domenica 1 marzo 2026

L' ultima partita

Rodrigo Chaves

Renzo Guolo 
Per Israele è finale di partita, l'Iran tra speranza e pasdaran

Domani, 1 marzo 2026

Israele e Stati Uniti attaccano l’Iran. E questa volta non si tratta di un’operazione limitata come la “guerra dei dodici giorni”: la posta in gioco è la caduta del regime. Obiettivo da perseguire mediante massicce azioni militari e operazioni d’intelligence mirate alla distruzione delle capacità offensive e difensive della Repubblica Islamica, alla decapitazione della sua leadership politica e religiosa, alla messa in campo di un’alternativa politica, esogena o endogena che sia. Insomma, la resa dei conti finale di uno scontro iniziato, come hanno ribadito Trump e Netanyahu, nel 1979.

L’ultima partita

È il trionfo della linea muscolare di Bibi e di quanti, all’interno dell’amministrazione Usa, l’hanno sostenuta nonostante le perplessità dei vertici militari sulla sua praticabilità. Netanyahu ha ora a portata di mano la vittoria strategica tenacemente perseguita dal 7 ottobre: cancellando insieme la suicidaria Hamas e la questione palestinese, mettendo fuori gioco Hezbollah e ridimensionando gli altri proxies di Teheran, puntando a rovesciare elmetti e turbanti al potere in Iran, ritenuto, in ragione di potenziale nucleare, arsenale missilistico, ideologia islamista, la sola vera minaccia strategica per Israele.

Un finale di partita che consentirebbe al premier israeliano non solo di oscurare lo scacco del 7 ottobre – per cancellare quel drammatico fallimento, il ritorno degli ostaggi non era sufficiente – ma anche di essere definitivamente consacrato come “padre della patria” che ha liberato Israele dai suoi storici nemici. Aura capace di garantirgli il proseguimento di una carriera politica che sembrava tramontata all’ombra degli irridenti e mortiferi deltaplani fatti lanciare da Yahya Sinwar.

Nel giustificare l’attacco Trump ha evocato la minaccia nucleare, inaccettabile per gli Usa e i suoi alleati, Israele in primis e il fallimento del negoziato. Anche se, più che la capacità di costruire la bomba, che pure The Donald sosteneva enfaticamente di aver già ipotecato bombardando lo scorso giugno i siti di Fordow, Natanz e Isfahan, il vero nodo è subito parso quello dei missili.

La trattativa sul nucleare, infatti, sembrava presentare spiragli. Compreso che, nel nuovo scenario regionale e mondiale, nulla era ormai come prima, gli iraniani hanno cercato un accordo che sancisse il mantenimento del nucleare civile, aprendo a basse percentuali di arricchimento e al controllo dell’Aeia come garanzia contro una rapida virata verso quello militare. Una sorta di nuovo JCPOA, gravato, rispetto a quello siglato da Obama, dal quale proprio Trump era uscito durante il primo mandato dando l’innesco alla possibile corsa alla bomba di Teheran, da clausole più stringenti.

L’Iran lo legava alla fine delle sanzioni, spingendosi, in tal caso, sino alla possibilità di aprire il mercato degli idrocarburi alle imprese americane: prospettiva ritenuta difficilmente resistibile dal vorace inquilino della Casa Bianca e dal capitalismo senza più freni che lo sostiene.

Impossibile per l’Iran

Non è andata così. Convinto da Netanyahu, fautore dell’impossibilità di fidarsi dell’Iran, Trump afferma di essere, vanamente, andato a vedere il gioco. Realisticamente, nessuno in riva al Potomac poteva illudersi che gli iraniani avrebbero ceduto su entrambi i fronti, nucleare e missili. Difficile che alle concessioni sull’uranio arricchito Teheran potesse far seguire lo smantellamento, o il drastico ridimensionamento, dei suoi vettori balistici: sarebbe parso aderire a un diktat. Nemmeno le colombe di regime, anche quelle di necessità, avrebbero potuto
digerirlo.

