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mercoledì 17 giugno 2026

Carlo Ginzburg (1939-2026)

È morto lo storico Carlo Ginzburg

Il Post, 17 giugno 2026

È morto stanotte a Bologna Carlo Ginzburg, lo storico italiano più conosciuto all’estero e tra gli autori italiani contemporanei più tradotti al mondo: aveva 87 anni. Lo ha detto al Post la sua famiglia. Ginzburg era conosciuto principalmente per i suoi studi sulla storia delle persecuzioni, dell’eresia e della cultura popolare del Medioevo e dell’Età moderna. Ma anche fuori dagli ambienti accademici era uno degli studiosi e saggisti italiani più ammirati per la sua capacità di analizzare grandi fenomeni storici da prospettive particolari e marginali, partendo da aspetti della vita quotidiana delle classi subalterne, e integrando nella sua ricerca anche approcci etnologici e antropologici.

Era nato a Torino nel 1939, figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg. Professore emerito alla Scuola Normale di Pisa, in cui si era formato, aveva insegnato fin dagli anni Settanta anche all’università di Bologna e in quelle americane di Harvard, Yale, Princeton e California (UCLA).

Negli anni Sessanta, studiando alcuni documenti dell’Archivio arcivescovile di Udine, Ginzburg aveva scoperto un culto pagano diffuso in Friuli nel Cinquecento e nel Seicento, i cui membri erano una specie di guaritori sciamani accusati di eresia dall’Inquisizione, detti “benandanti”. È il titolo del suo primo libro, uscito nel 1966, in cui ricondusse le origini di questo culto contadino a più antiche credenze diffuse in Europa centrale.

Di eresia Ginzburg si era poi occupato estesamente nel libro del 1976 Il formaggio e i vermi, in cui ricostruisce i processi contro un mugnaio friulano del Cinquecento accusato di avere idee eretiche sull’origine del mondo e su Gesù Cristo. È uno dei libri da cui emerge più chiaramente l’inclinazione di Ginzburg a studiare i rapporti di forza tra la cultura delle classi dominanti e quella popolare, e a descrivere questo approccio come un metodo rigoroso e necessario per la comprensione della storia.

Per Einaudi, editore di molti suoi libri e con cui collaborò per lungo tempo per la collana “Microstorie”, Ginzburg aveva scritto anche il saggio Folklore, magia, religione, contenuto nel primo volume della Storia d’Italia di Einaudi, degli anni Settanta. Oltre che uno storico noto e rispettato in ambito accademico, Ginzburg era un intellettuale apprezzato da un pubblico più ampio per la sua capacità di analizzare criticamente il presente. Capacità emersa in diversi suoi libri, tra cui il saggio del 1991 Il giudice e lo storico, in cui analizzava – con un approccio da storico, appunto – i documenti e i metodi d’indagine del processo per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi.

In altri libri, pubblicati perlopiù nella seconda parte della sua vita, Ginzburg si era concentrato sulla storia del pensiero politico, su questioni di metodo storico e sulla relazione tra verità e menzogna. Aveva scritto delle difficoltà dello storico a mantenere una giusta distanza da ciò che studia, senza aderire a una sola prospettiva, e di come difficoltà simili a queste possano presentarsi in molti altri contesti.

In un’intervista pubblicata nel 2023 sulla rivista di cultura e attualità Lucy, disse: «Io direi che si tratta di tradurre questo approccio anche nella vita quotidiana, dove abbiamo a che fare con persone che sono diverse da noi. Per capire quello che ci dicono dobbiamo riformulare le nostre eventuali ipotesi, basate su tratti fisiognomici, espressioni, intonazioni di voce, eccetera, per cercare di capire che cosa ci stanno veramente dicendo».

lunedì 15 giugno 2026

Marc Bloch e gli individui

 

il maestro e l’invito a guardare gli individui

Panthéon/2

David Bidussa
Il Sole 24ore, 14 giugno 2026

La salma di Marc Bloch verrà traslata al Panthéon, il luogo di culto della nazione dei francesi, il 23 giugno: mi piace pensare che quel giorno segni, più che l’omaggio a un martire, la presa in carica della funzione pubblica dell’intellettuale.

