martedì 31 marzo 2026

I lirici greci tradotti da Alceste Angelini


Filippomaria Pontani
Alceste Angelini
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026

 «Ogni parola nuova, scaturita dal sangue, avanti di trascorrere ai miei modi, scontò la propria origine sopra quei testi illustri e insolitamente animati». Così nel 1946, dopo il sangue della guerra, il ventiseienne Alceste Angelini, in procinto di laurearsi all’università di Firenze (e delle Giubbe Rosse), tracciava la continuità di fondo fra le proprie Prime poesie e le Traduzioni dal greco che si intersecavano nella sua opera prima. Con mossa non rara nelle nostre lettere (da Leopardi a Fortini), il giovane senese, atteso da un’appartata vita di insegnante di lettere, alternava i propri versi agli squarci di Saffo, Ibico, Archiloco, senza velleità erudite né smaccate riverenze alla Musa di Salvatore Quasimodo, le cui versioni (edite primum nel 1940) rappresentarono comunque uno spartiacque, un «capolavoro di poesia che si nutre di poesia» (così Enrico Cerroni nell’ottima rassegna che chiude i Lirici greci della Salerno, 2015). Nella loro «vocazione laconica» (A. Fo), esistenzialista e materialista a un tempo (il curatore Luca Lenzini evoca il primo Montale, oltre a Sbarbaro, grande amico di Angelini), le poesie della plaquette del ’46 aborrivano l’artificio, definendo il perimetro di una lirica schiva che nel traghettare l’antico cedeva ad alcune tentazioni (perifrasi evocative, virate alla prima persona, espansioni metaforiche), ma teneva un tono dimesso, pregno di natura e di toni crepuscolari (Ibico: «O ramo adolescente / delle cerule Grazie, / Eurialo, culla soave delle Muse: / Venere, forse, e la persuasione / dalle ciglia dolcissime / entro fiori di rosa t’allevarono”»). Negli anni successivi Angelini tradusse anzitutto epigrammisti, confezionando per i “bianchi” Einaudi un Asclepiade (1970) e un Callimaco (1990), e tornando poi a Mimnermo e altri poeti greci nel 1993, un anno prima di morire. Se nelle versioni più tarde si sente l’eco delle versioni einaudiane di F.M. Pontani (i Lirici del ’69 e l’Antologia Palatina del 1978-81), nella resa dei distici elegiaci Angelini sceglie spesso versi brevi e irregolari, aperti o chiusi da un lampo d’endecasillabo, con esiti di rara freschezza specie negli epitafi e nei testi amorosi (Asclepiade: «Il delicato viso di Nicàrete / ferito di desiderio / appare spesso all’alta finestra. / Gli occhi azzurri di Cleofonte, / fermo davanti alla soglia, / lo consumano: cara Afrodite, / i lampi del suo sguardo»). La raccolta che esce oggi rivaluta Angelini come poeta e come dimenticato interprete della lirica antica, intesa oltre le barriere dei generi consacrati - in più degli epigrammi troviamo qui anche lo struggente secondo stasimo dell’Ifigenia in Tauride euripidea. Ancora nel 1993 Angelini scriveva in proprio testi come questo, figli di quella grecità amata per una vita: «Poi gli anni presero a correre / e nessuno di noi ebbe più l’animo / di volgersi a guardare: venne un giorno / che restammo incantati dall’abisso». 

 Alceste Angelini Poesie e traduzioni dal greco a cura di Luca Lenzini, Genova, San Marco dei Giustiniani, pagg. 236, € 29

Alberto Olivetti
Alceste Angelini, traduttore dei poeti greci

il manifesto, 3 ottobre 2024

Alceste Angelini (1920-1994) tra il 1941 e il 1944 pubblica alcune delle sue traduzioni dai poeti greci. Le raccoglie nel 1946, accanto alle coeve sue prove poetiche, in Prime poesie e traduzioni dal greco, presso l’editore fiorentino Vallecchi. Questo accostamento avverte il lettore che traduttore e poeta si offrono come coincidenti, traduzioni e composizioni afferiscono ad un medesimo ceppo lirico.

La antica parola greca è da Angelini plasmata, nel suo renderla italiana, facendo ricorso ad un lentissimo procedimento di conferimento ed assimilazione di senso. Quasi lasci trascorrere ogni singolo vocabolo attraverso gli strati, uno dopo l’altro, della sua interiorità là dove si decanta la peculiare sensibilità di Angelini, capace di far emergere con oculatissima ponderazione ciascuna antica parola per modo che in essa, e del greco di provenienza e dell’italiano raggiunto, si conservi il massimo rispetto. Angelini solo dopo una valutazione puntigliosa e dopo una accurata considerazione delle alternative possibili, perviene alla sua scelta. Essa nasce da lunghe riflessioni svolte per raccordare insieme filologia e poesia.

Bene si intende, allora, come poi il singolo vocabolo possa e debba inserirsi pianamente nella successione delle parole presenti nel contesto e nel costrutto dell’antico componimento. Contesto e costrutto che Angelini intende trasferire conservandone i connotati, ovvero la connessione logica, la tonalità sentimentale, la modalità ritmica resa non nella imitazione passiva dei metri, ma nell’andamento del pensiero che il componimento greco racchiude. Ogni vera poesia custodisce non solo un mondo, ma prima, e ancor più, rivela la vivente umanità, l’humana conditio della quale tutti partecipiamo.

