Beatrice
Del Bo, in Tutto in una notte. Una storia insonne del
Medioevo, restituisce alla notte medievale un’immagine del
tutto inaspettata, carica certo di torridi incubi ma anche un tempo
socialmente definito e regolato, soprattutto in quei contesti in
rapida trasformazione che furono le città. Gli statuti comunali e le
ordinanze distinguevano infatti ciò che era lecito di giorno da ciò
che diventava sospetto o proibito dopo il calar del sole. Un furto,
un’aggressione, un danneggiamento di notte pesava di più non
perché si credeva genericamente che il buio rendesse gli uomini
peggiori, ma in quanto l’oscurità facilitava l’occultamento,
rendeva più difficile il riconoscimento, indeboliva la possibilità
di soccorso e di testimonianze. In altre parole, la notte aumentava
l’asimmetria tra chi agiva e chi subiva: e, di tutto ciò, il
diritto ne era consapevole. Da qui pene più severe, ammende
raddoppiate, e, in generale, una legislazione che ragionava sulla
vulnerabilità prodotta dal buio.
La
notte, dunque, come categoria da governare. Nelle città non bastava
che facesse buio: bisognava fissarne l’inizio e la fine con misure
pubbliche puntuali, strettamente intrecciate ai ritmi del tempo
liturgico. In una condizione in cui alla chiusura regolata delle
porte, ai coprifuochi e alle ronde si mescolavano i momenti scanditi
dalla preghiera e dal suono delle campane, a cominciare dal
crepuscolo coi Vespri e Compieta per riprendere, all’alba, con il
Mattutino e le Lodi. Siamo di fronte, spiega Del Bo, a una cronologia
civica che scandiva comportamenti precisi: quando ci si deve ritirare
in casa, quali spazi restano praticabili, chi può circolare e a
quali condizioni. E cosa succedeva quando si usciva dalle città?
Cos’era la notte per gli uomini delle campagne? Qui mutava la
natura del rischio, in un contesto dove la vulnerabilità regnava
sovrana, esposti come si era ad essere inghiottiti da un’oscurità
che assorbiva passi, volti e minacce, di uomini e di animali. Sebbene
anche qui la notte fosse abitata, con villaggi e case sparse, fuochi
e bracieri, veglie e rumori: un mondo notturno vivo e vigile, eppure
più fragile ed esposto, fatto di presenze isolate nella distesa del
buio.
D’altra
parte, non è vero che nella notte medievale non esista luce. Esiste
eccome: solo che è precaria, costosa, diseguale e pericolosa. Del Bo
ricostruisce una geografia concreta dell’illuminazione fatta di
fiaccole, torce e lanterne per l’esterno; di bracieri, candelabri e
lampade per gli interni; di palazzi pubblici rischiarati a spese
delle città; e perfino di obblighi collettivi, come a Firenze, dove
dal Trecento centinaia di lumi devono comparire agli usci e agli
incroci delle vie più oscure, con le Arti incaricate di controllare
quartieri interi.
La
luce non è solo protezione ma fonte di pericolo, perché la città
medievale è fatta di legno, tetti ravvicinati, magazzini pieni di
materiale combustibile. A Rialto, ad esempio, nel cuore commerciale
di Venezia, il controllo notturno del fuoco diventa un’ossessione:
le ronde entrano nelle botteghe per imporre che non restino accesi
lumi e focolari oltre il consentito, comminano multe e, nei casi
previsti, sequestrano ciò che alimenta il rischio – candele,
lucerne, olio, stoppini, e talvolta strumenti di combustione tenuti
in modo irregolare. Una forma nuova di prevenzione, perché un
incendio notturno poteva significare un allarme tardivo, un
intervento lento, una propagazione rapida e trasformarsi in una
catastrofe per la città.
Il
libro procede per capitoli con un itinerario lungo la notte, momento
in cui si cena, ci si diverte, si lavora, si fa sesso, si nasce e si
muore, ci si sposta, si disobbedisce, si dorme (o non si dorme). In
questa scansione essa smette di essere il regno esclusivo della paura
e diventa un tempo pieno, con botteghe che tirano tardi, amori
clandestini, risse e stupri, taverne aperte, devozioni e straordinari
di scrivani e ufficiali. La vita insomma, chiosa l’autrice, anche
allora non si spegneva del tutto al crepuscolo: si riorganizzava,
cambiava regole e ritmi, forme di controllo e di libertà. E tuttavia
la paura c’è, ed è interessante come Del Bo la rimetta in
prospettiva: non solo la paura istintiva del buio ma una costruzione
culturale, alimentata da teologia e superstizione, che fa
dell’oscurità la dimora del Demonio e del peccato. Anche l’arte
fatica a concedere dignità all’ombra: per secoli la notte dipinta
non è nera, è dorata; l’ambientazione si segnala con fiaccole e
lanterne, mentre i corpi restano illuminati a giorno, perché Dio è
Luce e il buio non può prevalere sull’immagine. Solo tardi
compaiono cieli scuri pieni di stelle e falci di luna: quando la
pittura accetta che la notte abbia una sua consistenza visiva, non
solo simbolica ma concreta e credibile.
Infine,
la notte non è muta. Nell’epilogo, infatti, Del Bo traccia un
paesaggio acustico in cui si amalgamano le voci di civette e lupi, di
rane e rospi, di guardie che intimano l’alt, di telai e filatoi al
lavoro, di ubriachi, di penne che graffiano la carta al lume delle
candele, di donne che reagiscono alla violenza. E chiude sul sonno –
o sulla sua assenza, la mala notte, fino alla consapevolezza
medievale che “dormire poco” fosse sintomo di malattia. Alla
fine, Del Bo non riscatta la notte medievale ma la ricompone in tutta
la sua complessità: cangiante, velata da un alone ostinato di
profonda oscurità che, per noi moderni, immersi in una luce continua
e quasi senza tregua, la rende ancora più affascinante.
Beatrice
Del Bo
Tutto
in una notte. Una storia insonne del Medioevo
Maurizio Crippa Cara, piccola egemonia Il Foglio, 21 marzo 2026
Questo documento sembra lungo. Per risparmiare tempo, usa l’assistente AI per leggerne un riepilogo”. Ho subito scherzato con Andrea Minuz, quando ho ricevuto il pdf e la prima schermata offerta dall’ineffabile Adobe è stata quella: il libro è lungo, passa al riepilogo. Forse a risolvere l’infinita querelle tutta italiana su chi sia depositario e padrone dell’egemonia culturale sarà L’AI, anzi già l’ha fatto. Minuz che insegna all’università, roba di standing superiore (nell’egemonia culturale di sinistra invece “se c’è la scuola, sarà una scuola di periferia, con giovani professoresse democratiche che tra mille difficoltà lottano in un mondo che della scuola non ne vuole sapere”), ne è consapevole: la vera egemonia è un riassunto culturale fatto con L’AI.
Il libro l’ho letto tutto, alla faccia di Adobe. Non soltanto perché pagina dopo pagina non riuscivo a smettere di ridere (per non piangere) al diluvio di ironie e pungenti di Minuz, un autentico maestro Itamae nel fare a fette i luoghi comuni, ma soprattutto per la messe incredibile di episodi, definizioni, polemiche, libri, film, dichiarazioni d’intenti o d’autore che hanno costruito nei decenni repubblicani un repertorio di insensatezza egemonica da riempirci l’arsenale di Venezia. Una barzelletta identitaria che ha appassionato le élite come il montaggio del cubo di Rubik: “Se, come mi sembra logico, nella cultura si comprendono scuola ed università non c’è dubbio che una dittatura in Italia c’è stata, ed è stata quella democristiana” (Cesare Cases). Ma anche: “L’egemonia culturale marxista l’abbiamo vista all’opera tutti” (Marcello Pera). Perle di supponenza: “La nozione di egemonia è stata usata male, non si tratta di un comando, è un fatto che si realizza quando le idee di qualcuno s’impongono perché sono più valide” (Massimo D’Alema). Non è soltanto un catalogo dei tic culturali, una wunderkammer degli orrori e delle presunzioni, il libro di Andrea Minuz. Si intitola “Egemonia senza cultura - Storia sentimentale di un’ossessione italiana”ed è edito da Silvio Berlusconi Editore: e già questo potrebbe essere il gioco-partita-incontro sull’intera faccenda, se soltanto i suoi eredi (intesi i politici), cioè la soi disant destra di governo in cerca di egemonia avesse seguito la strada del Cavaliere: “Più si è egemoni nella cultura, più le elezioni le vincono gli altri, come negli ultimi trent’anni hanno dimostrato le imprese elettorali di Berlusconi e oggi il caso americano”. (Minuz).
