giovedì 23 febbraio 2017

Montale sul New Yorker (1935)



Irma Brandeis
Russell Maloney
Poet's brother
The New Yorker, March 16, 1935, p. 13



We have just received, from a very reliable source, an account of an incident that took place a few weeks ago in Italy, at a café in Florence. Eugenio Montale, the Italian poet, was being introduced to Leo Stein, the brother of Gertrude, at a cafe in Florence. Mr. Stein is quite deaf. Montale, a little embarrassed and at loss for something to say, shouted into the mouthpiece of the apparatus on Mr. Stein's breast. "So you are the brother of Gertrude Stein?" "Louder, louder," said Stein, "I can't hear you," "Are you Gertrude's brother?" "Yes," said Stein, "I am." "Do you like her?" "Oh, very much," the Italian screamed, "Well, I don't," said Leo, "I hate her."


Edward Hirsch, Montale's Songbook, The New Yorker, December 21, 1998
BOOKS review of the collected poems of Eugenio Montale translated by Jonathan Galassi.



... Nowhere has the idea of love as a metaphysical affair had more currency that in Italian lyric poetry, where the beloved is a spur and an inspiration, a siren song, a spiritual twin, an alter ego. She becomes an angelic myth, a "goddess who won't become flesh",  a sun-drenched celestial light, a cosmic force, that he has absorbed into himself, a power that counters the evil in history.
Montale's beloved muse was based on Irma Brandeis, an American Italianist, but she was also a literary construction, a potent device. By framing and revealing his story as an allegorical autobiography, a work of devotion, and a songbook, he was working against - working through - a major line of descent that runs from the songs of the troubadours, who invented the idea of courty love, through Dante's "La Vita Nuova" and Petrarch's "Canzoniere". He once wrote of tradition that is continued "not by those who want to do so, but by those who can". It was given to Montale to lower his voice to a whisper in order to raise the lyric to a high power. His work is a modernist rupture with the past, but it is also a joyous fulfillment of Italian poetry.

 

http://machiave.blogspot.it/2015/02/clizia.html

150 milligrammi, con Sidse Babett Knudsen



Simone Lorenzati

150 milligrammi è l'ultima fatica della regista francese Emmanuelle Bercot e vede come ottimi protagonisti Sidse Babett Knudsen e Benoît Magimel. La storia è basata sulla vita del medico pneumologo Irène Frachon, la quale intraprende una lotta titanica contro una casa farmaceutica francese, la Servier, rea di commercializzare il Mediator, farmaco prescritto legalmente per oltre trent'anni e che ha causato morti sospette su più di cinquecento persone. Frachon è interpretata dalla splendida Sidse Babett Knudsen, davvero bravissima, in grado di essere dura quanto sensibile, energetica quanto professionale. La regista Emmanuelle Bercot dà una buona lettura alla storia della "Erin Brockovich francese" lavorando su di un film di denuncia, di impegno sociale e professionale. Ciò che emerge è di disarmante attualità (i fatti sono realmente accaduti oltralpe tra il 2009 ed il 2010 e molti pazienti sono tuttora in attesa della causa legale e dei relativi danni richiesti alla Servier), così come vanno sottolineati il coraggio e la determinazione di una donna che, in nome dei suoi ideali e della sua etica professionale, sceglie di lottare contro i poteri forti, nonostante le numerose e continue difficoltà, per tutelare in primis la salute delle persone. Dopo aver coinvolto il gruppo di ricerca del piccolo ospedale in cui lavora, Frachon ed i suoi ipotizzano la possibilità di una correlazione di causa-effetto tra il farmaco e le valvulopatie da cui i pazienti vengono colpiti. Ha inizio così una guerra impari fra il piccolo team bretone, il Ministero della Salute e soprattutto il colosso farmaceutico che lo commercializza, dall'inizio titubante fino all'esplosione mediatica del caso. Il film della Bercot, che voleva fare il medico come suo padre, è diretto e coinvolge in prima persona lo spettatore nelle paure dei protagonisti e nella loro sete di giustizia. Non mancano aspetti eccessivamente romanzati della storia, a cominciare dalla famiglia della stessa Frachon, famiglia che si divide tra la passione per la musica ed un marito che appare tutto dipinto a suo vantaggio. In ogni caso la pellicola è assolutamente consigliata sia per l'opera in sé e sia per l'ottimismo che trasmette. “Il mondo è un posto pericoloso in cui vivere, non a causa di coloro che compiono azioni malvagie, ma a causa di coloro che stanno a guardare senza fare niente” sosteneva Albert Einstein. Una frase che Frachon sente sua e che sarà la spinta per la sua battaglia.

martedì 14 febbraio 2017

Un Consiglio comunale a Torino


Simone Lorenzati, Metti un pomeriggio in Sala Rossa


Metti che un giorno tu decida di vedere come funziona davvero. Che tu sia stufo di telegiornali e giornali e voglia osservare come si muove la macchina amministrativa cittadina da vicino. Metti, poi, che tu voglia vedere in prima persona quella che, secondo un sondaggio commissionato poche settimane fa dal Sole 24 ore, è la Sindaca più amata d'Italia. E allora, con in mente questo ed altro, decidi di presenziare al tuo primo Consiglio comunale a Torino (non certo il primo in assoluto), per inciso il quinto da quando si è insediata la Giunta guidata da Chiara Appendino. Decidi di evitare la trafila da giornalista e, abbandonando il tesserino a casa, ti registri come semplice visitatore per poi andare ad accomodarti in “piccionaia”. E già qui la prima sorpresa. Una città di un milione di abitanti e, ad assistere al Consiglio, dall'inizio alla fine, siamo in tre: io e una coppia di signori, con chiaramente decisione presa da lei visto l'interesse che manifesterà lui durante l'intera seduta. Più altri 5 o 6 che restano grossomodo un'ora ciascuno. In effetti, va detto, le tre ore e mezza di durata non aiutano ad entusiasmare e ad avvicinare alla politica. E deve pensarla così anche Appendino che farà, infatti, una fugace apparizione di una ventina di minuti circa verso metà Consiglio. 
Sono quindici le interpellanze presentate dalle varie opposizioni alla maggioranza pentastellata e ben poche verranno accolte (fatta eccezione per una, in finale di seduta, presentata dalla Artesio di Torino in Comune). Il clima ricalca, in formato mignon, ciò che si vede in Parlamento. Il gruppo M5S e il Pd impegnati a giocare uno contro uno, mentre il resto dei gruppi pare più in disparte. Anche se i veri battibecchi arrivano dalle parti del centro-destra. Dopo una replica dell'assessore all'ambiente Giannuzzi, ad una interpellanza su inquinamento e relativi blocchi alle auto, è Osvaldo Napoli (Forza Italia) ad infiammare la seduta dando dell'imbarazzante all'intervento dell'assessore “sia per cosa ha detto sia per come lo ha esposto. Se si scrive le cose almeno a casa le legga un paio di volte prima di venire in aula. Glielo suggerisco davvero come consiglio”. Brusii e rimostranze dai banchi pentastellati mentre Giannuzzi ha preferito non replicare. Altro scontro sulla linea M5S-Lega in merito ad una interpellanza, firmata dal capogruppo Ricca, sul campo rom di via Germagnano: “Vi preoccupate degli adulti ma non dei bambini che qui respirano veleni tutto il giorno giocando in un campo in cui non hanno deciso di stare”. “Sappia che i bambini ci stanno a cuore ma il problema dei campi-rom non è certamente di semplice soluzione. E questa non sono le ruspe come proponete voi” è stata la replica di Appendino nel suo unico intervento in aula. Il Pd, dal canto suo, orfano di Fassino impegnato alla direzione nazionale del partito, si è diviso tra accuse di dilettantismo e inoperosità alla maggioranza e, specie per bocca del capogruppo Lo Russo, offerte di dialogo per il bene della città (tentativi sostanzialmente sempre respinti dai pentastellati). 
L'impressione è che in Commissione sia più visibile come funziona davvero la macchina comunale mentre, in sede consiliare, sia meno comprensibile. Chiaramente anche in città è più semplice stare all'opposizione che non governare e, seppur a ruoli invertiti, lo schema è lo stesso che in Parlamento. Dando per scontato l'amore per Torino da parte di ciascun consigliere, da buon crociano, uscendo dalla Sala Rossa a fine seduta mi è tornata in mente una sua storica frase: il vero politico onesto è il politico capace.