Credo che la virtù inarrivata di Angelini traduttore dei testi di Saffo o di Ibico, di Mimnermo o di Callimaco stia proprio in questo trasportare, di quegli uomini della Grecia, la forma del pensiero, il suo integrale svolgersi fissato nel verso e offerto da Angelini nella sua intatta costituzione. Dove la vibrazione emotiva resta salda nella sua originaria latitudine mentale, noetica.

Da qui, credo, quel carattere definito, fermo, asciutto (una inclinazione ad attenersi all’ambizione oraziana d’una perennità della poesia che trapassa le epoche?) del suo volgere la lingua greca nella lingua italiana, del suo porgere a noi dinnanzi, Angelini, l’opera intatta che il tempo non ha eroso. Netta, senza le aggiunte, le venature, le suggestioni che una recezione meno avvertita e rigorosa, e invece filtrata attraverso moduli e convenzioni letterarie seriori, espone a travisamenti, restauri impropri, fraintendimenti. L’opera di poesia che ha passato i millennî è così condotta al nostro presente integra, attraverso il tempo storico e i suoi molteplici decorsi, perché il lettore la riconosca intimamente sua, a suo perfetto agio nel proprio attuale tempo interiore, umano. A vantaggio di quanto vengo sostenendo sul tradurre di Angelini molte verifiche è possibile fare ponendo i suoi preziosi raggiungimenti a fronte dei risultati ottenuti, sui medesimi testi, da altri traduttori a lui contemporanei. E primo il Salvatore Quasimodo dei Lirici greci del 1940, che segna una data nella vicenda della poesia italiana del Novecento.

Angelini dà alle stampe nel 1993 Mimnermo e altri poeti greci. I quattordici frammenti di Mimnermo avevano avuto una recente (e ineccepibile) traduzione di Filippo Maria Pontani (in Elegia greca arcaica, Einaudi, 1972). Dopo quanto ho fin qui argomentato, a beneficio del lettore, faccio seguire alla traduzione di Pontani d’un brano celebre di Mimnermo (descrive il sonno del Sole quando cala la Notte) quella di Angelini.

«Dorme e va, per vie d’acqua, sopra un letto grazioso -/una gran coppa di mano d’Efesto,/d’oro pregiato, che si libra a fiore d’onda:/è un volo, dal paese delle Espèridi/all’Etiopia, dove il carro celere e i cavalli/stanno, fino al baleno dell’Aurora».

«Un vaghissimo letto/aureo profondo alato,/che Efesto lavorò con le sue mani,/rapido lo trasporta sopra l’onde/dall’orto dell’Esperidi/fino all’arida terra d’Etiopia,/dormente: i suoi cavalli/sono qui fermi, aspettano/l’alba caliginosa».

La carbonara


pasticciaccio alla carbonara

Ricette storiche. La ricostruzione più diffusa è che l’idea di condire la pasta con bacon e uova in scatola dei soldati americani risalga al Dopoguerra. Ma ora una fonte inedita anticipa di nove anni la prima citazione della pietanza...

Luca Cesari
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026 

Le origini della carbonara sono avvolte nel mistero, ma fino a poche settimane fa la teoria più accreditata voleva che la ricetta fosse nata dal fortunato incontro tra i prodotti delle razioni americane e la pasta italiana alla fine del 1944, nei giorni in cui gli Alleati liberarono Roma dall’occupazione nazifascista. Le ipotesi convergevano tutte in quella direzione: non esisteva alcuna citazione del piatto prima del 1948 e, a partire dal 1952, le ricette si moltiplicavano soprattutto in libri e riviste americane. L’accostamento di uova e pancetta, tipico delle prime versioni, sembrava poi confermare una contaminazione di gusto anglosassone. Nella ricostruzione più diffusa, i soldati americani, con le loro razioni di bacon e uova in scatola, avrebbero incontrato un oste romano abbastanza intraprendente da unirle alla pasta e completare il tutto con una generosa spolverata di formaggio.

Nel 2021 anche Barilla ha contribuito a consolidare questo racconto con un bellissimo cortometraggio ambientato nella Roma appena liberata, dove la carbonara diventava simbolicamente il piatto capace di unire le due sponde dell’Atlantico.

A rafforzare la tesi era intervenuto, nei primi anni Duemila, il cuoco bolognese Renato Gualandi, che si era autoproclamato inventore del piatto, sostenendo di averlo preparato per la prima volta a Riccione nel 1944, in occasione di un incontro tra l’Ottava Armata inglese e la Quinta Armata americana. Tuttavia, il resoconto è sempre apparso fragile, anche perché nella sua autobiografia del 2006, dove compare la minuziosa descrizione dello storico menù, la carbonara non viene mai citata.

Nonostante tutto il racconto era sembrato convincente, tanto che per anni a Riccione si è celebrata una rievocazione storica con mezzi militari d’epoca, bandiere americane e banchetto finale a base di spaghetti alla carbonara. Peccato che non esistesse alcuna fonte certa a sostegno di quegli eventi: solo ipotesi e testimonianze mai verificate.

La svolta è arrivata di recente, quando i giornalisti olandesi Janneke Vreugdenhil ed Edwin Winkles hanno riportato alla luce un articolo del 23 agosto 1939 pubblicato sul quotidiano indonesiano in lingua olandese «De Koerier». La notizia è giunta in Italia grazie ad Alberto Grandi dell’Università di Parma, con cui abbiamo condiviso la scoperta sulle pagine del «Gambero Rosso». Nell’articolo, l’inviata Nora Koch Berkhuijsen descrive due trattorie di piazza Santa Maria in Trastevere, Umberto e Alfredo: «una serve come specialità il “risotto con gamberi” (riso con grossi gamberi) e l’altra gli “spaghetti alla carbonara” (cordicelle, come le prepara la moglie del carbonaio)». Il dato decisivo è la data: 23 agosto 1939. L’Italia non è ancora entrata in guerra, i soldati americani non sono nemmeno un’ipotesi, e gli «spaghetti alla carbonara» – scritti in italiano nel testo – sono già una specialità di questa trattoria.Il resto del menù è perfettamente coerente con la tradizione locale: spaghetti all’amatriciana, abbacchio alla cacciatora, crocchette di riso «al telefono», coda di bue, interiora di agnello, trippa e così via.

Certo, l’articolo non riporta gli ingredienti della carbonara. Tuttavia, due elementi inducono a pensare che la ricetta non fosse troppo diversa da quella poi canonizzata. Nel 1957 una guida americana sui ristoranti italiani menziona proprio Alfredo in piazza Santa Maria in Trastevere e descrive il piatto con «burro, formaggio, pancetta e guanciale», una formulazione che ricorda da vicino una gricia. Inoltre, tutte le ricette registrate dal 1952 in poi presentano una struttura costante: uova, un salume (di solito pancetta o guanciale) e formaggio grattugiato, prima parmigiano e poi sempre più spesso pecorino.

Alcuni appassionati sostenevano già un’origine interamente italiana, magari collegata agli strascinati di Cascia citati nella Guida del Touring del 1931, conditi con «uova frullate, formaggio, soffritto di salsiccia, grasso e magro di maiale e pepe», ma senza una prova anteriore al 1948 si trattava solo di congetture.

L’articolo del 1939 cambia radicalmente il quadro. Il ruolo degli americani si ridimensiona: resta fondamentale nella diffusione internazionale del piatto, ma non più nella sua nascita. Quanto all’origine, si aprono scenari nuovi, compresa un’interessante deriva trasteverina.

Tutte le prime citazioni del piatto a partire dal secondo Dopoguerra suggeriscono infatti un raggio di diffusione molto limitato e ben definito. Inizia Renato Mucci, inviato romano del Giornale di Trieste, il 1° maggio 1948 quando elogia gli ottimi «spaghetti alla carbonara fumanti odorosi dai piatti» serviti in una trattoria di piazza Santa Maria in Trastevere, forse la stessa menzionata dall’articolo indonesiano del 1939. A seguire, nel 1949, il film Yvonne la Nuit con protagonista Totò, ci riporta nella stessa piazza alla “Trattoria U. Galeassi”, dove di sente distintamente un cameriere lanciare una comanda: «Spaghetti alla carbonara per tre!». Infine, il 26 luglio 1950 un articolo de La Stampa ricorda gli ufficiali americani che andavano a cercare la carbonara da Ceseretto alla Cisterna, un ristorante che si trova sempre a Trastevere a pochi metri di distanza dalla solita piazza.

Potrebbero essere semplici coincidenze dovute alla scarsità di citazioni, ma proprio per questo è necessario prendere in considerazione anche i minimi dettagli. In questi anni mancano ancora le ricette: le prime arriveranno solo nel 1952 in Francia e negli Stati Uniti, mentre in Italia dovremo aspettare il 1954.

L’articolo del 1939 che spariglia le carte, oltre ad avere un’importanza centrale nella ricostruzione della vicenda, ci insegna anche a non dare nulla per scontato. Anche le ipotesi più convincenti e suggestive devono sempre piegarsi ai dati, pertanto è normale che alla comparsa di nuovi elementi, si debbano rivedere tutte le teorie precedenti.

Nella ricerca storica, come in ogni disciplina scientifica, sono le fonti a guidare le interpretazioni e non il contrario. Le uniche a non cambiare mai sono le leggende.


Vermeer a Torino

 


Vermeer per la prima volta a Torino: a Palazzo Madama la Donna in blu
Finestre sull'Arte, 4 marzo 2026


Dal 5 marzo al 29 giugno 2026, Palazzo Madama a Torino ospita nella Sala Atelier uno dei più noti lavori di Johannes Vermeer (Delft, 1632 – 1675), la Donna in blu in prestito dal Rijksmuseum di Amsterdam. È la prima volta che Torino accoglie un dipinto dell’artista olandese: il pubblico ha così la possibilità di vedere in città uno dei vertici della pittura europea del Seicento. L’arrivo del capolavoro inaugura l’iniziativa Incontro con il capolavoro, un nuovo ciclo espositivo dedicato ai grandi protagonisti della storia dell’arte antica e moderna, curato da Clelia Arnaldi di BalmeAnna La Ferla Giovanni Carlo Federico Villa. Il progetto vuole configurarsi come un percorso di approfondimento scientifico e culturale, concepito come un dispositivo narrativo che si pone l’obiettivo di generare conoscenza, stimolare il dialogo interdisciplinare e aprire nuove prospettive di lettura del patrimonio.

La scena dipinta da Vermeer si svolge in un interno domestico di giorno. I protagonisti sono un interno silenzioso, una giovane donna colta di profilo mentre legge una lettera, la luce fredda che avvolge la scena e un blu intenso che domina lo spazio come un campo magnetico. La giovane, con i capelli raccolti e un abito da casa, tiene la lettera con entrambe le mani. Il suo ventre, morbido e rotondo, suggerisce una possibile gravidanza, accentuata dalla casacca blu, una beddejak, giacca da letto chiusa da piccoli fiocchi dello stesso colore. Attorno a lei pochi arredi essenziali: sedie di legno scuro con borchie in ottone, un tavolo coperto da un drappo su cui sono posate una collana di perle, un foglio, forse un’altra lettera, e una cassetta aperta, come se fosse stata appena rovistata. Alle spalle, una grande carta geografica occupa parte della parete. L’osservatore è escluso da questa scena privata, sospesa in un silenzio denso e trattenuto. Nulla viene esplicitato, tutto rimane suggerito. Cosa contiene la lettera, chi l’ha scritta, perché la giovane la stringe con tanta forza sono interrogativi che restano senza risposta, generando quella tensione narrativa sottile che caratterizza la pittura di Vermeer.

Il fulcro visivo del dipinto è la macchia azzurra dell’abito, che domina l’intera composizione con una forza silenziosa. Il blu non è un semplice elemento cromatico, ma un campo di energia attorno al quale l’immagine si organizza. Vermeer ottiene questa intensità utilizzando un pigmento raro e prezioso, il lapislazzuli, importato da regioni lontane attraverso le rotte commerciali che collegavano l’Europa all’Asia. La scelta implica un investimento economico rilevante e una consapevolezza profonda del valore percettivo del colore: il blu assorbe la luce e la restituisce in modo diffuso, creando un effetto di espansione che avvolge la figura e ne amplifica la presenza.

Anche lo sfondo è carico di significati. Sulla parete chiara è appesa una carta geografica dell’Olanda e della Frisia occidentale, riconoscibile in quella stampata nel 1621 da Willem Janszoon Blaeu su disegno di Balthasar Floriszoon van Beckernrode. La mappa evoca il Secolo d’oro olandese, i traffici, le scoperte e le esplorazioni che segnarono l’ascesa economica e culturale della Repubblica delle Province Unite. Quella carta, quasi una finestra disegnata sul mondo esterno e sui possedimenti del regno, colloca l’intimità della scena in un orizzonte globale.

La Delft della seconda metà del XVII secolo non era soltanto una prospera cittadina, ma un laboratorio culturale in cui si intrecciavano libertà religiosa, spirito mercantile e innovazione tecnica. Le botteghe degli artigiani dialogavano con gli studi dei cartografi, le case dei mercanti custodivano strumenti scientifici e oggetti rari, mentre nelle osterie si discuteva dei progressi nella costruzione di lenti. In questo contesto si forma lo sguardo di Vermeer, tutt’altro che isolato dal suo tempo. La presenza di Antoni van Leeuwenhoek e la vicinanza ideale al pensiero di Baruch Spinoza delineano un triangolo simbolico che restituisce la complessità dell’orizzonte intellettuale in cui l’artista operava.

https://gmzavattaro.blogspot.com/2016/05/spinoza-e-vermeer-la-perfezione-del.html

Democrazie sotto attacco, Italia compresa

Jon Henley
Cinque governi dell'Ue sono stati accusati di smantellare "sistematicamente" lo Stato di diritto
The Guardian, 30 marzo 2026

 Secondo quanto avvertito dalla principale organizzazione europea per le libertà civili, i governi di cinque Stati membri dell'UE stanno erodendo "in modo sistematico e intenzionale" lo stato di diritto, mentre gli standard democratici si stanno deteriorando in altri sei, comprese democrazie storicamente solide.

Basandosi su prove fornite da oltre 40 ONG in 22 paesi, l'Unione per le libertà civili in Europa (Liberties) ha descritto i governi di Bulgaria , Croazia, Ungheria, Italia e Slovacchia come "smantellatori" che stavano attivamente indebolendo lo stato di diritto.

Il rapporto del gruppo per il 2026 , pubblicato lunedì, afferma che lo stato di diritto ha subito una regressione in tutti i settori – giustizia, lotta alla corruzione, libertà di stampa e meccanismi di controllo e bilanciamento della società civile – in Slovacchia sotto il governo populista, autoritario e filo-russo di Robert Fico.

Il quadro era altrettanto desolante in Bulgaria, mentre l'Ungheria , dove i 16 anni di potere di Viktor Orbán potrebbero concludersi dopo le elezioni del 12 aprile, "rimane in una categoria a sé stante, continuando a perseguire leggi e politiche sempre più regressive senza alcun segno di cambiamento".

In altri contesti, Liberties ha identificato Belgio, Danimarca, Francia, Germania e Svezia, tutti paesi con solide tradizioni democratiche, come paesi "in declino": luoghi in cui lo stato di diritto è in declino in alcune aree, senza che tale erosione faccia parte di una strategia politica complessiva.

Secondo il rapporto di 800 pagine, la Repubblica Ceca, l'Estonia, la Grecia, l'Irlanda, la Lituania, i Paesi Bassi, la Romania e la Spagna sono state classificate come "paesi stagnanti", ovvero paesi in cui le condizioni dello stato di diritto non mostravano né miglioramenti né peggioramenti.