Abbiamo detto Arsenale di Venezia con trasparente intento maligno. Scrive Minuz: “Nella campagna elettorale del 2022, quando Giorgia Meloni annunciò che avrebbe ‘ribaltato l’egemonia culturale della sinistra’, molti hanno pensato a una provocazione”. Ma all’inizio del 2023, iniziata l’èra Meloni, talk e giornali erano invasi da discettazioni attorno “al superconcetto gramsciano”. Esempi di titoli (ridere): “In questo momento la destra sta leggendo Gramsci”, “Egemonia canaglia”, “La Rai perde Fazio e l’egemonia culturale”. Vennero gli ardimentosi tentativi di costruire un Pantheon della destra, per ora il più riuscito, diciamo, è stata una mostra su Tolkien. Unici risultati sistemici, le fiction Rai. Giampaolo Rossi: “Se gli americani avessero avuto Garibaldi e l’impresa dei Mille, l’avrebbero trasformato in un grande affresco hollywoodiano… Ci vuole una fiction bigger than life”. La lunga marcia verso l’egemonia era iniziata già prima. Convention di Fratelli d’italia, Milano 2022: nomi di un certo peso un concerto diretto da Beatrice Venezi che dava “simbolicamente voce” ai milioni di lavoratori in partita Iva. “La versione patriota delle vecchie sbornie operaiste della musica colta, quando Maurizio Pollini portava Musorgskij nelle fabbriche occupate”. I numi tutelari: “Venti cartonati, inconsapevoli e sparsi, messi lì con quel solito effetto-playlist: Enzo Ferrari, Giovanni Paolo II, Flaiano, Jünger, Hannah Arendt, Guareschi, Dostoevskij, Margherita Sarfatti, l’immortale Pasolini”. Micidiale sintesi: “La controegemonia della destra era già in pieno trip Leopolda e ‘storytelling’, rimbalzando tra Gramsci e Baricco”.
Primavera 2026. Dopo aver conquistato la Biennale con un presidente ormai più amato a sinistra che a destra, dopo avere piazzato due ministri al Collegio romano che hanno fatto e disfatto riforme e controriforme, nomine e contronomine, l’attesissimo Armageddon per l’egemonia culturale sta andando in scena a Venezia, ma in un modo inaspettato e ribaltato, letteralmente endogamico. Da un lato c’è il Gauleiter della Laguna Pietrangelo Buttafuoco “a dimostrare e praticare una fin troppo corazzata indipendenza” (Ferrara). Dall’altro il gemello diverso del Collegio Romano, Alessandro Giuli, calato nel compito di difesa della libertà della cultura, che però può esistere solo sotto il granitico controllo di politica e stato. Probabilmente Giorgia Meloni e i suoi consigliori l’avevano immaginata più facile. Il ha precipitato il libro nel mezzo di un cannoneggiamento in Laguna, ma anche senza questa coincidenza il saggio di Minuz va letto a partire dall’attualità. Senza la quale è impossibile capire come un tema assolutamente astratto come l’egemonia culturale possa da decenni essere stato usato come un manganello. E qui si precipiterebbe inevitabilmente nella noia del gramscismo, non fosse per la maestria con cui Minuz inanella perle di ideologia, gemme di assurdità e per contro disperate difese di chi cercava di arrampicarsi alla conquista della ma scivolando sempre a valle. “Make Gramsci pop again”. Gustoso scoprire – non ce l’avevate detto! – che “nelle tremiladuecentoquattordici pagine dei ‘Quaderni del carcere’ di Gramsci il termine ‘egemonia culturale’ compare una volta sola… una definizione netta e perentoria di egemonia culturale non c’è”.
Non volendo scimmiottare gli archeologi del sapere, Minuz se ne avrebbe a male, basta ripartire da alcuni fatti noti: la capacità della sinistra, allora il Pci, di radunare gli intellettuali attorno al proprio progetto, offrire mete ideali e una rete di conforto tra mondo editoriale, accademico e politico. Poi “le idee devono diventare ‘storytelling’ direbbero alla Holden o alla Leopolda, e cioè fatto di ‘costume’, emozione collettiva”. L’Einaudi che pubblicava Gramsci era (anche) questa cosa qui, nei ricordi di Freccero su Pasolini: “Insisteva sempre con questa storia della tessera del partito comunista…io gli rispondevoche dopo aver letto ‘Buio a mezzogiorno’ di Koestler non avrei mai potuto, e poi non volevo rinunciare allo sherry e alle giacche di tweed. E lui: ‘Ma guarda che non sono più quei tempi, ti basterà venire a qualche riunione e salire sul carro dell’Einaudi il Primo Maggio’”. Egemonie e buone relazioni, compresi efficacissimi meccanismi ad excludendum. Renzo De Felice: “Se si volesse rievocare il mio caso…potrei fornire un’ampia documentazione di quel che si è detto e scritto su di me, compresa la parte non semplicemente negativa, ma anche intimidatoria”.
Giuseppe Berto nel 1973 si presentò così al congresso Intellettuali per la libertà di Torino: “Mi chiamo Giuseppe Berto. Ho 58 anni e da trent’anni faccio lo scrittore. Sono un isolato. La critica da principio mi definì un dilettante. Poi, siccome mi ostinavo a scrivere, ma ancora più mi ostinavo a osteggiare i gruppi che manipolano i successi, dissero che ero pazzo e negli ultimi anni anche fascista”. Un sistema blindato che però rapidamente declina in una autoparodistica pretesa di superiorità. Riassunto da Eugenio Scalfari, 2004: “L’eventuale egemonia della sinistra altro non sarebbe derivata che dalla qualità dei prodotti culturali dovuti alla libera creatività di artisti, letterati, registi, giornalisti, che hanno lavorato in piena libertà conquistando e affezionando lettori e ascoltatori liberissimi a loro volta di dirigere altrove le loro scelte quando quelle effettuate non avessero più appagato i loro gusti”.
Breve balzo in avanti. Come mai la destra ora giunta al potere, anziché goderselo berlusconianamente (parafrasando Papa Leone de’ Medici: “Se Dio ci ha dato l’egemonia politica, godiamocela”) si sta scervellando, offrendo il fianco il più delle volte a magrissime figure, per conquistare l’inutile egemonia culturale? Bisogna partire dall’inizio, come diceva la Lepre Marzolina ad Alice. E scoprire un fatto sempre trascurato: l’egemonia culturale della sinistra è come l’araba fenice. Se chiedi a loro, non c’è mai stata, è solo “la parte migliore del paese”che si raduna a “Prima pagina” di Radio3. O esiste soltanto in controluce, di riflesso, quando arriva la destra, come una dimostrazione evidente che la destra non ha cultura. Per dirla meglio: “La Grande Battaglia per l’egemonia ha regole complesse e incomprensibili… La scuola di pensiero sviluppata a destra lancia la sua protesta accorata contro il ‘giogo dell’egemonia’, espressione di una cultura a lungo occupata dalla sinistra prima comunista poi buonista poi progressista. Contro la GLE (Grande Lamentazione dell’egemonia) insorgono i teorici della PEC (la Presunta Egemonia Culturale). Agnostici radicali, i fautori della Pec sostengono che ‘l’egemonia culturale della sinistra’ non è mai esistita”. Immaginano un paese “venuto su tra collettivi anarcocapitalisti, antagonisti futuristi, appelli degli intellettuali per il libero mercato, saggi di Hayek e Milton Friedman in tutte le case degli italiani, Alba Rohrwacher che fa Ayn Rand in un biopic di Martone”. Esistono antidoti naturali all’egemonia culturale della sinistra? Sì, ad esempio le belle famiglie come quella di Minuz in cui non vigevano interdetti morali a vedere “Vacanze di Natale, oppure Top Gun, Rocky IV, La notte dei morti viventi perché ritenuti volgari, scemi, violenti, diseducativi, ‘troppo americani’”. Ma poi arrivano i vent’anni, l’università: “Lì ho scoperto che la cultura poteva avere a che fare con altre cose: l’essere accettati dagli altri, la reputazione, lo stile, il conformismo, la figaggine, l’indottrinamento”, racconta, con ribaltamento ironico: “Adesso guardavo Die Hard con Bruce Willis e quello che vedevo non era più un grande film ammazza-cattivi ma una sfacciata propaganda repubblicana, un tripudio di armi, machismo, muscoli… In una banale canzone d’amore si poteva annidare l’ideologia del possesso romantico e borghese, la mascolinità tossica”. E i romanzi? “Non bastava più leggerli. Ora venivano dissezionati alla ricerca di ‘strutture egemoniche’ nascoste. Dovette aspettare i trent’anni, l’età (un tempo) adulta, per liberarsi di quel “desiderio mimetico”, per dirla con un maestro di Peter Thiel. E finalmente scoprire “i saggi di Nabokov, di Robert Conquest”. E “la prosa limpida, affilata e infallibile di Isaiah Berlin”. Nel frattempo l’egemonia culturale della sinistra (sempre ammesso che fosse esistita) subiva come la sinistra un’inesorabile trasformazione. Iniziavano a scoprire quello che altrove sapevano già, che la cultura funziona al contrario: “Beniamino Placido raccontava un episodio illuminante. La Federazione lavoratori metalmeccanici di Milano aveva lanciato un’inchiesta sulle letture degli operai che vivevano nell’hinterland. E qui scopriva con orrore la realtà dei consumi proletari: gli operai non leggevano Il Metallurgico, rivista ufficiale della categoria, o l’unità. Preferivano Stop, Confidenze, Grand Hotel, Tex Willer, soprattutto TV Sorrisi & Canzoni. La Federazione definiva i risultati dell’inchiesta ‘sconcertanti’. Gli operai deludevano le attese”. Sarebbero venute le grandi “riscoperte del valore del pop, dalle Panini di veltroniana memoria in su. Intanto, oltreoceano, succedeva ben altro: “Gramsci goes to Hollywood”, l’egemonia non era più culturale né politica, iniziava a radicarsi nella morale, nel vittimismo. Robert Hughes scrisse il presa diretta “La cultura del piagnisteo”. Invece in Italia Repubblica si incaricava di forgiare la nuova egemonia dell’antiberlusconismo. Diventava “la startup di riferimento di intellettuali, attivisti, scrittori che cercano l’approdo in classifica, un corridoio per un premio letterario, una rubrica fissa, un filo diretto con la società civile”. Saviano? Nessuno si ricorda mai che Saviano diventa Saviano “quando muore Taricone, il primo eroe del Grande Fratello. Quel giorno, nella riunione di redazione a Repubblica, qualcuno dice ‘ma perché non chiediamo un commento a Saviano?’. Saviano aveva fatto lo stesso liceo di Taricone”.
E si torna alla domanda: perché mai la destra sente la necessità di combattere contro i mulini a vento di questa falsa rappresentazione sociale? C’è una piccola archeologia, anche qui. Il primo Campo Hobbit: “Immaginatevi allora questi giovani di destra, emarginati, odiati da tutti, che sognano il loro pezzo di Sessantotto. Una rivolta contro i padri, come i loro coetanei di sinistra. Immaginateveli a Montesarchio, provincia di Benevento, sperduti nelle lande molisane per ricreare un pezzo di Medioevo celtico nel nome di Tolkien, anche se il paesaggio non aiuta. Qui, nell’estate del 1977, si celebra il primo Campo Hobbit, la risposta della nuova destra al Parco Lambro”. E’ significativo che Minuz, dovendo ritrovare un nocciolo di cultura di destra che avesse la dignità di imporsi, oltre al manipolo di scrittori e registi trascurati (“abbiamo scoperto il ‘canone Longanesi’, che era meglio di quello Einaudi”) debba ricorrere alla piccola, gloriosa e osteggiata epopea della casa editrice Rusconi di Alfredo Cattabiani. Quella che scoprì “Il Signore degli Anelli”, snobbato dai grandi editori di sistema. Rusconi negli anni 70 è in grado di trasformare un editore “di rotocalchi” in un agguerrito editore controculturale, che piazza “un centinaio di titoli in poco più di tre anni: Bernanos, Jünger, Simone Weil, Del Noce, Mircea Eliade, Elémire Zolla, Cristina Campo, l’esordio di Guido Ceronetti… Un grande prequel dell’ascesa di Adelphi che renderà tutto più chic e instagrammabile”. L’operazione Rusconi è intelligente, funziona, quindi viene subito respinta in blocco dagli intellettuali. La casa editrice è bollata come neofascista, boicottata. Ma molti anni dopo, a determinare un sorpasso di “sensibilità”, mercato e pure bacino elettorale è stata l’unica vera egemonia di gusto che da quell’antico seme, dalla “compagnia dell’anello”, è sbocciato: la prevalenza del fantasy.
Il cane Atreju un tempo era il simbolo un po’ sfigato di una narrativa per ragazzi minore, “La storia infinita non era E.T., non era I Goonies, non era Ritorno al futuro”. Vent’anni dopo Atreju diventava i raduni a Colle Oppio. L’atreju di oggi, l’atreju di governo, della controegemonia, delle sfilate di ministri e soubrette, è un oggetto antropologico completamente
Nell’Italia di Atreju e Tolkien l’operazione di conquista si compie con l’abbandono della cultura alta e attraverso un dominio del pop diverso. Questo cambiamento d’epoca e gusti che fa di “Atreju ormai un posto family friendly” si porta dietro molto altro, “il fantasy come vendetta culturale”. Nuove mitologie. E’ il cane Atreju che attraversa le Paludi della Tristezza, non un movimento di massa. E’ Frodo che getta l’anello. La centralità dell’eroe – del leader, del predestinato – fonda una diversa idea della leadership. Il conservatorismo immaginifico di Tolkien dà senso alla critica del presente, il mondo è incantato perché è antimoderno. Potrebbe bastare come egemonia, no? Così, mentre nell’America di Trump “Gramsci diventato è una stella polare della Alt-right”, col programma “di prendere scuola, università, dipartimenti dell’istruzione e ribaltarli (sono americani: se lo dicono lo fanno), nell’Italia di Atreju e di Tolkien l’operazione di conquista si compie attraverso l’abbandono della cultura alta – università, chi le ha viste? Giornali, case editrici? Sono solo di nicchia – e attraverso un dominio del pop. E si torna alla Rai, alle fiction nazionalpopolari come canale unico. E ai pacchi di “Affari tuoi” di Stefano de Martino, il vero programma di governo di un pubblico-elettorato che non crede nella cultura ma nella fortuna e nella numerologia. (Di questo Minuz non parla, lo aggiungiamo noi). Non è strano che De Martino sia stato annunciato in diretta e come il futuro Gauleiter di Sanremo: la garanzia che il popolo di destra avrà lì la sua egemonia, con o senza Sal Da Vinci.
La “storia sentimentale di un’ossessione italiana” si specchia in questa contraddizione presente, una sinistra che grida allo scalpo e una destra che pretende di conquistare ciò che non ha o non le serve. Scrive Minuz: “Pare che le sorti di questo governo, e quelle della stessa Repubblica, dipendano ormai da ciò che accade al ministero della Cultura, divenuto evidentemente un simbolo”. Così, mentre la vera egemonia culturale, oltre che sui riassunti della AI, si fonda ormai sulla egemonia della Red Pill, col suo frullato di cultura internettiana, un cospirazionismo di sinistra diventato brutto, sporco, cattivo tale quale a quello Maga, mentre “il presentismo annebbia la progressione storica degli eventi, inclusa l’idea di avere a che fare con un qualche canone o tradizione culturale, o semplicemente con qualcuno più bravo di noi”la guerra per l’egemonia culturale appare d’un tratto obsoleta, sfocata, un fardello dell’uomo bianco del passato di cui liberarsi. A destra basta il fantasy, a sinistra dovranno accontentarsi di un nuovo pop e di un ruolo degli intellò da rincorrere chissà dove.
Nicolas
Truong Come Peter Thiel e i
tecno-reazionari americani recuperano il pensiero del filosofo
cristiano René Girard Le
Monde, 20 marzo 2026
I trumpisti accusano il “pensiero 68” di essere stato il fermento del “Wokism”. Ma alcuni di loro cercano di rivendicare l'eredità di un'altra scuola francese, di ispirazione cristiana, che ha trovato di esprimersi a Stanford, sotto l'influenza del filosofo, teorico del desiderio mimetico e del capro espiatorio.
Contrariamente alle apparenze, la Francia non ha perso nessuna delle sue influenze. In un periodo disorientato, non è il suo magistero morale che viene apprezzato all’estero, ma le sue idee, alcune delle quali diffuse in tutto il mondo. È così: da Rousseau a Foucault, da Sartre a Barthes, la Francia esporta tanti grandi vini come pensieri riconosciuti a livello internazionale.
Il dibattito ideologico degli ultimi decenni si è concentrato sul pensiero francese degli anni 1960 e sulla sua ripresa attraverso l’Atlantico da parte di teorie che articolano genere, classe e razza, unendo intorno a loro giovani attivisti. Nel 2024, le manifestazioni degli studenti riuniti contro lo schiacciamento di Gaza erano state attribuite al “Wokism”, questo modo di essere risvegliati alle disuguaglianze di genere, ai pregiudizi razziali e agli studiosi coloniali. Sul banco degli accusati, la decostruzione trasmessa nei campus americani, con il nome di “Teoria francese” e sotto l’egida di Jacques Derrida (1930-2004), Michel Foucault (1926-1984) o Gilles Deleuze (1925-1995). I saggisti, spesso attaccati alla sfera conservatrice e neo-reazionaria, hanno installato nell'opinione l'idea che questi pensieri di differenza sigillassero la fine dell'universalismo e il trionfo dell'identitaismo.
Ma ecco un'altra influente teoria francese negli Stati Uniti, riemerge nello spazio pubblico dall'ascesa del trumpismo. Un’altra teoria francese focalizzata nel campus di Stanford, in California, tra cui i filosofi René Girard (1923-2015) e Michel Serres (1930-2019) – per non parlare di Jean-Pierre Dupuy, il loro più giovane, nato nel 1941 – sono i principali rappresentanti. Ex membro della Scuola Navale e filosofo della scienza, Michel Serres capì molto presto che il nostro secolo sarebbe stato quello della comunicazione e teorizzò la necessità di rendere la natura un soggetto di diritto. Ex studente della Scuola delle Carte e antropologo autodidatta, René Girard ha esposto la rivalità generata dalla mimica dei desideri così come i legami tra la violenza e il sacro. Politecnico, specialista in questioni nucleari, Jean-Pierre Dupuy sviluppa una metafisica dei disastri, dalle pandemie agli tsunami.
I francesi di Stanford
Controversa, l'improvvisa popolarità di quest'altra teoria francese degli espatriati in California deve molto a J. D. Vance, il vicepresidente degli Stati Uniti, e soprattutto Peter Thiel, ideologo e co-fondatore di Palantir Technologies – di cui Jean-Pierre Dupuy è rimasto interlocutore. I due sostenitori di Donald Trump usano il pensiero di René Girard, lanciando sermoni occidentalisti e imprecazioni catastrofiche sull’apocalisse e sull’Anticristo. Un dichiarato oppositore dei “vecchi anelli” che pensavano che “era meglio prima” e consapevoli che gli effetti della rivoluzione digitale sarebbero stati paragonabili a quelli dell’invenzione della scrittura e della stampa, Michel Serres – che non insegnava in inglese – sfuggiva alle riletture degli apprendisti stregoni della Silicon Valley.
All’ombra delle palme e del commovente “pensiero 68”, al crocevia tra scienza e letteratura, tecnica e religione, si sviluppò una filosofia singolare a partire dagli anni ’80 a Stanford, il famoso campus della costa della California. Nell’ambiente idilliaco di una città universitaria di oltre 32 chilometri quadrati situata nel cuore della Silicon Valley, tra il sud-ovest della baia di San Francisco e l’Oceano Pacifico, René Girard e Michel Serres, in “gemelli di dizigoti”, come scrive lo storico François Dosse nella sua biografia del secondo (Michel Serres.« jumeaux dizygotes » La gioia di conoscere, Plon, 2024), hanno trovato un ambiente per la loro ricerca pionieristica.
Fu a Stanford che René Girard, descritto da Michel Serres come “nuovo Darwin delle disciplineumanistiche” al ricevimento del suo amico all’Accademia di Francia, nel 2005, scrisse Vedo Satana cadere come un fulmine (Grasset, 1999). Fu a Stanford che Michel Serres progettò The Natural Contract (Ed. François Bourin, 1990, ristampato da Flammarion), traspone il patto sociale di Jean-Jacques Rousseau all'età dell'Antropocene. È ancora a Stanford, in un ufficio condiviso dai tre filosofi e situato nell’edificio 260, la Pigott Hall, anche soprannominata “angolo delle lingue”, che Jean-Pierre Dupuy forgia la nozione di “catastrofismo illuminato”, che sviluppa nel suo libro più famoso, For an Enlightened Catastrophism. Quando l'impossibile è certo (Seuil, 2002). Mûri negli anni ’90, questo concetto è “una delle stimolanti scoperte di questo clima di Stanford in cui le domande apocalittiche e la teoria dei disastri sono quasi parte del linguaggio attuale”, afferma l’editore e scrittore Benoît Chantre, autore di una biografia dedicata a René Girard (Grasset, 2023).« l’une des percées stimulantes de ce climat stanfordien où les questions apocalyptiques et la théorie des catastrophes font presque partie du langage courant »Benoît Chantre, auteur d’une biographie consacrée à René Girard
Senza ridurre le loro idee alla loro fede, la filosofia che questi tre pensatori dispiegano sulla costa della California è di ispirazione cristiana. Questo è esplicito nell’opera di René Girard: si convertì al cattolicesimo mentre scriveva il suo primo libro, Romantic Lie and Romanesque Truth (Grasset, 1961), e considerava la Bibbia un “libretto di testo di antropologia”. Successivamente è stata riconosciuta da Michel Serres in Rereading the Linked (Le Pommier, 2019), un libro postumo in cui l'accademico sottolinea che il suo lavoro fa dialogare tra lo studioso e il religioso. Si riflette nell’opera di Jean-Pierre Dupuy, che caratterizza la “scienza” come una “teologia che si ignora” e che si presenta come un “cristiano intellettuale”.
“Relazione alla trascendenza”
Nel 1989, durante le riprese di un programma di “Apostrofe” nel campus di Stanford, il giornalista Bernard Pivot frequentò, nella Chiesa del Memoriale, la cappella ecumenica installata nel cuore del campus, presso l’ufficio domenicale in compagnia di Michel Serres, che notò una “ripresa della pratica religiosa tra i giovani”. La California non è solo il terreno degli hippie e degli yuppies, ma anche il terreno dei nuovi convertiti. In ogni caso, René Girard, Michel Serres e Jean-Pierre Dupuy “hanno accettato di riferirsi alla tradizione cristiana”, riassume Benoît Chantre.
« certain rapport à la transcendance »« des motifs qu’on retrouve dans le grand récit chrétien mais qui ne sauraient s’y réduire, comme le désastre chez Dupuy ou le sacrifice chez Girard » D'altra parte, continua l'autore di Petit Musc. Resoconti e leggenda (I Busclats, 2025), una favola dedicata a Elon Musk, “sono stati ovviamente dirottati verso un riincanto del cristianesimo, con citazioni frammentarie e argomenti parziali, e non solo tra i più detti degli ideologi MAGA [Make America »Great Again]”. Tuttavia, è soprattutto in questo ambito che avviene il recupero.
Co-fondatore del sistema di pagamento online PayPal e della società Palantir, un gigante dell’analisi dei dati e della sorveglianza digitale, Peter Thiel è un ideologo che rivendica il suo debito con René Girard, il cui insegnamento ha frequentato a Stanford nel 1990. Lettore del pensatore conservatore Leo Strauss e dell’avvocato nazista Carl Schmitt, questo ex studente di legge era particolarmente ostile al multiculturalismo e al “fondamentalismo” della “correttezza politica”. Descrive in dettaglio la sua avversione, prima su The Stanford Review, che ha co-fondato nel 1987, e poi in The Diversity Myth. Multiculturalismo e intolleranza politica nel campus (“Il mito della diversità. Multiculturalismo e intolleranza politica nei campus”, ha tradotto l’Istituto Indipendente, non tradotto), un libro firmato nel 1995 con David Sacks – ora lo “zar” delle criptovalute e dell’intelligenza artificiale con Trump – con il quale inventerà la società di pagamento online. Un libro “che dovrebbe incoraggiare gli amministratori universitari ad assumersi la responsabilità”, ha detto René Girard. Affascinato dal carisma del professore di Stanford, il miliardario Peter Thiel ha persino convertito il futuro vicepresidente degli Stati Uniti J. D. Vance – la cui ascesa politica sosterrà – alla teoria del desiderio mimetico e del capro espiatorio di Girard, che ha esercitato un vero fascino su un’intera generazione.
Che cos'è? Secondo il filosofo, il desiderio nasce sempre dall’imitazione di quello di un altro. Andò negli Stati Uniti nel 1947, notò insegnando al francese che il “desiderio mimetico” era una delle grandi sorgenti delle narrazioni letterarie. Da Proust, ma anche da Stendhal, Dostoevskij, Flaubert o Cervantès, René Girard mostra che, lontano dai luoghi comuni romantici sulla singolarità del desiderio, la verità romantica espone il suo carattere essenzialmente imitativo: Don Chisciotte imita i cavalieri medievali, e gli snobisti proustiani di A la recherche du temps come canta gli aristocratici.
In una parola, “possiamo desiderare un oggetto solo se qualcun altro lo desidera”, riassume il filosofo Charles Ramond in Le Vocabululaire di René Girard (Ellipses, 2009), aggiungendo che la teoria del desiderio mimetico è “sia originale che ovvia”, ognuno può osservare come i bambini invidiano il giocattolo che un altro possiede. Peter Thiel è stato afferrato dalle ipotesi di Girard, lanciato in Romantic Mensonge e Romanesque Truth. Il desiderio mimetico può essere perfettamente illustrato nei social network, soprattutto nell’influenza del pioniere Facebook – creato da Mark Zuckerberg e di cui Peter Thiel è stato il primo investitore – dove tutti guardano allo specchio degli altri.
Questa rivalità non è solo romantica. Nel mondo sociale, porta a conflitti e violenze senza fine, che vengono interrotte solo dalla designazione di un “capro espiatorio”, reso responsabile dei mali di un collettivo (epidemia, carestia, disoccupazione o insicurezza). La sua espulsione, e talvolta anche la sua uccisione, allenta le tensioni e riconcilia il collettivo un tempo strappato. Paradossalmente, il capro espiatorio, perché svolge questo ruolo di riconciliatore, otterrà uno status particolare e sarà trasformato in un eroe o in un dio, per suscitare rituali. Questo meccanismo è alla base della nascita di qualsiasi società, teorizza René Girard in La Violence et le sacré(Grasset, 1972), un lavoro alimentato questa volta dall'antropologia. Per lui, il cristianesimo è l’unica religione a rivelare l’innocenza del capro espiatorio: Cristo è considerato una vittima sotto la cui egida si pone, interrompendo così irreversibilmente il ciclo della violenza sacrificale.
Girard invocato da J. D. Vance
Per molti, questa concezione è una vera rivelazione. Specificando che tutti i suoi libri Affiderà lo stesso René Girard: “È stata la mia conversione che mi ha messo sulla pista mimetica, ed è stata la scoperta del principio mimetico che mi ha convertito. Impressionato dalla lettura antropologica dei Vangeli fatta dal suo mentore, Peter Thiel dirà che la teoria girardiana rafforza la sua fede cristiana. Forgia anche il suo design aziendale, che consiste nella costruzione di monopoli economici per sfuggire alla concorrenza mimetica del mercato. Inoltre, secondo Paolo Benanti, padre francescano e consigliere del papa sul tema dell’intelligenza artificiale, la teoria del desiderio mimetico ha rivelato la “vera dimensione politica” della “Mafia Paypal”. Questa banda di imprenditori, precedentemente riuniti all’interno di PayPal (in cui i futuri creatori di SpaceX, LinkedIn o YouTube) e di cui Peter Thiel è lo “sponsor”, ritiene che, “se gli esseri umani sono macchine da imitare, allora colui che controlla gli algoritmi che suggeriscono chi o cosa imitare il controllo dell’azienda”,scrive Paolo Benanti nel Grande Continente del 14 marzo.
In un articolo pubblicato dalla rivista cattolica The Lamp, nel 2020, intitolato “Come mi sono unito alla Resistenza”, J. D. Vance spiega che la sua conversione al cattolicesimo è stata attraverso la scoperta del lavoro di René Girard, durante una conferenza tenuta da Thiel nel 2011, “il momento più sorprendente” della sua visita all’Università di Yale.
A questa conferenza, J. D. Vance ebbe la sensazione che la sua “ossessione per il successo in sé” al fine di“vincere la competizione sociale” fosse stata messa a nudo. Quel giorno, Peter Thiel “ha messo a parole una sensazione indefinita” che lo stava attraversando, perché la teoria di René Girard della rivalità mimetica “riecheggiava direttamente alcune delle pressioni che [lui] aveva subito a Yale”, ricorda. Ma “è stata la sua teoria correlata del capro espiatorio – e ciò che ha rivelato sul cristianesimo – chelo ha portato a riconsiderare la sua fede”, confessa. “Impantanati nella palude dei social media, abbiamo designato un capro espiatorio e ci siamo lanciati contro di lui virtualmente. Eravamo guerrieri della tastiera, che riversavano il nostro odio sugli altri tramite Facebook e Twitter, ciechi ai nostri problemi. Da una famiglia evangelica, J. D. Vance si convertirà al cattolicesimo nel 2019.
“Il pensiero di René Girard non ha aspettato che Peter Thiel tornasse in prima linea, tempera Benoît Chantre, che è stato presidente dell’Associazione Recherches mimétique dal 2005.È soprattutto l’evento apocalittico dell’11 settembre che riporterà nella foresta quella che annunciava, nel 1972, lo “spettacolare ritorno della violenza essenziale”. “Una testimonianza di una “nuova tappa dell’ascesa agli estremi”, considera René Girard, in Achever Clausewitz, un libro di interviste con Benoît Chantre (Carnets Nord, 2007, re-ed.« nouvelle étape de la montée aux extrêmes »Achever Clausewitz Grasset, 2022) che prolunga alcune intuizioni del teorico militare prussiano Carl von Clausewitz (1780-1831), che “la guerra non è altro che un duello su scala più ampia”, nell’immagine di quella tra i “rivali mimetici” che sono oggi Cina e Stati Uniti.
Apocalisse e Anticristo
René Girard sostiene anche che “l’apocalisse non è altro che l’incarnazione del cristianesimo nella storia”. Che sia considerato come una “rivelazione” (dell’innocenza dei capri espiatori) o un “disastro” (climatico e nucleare), l’apocalisse diventa una categoria centrale a René Girard. Questo pensiero apocalittico sedurrà anche Peter Thiel, che finanzierà un programma di diffusione della teoria girardiana, Imitatio, la cui ricerca è stata affidata a Jean-Pierre Dupuy. “Ho ricevuto denaro sporco”, ha detto a Le Monde, menzionando che parte della traduzione inglese dei suoi libri è stata finanziata dal miliardario. Commenti fatti in seguito alle proteste causate dall'adoubement di Peter Thiel, un libertario neo-reazionario ricevuto a gennaio all'Accademia delle Scienze Morali e Politiche, a Parigi, per parlare dell'Anticristo davanti a un gruppo di lavoro sulla democrazia.
Figura enigmatica della fine dei tempi, l’Anticristo viene assimilato da Thiel al “governo mondiale” che “trasformerebbe il pianeta in una prigione”. Di fronte a considerazioni su Armageddon che oscillano tra “onde” riferimenti biblici presi in prestito dalle epistole di Paolo ai Tessalonicesi o all’Apocalisse di Jean de Patmos, ma anche ai blockbuster di fantascienza, Jean-Pierre Dupuy fu tentato di riprendere la formula dello scrittore inglese G. K. Chesterton (1874-1936): “Il mondo moderno è pieno di idee cristiane impazzite. »
Nel dicembre 2025, Peter Thiel e Jean-Pierre Dupuy hanno incontrato a San Francisco un vecchio amico, Jerry Brown, ex governatore democratico della California. Sono stati anche accompagnati da Paul Leslie, autore di un articolo con il titolo esplicito sulla rivista americana Salmagundi (primavera-estate 2025): “From Philosophy to Power: The Misuse of René Girard di Peter Thiel, J. D. Vance e la destra americana: la strumentalizzazione di René Girard di Peter Thiel, J. D. Vance e la destra americana”). Durante questo pomeriggio di pioggia ma intenso, che Jean-Pierre Dupuy ha raccontato a febbraio in un articolo per la rivista Philosophy (fuori serie n° 68), Peter Thiel ha detto ai suoi interlocutori che l’influenza di René Girard su di lui è “meno forte di quanto pensiamo”, mentre quella di Carl Schmitt è ora più evidente, soprattutto nel suo uso del concetto teologico di “katechon”, questa forza inibente e regolatrice che impedisce la venuta dell’Anticristo et di un caos anticipatore dell'apocalisse.
“Un tratto importante avvicina Schmitt a Girard”, ricorda Jean-Pierre Dupuy. Entrambi criticano l'Illuminismo per aver chiuso un occhio sulla violenza insita nella natura umana. Rifiutano la finzione di un contratto sociale all'origine dell'ordine politico. “Questo è il motivo per cui “l’interpretazione che Thiel de Girard fa non è folle”, ha detto Dupuy. Ma il clima di tirannia negli Stati Uniti è della massima preoccupazione per l'autore di Petite métaphysique des tsunamis (Seuil, 2005). Per non parlare del discorso di J. D. Vance a Monaco di Baviera nel febbraio 2025 non è passato da questo europeo convinto. In un’arangameria a forma di sermone rivolta al Vecchio Continente, il vicepresidente degli Stati Uniti ha spiegato che la sfida “più urgente” è stata quella dell’immigrazione di massa, “suggerendo che la carità, cioè l’amore cristiano, non deve essere d’accordo al di là di una certa cerchia di parenti, il che è inaccettabile”, afferma Jean-Pierre Dupuy.
Ex studente di Stanford, Paul Leslie ha partecipato diversi anni al piccolo gruppo di lettura guidato da René Girard che si è incontrato ogni due settimane nel campus di Stanford. Ha così incontrato Peter Thiel, il cui “entusiasmo per René Girard e teoria mimetica è sempre stato sincero”, testimonia. Ma osserva che il co-fondatore di Palantir “distorce selettivamente i concetti girardiani pervertendo il loro significato originale”. Da parte sua, fa notare, J. D. Vance “impegnato in una pratica classica di designare capri espiatori” quando nel 2024 ha trasmesso le voci più deliranti sugli immigrati haitiani, accusati dai trumpisti di aver mangiato gli animali domestici dei residenti di Springfield, in Ohio. “Questa diversione illustra la facilità con cui le idee di Girard possono essere applicate erroneamente per perpetuare la designazione dei capri espiatori, che denunciano”, afferma Paul Leslie.
“Dobbiamo studiare René Girard per se stesso ma ancheper rimuoverlo da Peter Thiel”, propone il filosofo Frédéric Worms, che, durante una tavola rotonda in una conferenza, nel giugno 2023, ha risposto al miliardario in termini di rigore accademico e “criticando le sue posizioni antidemocratiche”. Vicino a Michel Serres, di cui era studente e di cui co-dirige l'edizione delle Opere Complete, il direttore dell'Ecole normale supérieure non faceva parte del cerchio dei Girardi. Incolpa Girard per “la sua visione troppo antipolitica dei fenomeni antropologici” e “la discutibile importazione” di categorie teologiche in campo filosofico, come quella dell’apocalisse.
L’operazione di Peter Thiel sul pensiero di Girard è “un dirottamento ideologico tipico dell’aggressività intellettuale caro a questi mentori del trumpismo, così come siamo stati in grado, in passato, di distorcere e distogliere la Teoria francese verso destra anche e insegnare a Foucault nel management o leggere Deleuze nelle scuole degli ufficiali dell’esercito israeliano”, analizza François Cusset.« un détournement idéologique typique de l’agressivité intellectuelle chère à ces mentors du trumpisme, de même qu’on a pu, par le passé, déformer et détourner à droite aussi la French Theory et enseigner Foucault en cours de management ou lire Deleuze dans les écoles d’officiers de l’armée israélienne »“Questa ripresa ricorda Nietzsche per l’estrema destra, prima di essere riletto e reinterpretato da Michel Foucault e Gilles Deleuze negli anni 1960”, osserva François Dosse.
"Gallista atipico di sinistra"
Figlio della sconfitta del giugno 1940, René Girard era molto presto allarmato dal “petainismoamericano”, e fu fortemente segnato dalla permanenza della segregazione razziale. "La moreshness in stile americano di J. D. Vance è lontano da René Girard, che era un atipico guallista di sinistra, un fervente difensore della desegregazione lanciata dal presidente Eisenhower ", afferma Benoît Chantre.
Certamente, René Girard non era un sessantottino e difficilmente assaggiava il “politicamente corretto”, che ha persino definito “totalitarismo nascente”. Ma, continua Benoît Chantre, che ha pubblicato un’antologia di testi di René Girard che intendeva dimostrare che il suo pensiero non è un “oggetto politicamente recuperabile” (Le Désir de tyrannie, Grasset, 152 pagine, 12 euro), “non possiamo mai sostenere una politica di esclusione facendo affidamento sul pensatore che ha più radicalmente denunciato, dall’ammissione stessa di Michel Foucault, i fenomeni di persecuzione”« objet politiquement récupérable »Le Désir de tyrannie« on ne pourra jamais soutenir une politique d’exclusion en s’appuyant sur le penseur qui a le plus radicalement dénoncé, de l’aveu même de Michel Foucault, les phénomènes de persécution » E “nessuno di coloro che hanno lavorato nel programma Imitatio partecipa alla galassia “neoconservatrice” che vogliamo assolutamente che Girard sia il sole”, ha detto.
In Francia, un giovane politico, probabilmente più Nietzschean che un Girardiano, fa parte di questa corrente: Alexandre Avril. Normaliano, giovane sindaco di Salbris (Loir-et-Cher) e vicepresidente dell’Unione del diritto per la Repubblica, il partito di estrema destra fondato dal deputato Eric Ciotti, Alexandre Avril ha difeso nel 2023 una tesi su “Nietzsche di fronte all’ipotesi mimetica”, ansioso di dimostrare che “René Girard è stato un grande lettore di Nietzsche” e certo che “il confronto dei loro pensieri”« grande fécondité intellectuelle » Proveniente da un territorio eccentrico – come il Vice Presidente degli Stati Uniti – Alexandre Avril, che ha diretto, con Paolo D’Iorio e David Simonin, il lavoro collettivo Nietzsche e Francia (Cnrs, 2025), è stato abolito dal miliardario ultraconservatore Pierre-Edouard Stérin, che lo ha nominato come “miglior candidato alle elezioni presidenziali del 2032”.
È quest’altra Teoria francese che strega l’élite neoreazionaria americana che prende il posto di quella dei progressisti di ieri? È per dimenticare che i due sono strettamente legati. Il momento di connessione tra i due poli della Teoria francese non si è svolto a Stanford, ma a Baltimora (Maryland) nel 1966, durante un simposio organizzato alla Johns-Hopkins University, intitolato “I linguaggi della critica e delle scienze umane”.
Nuova umanità digitale
1966, è l’“anno luce dello strutturalismo”, crede lo storico François Dosse, autore di Histoire du strutturalisme (La Découverte, 1991-1992).« année-lumière du structuralisme »Histoire du structuralisme Secondo lui, René Girard, lungi dall’essere ostile, “voleva importare negli Stati Uniti” questo metodo di analisi delle strutture del linguaggio, del pensiero o della parentela. I rappresentanti più importanti dello strutturalismo, come Roland Barthes, Jacques Lacan (1901-1981), Jean-Pierre Vernant (1914-2007), Tzvetan Todorov (1939-2017) e molti altri, sono in gioco. L'obiettivo? Costruire un istituto strutturalista a Baltimora, “di cui René Girard sarebbe stato uno dei capisaldi”, ricorda Benoît Chantre.« dont René Girard aurait été l’une des chevilles ouvrières » Ma imponendo quello che sarà chiamato “poststrutturalismo” da un “omicidio simbolico” di Claude Lévi-Strauss, continua, la comunicazione di Jacques Derrida segnerà gli spiriti e lancerà i primi passi della decostruzione. Trama: è stato René Girard a portare quella che in seguito sarà chiamata la “Teoria francese” negli Stati Uniti.
“Guardati dalle etichette affrettate”, avverte François Cusset.Già, quella della “Teoria francese” è una forma di marketing intellettuale attribuibile all’università americana. “Ci sono allora “anche meno altre teorie francesi che tengono”. Qualcosa è stato cristallizzato negli anni 1980-1990 intorno a questi intellettuali francesi stabiliti a Stanford.
Con la serie degli Hermès (Mezzanotte, 1968-1980), Michel Serres aveva capito molto presto che il futuro era la comunicazione: “L’uomo, ora o presto, vivrà solo messaggi. “Senza dubbio a causa di questa vicinanza alla Silicon Valley, ha spinto ulteriormente la descrizione della nuova umanità digitale, come dimostra Petite Poucette (Le Pommier, 2012), uno dei suoi grandi successi. René Girard ha voluto rivelare “le cose nascoste dalla fondazione del mondo”. E Jean-Pierre Dupuy ha cercato di anticipare il disastro per evitarlo. Indusive o giustificate, le recenti polemiche sui loro usi ideologici hanno tuttavia permesso di scoprire la profonda vitalità di questi pensieri transatlantici francesi.