giovedì 9 febbraio 2017

Renzi a malpartito



Carlo Bertini
Esplode la rivolta nel Pd
Renzi userà il congresso per evitare la scissione 

La Stampa, 9 febbraio 2017


Dopo giorni di rancori soffocati e tempesta incombente, esplode la rivolta nel Pd: «Sta franando tutto», scuote la testa sconsolato uno dei renziani più fedeli al capo. Si può immaginare cosa dicano gli altri. Gli eventi precipitano e sintomo della crisi che sembra mettere una pietra tombale sulla corsa alle urne è la lettera di 41 senatori, tra cui Chiti, Manconi, Tocci, in cui si chiede di sostenere il governo e di «non concedere più nulla alle pulsioni dell’antipolitica». Una dura critica all’assenza di analisi, «le amministrative, il risultato del referendum, il cambio di leadership governativa aspettano ancora una ragione interpretativa. E serve un tempo ragionevole», per capire cosa proporre prima di andare al voto. Nella war room renziana vengono scannerizzati i nomi e si vede che dodici firmatari sono di area Franceschini, otto attribuibili a Orlando. Se ai 41 si aggiungono i 20 bersaniani, la metà del gruppo Pd del Senato è fuori controllo. Ma la vera svolta è la crisi che investe la maggioranza renziana: per due giorni con interruzioni solo per votare la fiducia, in Senato va in scena uno psicodramma impensabile fino a due mesi fa, una rivolta di franceschiniani e renziani vari della seconda ora. «Qui siamo in mezzo alle macerie», dicono i fedelissimi alla fine. Sconcertati dopo aver sentito senatori fino a ieri allineati scaricare sul luogotenente di Renzi, il toscano Andrea Marcucci, una valanga di recriminazioni, con una violenza verbale inusitata. Accusando Renzi di ogni cosa, dalla «sua assenza», alla questione dei vitalizi, al parlare solo di data di elezioni. Un conto salatissimo, messo in carico al leader anche da quelli di Franceschini. Con i renziani presenti imbarazzati al punto che l’intervento finale di Marcucci per parare i colpi riceve un’accoglienza tiepida pure dai suoi.
Renzi è infuriato e lancia la sua cavalleria contro Bersani che gli intima di piantarla con i giochetti, ma sa che sta sfumando il suo progetto di votare a giugno. Idea che malgrado tutto ancora accarezza, cercando di convincere - tramite ambasciatori - pure Berlusconi che se si voterà a febbraio 2018 anche lui potrebbe restare invischiato nell’effetto Monti, per via delle prese in carico di responsabilità nazionale che potrebbe richiedere la manovra lacrime e sangue di autunno. Ma è il Pd il suo fronte più debole, l’ex Cavaliere lo sa e per questo lo lascia cuocere nel suo brodo.
Il partito di governo infatti è una barca che fa acqua, al punto che il segretario sta pensando, consigliato dai suoi, di usare il congresso anticipato come arma per mettere a tacere la rivolta. Mettendo in mora la strategia dei «compagni». Che sarebbero costretti a rinunciare alla scissione. «Meglio, per me lasciare il Pd sarebbe una scelta drammatica, per altri forse no», ammette Miguel Gotor [nella foto]. Se fosse tolto dal tavolo il voto a giugno, sarebbero convocate le assise per la sfida della leadership come chiede Bersani. Il quale ritiene che comunque Renzi parta favorito, tanto che i «compagni» saranno costretti a puntare su un unico «cavallo» per non indebolirsi con più candidati. Oggi Roberto Speranza riunirà la corrente in ebollizione. Ma è indubbio che con il congresso tutto il cantiere della scissione guidato da D’Alema verrebbe messo in crisi, tanto che in camera caritatis anche dirigenti di Sinistra Italiana ammettono di fare il tifo per il voto a giugno, perché la forzatura di Renzi agevolerebbe loro il compito di svuotare il Pd. Insomma col congresso a giugno da chiudere con le primarie a ottobre si riaprirebbero i giochi.