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán interviene durante una manifestazione elettorale a Győr il 27 marzo. Fotografia: Bernadett Szabó/Reuters

Anche la Polonia rientra in questa categoria: il primo ministro, Donald Tusk, sta cercando di ripristinare elementi chiave dello stato di diritto, come l'indipendenza della magistratura, smantellati dal precedente governo di Diritto e Giustizia (PiS), ma è ostacolato dal veto presidenziale.

Secondo Liberties, i limitati progressi compiuti finora dalla Polonia "dimostrano quanto possa essere difficile e fragile ripristinare un'indipendenza istituzionale compromessa". Solo la Lettonia si è meritata lo status di "paese che si impegna a fondo", con un governo che sta attivamente migliorando gli standard dello stato di diritto.

Il rapporto afferma inoltre che i meccanismi dell'UE per affrontare l'erosione dello stato di diritto sono in gran parte inefficaci, e che la maggior parte degli Stati membri non riesce a tradurre le linee guida in azioni concrete, nonostante diversi anni di raccomandazioni da parte della Commissione europea.

È emerso che il 93% di tutte le raccomandazioni contenute nella relazione sullo stato di diritto del 2025, redatta dalla stessa Commissione europea, erano ripetute rispetto agli anni precedenti, molte delle quali senza alcuna modifica nella formulazione, mentre il numero di nuove raccomandazioni si era dimezzato rispetto al 2024.

Delle 100 raccomandazioni della commissione valutate da Liberties, 61 non hanno mostrato alcun progresso, mentre altre 13 erano in peggioramento. "Il rapporto della commissione aveva lo scopo di stimolare azioni concrete", ha affermato Ilina Neshikj, direttrice esecutiva di Liberties.

Ma dopo sette edizioni annuali, i risultati di Liberties evidenziano “non solo una regressione, ma anche sforzi continui e deliberati per minare lo stato di diritto. Ripetere le raccomandazioni senza un seguito significativo non invertirà questa tendenza”, ha affermato.

Il rapporto ha inoltre criticato le istituzioni dell'UE in generale, affermando che nel 2025 non solo avevano "rispecchiato molti dei problemi riscontrati negli Stati membri", ma non erano riuscite ad applicare e difendere in modo coerente i diritti fondamentali.

Il destino del popolo iraniano


Gli iraniani intrappolati nell'incoerenza di Donald Trump
Le Monde, editoriale, 30 marzo 2026

A più di quattro settimane dall'inizio della guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro il regime iraniano, guerra che sembra sfuggire ai loro piani, si parla sempre meno di un attore che, tuttavia, si trova in prima linea, e in peggio: il popolo iraniano.

La sua rivolta alla fine di dicembre aveva alimentato le speranze di un cambio di regime, promosse dallo stesso popolo iraniano. Questo movimento di protesta, diffusosi a macchia d'olio, denunciava gli effetti devastanti delle politiche imposte dall'allora Guida Suprema, Ali Khamenei, che avevano portato il Paese a una situazione di debolezza storica. La repressione senza precedenti della mobilitazione ha sancito la frattura insanabile tra il popolo e una casta che pretendeva di rappresentarlo, mentre in realtà era concentrata sulla propria sopravvivenza e sui propri privilegi. Questa frattura ha persino alimentato le speranze di un intervento militare straniero.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avevano esortato i manifestanti a sfidare una macchina repressiva che aveva già dimostrato la sua spietatezza nel 2018, 2019 e 2022, per citare solo i movimenti popolari più recenti. L'inquilino della Casa Bianca aveva persino assicurato loro che gli "aiuti" erano in arrivo. Una menzogna, visto che il sangue era già stato versato.

La guerra iniziata il 28 febbraio fu, nelle sue prime ore, giustificata ancora una volta dalla necessità di rispettare il desiderio di libertà del popolo iraniano. Ma ben presto, la tenacia del regime e, soprattutto, il blocco dello strategico Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, in risposta agli intensi bombardamenti, resero irrilevante tale giustificazione.

Con l'intelligence israeliana che prevede una repressione altrettanto spietata delle rivolte come a gennaio, Benjamin Netanyahu sembra non avere altra priorità che indebolire il regime. Questo anche a costo di permettere al suo esercito di attaccare impianti petroliferi e del gas, danneggiando sia gli iraniani che l'attuale governo. Il primo ministro israeliano ha già dimostrato a Gaza e in Libano che il destino dei civili non è una sua priorità.

Una guerra chiaramente improvvisata

Impegnato in una guerra impopolare negli Stati Uniti che minaccia alcune delle sue promesse elettorali, Donald Trump si sta imbarcando in una ricerca incerta di una via d'uscita. Questa potrebbe comportare il dispiegamento di truppe di terra nella speranza di costringere il regime iraniano a riconoscere la sconfitta, pur mantenendolo al potere. Il presidente repubblicano sostiene che la strategia di eliminare i più alti funzionari iraniani abbia già portato a un cambio di regime.

Questo non è ovviamente vero. Il risultato di questi assassinii successivi è, al contrario, un irrigidimento dell'ideologia e delle misure di sicurezza. Persino sotto i bombardamenti americani e israeliani, il regime iraniano continua a reprimere, imprigionare e giustiziare i suoi oppositori.