Marc Bloch non ha mai disertato. Quella lezione costituisce un punto fermo per gli storici. Tra questi, da una parte Carlo Ginzburg che lo ha ripetuto anche di recente sia nel suo Il vincolo della vergogna. Letture oblique sia nel suo La lettera uccide (entrambi Adelphi), e lo ha ricordato in una raccolta dal titolo Dialogue avec Marc Bloch (PUL 2025); dall’altra Massimo Mastrogregori, che ha curato vari scritti di Bloch (Apologia della storia, Feltrinelli 2024; Carnets inédits, Aragno 2016).

Il nucleo generativo del loro invito a leggere e rileggere Bloch è ancora quella Apologia della storia o mestiere di storico, testo che Bloch lascia «non concluso» nel febbraio 1943, quando compie la sua scelta resistenziale (per la quale morirà ucciso da un plotone di esecuzione il 16 giugno 1944 insieme ad altri 26 prigionieri) e che anche di recente ha avuto edizioni e proposte editoriali in Italia (oltre a quella di Feltrinelli già citata, anche Rizzoli, per mia cura, nell’aprile 2026).

Apologia della storia o mestiere di storico nasce come un testo da «mettere in salvo». Quando Bloch aderisce alla Resistenza si preoccupa di proteggerlo da sottrazioni, perquisizioni o sequestri come già era capitato, nella primavera del 1942, alla sua biblioteca di studioso, sequestrata dalle SS nella sua casa di Parigi.

All’indomani della guerra i suoi famigliari e gli amici delle «Annales» pensano che pubblicare quel «pacco di carte» e trasformarlo in libro non sia pubblicare un inedito, ma ridargli voce.

Apologia della storia è importante perché è un costante invito a guardare gli individui, ad ascoltare le loro parole, che anche quando si ripetono nel tempo non sempre hanno lo stesso significato. «Con somma disperazione degli storici – osserva Bloch nelle prime pagine del saggio – gli uomini non cambiano il vocabolario ogni volta che cambiano abitudini». [Rizzoli, 2026, p. 31].

Ma è anche un costante invito, oltre le parole, a concentrarsi non sui fatti, ma su come la narrazione dei fatti diventa linguaggio pubblico (e dunque quali parole tornano e, con esse, quali immagini, quali paure, si ripropongono).

Scrive ancora l’autore: «Tra le vite dei santi dell’Alto Medioevo, i tre quarti almeno sono incapaci di insegnarci qualcosa di concreto sui devoti personaggi di cui vorrebbero tratteggiare i destini. Interroghiamole, però, sul modo di vivere o di pensare delle epoche in cui furono scritte (…) e si riveleranno una risorsa inestimabile. Nella nostra inevitabile sudditanza verso il passato, almeno in un aspetto ci siamo saputi emancipare: e cioè che, malgrado siamo condannati a conoscerlo solo in base alle sue tracce, riusciamo comunque a sapere su di lui più di quanto abbia ritenuto opportuno rivelarci. Una bella rivincita dell’intelligenza sul mero dato materiale» [Rizzoli, 2026, p.51].

Studiare il passato per Bloch non è, solo, conoscere i fatti. Una conoscenza è priva di significati se insieme non si impegna a cercare di capire come quei fatti sono percepiti, comunicati, costruiti e memorizzati nell’opinione collettiva. In quelle pagine scritte in clandestinità Bloch ci consegna un manuale per indagare il passato con passione. Condizione che è il tratto costante del suo modo di praticare il «mestiere di storico». La sua cifra.

Considero quattro suoi testi «occasionali», più che «minori». Quella stessa cifra lo muove nel 1921 quando scrive sul tema della costruzione delle false notizie che nascono come montaggio di parole che si ripetono e di convinzioni che si formano (una macchina che poi è al centro de I re taumaturghi, come hanno sottolineato sia Ginzburg che Jacques Le Goff).