sabato 4 febbraio 2017

John Fante, Le donne di Napoli (1957)


 
John Fante, Lettera alla moglie Joyce, Napoli, ca 27-28 luglio 1957, sta in Id., Tesoro, qui è tutto una follia, trad. Alessandra Osti, Fazi, Roma 1999



Tesoro,
le donne di Napoli sono dei maiali. Sono maiali grassi con dei vestiti sciatti, di solito neri, macchiati di salsa di pomodoro, urina, grasso, o dalla cacca di un bebè. I seni gli arrivano alle ginocchia, e i loro culi pendono come dei palloncini gonfi d’acqua. In realtà non camminano, si trascinano piuttosto, scivolando su dei sandali di legno o cuoio dai quali fanno capolino dieci sudice dita. Ma devo anche spiegare che sono meravigliose, ognuna ha il volto della madre di Dio e le mani contorte, incallite delle donne che hanno passato la loro vita a badare ai propri figli e ai propri uomini. Quei seni giganteschi e scesi, così grotteschi e mostruosi, confortano i bambini che piangono, e non è difficile immaginare che eccitino gli uomini. E' anche possibile che a Napoli gli uomini preferiscano che le loro donne siano corpulente e abbrutite, con pance poderose e occhi che abbiano guardato Dio. Immagino che gli uomini vogliano che le donne abbiano un forte odore di sudore e di mestruazioni perché è animalesco, è come andare il più vicino possibile all’animale continuando a vivere nella civiltà. Perché sono civili, sofisticati, generosi, gentili, educati, valorosi e terribilmente coraggiosi.



Sembra un brano turgidamente iperbolico, ricavato da una lettura non sorvegliata della Pelle di Curzio Malaparte, un pasticcio di morbosità eccitata e di pigmentazione ad effetto, con quel richiamo blasfemo alla Madonna tipicamente fantiano. (Giacomo D'Angelo, L'emigrazione abruzzese e la letteratura)

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/03/23/john-fante-lettere-sull-italia.html
https://palomarblog.wordpress.com/2017/02/05/berlino-est-1960/


giovedì 19 gennaio 2017

Althusser, Lettere a Franca








Giampiero Martinotti, Le lettere d'Althusser all'amante italiana, la Repubblica 30 ottobre 1998