Nei sempre più trasversali – segno del tempo che presagisce la caduta – ambienti del “sistema”, si constatava che, in tal caso, la Repubblica Islamica, sarebbe caduta comunque. Privata di ogni residua forma di deterrenza, orbata di ogni capacità di proiezione strategica, esposta alle esiziali volontà di potenza di Trump e Netanyahu, consapevole che Russia e Cina, pur protestando non avrebbero potuto difenderla – e dove? In che contesto? All’ineffettuale Onu, demolito dalla palese privatizzazione della politica trumpiana e ferito a morte dal violento tramonto dell’ordine mondiale (non) nato alla fine della Guerra Fredda? – la Repubblica Islamica ha tenuto fuori dal simulacro negoziale i missili, condannandosi alla lotta per la sopravvivenza.

La strategia israelo-americana, maturata per stessa affermazione di Israele, in lunghi mesi di consultazioni e messa a punto di piani operativi, prevede che i danni inflitti a strutture e uomini del regime siano così violenti da indurre gli iraniani a insorgere. Esito possibile: ne sono consapevoli anche i vertici iraniani, consapevoli della difficoltà di reggere contemporaneamente offensiva militare e deflagrazione interna.

Scenario che, potrebbe manifestarsi – come mostra l’appello di Netanyahu alle minoranze etniche curda, azeri, baluci e ahwazi, invitate a sollevarsi accanto alla maggioranza farsi, persiana – anche mediante la frantumazione del paese a partire dalle provincie di confine, meno legate da solide fedeltà religiose e politiche alla Repubblica Islamica e più permeabili, e sostenibili, dall’esterno.

La tenuta dei Maga

Funzionerà la possente e acuminata tenaglia americana e israeliana? Molto dipenderà, più che dalla reazione militare a Israele – scudato da Iron Dome, Patriot, portaerei e satelliti Usa, e dalla convinzione che “Rising Lion” sia un passaggio decisivo per la propria storia – dalla tenuta della galassia trumpista fuori dalla cerchia del potere. Sono in molti, nel movimento Maga, gli scontenti della politica estera trumpiana, guardata più che come necessità imperiale, come estensione dell’indigeribile e dispendioso interventismo di matrice democratica.

Se l’apparato militar-poliziesco iraniano riuscisse a mantenere l’ordine interno, e la leadership cui è già stata stabilita la plurima linea di successione nelle funzioni chiave, sfuggisse all’eliminazione e guadagnasse tempo, riversando sull’America le contraddizioni della guerra, forse il conflitto potrebbe non essere breve e Trump faticherebbe a reggerlo.

Non a caso Teheran ha messo nel mirino basi e navi Usa nei paesi del Golfo: nell’intento di produrre un corto circuito interno alla politica americana, oltre che per indurre i regimi locali a fare pressione diplomatica nei confronti di Washington. Il blocco di Hormuz e la paralisi dei traffici commerciali mondiali, con l’aiuto degli Houthi, è l’altro tassello di questa strategia.

Quanto a Khamenei, nel mirino dei raid, la sua morte segna un punto di svolta. In ogni caso, se le cose precipitassero per la Repubblica Islamica, parte dei pasdaran potrebbe optare per una versione in salsa persiana del rodriguismo. Opzione che, in assenza di opposizione organizzata, consentirebbe loro di guidare la trasformazione di un regime islamista cui sono stati pilastro decisivo in chiave militarnazionalista.