Ancora ritorna nel 1935 quando si interroga su dove stia l’identità dell’Europa e dove stabilirne il confine. Dice in quel saggio, che per molti aspetti parla ancora oggi di noi e a noi, che la linea identitaria dell’Europa si costruisce a partire dal panico. Panico che costituisce non tanto la condizione del vissuto politico dell’Europa ma la ragione che essa narra a sé stessa della sua individualità storica. Uno stato d’animo su cui l’Europa ha costruito la sua stessa fisionomia territoriale.

Si ripresenta in due diverse occasioni, nel 1928 e nel 1930 nelle domande che Bloch pone sul significato di comparazione in storia che non vuol dire andare a cercare le cose uguali, ma capire quali bisogni muovano e motivino le persone rispetto all’agire economico, alla scelta dei consumi, al loro modo di vivere la quotidianità.

E ancora innerva la lezione che nel 1914 tiene ad Amiens agli studenti del liceo, su che cosa sia una fonte storica e come lavorarci. «Le testimonianze si pesano, non si contano», dice. E la testimonianza opposta di voci rispetto allo stesso evento obbliga a farsi domande. «Se il vostro vicino di sinistra dice che due per due fa quattro, e il vostro vicino di destra che due per due fa cinque, non tirate la conclusione che due per due fa quattro e mezzo».

Studiare storia non è conoscere i fatti: quello è solo la premessa. Sulla tomba di Marc Bloch a Le Bourg d’Hem, nella regione dell’Aquitania, che si sta muovendo in questi giorni per andare al Panthéon, si legge l’incisione: Dilexit veritatem. ovvero “Ha amato la verità”. La verità per Bloch era scavare nella sensibilità pubblica, nelle scelte di governanti e governati. Indagare le convinzioni, i timori, gli immaginari che uniscono potenti e sudditi.



mercoledì 18 febbraio 2026

Carlo Ginzburg e il mito

Simon Levis Sullam
Per leggere il presente serve lo sguardo di un grande storico

Domani, 17 febbraio 2026

Il più recente libro di Carlo Ginzburg, Il vincolo della vergogna. Letture oblique (Adelphi, pp. 275), potrebbe essere considerato come un’autobiografia intellettuale. Ma si tratterebbe di lettura riduttiva, poiché esso è anche molto altro, risultando come di consueto ricco di erudizione e allo stesso tempo immerso nel nostro tempo.

Il libro è anche un’autobiografia intellettuale perché, più che in altri suoi recenti, l’autore fa i conti, diretti e indiretti, con alcuni dei suoi maestri e autori di riferimento. Se nel tempo Ginzburg ha rifiutato una sistematica “egostoria”, i suoi libri sono sempre stati disseminati di approfondimenti sui suoi maestri e ispiratori (e di frequenti riflessioni di metodo, calate però in specifiche ricerche): da Marc Bloch ad Arnaldo Momigliano, da De Martino a Lévi-Strauss, da Auerbach a Spitzer, per citarne solo alcuni e senza dimenticare la lezione di Benjamin, il lascito di Warburg e della sua scuola, o la lezione di Roberto Longhi.

Letture oblique

In questo libro più che in altri, Ginzburg affronta alcuni di questi autori, non proponendone ritratti complessivi, ma offrendone istantanee o, come recita il sottotitolo del libro, «letture oblique». È il caso di Delio Cantimori, maestro di studi ereticali dal tortuoso percorso politico nell’«Europa sotterranea» del Novecento, confrontato in uno specifico momento della storia (1941) al Leo Strauss di Scrittura e persecuzione, studioso ebreo tedesco conservatore, finissimo lettore delle scritture in condizioni estreme.

Oppure è il caso dell’antropologo Marcel Mauss, figura eccentrica ma fondatrice delle scienze sociali francesi (tra l’altro nipote del grande sociologo Emile Durkheim), analizzato qui a proposito della genesi e delle influenze del suo noto “saggio sul dono” (1923-4), che diviene in definitiva un’occasione di analisi di aspetti dei rapporti umani e sociali fondativi per ogni comunità.

Sullo sfondo del saggio si staglia l’autore principe di Ginzburg  – quello la cui lettura lo motivò a divenire storico – cioè Marc Bloch, in particolare per I re taumaturghi (1924): lo studioso fondatore con Lucien Febvre della rivista e della scuola storiografica delle Annales, ebreo ucciso dalla Gestapo come partigiano nel 1944 e oggi prossimo alla traslazione nel Pantheon a Parigi.