Sami Zaïbi In Iraq, il doppio gioco delle milizie sciite Libération, 20 marzo 2026
Una settimana dopo la morte di Arnaud Frion, un ufficiale di 42
anni ucciso in un attacco con droni su una base francese vicino a
Erbil, non è ancora chiaro chi ci fosse dietro l'attacco. Il piccolo
gruppo Ashab Al-Kahf (i “Compagni della Grotta”), abituato agli attacchi contro l’Occidente, ha certamente pubblicato sulla scia di un messaggio che annuncia “che tutti gli interessi francesi in Iraq e nella regione saranno sotto il fuoco dei nostri attacchi” in seguito all’”arrivo della portaerei
francese”, ma nessuna rivendicazione formale o identificazione esterna
conferma l’origine dello sciopero, mentre un omaggio nazionale è stato
reso ai militari francesi
Quello
che è quasi certo, tuttavia, è che lo sciopero fatale è stato lanciato
dall’una o dall’altra delle tante milizie sciite che hanno, negli ultimi
anni, esteso il loro controllo sull’Iraq. Dall'inizio della guerra in
Iran, la maggior parte dei missili e dei droni che cadono ogni giorno
nel nord del Paese, sulle basi straniere e sui campi peshmerga iraniani
(combattenti curdi), provengono per lo più non dall'Iran, ma dal
territorio iracheno. Più specificamente, le regioni di Mosul e Kirkuk,
due città ai margini dei confini curdi, dove vari gruppi armati sciiti
hanno basi, controlli posti di blocco e hanno il controllo su una parte
significativa della vita amministrativa ed economica.
Vittoria su Daesh
Tutto
è iniziato nel 2014 quando, per contenere l’assalto dell’ISIS,
l’ayatollah Ali al-Sistani, la più importante figura sciita irachena,
pubblica una fatwa che invita i cittadini a prendere le armi per
difendere il Paese, mentre l’esercito nazionale è allo sbando. In
risposta, decine di milizie, principalmente sciite ma anche cristiane e
sunnite, alcune già esistenti e altre di nuova creazione, si raggruppano
gradualmente sotto una bandiera comune: l'Hashd al-Shaabi, o Forze di
mobilitazione popolare (PMF). Svolgono un ruolo centrale nella vittoria
contro l'Isis, e poi installano il controllo di fatto su gran
parte del territorio. Finanziati da reti di corruzione o direttamente
dall'Iran, diventano un potente proxy della Repubblica islamica, come
Hezbollah.
Allo
stesso tempo, questa sessanta di gruppo armati diventa
istituzionalizzata, elegge alcuni dei suoi comandanti al Parlamento. Nelle elezioni parlamentari dello scorso novembre,
il Coordination Framework, una coalizione sciita in cui le fazioni
armate sono ampiamente rappresentate, ha ottenuto quasi la metà dei
seggi e ha deciso di nominare come primo ministro Nouri al-Maliki, un
veterano della politica irachena percepito come troppo vicino all’Iran
dagli Stati Uniti, che stanno spingendo per invertire questa nomina.
Intrappolato tra i suoi due grandi alleati, l'Iraq è stato politicamente
bloccato dall'inizio dell'anno. Poi, a febbraio, è scoppiata la guerra
tra i due alleati in questione.
Più
o meno autonomo nei confronti di Teheran ma tutti ideologicamente
allineati con la Repubblica islamica, le milizie più estreme hanno
iniziato a bombardare basi straniere iraniane e campi peshmerga esiliati
nel nord del Paese. Dall'inizio della guerra, quasi 300 attacchi hanno
ucciso almeno otto persone e ne hanno ferite 45 in Kurdistan, secondo i
media curdi Rudaw. Per rappresaglia, circa 30 attacchi statunitensi
contro le milizie hanno causato 27 morti (tra cui Abu Ali al-Askari, uno
dei principali leader) e 50 feriti, secondo il PMF, alcuni esponenti del quale hanno pubblicato messaggi sui social media che offrono ricompense a
chiunque avrebbe consegnato loro cittadini americani. A Baghdad,
l'ambasciata americana è stata presa di mira martedì sera da diversi
attacchi con droni e razzi, senza causare vittime. Washington chiede a
tutti i suoi cittadini di lasciare il Paese il prima possibile.
“Una parvenza di rispettabilità”
Nella
capitale irachena, i rappresentanti del Quadro di coordinamento
condannano gli attacchi degli Stati Uniti, ma sono attenti a non
denunciare quelli delle fazioni. Giovedì, a seguito di un incontro con
il leader del PMF, Falih Al-Fayyadh, l’attuale primo ministro iracheno,
Mohammed Shia al-Soudani, portato al potere dalla coalizione sciita, ha
ribadito che “i PMF sono una componente essenziale del sistema di sicurezza nazionale”.
Philip
Smyth, specialista delle milizie sciite irachene con sede a Washington,
spiega che la scissione di questi gruppi armati consente loro di
giocare a un doppio gioco: “Il gruppo ombrello di Baghdad dà loro una
parvenza di rispettabilità che offre loro i mezzi per influenzare la
scena politica ed economica. Ma quando i gruppi più radicali iniziano a
sparare missili, i politici possono chiarirsi facendo finta di non
sapere questo o quel gruppo, o sostenendo di non avere alcun controllo
sui gruppi più estremi. Il che è totalmente falso”.
Politicamente
e militarmente, la situazione potrebbe cambiare, avverte Nicholas
Heras, specialista del proxy iraniano e direttore esecutivo del Middle
East Policy Council con sede a Washington: “La guerra ha reso
politicamente difficile andare d’accordo intorno a un primo ministro,
perché le formazioni più potenti e dalla linea iraniana vorranno
garantire che un leader del governo filo-americano non cerchi di
ostacolare lo sforzo bellico iraniano. Il rischio è alto perché l’Iraq
diventi un terreno di battaglia attivo tra l’Iran e le sue milizie da un
lato, e gli Stati Uniti e i suoi partner dall’altro – una situazione
che potrebbe richiamare il massiccio spostamento della popolazione e la
distruzione delle infrastrutture attualmente osservate in Libano”.
Tuttavia,
gli Stati Uniti non intendono mettere gli stivali in Iraq in tempi
brevi. Dopo le prime notizie di un possibile dispiegamento a sostegno
dei gruppi armati curdi iraniani, Donald Trump ha cambiato idea circa
dieci giorni fa, spiegando che “la guerra è già abbastanza complicata così”. Giovedì, ha ribadito la sua intenzione di “non schierare truppe, da nessuna parte”.
Andrea Zanini Un modello di paternità sana: perché “Bluey” è il cartone migliore di tutti Domani, 18 marzo 2026
C’è un costante senso del “nuovo”, quando sei genitore, e i primi anni conti un sacco di prime volte: i primi vagiti le prime parole i primi passi, ovviamente, ma anche, più tardi, il primo giorno di asilo, la prima notte al pronto soccorso, la prima bugia seria, la prima volta che in bici senza rotelle, la prima volta che con la bici rischia davvero la vita, il primo giorno di elementari, che ora si chiama scuola primaria e hanno tutti quegli zaino-trolley giganti. Al contempo, credo che si sottovaluti molto il senso delle seconde volte. La prima volta la vita ti arriva in faccia con tutta la sua forza, alla seconda occasione le cose si possono riprovare con un minimo di esperienza in più. C’è quasi tempo per osservare.
I miei figli hanno sette (Tommaso) e due anni (Matilde), per cui, riniziato il giro di giostra, sto avendo la possibilità di guardare nuovamente Bluey.
La prima volta era stata una rivelazione: un cartone animato capolavoro, un milieu culturale che è purtroppo appannaggio di quella – statistiche Istat alla mano, sparuta – minoranza di genitori che hanno figli dai due ai sei anni circa.
Bluey è il miglior cartone per bambini al mondo, per distacco, e tutti i giovani genitori lo sanno, e tutti gli altri non sanno neanche che esiste.
Dentro il mondo di Bluey
Lo raccontiamo anche a chi di voi non ha a che fare con piccoli umani: Bluey è un cartone australiano, nato nel 2018 e che da subito ha conquistato prima il mondo anglosassone e poi l’Europa. Non fa che seguire le ordinarissime e straordinarie avventure di Bluey, eponima eroina, cagnolina blu di sei anni, sorella maggiore di Bingo, che ne ha quattro, e figlia di Bandit e Chilli.