È ormai chiaro che la fine del programma nucleare e missilistico balistico iraniano, così come la manipolazione delle milizie ad esso affiliate, sono legate alla natura stessa del regime di Teheran. Lanciando quella che è stata chiaramente una guerra improvvisata, Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno rischiato di radicalizzarlo ulteriormente. E le principali vittime sono proprio coloro che affermavano di voler liberare, intrappolati più che mai tra bombe e una repressione sempre più brutale. 

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/03/30/les-iraniens-dans-le-piege-de-l-incoherence-de-donald-trump_6675412_3232.html

lunedì 30 marzo 2026

Islamismo come pretesto

Boualem Sansal

Lucas Bretonnier
Chi è Arnaud Benedetti, politologo e fondatore del comitato di sostegno a Boualem Sansal?
Libération, 30 marzo 2026

Arnaud Benedetti ama sia i riflettori che l'ombra. Davanti alle telecamere, il politologo consuma i suoi pantaloni di velluto a coste sugli sgabelli alti delle emittenti televisive e radiofoniche. Dietro le quinte, più discretamente (anche se forse non del tutto), lavora dietro le quinte. Il suo nome è comparso quest'estate accanto a quello di Alexandre Jardin: era il tesoriere di #Gueux, l'associazione creata dallo scrittore per combattere le Zone a Basse Emissioni e i "chiacchieroni" ai vertici che impongono le loro politiche ambientali ai "lavoratori" alla base. "Ho accettato per amicizia, per Alexandre", dice Benedetti sorridendo, con un leggero accento del sud-ovest americano.

Ma ciò che lo ha occupato maggiormente per un anno è stata la guida del comitato di sostegno a Boualem Sansal, fondato dopo l'arresto dello scrittore il 16 novembre 2024. È a questo comitato e ad Arnaud Benedetti che l'autore de Il giuramento dei barbari (Gallimard, 1999) rende omaggio in un articolo d'opinione pubblicato su Le Monde, per giustificare il suo recente passaggio da Gallimard a Grasset , casa editrice del gruppo Hachette, ora di proprietà di Vincent Bolloré .

"È un amico."

Perché questo specialista in comunicazione politica, professore associato alla Sorbona e analista politico per diverse emittenti televisive, ha scelto Boualem Sansal come suo difensore? "Conosco Boualem da dieci anni, è un amico ", spiega, seduto a un tavolo del Café de l'Odéon a Parigi. " Gli avevo chiesto di scrivere degli articoli per la Revue politique et parlementaire . Vengo da una famiglia pied-noir: l'Algeria è importante nella mia vita, anche se sono nato dopo l'indipendenza, nel 1965. Quando Boualem è stato arrestato, ho creato un comitato di sostegno e ho iniziato a fare telefonate".

I primi a essere convocati sono stati Stéphane Rozès, storico sondaggista politico passato dal trotskismo al Partito Socialista, per poi aderire al Movimento Cittadino di Jean-Pierre Chevènement negli anni 2010; gli scrittori Kamel Bencheikh e Kamel Daoud, Jean-Michel Blanquer, Jean-François Colosimo, direttore di Cerf, editore dell'ultimo saggio di Sansal (Le Français, parlons-en!) , e Xavier Driencourt, ex ambasciatore francese in Algeria (2008-2012 e 2017-2020), consigliere dei dirigenti del Raggruppamento Nazionale.

Un mese dopo, Noëlle Lenoir è stata contattata per sostituire Catherine Camus, figlia di Albert Camus, alla presidenza. L'avvocata, ex Ministro per gli Affari Europei (2002-2004), è stata citata in giudizio da SOS Racisme per alcuni commenti rilasciati quest'estate su CNews , che, secondo Arcom, " potrebbero incitare all'odio e incoraggiare comportamenti discriminatori nei confronti dei cittadini algerini residenti in Francia". Oltre a questo gruppo ristretto, centinaia di personalità di spicco provenienti da diversi ambiti hanno aderito all'iniziativa: da François Hollande a Nicolas Sarkozy, passando per José Bové, Anne Hidalgo, Benjamin Stora ed Edgar Morin.

Snobismo, persino "disprezzo"

I rapporti con Gallimard si sono presto incrinati. "Il nostro rapporto con Arnaud Benedetti è iniziato con un malinteso ", spiega Karina Hocine, segretaria generale della casa editrice. " Ci hanno invitato alla festa di lancio del comitato e ci siamo accorti che il nome di Gallimard compariva sul poster insieme a quello dei soci. Abbiamo preferito evitare qualsiasi politicizzazione e concentrarci sulla promozione del suo lavoro, assumendo nel frattempo due avvocati e mobilitando un'ampia rete di contatti". Antoine Gallimard aggiunge: "Ognuno ha fatto ciò che riteneva opportuno per sostenere Boualem Sansal. Abbiamo creato un'associazione con oltre 500 membri".

Arnaud Benedetti denuncia una forma di snobismo, persino di "disprezzo". Alla Gallimard, alcuni si sono mostrati sconcertati nel vedere il comitato attraversare le roccaforti del Rassemblement National durante il loro tour in Francia. Il caso Sansal ha di fatto permesso a una parte della destra e dell'estrema destra di mascherare i propri timori di islamizzazione del paese sotto l'intoccabile vessillo della difesa di uno scrittore dissidente. Vincent Bolloré ha tirato fuori il libretto degli assegni (a quanto pare un anticipo di un milione di euro, secondo Blast ) per questo trasferimento, che assomiglia a un bottino di guerra.

"Sono un uomo di destra, ma..."

L'uomo sulla sessantina, autore del recente libro * Alle porte del potere: il raduno nazionale, l'inevitabile vittoria?* (Michel Lafon, 2024), non fa mistero delle sue convinzioni: "Sono un uomo di destra. Ma nella mia storia familiare ci sono diverse tradizioni. Conservatori di destra da parte di mia madre, radical-socialisti da parte di mio padre. Mio nonno era un alto funzionario pubblico sotto il Fronte Popolare. Sono conservatore, ma anche repubblicano, sovranista e impegnato nella democrazia liberale".

Il politologo Bruno Cautrès lo vede spesso in televisione: "È simpatico, colto, aperto al dibattito e sì, piuttosto di destra. Ricorda un po' Séguin e Chevènement". Questi paragoni sono un po' datati. I nostri rappresentanti eletti non godono più del favore di Arnaud Benedetti. Orfano della politica, avrà forse trovato un rifugio mediatico nel gruppo Bolloré? Appare frequentemente su CNews, Europe 1 e sul JDD. Violenza dell'estrema sinistra, la minaccia di La France Insoumise, i disordini tra i sostenitori algerini a Parigi…

I temi trattati sono classici per il gruppo, ma le sue posizioni sono piuttosto misurate. Su CNews appare come un moderato. "Non vengo pagato", chiarisce. "E dico di sì a tutti i media". Sud Radio, RCJ, Radio Orient, France Info, RFI, France 24, Le Figaro, Marianne, Valeurs actuelles… Sebbene appaia un po' meno su BFM TV, è spesso su France Info o Public Sénat, l'ultima volta venerdì 20 marzo, per analizzare i risultati del Rassemblement National alle elezioni comunali. Andrebbe a Blast o Radio Nova? "Sì, ma non vengo invitato. Il pluralismo funziona a compartimenti stagni: ognuno resta nella propria corsia".

Qual è il ruolo di un esperto non attivista?

Il suo amico Stéphane Rozès, neanche lui settario – «Ho lavorato per tutti tranne che per Jean-Marie Le Pen. Oggi parlo con Zemmour con la stessa facilità con cui parlo con Roussel» – sembra essere in sintonia con Arnaud Benedetti, di cui elogia l'integrità e la lealtà: «Siamo repubblicani, patrioti preoccupati per il destino della Francia». Arnaud Benedetti ha recentemente lasciato la Revue politique et parlementaire per fondare la Nouvelle Revue politique.

Nei suoi comitati consultivi scientifici ed editoriali, oltre a Boualem Sansal e Xavier Driencourt, troviamo: lo storico Jean Garrigues, il filosofo Pierre-Henri Tavoillot, molti intellettuali di destra come Pierre Manent o Frédéric Rouvillois, e alcune figure controverse come l'antropologa Florence Bergeaud-Blackler o Eric Naulleau… Tra i partner, tre think tank: l'Istituto per la Rifondazione Pubblica, piuttosto neutrale; il liberale Les Contribuables Associés; l'Osservatorio dei Radicalismi di un certo Olivier Vial, ex presidente dell'estrema destra sindacale studentesca Union Nationale Interuniversitaire.

Arnaud Benedetti opera forse sul piano delle idee, cercando di unire la destra e l'estrema destra? Lo nega, definendosi un esperto non attivista. In ogni caso, non sembra temere il Rassemblement National (RN): "Non è più il Fronte Nazionale; quel partito si è trasformato. L'RN di oggi assomiglia all'RPR della fine degli anni '70. Combatterlo con la mentalità degli anni '80 è controproducente". È d'accordo sul fatto che debba essere combattuto? "No. L'RN, per il quale non voto, è certamente un partito populista, ma che opera all'interno di una cornice repubblicana".

Un Paese per vecchi

Massimo Cacciari
Dalla precarietà dei giovani alla guerra. Il referendum una lezione per la destra
La Stampa, 30 marzo 2026

Qualche considerazione si può forse trarre dal recente referendum, che non si limiti soltanto a circostanze occasionali, errori tattici o di comunicazione. Certo la Destra del Sì non avrebbe potuto condurre una campagna più scriteriata. Forse sarebbe bastato l’allontanamento immediato di Nordio dopo la battuta sul Consiglio Superiore, in compagnia del suo sottosegretario, tanto innocente e ingenuo, poverino, da non verificare chi sia il padre della socia diciottenne, per decidere a favore dei Sì. Forse – perché non solo di errori nella propaganda e di generosa comprensione da parte della premier nei confronti di ingombranti sodali si è trattato. Fin dall’inizio della vicenda è una cultura della Destra a essere emersa, e questa non è piaciuta affatto a molti che pure avevano votato per la coalizione di governo e magari propensi al Sì sulla questione della divisione delle carriere. Come è concepibile trattare una riforma comunque di rilievo costituzionale con la presunzione di poterla imporre a scatola chiusa, senza un confronto parlamentare? Ancora peggio, molto peggio, che con Renzi, e del tutto al contrario di come, bene o male, questioni del genere si erano affrontate nella Prima Repubblica (ricordate Bicamerali varie?), quando nulla era stato prodotto, ma proprio per la ragione che nessun accordo trasversale si era trovato tra le maggiori forze politiche. Esisteva in quei lontani giorni ancora la consapevolezza che una riforma costituzionale non è una legge qualsiasi, che per esprimerla occorre una intesa costituente. I fallimenti di allora testimoniavano almeno di una cultura politica che sembra oggi del tutto in rovina.