Parigi. Cinquecento lettere, di cui alcune appassionate come quelle di certi grandi epistolari romantici, vengono ad arricchire la complessa biografia di Louis Althusser, il filosofo marxista scomparso otto anni fa. A far risuonare alternativamente le corde della passione e della ricerca intellettuale è Franca Madonia, traduttrice e saggista, una delle figure centrali della sua vita. L'epistolario sta per andare in libreria (Lettres à Franca 1961-1973, Stock/Imec, pp. 832, 170 franchi) e già si può dire che la sua pubblicazione costituisca una tappa essenziale per ricostruire la biografia, personale e intellettuale, di uno dei più influenti pensatori francesi del dopoguerra. Althusser rappresenta ancora oggi un enigma: filosofo, militante comunista, direttore della Scuola Normale Superiore, difensore della psicoanalisi, ma anche uomo lacerato, malinconico, soggetto a fortissime crisi depressive, sfociate nel tragico assassinio della moglie, Hélène Rytman, strangolata il 16 novembre 1981 nel loro appartamento alla Normale. Secondo il suo biografo, Yann Moulier Boutang, la sua vita è un intreccio di ragione e di follia in cui è difficile districarsi: Althusser ha scritto la sua autobiografia, dopo l' uccisione della moglie, ma il suo racconto comporta spesso dimenticanze o vere e proprie bugie. Meglio ancora: rimozioni. Le lettere scritte a Franca Madonia aiutano a ricostruire la sua complessa e affascinante personalità. Althusser l' aveva conosciuta in Romagna nell' estate del 1961. Franca era traduttrice di Lévi-Strauss e di Merleau-Ponty, era sposata con Mino Madonia, militante del Pci e dirigente d' azienda. Vivevano vicino a Forlì. Althusser se ne innamorò subito e nel confronto con lei, al contempo passionale e intellettuale, cominciò a distaccarsi dalla tradizione stalinista, ad elaborare la sua lettura di Marx che a metà degli anni Sessanta lo rese celebre. Franca rappresenta una specie di idillio. La sua vita in Italia riassume quel che manca ad Althusser: una famiglia, un modo di pensare diverso, nuovo. La relazione con la donna italiana riproduce una situazione tipica della sua vita: da un lato Hélène, compagna di vita dal 1946 (la sposerà nel 1976) e militante comunista, dall' altro le altre, come la svizzera Claire Z. e, appunto, Franca Madonia. Secondo Elisabeth Roudinesco, in un articolo pubblicato ieri su Le Monde, Althusser oscilla tra due tipi di femminilità: quella colpevole e deprimente rappresentata da Hélène e quella "iniziatica e incandescente" rappresentata dalla straniera e dalla sua vitalità tutta italiana. Due modelli differenti, ma non contrapposti in lui, di "amour fou", uno tragico e uno luminoso. Nelle lettere a Franca Madonia Althusser alterna le riflessioni sul comunismo e sulla psicanalisi alla passione per una donna in qualche modo irraggiungibile: Franca, come anni prima Claire, rappresenta la fuga dalla quotidianità, l' illusione di sfuggire alla malinconia e alla depressione. Le parole di Althusser tracimano a volte nel lirismo romantico di un infelice: "Franca, nera, notte, fuoco, bella e brutta, passione e ragione estreme, smisurata e saggia. Amore mio, amarti mi spezza, stasera ho le gambe a pezzi da non poter camminare - eppure che altro ho fatto oggi se non pensare a te, inseguirti e amarti?". E ancora: "Dico questo anche per combattere il desiderio di te, della tua presenza, il desiderio di vederti, parlarti, toccarti. Se ti scrivo, è anche per questo, l' hai capito: la scrittura rende presente in un certo modo, è una lotta contro l' assenza". Quando si conoscono, il filosofo ha 42 anni, Franca Madonia 36. Althusser non riesce a separare Franca da Hélène, tenta anzi di integrare Mino, il marito, nel loro rapporto. Franca cercherà sempre di sottrarsi a questa sua volontà. Del resto, Althusser ha analizzato con lucidità questa situazione nel 1985, quando ha scritto la sua autobiografia, L' avenir dure longtemps. Racconta delle sue "storie di donne": accanto a Hélène "ho sempre avuto il bisogno di costituirmi una "riserva di donne" e di sollecitare da Hélène un' esplicita approvazione. Senza dubbio avevo "bisogno" di queste donne come altrettanti supplementi erotici per soddisfare quel che l' infelice Hélène non poteva dare di lei, un giovane corpo non sofferente e questo eterno desiderio che inseguivo in sogno, che "mancavano" al mio desiderio intaccato, la prova che potevo, accanto a un padre-madre, desiderare anche il corpo di una semplice donna desiderabile". La contraddizione è insanabile: Althusser non riesce a cominciare una storia amorosa senza l' approvazione di Hélène e trova una sintesi tutta sua: "Mi innamoravo di donne secondo il mio gusto, ma abbastanza lontane per evitare il peggio: vivevano in Svizzera (Claire) o in Italia (Franca), dunque a una distanza inconsciamente calcolata per vederle solo a tratti (al di là di tre giorni ne ero regolarmente, cioè inconsciamente, stanco e disgustato, eppure che donne eccezionali d' animo e di bellezza furono per me Claire e Franca)". Nell' autobiografia, tuttavia, Althusser tace alcune cose o sbaglia in maniera madornale le date, come quando dice di aver incontrato Franca nel 1974. Ciò non toglie interesse a come analizza la fine dei due rapporti, quando le donne lo mettono con le spalle al muro, gli chiedono una vita in comune e un figlio. Lui lo racconta così: "Con Franca, questa magnifica italiana di trentasei anni, che alla sua età aveva disperato di poter ancora amare, fu peggio. Un giorno sbarcò a Parigi con il pretesto di seguire un corso di Lévi- Strauss, mi avvertì per telefono del suo arrivo e mi disse che potevo fare di lei quel che volevo. Entrò perfino in casa mia passando dalla finestra. Era troppo chiaro. Mi ammalai subito, fortemente depresso. Anche lei aveva avuto delle "idee" su di me". Nell' epistolario, come già nell' autobiografia, Althusser dà libero corso alla sua follia amorosa e mette in luce il suo rapporto con la psicanalisi. Non solo quello teorico con il pensiero di Lacan, ma quello della sua terapia con René Diatkine, che prese in cura anche Hélène. Da questo punto di vista, le lettere a Franca Madonia offrono agli studiosi nuovo materiale per cercare di "razionalizzare" la figura di Althusser e del suo labirintico pensiero. La corrispondenza (l' editore francese ha incluso anche ventidue lettere di Franca) termina nel 1973. I due s' incontrarono ancora una volta a Bologna nel 1980. Pochi mesi dopo, nel novembre dello stesso anno, Althusser strangola la moglie durante una crisi depressiva, tragico epilogo di un rapporto durato trentaquattro anni. Franca Madonia morirà a Parigi nell' 81 per una cirrosi causata dall' epatite C. Ma non rivedrà Louis Althusser, rinchiuso nell' ospedale psichiatrico Sainte-Anne. Non fu mai processato per l' omicidio della moglie, perché ritenuto incapace di intendere e di volere.



Martine de Rabaudy, Le fou de Franca, L'Express 19 novembre 1998
 Le dimanche 16 novembre 1980, Louis Althusser étranglait sa femme, Hélène. L'une des plus importantes figures de la philosophie, le caïman (directeur d'études) à l'Ecole normale supérieure de Michel Foucault et de Régis Debray, le découvreur de Jacques Lacan devenait au cours d'une crise de démence un assassin. La communauté intellectuelle française et internationale ressentait la nouvelle comme une déflagration. Quelques jours après le meurtre, une Italienne, traductrice et philosophe elle aussi, accourait à Paris et se présentait à l'hôpital Saint-Anne afin de le voir. Sous le choc, et face à l'interdiction formelle de visites, elle était prise d'un violent malaise provoqué par une perforation de l'estomac. Opérée en urgence, victime d'une complication hépatique, elle succombait à Villejuif, deux mois et demi après la mort d'Hélène, sans qu'Althusser, englouti dans son brouillard dépressif, l'apprenne. Cette femme, très belle, se nommait Franca Madonia. Elle était l'amie d'Hélène et l'amour de Louis.
Chronique vivante des idées de l'époque
En 1961, lorsqu'ils se découvrent en Italie dans la bienheureuse atmosphère familiale des Madonia, une maison en Romagne qualifiée par Althusser de «paradis de Bertinoro», il a 42 ans et elle 35. Malgré une passion partagée, aucun des deux ne chamboulera la structure de son existence: Louis rentre à Paris accompagné d'Hélène et Franca demeure auprès de Mino, son mari. L'irréfutable preuve de l'intensité de leur histoire est apportée aujourd'hui par la publication des Lettres à Franca, grâce au précieux travail de François Matheron et Yann Moulier Boutang, biographe du philosophe, qui ont classé et annoté plus de 500 lettres écrites entre 1961 et 1973 par Althusser à celle qui deviendra également la traductrice de ses oeuvres, dont Pour Marx. On trouvera seulement 22 réponses de Franca - mais essentielles - de celle qu'il appelait alternativement «Carogna», «Mon soleil noir» ou «Amore» et qu'il remerciait d'avoir bouleversé sa façon d'aimer dans une magnifique dissertation sentimentale, datée du 23 septembre 1961, sur la notion de présence ou d'absence de l'être aimé. L'ouvrage compte plus de 800 pages et, hélas! n'aurait matériellement pu en intégrer davantage.
L'exceptionnel intérêt de cette correspondance, d'une teneur et d'un style incomparables, par exemple, avec celle d'un Sartre et d'une Beauvoir (Lettres au Castor), réside, par-delà leur magnifique échange amoureux, dans la chronique vivante des idées de l'époque, les rencontres avec Barthes, Lacan, Foucault, Derrida, les lectures commentées de Freud, de Marx... On y perçoit le sens aigu de la responsabilité d'un maître à l'égard de ses élèves, le dévouement du professeur pour son école (combien de permanences de week-end, de vacances différées, d'heures passées à la réorganisation de la Rue d'Ulm!), l'altruisme envers ses collègues, l'attention permanente à ses amis, la compassion pour les souffrances psychiques d'Hélène. Beaucoup plus profondément que dans son autobiographie, L'avenir dure longtemps, écrite en 1985, après le drame, on pénètre ici dans l'immensité douloureuse d'une personnalité dédoublée par la psychose. On découvre une impressionnante lucidité et une analyse affûtée de ses crises de dépression, une formidable gourmandise de vivre à chaque rémission, une infatigable écoute des autres (ainsi la lettre poignante qu'il envoie après le suicide de son plus cher ami, philosophe et traducteur de Hegel, atteint de schizophrénie). Cette relation épistolaire jette un éclairage inconnu jusqu'alors sur les ténèbres de cet homme qui, mieux que quiconque, médecin ou psychanalyste, savait monter la garde devant sa terrible angoisse ontologique. Averti de l'issue, le lecteur avance comme le marcheur oppressé qui regarde le ciel se charger avant l'orage. On en sort ébloui et foudroyé.