Machiavelli for ever

la modernità del principe e l’arte della politica

Machiavelli oggi. L’opera è ormai un brand: parla dei rapporti di forza tra gli uomini ma, di più, insegna a guardare ai fenomeni con occhi nuovi. Ecco perché Gabriele Pedullà le ha dedicato il suo primo corso alla Normale di Pisa

The Princessa: Machiavelli for Women; The Mafia Manager: A Guide to Corporate Machiavelli; Machiavelli in Brussels: The Art of Lobbying the EU (un best-seller con tanto di seguito: More Machiavelli in Brussels); Machiavelli for Moms: Maxims on the Effective Governance of Children... Soprattutto nel mondo anglofono la più famosa opera di Machiavelli continua ad alimentare un vivace filone di imitazioni (a metà strada tra il manuale di self-help e il trattato sulla leadership), chiaramente ispirate dalla fama di cinico consigliere di turpitudini che ancora oggi accompagna il suo autore presso il grande pubblico. Ovviamente, il vero Machiavelli ha ben poco a che spartire con contraffazioni così grossolane. Non è escluso, tuttavia, che l’accumularsi di volumi del genere non abbia anche qualcosa da insegnarci sul vero Principe.
Perché, in altre parole, questo straordinario successo? Al di là della popolarità del brand (negli ultimi anni rilanciato da serie televisive come I Borgia e videogiochi come Assassin’s Creed), occorre riconoscere che nel testo di Machiavelli ci sia qualcosa che non smette di stregare i suoi lettori. Il Principe non offre infatti soltanto una rappresentazione più franca dei rapporti di forza e delle relazioni tra gli uomini di quelle proposte dalla maggior parte degli autori precedenti, ma promette soprattutto di insegnare a guardare i fenomeni più diversi con occhi nuovi. Così, persino quando discute questioni indubbiamente remote dagli interessi della maggior parte degli uomini d’oggi, Machiavelli riesce a trasmettere lo stesso una visione del mondo che è sua e soltanto sua, e che trascende ampiamente i casi empirici chiamati a illustrarla. Il suo insegnamento è, o almeno sembra, applicabile alle situazioni più diverse. Ed è quest’ultimo, evidentemente, il punto decisivo.

Uno dei caratteri fondamentali del mondo di Machiavelli è la costitutiva scissione tra ciò che è e ciò che appare – l’universale dominio dell’illusione, al quale solo pochi saggi sono in grado di sottrarsi. Il Principe non fa che ripeterlo come un mantra: le cose non sono come sembrano, tutti ingannano ma, prima ancora, tutti sono pronti a lasciarsi ingannare, perché gli uomini soffrono di una discutibile tendenza ad accordare valore a beni puramente immaginari. Nemmeno i potenti fanno eccezione a questo generale accecamento. Politico scaltro è invece chi calcola correttamente le forze in campo: il suo sguardo è lungo, perché vede oltre le conseguenze immediate di ogni azione, ma è anche profondo, perché, mentre la gente comune si ferma alla superficie, lui ha imparato a spingersi sino al nocciolo.

L’altro tratto caratteristico dell’universo machiavelliano è la costante mobilità di tutte le cose, il riconoscimento che Stati e persone sono trascinati in un flusso inarrestabile che disorienta e che confonde ma che soprattutto rischia di travolgere chi si fa trovare impreparato dagli eventi. Il politico accorto conosce la potenza degli imprevisti e prepara per tempo le difese, valutando con il dovuto anticipo la loro capacità di resistenza: ha cura del «fondamento», per adoperare un’immagine assai cara a Machiavelli e che nel suo trattato rimanda a ciò è radicato nella terra e che permette all’intero edificio di durare qualsiasi cosa accada, in opposizione alla perenne instabilità della Fortuna che il pensiero rinascimentale associa invece al mondo acquatico. Il principe dovrà essere dunque anzitutto un ingegnere idraulico, che erige per tempo gli opportuni baluardi contro le tempeste prima che queste si abbattano sui suoi possedimenti.

L’instabilità può essere sfruttata però anche a proprio vantaggio. Una volta approntate le difese, occorre apprendere a muoversi in questo mondo di riflessi e fate morgane, dove il pericolo può arrivare da ogni parte. È per questo che una delle figure chiave del suo trattato è il centauro Chirone che – in modo assai diverso dai governanti ideali degli umanisti, completamente indifesi quando parlano le armi e tace la diplomazia – allorché la situazione lo richiede, sa imitare le tecniche di combattimento degli animali feroci e, in particolare ha appreso ad occultare la violenza del leone con l’astuzia della volpe.

Finché si padroneggia il cambiamento, l’instabilità non è necessariamente un male. Solo pochi, certo, sono in grado di farlo, ma è proprio questo sapere prezioso che Machiavelli si appresta a condividere con i suoi potenziali discepoli. Anche chi non sa nulla del contesto nel quale il Principe è stato scritto e non è a suo agio con i suoi riferimenti storici avverte subito chiaramente che qui la posta in gioco è la più alta. La politica è un’arte difficilissima, ma – promette Machiavelli – un’arte che può essere appresa, e che non richiede necessariamente anni e anni di studio per assimilare i classici, come ripetevano invece gli umanisti. Con un maestro del genere anche gli arcani del potere meglio custoditi sembrano di colpo a portata di mano: basterà anzi osservare con scrupolo gli insegnamenti che Machiavelli ha condensato in poche decine di pagine per riuscire a decifrare finalmente i suoi geroglifici e a orientarsi nel suo labirinto. Vera o ingannevole che sia, il successo del Principe dipende anzitutto da questa promessa e dalla singolare euforia che ancora oggi le sue pagine sono in grado di trasmettere a chi legge. Il futuro è aperto: qualsiasi obiettivo è a portata di mano. Si può fare. Ed è guidati da questa speranza che da mezzo millennio, in barba alle innumerevoli condanne, i lettori non smettono di accordare a Machiavelli la propria fiducia.

La distruzione come scommessa

Hamdam Mostafavi
Attacchi in Iran: questi attacchi rappresentano un'opportunità per gli iraniani di cambiare il regime, come vorrebbe Trump?

Libération, 1 marzo 2026

 "Quando avremo finito, prendete il potere. Toccherà a voi farlo. Questa sarà certamente la vostra unica possibilità per le generazioni a venire" : questo l'appello inequivocabile del presidente americano in un videomessaggio diffuso sabato mattina, poche ore dopo gli attacchi contro diversi obiettivi in ​​Iran . "Per anni avete chiesto aiuto agli Stati Uniti e non l'avete mai ricevuto. Nessun presidente era disposto a fare ciò che sono disposto a fare io oggi. Ora avete un presidente disposto a darvi ciò che volete, quindi vediamo come rispondete", ha sfidato gli iraniani.

Questa è la prima volta che il presidente americano chiede così chiaramente un cambio di regime in Iran. Durante precedenti attacchi, come la guerra dei dodici giorni dello scorso giugno, era stata sollevata la possibilità di un cambio di regime, ma l'obiettivo era in definitiva limitato alla distruzione di obiettivi legati al programma nucleare. L'avvertimento è diventato più chiaro lo scorso gennaio, quando in Iran erano in corso importanti rivolte. Donald Trump si è rivolto direttamente agli iraniani, assicurando loro che "gli aiuti sono in arrivo ". In particolare, ha pubblicato un messaggio in maiuscolo sul suo social network Truth: "Patrioti iraniani, continuate le proteste, prendete il controllo delle vostre istituzioni". Gli aiuti, tuttavia, non arrivarono e, in una sola sera, il leader americano decise infine di riprendere i negoziati sul programma nucleare. Questi negoziati, in corso da oltre due decenni in varie forme, portarono nel 2015 a un accordo tra l'amministrazione Obama e il governo del presidente moderato Hassan Rouhani. Tale accordo fu bruscamente stracciato da Donald Trump nel 2018, che lo riteneva non sufficientemente vantaggioso per gli Stati Uniti. Questa mossa permise agli iraniani di riprendere le loro attività nucleari per diversi anni e di reprimere brutalmente il movimento " Donne, Vita, Libertà " del 2022.