È certo comunque che il risultato del referendum dipende in minima parte dal merito del quesito proposto. Prima di tutto per la semplicissima ragione che spacciare il contenuto della riforma come un intervento decisivo per l’amministrazione della Giustizia, come una riforma di sistema, costituiva una menzogna così macroscopica da non poter ingannare nessuno. Motivi di ordine propriamente “tecnico” potevano perciò spingere al voto ben poche persone. Certo, come si è detto, contava dare un segnale di alto là agli sgangherati e ripetuti tentativi di dar mano alla Costituzione a pezzi e bocconi. Ma tutto questo non basterebbe a spiegare l’imprevista “uscita” dall’astensione dei giovani e il voto del Mezzogiorno. Le ragioni dei due fenomeni sono diverse, ma forse anche concomitanti. Non stiamo, per carità, a elucubrare sulla rinascita di movimenti giovanili, intorno a nostalgie (o paure) sessantottine. È certo però che questo ogni giorno di più è un Paese per vecchi, da dove migliaia di giovani partono ogni anno, dove anche i più qualificati sono costretti a lavori precari e sottopagati, dove è ancora la famiglia a fungere da “Stato sociale minimo”. Il referendum ha rappresentato l’occasione propizia per dire che la situazione si fa intollerabile. Credo sarebbe stato lo stesso con qualsiasi governo incapace di affrontarla. L’altro motivo del voto giovanile è la guerra, e questo sì è rivolto proprio contro la Meloni. Stupiti? Ma quando mai l’impegno politico dei giovani non si è fondato soprattutto sulle grandi questioni internazionali! Sono queste che comportano le decisioni etiche di fondo, la propria collocazione nei conflitti sociali. La politica estera di questo governo contrasta con la volontà della stragrande maggioranza dei giovani. Che vogliono trattativa, politica, diplomazia, che detestano il diritto del più forte. Illusi? Irenisti? Anime belle? Può essere – ma allora ci si rassegni a rinunciare al loro consenso.

Anche per il Mezzogiorno il voto dipende in misura minima dal quesito referendario. Anche qui è la situazione sociale ed economica complessiva che lo determina. Forse è ancora possibile nelle regioni del Nord continuare a ripetere la leggenda che il Paese va bene, che il governo sta risanando industria e finanze, ma la fantastica narrazione non può più funzionare per la Sicilia o la Calabria. Se viene meno il voto di scambio – come certamente è accaduto in questa occasione (nessun “potere forte” era minimamente interessato a divisione delle carriere e compagnia) – i consensi alla Destra al potere corrono rischi mortali. Il campanello d’allarme per la Meloni ha nel Mezzogiorno un significato più strategico ancora che per la questione giovanile. Due dimensioni diverse e complementari per la sua agenda, tutte da affrontare con decisione se non vuole perdere alle prossime politiche.

Resurrezione di Lazzaro, 1527

 

O se non vuole, per vincerle, affidarsi soltanto a contraddizioni e limiti dell’avversario. Sembra che quest’ultimo faccia di tutto per accontentarla. Come si spiega altrimenti che la “comunicazione” dell’opposizione, dopo la vittoria del No, si concentri sul dilemma delle primarie?
Come è possibile che invece di discutere sulle scelte strategiche da compiere intorno a condizione giovanile, formazione, ricerca, Mezzogiorno, ci si perda a discettare sul modo di giungere alla designazione del candidato premier? Con ciò stesso, tra l’altro, ponendo in evidenza l’indubbio vantaggio della Destra, che già ce l’ha. Purtroppo questo comportamento, che di per sé sarebbe soltanto risibile, nasconde (per modo di dire) il fatto che la coalizione di centro-sinistra non ha elaborato nessuna strategia comune su quei grandi problemi che hanno deciso lo stesso referendum, tra i quali vi è anche, certo, quello di una autentica riforma della Giustizia. E non potrà mai essere altrimenti, se si continua a fingere di poter affrontare la drammatica crescita delle disuguaglianze, il crollo di potere d’acquisto di salari e pensioni, la crisi complessiva dei servizi sociali, senza metter mano a incisive politiche fiscali sui profitti e redditi più alti, senza colpire seriamente l’evasione. Idem per la politica estera. Se si vogliono i voti dei giovani, è essenziale voltar pagina, comprendere che non si può essere una volta con la Von der Leyen e un’altra coi palestinesi. Né si possono continuare ad avere dentro la stessa coalizione voci del tutto dissonanti sulle tragedie che attraversiamo. Ma come costruire un programma politico del centro-sinistra, così capace anche di sfruttare le macroscopiche contraddizioni del governo Meloni, se nessuno dei partiti che lo compongono ormai da decenni dà vita a un vero, serio congresso? Se da più di una generazione la sua classe dirigente si forma attraverso cooptazioni e giochi di puro vertice? Il referendum dice che il centro-sinistra potrebbe vincere. Ma, al momento, nonostante sé stesso.