaggio era a tratti religioso, come anche in altri eventi di questo anniversario. «Tutto il mondo cerca di essere come noi, ma nessuno può essere come noi e con l’aiuto di Dio saremo sempre così, anche meglio». E ancora: «Come dice la nostra Dichiarazione di indipendenza, siamo tutti stati creati nell’immagine di Dio onnipotente, i comunisti di certo non lo diranno mai».

Ma alla fine Trump ha lasciato ampio spazio al patriottismo: «Per 250 anni gli Stati Uniti sono stati la speranza, la promessa, la luce e la gloria tra tutte le nazioni del mondo. Nessuno può essere come noi». E infine: «Il meglio deve ancora venire». Alcuni democratici hanno diffuso messaggi in opposizione al suo. Barack Obama ha espresso speranza nella nuova generazione; Bill Clinton ha ammonito sulle «minacce alle nostre istituzioni e alla nostra stessa democrazia».


Sky tg24

6 luglio 2026


Il meme funziona perché ribalta il significato originario del termine. Nell'uso legale, l'ordine restrittivo protegge chi lo richiede da qualcun altro; nell'uso social, invece, chi scrive "restraining order needed" ammette in modo iperbolico di essere lui stesso il "problema": si dichiara così ossessionato da una persona, una canzone, un brand o un cibo da aver bisogno di un intervento esterno per fermarsi. La chiave del format è dunque l'autoironia, con chi pubblica il post che si presenta come "molesto" in modo innocuo e buffo. Il post di Trump si discosta da questo uso: la formula non è riferita a sé stesso, come vorrebbe la logica del meme, ma indirizzata a Meloni, capovolgendo il senso originario e trasformando una battuta autoironica in un attacco.


mercoledì 10 giugno 2026

La solitudine

Cristina Kiran Piotti
La scrittrice Kiran Desai; "Volevo scrivere della solitudine, nel mondo globalizzato"
Domani, 6 giugno 2026

Se scrivere un romanzo è un atto di devozione, Kiran Desai ha trasformato la scrittura in una forma di resistenza. Con La solitudine di Sonia e Sunny (Adelphi, 2026), l’autrice indiana torna al romanzo dopo quasi vent’anni di silenzio narrativo, consegnandoci un’opera monumentale: «Molti si chiedevano se stessi davvero lavorando, tutti quei giorni, tutti quegli anni. La risposta è sì. Sette giorni su sette. Ma la scrittura era diventata… la mia vita. E la mia vita non esisteva separatamente dal mio lavoro», racconta con voce pacata, elegante, muovendo appena le mani.

Il libro dialoga con Eredi della sconfitta (Adelphi, 2007), che le valse il Booker Prize: resta intatta la precisione chirurgica con cui Desai intreccia differenze culturali, legami familiari e stratificazioni sociali, in una modernità postcoloniale percorsa da ferite ancora aperte. Ma qualcosa cambia: La solitudine di Sonia e Sunny ha una leggerezza ironica, attraversata da slanci di ottimistica ostinazione. Soprattutto è pervaso da una parola che si dilata fino diventare trama: solitudine.

«Avevo l’idea di scrivere della solitudine nel mondo globalizzato», riflette Desai. «Volevo osservarla attraverso la lente di una storia d’amore, ma in realtà parlare di tutte le forme che può assumere, attraverso la storia, attraverso geografie diverse. È un tema politico, in senso ampio. Ma è così presente nella mia vita che mi interessava scriverne sia in termini emotivi sia intellettuali».

Bambina a Delhi, ultima di quattro figli, mai avrebbe immaginato una frattura tanto drastica: «Ci siamo trasferiti. La famiglia si è spezzata. Mia madre (la grande scrittrice Anita Desai, ndr) mi portò a vivere sulle montagne nell’est del paese, le cui tensioni politiche sono tema del mio libro precedente. Fu la mia prima vera esperienza “romanzesca” di un luogo attraversato da storie e rivendicazioni diverse. Lì capii che il paese era l’India, sì, ma noi non eravamo benvenuti».