Ma in questa galleria di maestri delle scienze sociali del Novecento ve ne sono anche di celebri che Ginzburg analizza e critica radicalmente. È il caso del Collegio di sociologia francese nato negli anni Trenta o dell’influente antropologo religionista, di origini rumene ma vissuto in Francia e negli Usa, Mircea Eliade, di cui si ricordano qui anche finora spesso trascurati rapporti con la cultura italiana, tra cui lo stesso Ernesto De Martino che pure si collocò su sponde politiche opposte a Eliade.

Di quest’ultimo Ginzburg analizza in dettaglio la preistoria filofascista negli anni della Seconda guerra mondiale, fondandosi tra l’altro su uno studio del diario e mostrando la relazione di alcune sue opere maggiori con la cultura irrazionalista e con l’utopia, o meglio l’incubo, del “nuovo ordine europeo” nell’Europa della Shoah. Né è possibile illustrare qui in dettaglio l’insieme di rapporti, precedentemente sconosciuti o trascurati, che Ginzburg stabilisce tra Eliade e altri studiosi o scrittori del tempo, come l’ungherese Kerenyi, Thomas Mann, Sigmund Freud e Ortega y Gasset.

Presente e politica

Queste indagini risulterebbero tuttavia per la maggior parte dei lettori prevalentemente erudite e talora arcane – benché collocate profondamente nel loro tempo e contemporaneamente echeggianti il nostro: di nuovi ordini europei e mondiali, dettati ancora una volta da destre autoritarie e aggressive – né si comprenderebbe il titolo del volume, senza considerare l’attenzione che Ginzburg porta ai grandi temi politici del presente, come le fake news.

Queste assomigliano alle “false notizie” nate nelle retrovie dei fronti della Prima guerra mondiale, analizzate pionieristicamente nei primi anni Venti proprio da Marc Bloch, anche come proiezioni delle turbolenze e angosce del proprio tempo e di ogni tempo. Oppure i dilemmi morali della “zona grigia” in cui – secondo la lezione di Primo Levi (e in modo inatteso qui e altrove nel libro, di Italo Calvino, altri due autori di riferimento per Ginzburg anche per personale frequentazione) vittime e carnefici si incontrano – o anche giustizia e ingiustizia non sono nettamente separabili –, come lo scrittore reduce di Auschwitz illustrò, magistralmente e con dolente profondità, da ultimo nelle pagine del suo testamento storico e morale I sommersi e i salvati.

E in particolare da Primo Levi viene l’idea – ma Ginzburg convoca qui in poche, densissime pagine pure gli studiosi di miti, immaginari sociali, linguaggio, Eric Dodds, Bernard Williams, Emile Benveniste, risalendo fino ad Agostino d’Ippona – che le comunità politiche, ad esempio nazionali, siano tenute assieme, come Ginzburg sottolinea da vari anni, non solo dall’orgoglio, ma anche dal «vincolo della vergogna».

Anch’essa una forma profonda non soltanto di collegamento collettivo, ma di autoriconoscimento. Basterà aggiungere, per cogliere l’attualità drammatica del tema e del libro, che Ginzburg estende questa vergogna – in un postscriptum 2025, al suo saggio del 2010 – alle vicende di Gaza negli ultimi due anni, cioè alla violentissima ritorsione israeliana al 7 ottobre 2023, data della orrenda strage di Hamas nel sud di Israele: momenti e fasi ricordate entrambe dall’autore come indelebili e spartiacque per tutti e per lui anche in quanto intellettuale ebreo diasporico.

L’intreccio 

Ma le riflessioni di Ginzburg si soffermano anche sulla “fragile libertà”, a partire da un libro, oggi dimenticato, del 1934 dello psicologo francese Wladimir Drabovitch, Fragilité de la liberté et séduction des dictatures. Oppure sulla centralità, per lui e per la cultura non solo letteraria del Novecento, di Marcel Proust (altro autore decisivo nell’itinerario intellettuale ed esistenziale dello storico) che viene individuato inaspettatamente come uno degli ispiratori del «paradigma indiziario», cioè, semplificando, il celebre metodo di Carlo Ginzburg, fondativo per la sua microstoria («tutti questi saggi seguono una pista aperta da un particolare, poi trasformato in un caso, molto spesso anomalo»).