L'obiettivo, il cambio di regime

Fin dal suo ritorno al potere nel 2025, Donald Trump era convinto che lui, il "pacificatore", sarebbe riuscito a ottenere un accordo migliore di quello del 2015. Ma le continue manovre persiane e l'impazienza americana non vanno chiaramente d'accordo: nonostante numerosi round di colloqui diretti, questa è la seconda volta che Donald Trump attacca direttamente l'Iran. A quale scopo? Per eliminare il programma missilistico e il resto delle strutture nucleari, nonché figure emblematiche del regime, secondo i primi resoconti emersi sabato mattina. Ma l'obiettivo dichiarato questa volta è un cambio di regime.

"Gli Stati Uniti sono al vostro fianco con tutta la loro potenza militare. Ora è il momento di prendere in mano il vostro destino e di dare libero sfogo al futuro glorioso e prospero che vi attende. È il momento di agire, non lasciatevelo sfuggire", ha dichiarato il presidente americano il 28 febbraio, rivolgendosi direttamente al popolo iraniano al settimo minuto del suo discorso di otto minuti. Durante diversi giorni di blackout assoluto all'inizio di gennaio, in seguito al discorso di Donald Trump "Gli aiuti sono in arrivo !" , il regime aveva brutalmente represso le rivolte , causando tra le 30.000 e le 60.000 vittime e sparando proiettili veri contro i manifestanti.

Gli iraniani si sono ripetutamente ribellati al regime nei quarantasette anni della Repubblica Islamica. Nel 2022, il movimento "Donne, Vita, Libertà" , che difendeva i diritti delle donne, ha scatenato proteste in tutto il paese. 1999, 2009, 2018, 2022, 2026: come in un ciclo in accelerazione, gli iraniani si ribellano regolarmente, a ondate, in gruppi sempre più numerosi, giovani e disperati. In geopolitica, le persone non sono mai altro che un pretesto. La loro presenza permette alle decisioni più egoistiche di essere mascherate da una parvenza di umanitarismo.

Cosa sogna Donald Trump?

Nel caso degli iraniani, non illudiamoci: se Donald Trump desidera apertamente un cambio di regime oggi, è perché sa che il regime dei mullah è fondato sull'odio verso Israele e gli Stati Uniti. Sa che non ci sarà pace per Israele finché questo potere rimarrà in Iran. Cosa sogna? Replicare uno scenario venezuelano? Trovare figure collaborative all'interno del regime, disposte a spogliarlo della sua sostanza ideologica per mantenerlo e commerciare liberamente con gli Stati Uniti? Sostituire il potere dell'establishment religioso con quello del figlio dello Scià deposto, che sostiene fermamente l'interventismo americano-israeliano e invita anche gli iraniani a sollevarsi?

Qualunque sia il piano, dobbiamo rassegnarci a sperare che ce ne sia uno. Che Donald Trump non abbia ancora una volta invitato un popolo bombardato a liberarsi dalle proprie catene senza averne considerato le conseguenze. La Repubblica Islamica dell'Iran è praticamente una dittatura militare di fatto, governata dalle Guardie Rivoluzionarie, la milizia del regime, che ne controlla le reti militari ed economiche. O Trump è sicuro di poterli costringere ad abbandonare questo regime, oppure il suo appello è puramente e semplicemente irresponsabile, arrivando a poche settimane dal più grande massacro repressivo che gli iraniani abbiano mai subito, mentre stanno ancora contando i loro morti. Dall'Iran stanno già emergendo alcuni video, che mostrano grida di gioia, grida di "Abbasso il dittatore!" che echeggiano in tutto il Paese. Ma ci sono anche video di paura, angoscia e civili in fuga sotto una grandinata di bombe, mentre le autorità non fanno nulla per proteggere la popolazione.

Non c'è dubbio che la popolazione sia stufa dei mullah. Ma la struttura della Repubblica Islamica non si basa solo sulla Guida Suprema, ammesso che americani e israeliani riescano a eliminare Ali Khamenei, che rimane ben nascosto. Sebbene spetti agli iraniani cogliere l'opportunità offerta da Trump, hanno comunque il diritto di chiedere: "Qual è il piano, signor Presidente ?"