Al ritorno a Delhi, segue l’Inghilterra: «Uno shock: non avevo mai lasciato l’India. Comprendere la storia britannica in India e quanto continuasse a influenzare le nostre vite fu sconvolgente. Il razzismo mi scioccò. Dev’essere stato difficile per mia madre, sola e costretta a lavorare per la prima volta. Credo che il governo britannico abbia pagato il mio primo cappotto invernale. Era tutto spaventoso, per me, che provenivo da una famiglia benestante».

Infine gli Stati Uniti: «Anche lì, solo noi due. Io dovevo imparare ad andare al liceo, lei a guidare, a insegnare. Da allora la mia vita è stata per lo più solitaria, finché ho capito che ero pronta a scrivere di questo tema. Che ero finalmente abbastanza coraggiosa da affrontarlo».

Parlare al presente 


Come Desai, la sua protagonista Sonia Shah studia in Vermont. Figlia unica di una ricca famiglia di Delhi, aspirante scrittrice brillante e vulnerabile, sprofonda nell’alienazione di un inverno nordamericano che la rende facile preda di Ilan de Toorjen Foss, artista anziano, manipolatore, narcisista. La relazione la svuota e il ritorno in India apre un altro movimento del romanzo: l’incontro con Sunny Bhatia, giovane giornalista dell’Associated Press rientrato da New York per aiutare un amico a trovare una moglie indiana. Prima ancora di incontrarsi, Sonia e Sunny erano stati sfiorati dall’ipotesi di un matrimonio maldestramente combinato dai nonni: si cercano, si sfiorano, si perdono.

Pur ambientata tra gli anni Novanta e i primi Duemila (con l’ombra dell’11 settembre negli Usa e la ferita mai rimarginata della distruzione della moschea di Babri Masjid in India) la storia parla al presente: l’America trumpiana, l’Europa e l’India dei nazionalismi identitari, le società attraversate dalla paura dell’altro. «Hannah Arendt suggeriva che una delle ragioni dell’ascesa del nazionalismo siano proprio i sentimenti di solitudine. Le persone sentono di non appartenere davvero a un luogo, nemmeno al proprio paese. Per me è normale: l’India è così diversa che è normale sentirsi estranei in molte parti del paese, tra lingue, religioni, tradizioni diverse».

Ma c’è chi cerca una sola storia, una sola lingua. «Questo significa lasciare fuori moltissime persone da quella narrazione. Volevo scrivere di queste divisioni. E del divario di potere: il fatto che gli Stati Uniti possano bombardare chiunque, in qualsiasi momento, è sconvolgente se vieni da un’altra parte del mondo. Genera malinconia, ansia, insicurezza. Solitudine».

L’altro lato della medaglia sono immigrazione, sradicamento, minoranze. «Il libro attraversa diverse generazioni. Mia madre è metà tedesca e metà bengalese. Quando ho iniziato a scrivere, sono tornata ai miei nonni», ricorda. «Da entrambe le parti della famiglia ci sono stati viaggi immensi, che li hanno strappati da antichissimi modi di appartenere a un luogo. Cosa insolita per una famiglia indiana, non siamo mai tornati a una vera “casa ancestrale, nel Gujarat. A volte non te ne rendi conto, ma erediti questioni profonde. Non comprendi davvero i silenzi dei tuoi genitori, o le loro depressioni, finché non cresci e capisci che erediti anche quelle».

Anche quando compare un amuleto di famiglia e il racconto si vena di realismo magico, il romanzo resta ancorato alla realtà. «Ho l’impressione che il “realismo magico” venga applicato soprattutto alle opere provenienti da paesi non occidentali. Ma non vedo differenze: leggo un romanzo islandese e trovo eventi magici anche lì. In Occidente esistono moltissimi racconti di fantasmi».

Luoghi e sensazioni 

La scrittura di Desai è concreta, materica: spazi, tessuti, odori, cibi. Le vicende dei suoi innumerevoli personaggi (nonni, zie, madri, padri, giovani serve, compagni di studio magnificamente cesellati) ne fanno un organismo vivente: ogni storia contiene genealogie, riti, memorie.

Lo scrive Sonia, tentando di comporre la storia del kebab indiano: «Quali che fossero le sue origini – massaggiato, marinato, oliato, viziato, coccolato, sontuoso, romantico, un aristocratico tutto profumato – era diventato una creatura diversa da quello turco, persiano e afghano (…) C’erano tanti di quei kebab che non riusciva a farli stare tutti nell'articolo. Se cercava di illustrare la cultura che li aveva prodotti, il materiale cresceva a dismisura. Ecco l'India, pensò. Si può anche provare a scrivere una storia minima, ma non si può mai contenerne il senso, e impedire che si espanda in qualcosa di smisurato».

È la concretezza dei luoghi a guidare la scrittura, siano essi New York, il Messico, Goa o Venezia: «L’Italia è stata molto generosa con me. Ho trascorso del tempo in Laguna: il capitolo veneziano è nato lì. Ovunque tu metta uno scrittore, quel luogo entrerà nella sua opera. Volevo scrivere di una giovane coppia indiana moderna che si incontra in Europa per una vacanza: qualcosa che, storicamente, è possibile solo nella nostra generazione. Venezia era il luogo perfetto per intrecciare tanti fili. È uno spazio misterioso, malinconico, profondamente artistico». Camminando per le calli, Desai osserva i venditori bengalesi di giocattoli, maschere e borse, presenze scomode che entrano nelle pagine. «Nascono conversazioni diverse, magari con un cameriere del Bangladesh o del Pakistan. E in quelle conversazioni ci sono tante ansie implicite».

Il romanzo da monumentale si rivela essenziale: un atlante delle alienazioni contemporanee, nato dalla pratica: «Io sono sempre sola. Sono una vera intenditrice della solitudine. Ed è per questo che riesco a scriverne in così tanti modi diversi».

sabato 6 giugno 2026

Milan Kundera in verità


Annalena Benini
Lettere rubate
Il Foglio, 6 giugno 2026

Kundera non crede né nell’uomo, né nel suo futuro. Ciò non gli impedisce di amare la vita. Di ridere e di riderne. Quando penso a lui, vedo un uomo che ride. C’è voluttà, piacere e persino una certa bellezza nella sua totale assenza di speranza. Florence Noiville, “Scrivere, che strana idea! Vita di Milan Kundera” (Neri Pozza, 290 pp.)

Florence Noiville, scrittrice e giornalista, responsabile della narrativa straniera per il supplemento culturale di Le Monde, è stata amica di Vera e di Milan Kundera. Hanno viaggiato insieme, mangiato, parlato, lui ha sempre rifiutato di andare in tivù,intervistato da lei o da chiunque. “Nessuna dichiarazione, nessuna intervista. Nessuna traccia pubblica della sua ‘vita vera’. Il tritacarte funziona a pieno ritmo in casa Kundera, non deve rimanere nulla dopo Milan, solo i suoi libri. Il resto, manoscritti incompiuti, lettere private,corrispondenza, diari, foto, tutto viene sistematicamente distrutto”.  In questo libro ci sono alcune foto e disegni, prove di felicità e d’amore, c’è la fotografia dell’Università di Praga e la ricostruzione della diffidenza ideologica verso uno scrittore che ha creduto nel romanzo come strumento di conoscenza (“Sospendere il giudizio morale non costituisce l’immoralità del romanzo bensì la sua morale”). Scrive Alessandro Piperno nella prefazione al libro che Milan Kundera è “l’ultimo poeta del romanzo”.

Florence Noiville ricorda il loro primo incontro, dopo la pubblicazione de Lo scherzo. Kundera diffidava dei giornalisti al punto da soprannominarli “cani da fiuto”. Ma le offrì testi inediti per il supplemento letterario e anche l’amicizia, in salute e in malattia: Florence Noiville ha assistito alla progressiva perdita di memoria, alla preoccupazione di Vera, al ceco come unica lingua usata da un certo in punto in poi, e alla perdita della parola e dello sguardo. Il titolo di questo libro è il commento di Kundera alla risposta di Florence Noiville, che lui non riconosceva più e a cui chiese in ceco: che fai? Lei rispose: scrivo. Nessuno saprà mai se anche quella fu una presa in giro, la festa dell’insignificanza.

Nel taccuino di Florence Noiville ci sono gli appunti per il libro, undici punti. Uno di questi è il sesto: “Le sue zone d’ombra. Accettare di non svelarle. Perché è inutile: sono ‘chiacchiere da portinai’, come dice sempre Vera”. Ed ecco la risposta di Vera Hrabankova, per cinqunatasei anni accanto a Kundera, sui terribili anni Settanta, espulsi e senza lavoro (Kundera fece l’astrologo): “Sono stati gli anni più felici della nostra vita. Licenziati, sì, entrambi. Ma lui stava scrivendo Jacques e ridevamo. Del resto, non ci importava di nulla”. Silenzio.

“Ce ne fregavamo, mi capisci? Ce ne-frega-va-mo”.

sabato 15 febbraio 2025

Baricco e Ferraris su Vattimo

 


Francesco Rigatelli, Filosofi si diventa, La Stampa, 15 febbraio 2025

Per Baricco «fu una fortuna frequentare l'università in quegli anni e trovare Vattimo come professore. Ci si sentiva fighi perché si partecipava alla sua torsione teorica, lui ci invitava, ci presentava i grandi da Derrida a Rorty, ci parlava di pensiero debole, ermeneutica, Heidegger, trasmettendoci uno stile, un taglio sulle cose, un tratto antimetafisico dell'interpretazione. Era un diamante in un'università abbastanza triste. Con lui avevi l'impressione come poche volte poi nella vita di essere dove stava succedendo qualcosa che avresti raccontato per sempre, e infatti eccoci qui».