In un intreccio tra letteratura e storia, indagine e narrazione, immaginazione e riscontro filologico, che ne hanno fatto – da ultimo per questo libro che vorrebbe essere anche complessivamente un’analisi storica e una critica del tema dell’“identità” (termine abusato, che Ginzburg rifugge) – uno dei maestri degli studi storici e del nostro tempo.

mercoledì 13 febbraio 2013

Pillole Gramsciane



È possibile ridurre Gramsci in “pillole”? Certamente no. La complessità del testo gramsciano rende molto difficile una sua riduzione in brevi citazioni o considerazioni. Eppure Gramsci rappresenta  uno degli autori più citati da studiosi di tutto il mondo e, come  è stato recentemente ricordato da G. Carpinelli in questo blog, “è stato a lungo saccheggiato e di lui molti ricordano solo poche formule (l’ottimismo della volontà, l’egemonia, odio gli indifferenti, Oriente e Occidente, il nazionalpopolare e forse qualche altra)”.
Alle citazioni, più o meno appropriate, non sempre però corrisponde una vera conoscenza del pensiero gramsciano. Nella introduzione al I volume della traduzione inglese dell'edizione critica dei Quaderni del carcere per la Columbia University Press, il curatore Joseph Buttigieg cita un passo di una lettera inviatagli da Michel Foucault in cui si definisce Gramsci “un auteur plus souvent cité que réellement connu”.
Non mi è noto il resto della lettera e la citazione isolata potrebbe essere interpretata in più modi. Ma, per quel po’ che so di Foucault, suppongo che il suo intento fosse quello di richiamare a uno studio più attento e minuzioso dell’opera di Gramsci, non limitandosi a brevi citazioni o a riferimenti spesso di seconda mano.
Però…
Però l’opera di Gramsci è di difficile lettura perché – a causa prima delle occasioni specifiche che stimolano le riflessioni del notista politico e successivamente, per quanto riguarda le Lettere o i Quaderni, delle risapute condizioni in cui l’Autore è costretto a documentarsi e a scrivere – si presenta spesso come una collezione di frammenti, di “Note” o “Noterelle” che Gramsci avrebbe voluto riprendere e rielaborare e sistematizzare. Proprio questo “limite” può giustificare l’uso o l’abuso di citazioni isolate dal contesto, poiché lo stesso “contesto” non è sempre chiaramente definito e definibile.
Quanto si vuole realizzare in questa “avventura” – proporre o “riproporre” la lettura di una “pillola gramsciana” settimanale con un breve commento a mo’ di introduzione e di “contestualizzazione” – è proprio indurre a una conoscenza più profonda di alcune parti del testo gramsciano in modo che, riprendendo l’affermazione di Foucault, Gramsci sia non soltanto “citato” ma anche più intimamente “conosciuto”. Tutto questo senza nessuna pretesa di esaustività o di sistematizzazione perché (ecco la prima “pillola”):

“Se si vuole studiare la nascita di una concezione del mondo che dal suo fondatore non è mai stata esposta sistematicamente (e la cui coerenza essenziale è da ricercare non in ogni singolo scritto o serie di scritti ma nell’intiero sviluppo del lavoro intellettuale vario in cui gli elementi della concezione sono impliciti) occorre fare preliminarmente un lavoro filologico minuzioso e condotto col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo o partito preso. […] La ricerca del leit-motiv, del ritmo del pensiero in isviluppo, deve essere più importante delle singole affermazioni casuali e egli aforismi staccati.
Questo lavoro preliminare rende possibile ogni ulteriore ricerca.” (Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1977, pp. 1840-42).

Gramsci si riferiva a Marx, ma il suggerimento sembra valido anche per la sua opera.
La nota da cui è tratta la citazione si intitola significativamente Quistioni di metodo: è il metodo a cui dovremo attenerci anche nella somministrazione delle nostre “pillole”.

Francesco Scalambrino