Sono cani parlanti, che vivono e lavorano e giocano come esseri umani. Spesso le puntate sono tutte confinate all’ampia casa con giardino nella periferia di Brisbane. Seguono la loro vita, i giochi in giardino, gli scherzi in macchina, le piccole grandi avventure al torrente o al parco giochi o in piscina. La trama non dice granché, i disegni sono carini ma superficialmente niente di che (mentre, a ben vedere, c’è un lavoro eccezionale di inquadrature, montaggio, animazione, colori, prospettive, scrittura, colonna sonora da mettere in imbarazzo metà della produzione cinematografica attuale) ma il punto, come sempre, è nel come si fanno le cose.
Bluey poteva essere un cartone animato come ce n’è un milione, e invece, un episodio di sette minuti alla volta, rappresenta quella gigantesca commedia umana che è l’infanzia. Al centro di ogni cosa c’è il gioco: come in Calvin e Hobbes ogni gioco, per quanto piccolo e scemo sia, apre universi, e il giardino diventa giungla, una sedia diventa taxi che gira nella notte, delle tessere sparse sul pavimento diventano il cerchio magico delle fate che intrappolano i nostri eroi e li costringono a ballare la danza irlandese.
Innestato su questo motore narrativo, praticamente sempre presente, Bluey si prende il tempo di esplorare, a piccoli ma sicuri tratti, la difficoltà di crescere, i rapporti fra sorelle, i litigi fra amici, il potere dei soldi, i primi innamoramenti, ma anche la difficoltà di gestire lavoro e famiglia, la sensazione di sentirsi inadeguati come genitori, la difficoltà di vedere tua sorella felice con i suoi bimbi quando tu di bimbi non puoi averne.
Se mettessimo in fila tutti i cartoni animati per complessità psicologica ed emozionale, Bluey vincerebbe tutte le categorie. Peppa Pig e Paw Patrol – che sono industrie milionarie in termini di visualizzazioni e marketing – a questo sport non partecipano neanche. Masha e Orso è divertente, animato con grande tecnica e maestria, ma sostanzialmente ci mostra una bambina senza regole fare il bello e cattivo tempo e un povero orso che raccoglie i cocci dopo ogni suo passaggio. Intrattiene, ma non fa pensare.
Bing è sicuramente più psicologico e pedagogico, ma ha un po’ il difetto che tutto il mondo gira attorno al coniglietto nero, le emozioni esplorate sono quasi esclusivamente le sue, al massimo quelle dei pochi bambini suoi amici, sempre in rapporto con lui (è un po’ viziato, Bing, diciamocelo). Gli adulti in Bing sono pazientissimi e monodimensionali – tanto che sono letteralmente bambole di pezza, figure vaghissime e lievemente inquietanti che non sappiamo neanche se siano papà, mamme, zii o tate.
In Bluey, al contrario, c’è tutto: l’intrattenimento e l’educazione, la stupidaggine e la frase che trasforma una puntata divertente in un momento in cui ti viene il magone. Bluey parla ai bambini e agli adulti insieme – lezione che impara dai migliori fratelli maggiori, come i grandi cartoni animati cinematografici di Disney e Pixar.
Trasforma la visione del cartone in un momento comune, in un piccolissimo e quotidiano rito collettivo, sette minuti alla volta. Non è raro trovarsi a fine visione con la lacrima che scorre sulla guancia, mentre tua figlia se la ride ignara e felice.
Il segreto di Bandit
Una delle innovazioni più evidenti, un vero colpo di genio, è il padre di Bluey, Bandit.
Forse oso troppo, ma voglio osare: non c’è mai stato, nella storia della letteratura e dei fumetti e del cinema, nella storia delle arti tutte, un padre come Bandit. Il padre migliore del mondo, semplicemente. Un papà (quasi) sempre disposto a giocare, entusiasta e divertente, che si dedica completamente a ogni scherzo e ogni fantasia. È paziente e caciarone, creativo, generoso con le proprie figlie fino all’autoumiliazione, pieno di energia. Ha tanti amici, un rapporto invidiabile con la moglie Chilli, è semplicemente adorato dalle proprie bimbe. Probabilmente non se la cava neanche male a lavoro, per potersi permettere una casa così grande e bella.
È dunque insopportabile Bandit, e tutti noi padri lo amiamo e lo odiamo ugualmente, perché ci mette di fronte alla nostra inadeguatezza e vorremmo un po’ essere come lui, e sappiamo non sarà mai possibile.
La prima cosa che colpisce, soprattutto nella prima stagione, è quanto sia presente: a volte Bandit è l’unico genitore per tutta la puntata, è semplicemente da solo con le sue figlie e le porta al parco e in spiaggia e al ristorante cinese e all’autolavaggio. Consola le figlie se si fanno male, gli fa fare la pipì in un cespuglio, mette a posto i giochi con loro, le pulisce quando vanno al gabinetto di notte. Cucina le torte mentre la moglie è fuori con le amiche.
È quasi sciocco dirlo, ma fosse stata la mamma a fare tutto questo non ce ne saremmo neanche accorti.
Quando gioca, Bandit diventa un method actor alla Daniel Day Lewis, sciogliendosi completamente nel ruolo, anche se deve fare il gorilla o un polpo, emettendo strani suoni per tutta la puntata. È talmente convincente che solitamente la sua piccola tenera Bingo prova compassione per lui. In quei momenti, è bene dirlo, Bandit è lontanissimo da noi genitori reali, quasi urticante nella sua evidente superiorità di padre. È un personaggio spesso mal sopportato per questo.
Un modello per tutti
Ammetto che anche io ho avuto i miei momenti di complesso di inferiorità, ma a questo secondo giro di visione – un momento in cui siamo in effetti molto simili, perché ora una figlia femmina ce l’ho anche io, e la distanza di età fra Bluey e Bingo non è così diversa fra quella dei miei Tommi e Matilde – la paturnie sono evaporate e posso finalmente godermi un modello sì irrealizzabile, ma almeno aspirazionale.
Noi uomini siamo così pieni di modelli irrealizzabili unidirezionali calciatori, miliardari, maschi alpha, tronisti vari, tutte ipostasi della trinità “sesso, soldi, potere” – che avere come stella polare un cagnone blu che gioca troppo e troppo bene con le sue bimbe non può essere poi così dannoso.
Una delle qualità più invidiabili di Bandit, è che quando gioca, non si risparmia, non sospira, non controlla l’orario ogni due minuti. È davvero in un “qui e ora” con le sue bimbe: un qui e ora nel gioco, contemporaneamente da pari e da genitore. Si diverte come un bambino, ma non perde mai di vista il suo ruolo di adulto nella stanza. La distanza con noi padri moderni con il cellulare in mano è evidente. Giocare con i bimbi senza cellulare è un esercizio zen fra i più difficile, un apprendistato nel diventare genitori migliori.
Dove Bandit ritorna a parlare a noi padri reali, ancora di più, è quando fallisce o sbaglia. Nel finale – spesso molto emozionale, a volte proprio strappalacrime (vedi ancora alla voce Disney-Pixar) – Bandit sa chiedere scusa, ammetta la propria fragilità o vulnerabilità, sa dire alle sue bimbe che lui non sa tutto e non ha tutte le risposte, o ancora si lascia andare del tutto, sciogliendo un grumo di ansia o tensione che l’aveva trattenuto.
In un episodio Bandit si accascia a terra perché non riesce a fare la torta-anatra che aveva promesso a Bingo; in un altro, è sgarbato con la piccola che lo tempesta di domande mentre lui è in una call di lavoro, innescando la maledizione delle fate; in un altro, si vergogna di fare dei versi di balena al parco perché ci sono altri adulti nelle vicinanze. Fosse stato solo un giullare, non sarebbe stato lo stesso.
Se Bandit svetta, è perché i papà degli altri cartoni sono a dir poco mediocri. In Peppa Pig, si riconosce solo per essere più alto, più grasso, più grosso e più tonto di sua moglie. Lo hanno paragonato un po’ a alla cerchia di Fred Flintstone e Homer Simpson: un uomo fatto e finito, ma in cosa è davvero un papà? Papà Pig viene spesso preso in giro e basta per la sua dabbennaggine – e, d’altronde, se lo merita.
John Brum, il creatore di Bluey, ha fatto la gavetta proprio su Peppa Pig in Inghilterra, per poi tornare nel 2009 in Australia a voler fare qualcosa di suo. Voleva cani ai posto dei maiali: ma soprattutto, voleva un papà migliore.