Ferraris si ritrova nella descrizione di Baricco, «anche se non mi sono mai sentito al centro di niente e men che meno della storia. Certo si è rievocato troppo poco il ruolo importante di Vattimo nel pensiero europeo e internazionale. Vorrei ricordare allora ciò che forse entrambi abbiamo imparato da lui. Il suo insegnamento fondamentale era di mettere dell'ironia in quel che si fa. Un'aggiunta totalmente sua e di Eco rispetto all'esempio dei loro maestri Pareyson e Guzzo, che ne erano purtroppo privi. La sua seconda lezione era la chiarezza, la necessità di spiegare i concetti».
Baricco tributa alla filosofia l'avergli dato «un'architettura del movimento mentale, tornata utile più che per il linguaggio letterario per la scrittura dei miei saggi I barbari e The game, che a 67 anni posso dire di aver sempre considerato filosofici. Il mio tentativo è stato di rifarmi alla muscolarità della filosofia, che in poche parole contiene tanto senso. Ho provato a miscelare la pesantezza con la brillantezza come faceva Vattimo. Da lui ho imparato che non bisogna scrivere nulla che non faccia ridere almeno in un punto e che più il tema è difficile più bisogna alleggerire. Ricordo ancora la sua spiegazione dell'etica kantiana tirando fuori dei gettoni dalla tasca e inchiodandoci con un esempio: «Due di notte al semaforo, scatta il rosso, non passa nessuno: ci fermiamo o no?».
Il racconto immaginifico di Baricco richiama gli aneddoti di Ferraris: «Quando Vattimo ci spiegava il sapere assoluto in Hegel diceva "Uno prende l'ascensore e sa come funziona". Oggi direbbe "uno che usa lo smartphone sa come funziona". Da lui ho imparato a cercare di essere ironico e chiaro. Il risultato è che tutti pensano che mi diverta un mondo a lavorare, mentre invece soffro tantissimo».
«Maurizio e io - scherza lo scrittore - sembriamo un po' sbolinati perché i filosofi rielaborano continuamente le proprie idee. Stiamo spesso sovrappensiero a limare quel che abbiamo già detto. Vattimo aveva una visione radicale secondo cui le cose sono ontologicamente leggere e ironiche, altrimenti non sono. Così ho sempre pensato che se dico una cosa non leggera e non ironica non è vera, è sbagliata e non ho capito qualcosa. Sto scrivendo un libro sulla musica classica e se mi rileggo e lo trovo pesante temo di non aver capito e mi metto a riascoltare la musica. Questo succedeva anche a Eco e ad altri grandi autori come Salinger. Più beccavano il cuore delle cose più erano leggeri. Detto ciò, la scrittura letteraria è diversa dal raccontare filosofico di Vattimo o di Ferraris. Significa pensare una storia, inventarla, darle una densità, una distanza e scriverla. In comune c è il desiderio di capire il mondo, ma questo lo vogliono fare anche gli uomini marketing, non solo noi».
Anche secondo Ferraris «Vattimo teorizzava che tutto era davvero leggero, anche quello che si riteneva sacro e inviolabile. L'idea di pensiero debole era l'esito di questa riflessione. Inizialmente ero d'accordo poi purtroppo ho cambiato idea. Dico purtroppo perché questo mi ha portato a litigare con Vattimo. Gli dissi che se pensava che tutto fosse leggero il suo erede era Baricco, perché l'esito del pensiero debole è la narrazione, la letteratura. Non c'è una soglia oltre cui decostruire e interpretare se non raccontare. Ora da allievo apostata di Vattimo posso dire che la scrittura è l'unica cosa che non mi ha mai abbandonato e a cui posso sempre ritornare».
Baricco la disfida con Vattimo se l'è persa «anche perché mi dispiaceva, ma il problema di Maurizio era quello di molti e cioè come tradurre certi insegnamenti nella vita di tutti i giorni. All'università filosofia era storia, teoretica, estetica, non c'era traccia di esercizio spirituale. Ci ho messo tutta la vita per scoprire che invece era un sapere più grande che non stava mai da solo. Una forma sapienziale di stare al mondo. Il primo saggio di Cartesio è sulle regole matematiche della musica. Leibniz ha scritto di tutto. I greci figuriamoci. I filosofi da Kant a Nietzsche con sintesi, rigore, autodisciplina e linguaggio ricco hanno disegnato una postura verso il mondo. Per questo restano un riferimento».
Ferraris sottoscrive: «Sicuramente la filosofia dovrebbe insegnare a stare al mondo, atteggiamento verso cui ho sempre avuto un certo ritegno. Significa per esempio diventare saggi, e io non ho mai voluto diventarlo col risultato che sono diventato vecchio senza diventare saggio. Sulla ricerca della filosofia Eco diceva che si tratta di una forma molto elevata di dilettantismo. Il filosofo ha una capacità di sintesi maggiore del vero esperto. La filosofia poi non può essere solo dilettantismo, ma deve conservare l'ambizione di andare al di là dei limiti di una sola disciplina. Almeno per far piacere a chi la legge». —

martedì 10 dicembre 2024

Come funziona la memoria


Barbara GallavottiLa memoria talvolta ci imbroglia, Oggi, 5 dicembre 2024

Dalla prima interrogazione a scuola in poi, la memoria sembra non bastarci mai. Ma fino a che punto è normale non ricordare qualcosa, e soprattutto, possiamo fidarci di ciò che ricordiamo? La risposta a queste domande non è scontata. Intanto, capita già dai trent’anni di avere l’impressione che la memoria non sia più quella di un tempo, e soprattutto dai quaranta succede di frugare nella mente nel tentativo di recuperare un nome, una data o una parola che sfugge. Per quanto frustrante, non c’è da preoccuparsi: si chiama “difficoltà a recuperare il ricordo” e avviene perché si è stanchi, o si hanno troppe cose in mente e anche troppi ricordi, come accade sempre più con il passare degli anni. La memoria però spesso è sempre al suo posto, e infatti prima o poi emerge. Secondo alcuni, il fatto che ad esempio ci venga in mente solo l’iniziale di una parola, è il modo in cui il cervello segnala che l’informazione che ci interessa è presente anche se al momento inaccessibile.

LE EMOZIONI SONO DI GRANDE AIUTO

Dal punto di vista biologico, lo stabilirsi di un ricordo corrisponde alla formazione di contatti fra cellule nervose del cervello. Malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, uccidono quelle cellule, distruggendo per sempre i loro contatti. In assenza di patologie però dimenticare qualcosa non è preoccupante. Il nostro cervello poi gestisce in modo diverso la memoria a breve termine e quella a lungo termine ed è normale che memorie poco rilevanti svaniscano rapidamente: evaporano i volti che incrociamo, il momento in cui poggiamo la tazzina del caffè e anche il posto dove distrattamente abbiamo poggiato le chiavi di casa… perché il ricordo si consolidi, occorre che venga rinforzato, richiamandolo alla memoria come si fa quando si impara una lezione, o ripetendo il gesto come avviene quando mettiamo le chiavi nel posto abituale. E poi ricordiamo molto meglio ciò che è legato a una emozione: se il volto incrociato per strada urla e mi spaventa, allora lo ricorderò a lungo. Però quanto è affidabile la memoria? Questo è un punto delicatissimo. Tendiamo a immaginare i ricordi come fotografie in un cassetto, da recuperare identiche a loro stesse, ma non è così: ogni volta che ricordiamo qualcosa attiviamo diverse zone del cervello e ricostruiamo la memoria, aiutandoci anche con le nuove esperienze. Fra gli studi che lo confermano uno ha riguardato alcune persone alle quali era stato chiesto di ricordare una visita a Disneyland. Prima però erano state mostrate loro alcune immagini di pupazzi, e fra Topolino e Cenerentola compariva anche Bugs Bunny. Ebbene, diversi degli intervistati hanno poi riportato di aver incontrato a Disneyland proprio Bugs Bunny, cosa però impossibile perché non essendo un personaggio Disney il coniglio non è nel parco. Il loro cervello aveva semplicemente mescolato i ricordi di quanto davvero vissuto con l’immagine proposta dai ricercatori… E non facciamoci illusioni, qualcosa di analogo può avvenire a ciascuno di noi, in assoluta buona fede.


Paul Fussell, La Grande Guerra e la memoria moderna, traduzione di Giuseppina Panzieri 

Il Mulino, Bologna 1984, pp. 37-38


Il ricordo di Williamson è reso più vivo proprio dal modulo ironico che la visione a posteriori ha impresso sugli avvenimenti. Lo stesso fenomeno lo si ritrova sempre leggendo  altre memorie: applicando al passato un paradigma di ironica azione scenica, chi scrive i suoi ricordi riesce a individuare, a enucleare e infine a dare espressione ad un avvenimento o ad un momento che, diversamente, resterebbe confuso e insignificante nel gran mare indifferenziato dei ricordi. 




Irony, Oxford Languages


  1. the expression of one's meaning by using language that normally signifies the opposite, typically for humorous or emphatic effect.
    "‘Don't go overboard with the gratitude,’ he rejoined with heavy irony"
    Similar:
    sarcasm
    sardonicism
    dryness
    causticity
    sharpness
    acerbity
    acid
    Opposite:
    • a state of affairs or an event that seems deliberately contrary to what one expects and is often wryly amusing as a result.
      plural nounironies
      "the irony is that I thought he could help me"
      Similar:
      paradox
      paradoxical nature
      incongruity
      incongruousness
      peculiarity
      Opposite:
    • a literary technique, originally used in Greek tragedy, by which the full significance of a character's words or actions is clear to the audience or reader although unknown to the character.
      noundramatic ironyplural nountragic irony