martedì 17 gennaio 2017

Al termine della notte, incipit



A ottant'anni dalla sua pubblicazione e a cinquanta dalla morte del suo autore, Viaggio al termine della notte si impone come il romanzo che ha saputo meglio capire e rappresentare il Novecento, illuminandone con provocatoria originalità espressiva gli aspetti fondamentali. «Céline è stato creato da Dio per dare scandalo», scrisse Bernanos quando nel 1932 il romanzo diventò un successo mondiale, suscitando entusiasmi e contrasti feroci. Lo «scandalo Céline», che dura tuttora, è la profetica lucidità del suo delirio, uno sguardo che nulla perdona a sé e agli altri, che ha il coraggio di affrontare la notte dell'uomo così com'è. L'anarchico Céline, che amava definirsi un cronista, aveva vissuto le esperienze più drammatiche: gli orrori della Grande Guerra e le trincee delle Fiandre, la vita godereccia delle retrovie e l'ascesa di una piccola borghesia cinica e faccendiera, le durezze dell'Africa coloniale, la New York della «folla solitaria», le catene di montaggio della Ford a Detroit, la Parigi delle periferie più desolate dove lui faceva il medico dei poveri, a contatto con una miseria morale prima ancora che materiale. Totalmente nuovo, nel panorama francese ed europeo, è stato poi il suo modo insieme realistico e visionario, sofisticato e plebeo con cui Céline ha saputo trasfigurare questa materia incandescente. Per lui, in principio, è l'emozione, il sentimento della vita: di qui l'invenzione di un linguaggio che ha tutta l'immediatezza del «parlato» quotidiano, capace di dar voce, tra sarcasmi e pietà, alla tragicommedia di un secolo. Questo libro sembra riassumere in sé la disperazione del Novecento: è in realtà un'opera potentemente comica, esilarante, in cui lo spettacolo dell'abiezione scatena un riso liberatorio, un divertimento grottesco più forte dell'incubo. (presentazione editoriale)


Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte (1932), incipit


È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente. È Arthur Ganate che mi ha fatto parlare. Arthur, uno studente, anche lui di medicina, un compagno. Ci troviamo dunque a Place Clichy. Era dopo pranzo. Vuol parlarmi. Lo ascolto. "Non restiamo fuori! mi dice lui. Torniamo dentro!". Rientro con lui. Ecco. "'Sta terrazza, attacca lui, va bene per le uova alla coque! Vieni di qua". Allora, ci accorgiamo anche che non c'era nessuno per le strade, a causa del caldo; niente vetture, nulla. Quando fa molto freddo, lo stesso, non c'è nessuno per le strade; è lui, a quel che ricordo, che mi aveva detto in proposito: "Quelli di Parigi hanno sempre l'aria occupata, ma di fatto, vanno a passeggio da mattino a sera; prova ne è che quando non va bene per passeggiare, troppo freddo o troppo caldo, non li si vede più; son tutti dentro a prendersi il caffè con la crema e boccali di birra. È così! Il secolo della velocità! dicono loro. Dove mai? Grandi cambiamenti! ti raccontano loro. Che roba è? È cambiato niente, in verità. Continuano a stupirsi e basta. E nemmeno questo è nuovo per niente. Parole, e nemmeno tante, anche le parole che son cambiate! Due o tre di qui, di là, di quelle piccole..." Tutti fieri allora d'aver fatto risuonare queste utili verità, siamo rimasti là seduti, incantati, a guardare le dame del caffè.



Ça a débuté comme ça. Moi, j'avais jamais rien dit. Rien. C'est Arthur Ganate qui m'a fait parler. Arthur, un étudiant, un carabin lui aussi, un camarade. On se rencontre donc place Clichy. C'était après le déjeuner. Il veut me parler. Je l'écoute. « Restons pas dehors ! qu'il me dit. Rentrons ! » Je rentre avec lui. Voilà. « Cette terrasse, qu'il commence, c'est pour les œufs à la coque ! Viens par ici ! » Alors, on remarque encore qu'il n'y avait personne dans les rues, à cause de la chaleur ; pas de voitures, rien. Quand il fait très froid, non plus, il n'y a personne dans les rues ; c'est lui, même que je m'en souviens, qui m'avait dit à ce propos : « Les gens de Paris ont l'air toujours d'être occupés, mais en fait, ils se promènent du matin au soir ; la preuve, c'est que lorsqu'il ne fait pas bon à se promener, trop froid ou trop chaud, on ne les voit p lus ; ils sont tous dedans à prendre des cafés crème et des bocks. C'est ainsi ! Siècle de vitesse ! qu'ils disent. Où ça ? Grands changements ! qu'ils racontent. Comment ça ? Rien n'est changé en vérité. Ils continuent à s'admirer et c'est tout. Et ça n'est pas nouveau non plus. Des mots, et encore pas beaucoup, même parmi les mots, qui sont changés ! Deux ou trois par-ci, par-là, des petits... » Bien fiers alors d'avoir fait sonner ces vérités utiles, on est demeurés là assis, ravis, à regarder les dames du café.
 
http://machiave.blogspot.it/2014/07/bardamu-scopre-la-guerra.html