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martedì 31 marzo 2026

Vermeer a Torino

 


Vermeer per la prima volta a Torino: a Palazzo Madama la Donna in blu
Finestre sull'Arte, 4 marzo 2026


Dal 5 marzo al 29 giugno 2026, Palazzo Madama a Torino ospita nella Sala Atelier uno dei più noti lavori di Johannes Vermeer (Delft, 1632 – 1675), la Donna in blu in prestito dal Rijksmuseum di Amsterdam. È la prima volta che Torino accoglie un dipinto dell’artista olandese: il pubblico ha così la possibilità di vedere in città uno dei vertici della pittura europea del Seicento. L’arrivo del capolavoro inaugura l’iniziativa Incontro con il capolavoro, un nuovo ciclo espositivo dedicato ai grandi protagonisti della storia dell’arte antica e moderna, curato da Clelia Arnaldi di BalmeAnna La Ferla Giovanni Carlo Federico Villa. Il progetto vuole configurarsi come un percorso di approfondimento scientifico e culturale, concepito come un dispositivo narrativo che si pone l’obiettivo di generare conoscenza, stimolare il dialogo interdisciplinare e aprire nuove prospettive di lettura del patrimonio.

La scena dipinta da Vermeer si svolge in un interno domestico di giorno. I protagonisti sono un interno silenzioso, una giovane donna colta di profilo mentre legge una lettera, la luce fredda che avvolge la scena e un blu intenso che domina lo spazio come un campo magnetico. La giovane, con i capelli raccolti e un abito da casa, tiene la lettera con entrambe le mani. Il suo ventre, morbido e rotondo, suggerisce una possibile gravidanza, accentuata dalla casacca blu, una beddejak, giacca da letto chiusa da piccoli fiocchi dello stesso colore. Attorno a lei pochi arredi essenziali: sedie di legno scuro con borchie in ottone, un tavolo coperto da un drappo su cui sono posate una collana di perle, un foglio, forse un’altra lettera, e una cassetta aperta, come se fosse stata appena rovistata. Alle spalle, una grande carta geografica occupa parte della parete. L’osservatore è escluso da questa scena privata, sospesa in un silenzio denso e trattenuto. Nulla viene esplicitato, tutto rimane suggerito. Cosa contiene la lettera, chi l’ha scritta, perché la giovane la stringe con tanta forza sono interrogativi che restano senza risposta, generando quella tensione narrativa sottile che caratterizza la pittura di Vermeer.

Il fulcro visivo del dipinto è la macchia azzurra dell’abito, che domina l’intera composizione con una forza silenziosa. Il blu non è un semplice elemento cromatico, ma un campo di energia attorno al quale l’immagine si organizza. Vermeer ottiene questa intensità utilizzando un pigmento raro e prezioso, il lapislazzuli, importato da regioni lontane attraverso le rotte commerciali che collegavano l’Europa all’Asia. La scelta implica un investimento economico rilevante e una consapevolezza profonda del valore percettivo del colore: il blu assorbe la luce e la restituisce in modo diffuso, creando un effetto di espansione che avvolge la figura e ne amplifica la presenza.

Anche lo sfondo è carico di significati. Sulla parete chiara è appesa una carta geografica dell’Olanda e della Frisia occidentale, riconoscibile in quella stampata nel 1621 da Willem Janszoon Blaeu su disegno di Balthasar Floriszoon van Beckernrode. La mappa evoca il Secolo d’oro olandese, i traffici, le scoperte e le esplorazioni che segnarono l’ascesa economica e culturale della Repubblica delle Province Unite. Quella carta, quasi una finestra disegnata sul mondo esterno e sui possedimenti del regno, colloca l’intimità della scena in un orizzonte globale.

La Delft della seconda metà del XVII secolo non era soltanto una prospera cittadina, ma un laboratorio culturale in cui si intrecciavano libertà religiosa, spirito mercantile e innovazione tecnica. Le botteghe degli artigiani dialogavano con gli studi dei cartografi, le case dei mercanti custodivano strumenti scientifici e oggetti rari, mentre nelle osterie si discuteva dei progressi nella costruzione di lenti. In questo contesto si forma lo sguardo di Vermeer, tutt’altro che isolato dal suo tempo. La presenza di Antoni van Leeuwenhoek e la vicinanza ideale al pensiero di Baruch Spinoza delineano un triangolo simbolico che restituisce la complessità dell’orizzonte intellettuale in cui l’artista operava.

https://gmzavattaro.blogspot.com/2016/05/spinoza-e-vermeer-la-perfezione-del.html

venerdì 20 marzo 2026

Van Dyck a Genova





Nobildonna genovese


Ritratto di Ambrogio Spinola

Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra

Palazzo Ducale presenta la più grande mostra degli ultimi 25 anni dedicata a uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico, Anton van Dyck.

Un “genio”, appunto, capace di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. Van Dyck fu un artista che riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative.

L’eccezionalità della mostra – che si propone come una retrospettiva aperta a uno sguardo internazionale – si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (60 in dieci sezioni tematiche), prestate dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e la National Gallery di Londra, e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, i Musei Reali di Torino, oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum.

Anton van Dyck, Sposalizio mistico di Santa Caterina,1618-1620© Photographic Archive. Museo Nacional del Prado. Madrid 

Van Dyck fu un pittore europeo, nel senso letterale del termine: saranno presentate opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera del pittore, nelle Fiandre, sua patria, e a Londra, dove venne chiamato a lavorare per il re Carlo I d’Inghilterra. La parabola artistica del pittore corre sul filo della storia anche economica e politica dell’Europa.

La mostra vuole essere, così, un viaggio alla scoperta del Van Dyck di “tre patrie” e di “tre stagioni” distinte, che condurrà il visitatore non in un percorso strettamente cronologico, ma con proposte tematiche che più chiaramente testimoniano come la sua arte sia stata in grado di adattarsi e di maturare. Ma soprattutto di conquistare il gusto e il favore di tutti, allora come oggi.

In mostra ci saranno tele di grandi dimensioni e il visitatore verrà naturalmente immerso in vere e proprie scene teatrali, piene di colori, di personaggi, di suggestioni. Non ci sarà, però, soltanto il Van Dyck ritrattista, attività che lo ha reso celebre e che certo verrà rappresentata con opere di ogni stagione della sua attività, da Anversa, all’Italia, all’Inghilterra.

Anton van Dyck, Due studi di testa d’uomo, 1615-1617 ca., KBC Art Collection Belgium, Antwerp, Museum Snijders&Rockox House

Il visitatore scoprirà, forse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento, che sarà più coinvolgente di quanto si possa pensare, per la pura bellezza della sua pittura e per la capacità, comunque e sempre, di sedurre il suo pubblico.

Le collezioni civiche genovesi avranno un ruolo rilevante nell’accogliere i tanti visitatori da fuori Genova, ma anche i genovesi, grazie a un percorso di valorizzazione dei dipinti di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici allestiti nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco).

L’incanto e lo stupore della mostra di Palazzo Ducale potranno proseguire infatti grazie alla segnalazione di itinerari a Genova, città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza.