Visualizzazione post con etichetta Charlie Hebdo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Charlie Hebdo. Mostra tutti i post

venerdì 8 maggio 2015

La fierezza intollerante e oltraggiosa di una islamofobia mascherata

Nicolas Truong
Una critica paradossale delle illusioni dell'11 gennaio
Le Monde, 8 maggio 2015

 
Uno spettro si aggira per la Francia. Quello del "cattolicesimo zombi". Una sopravvivenza dell'impronta cattolica in atteggiamenti che, secondo lo storico e antropologo Emmanuel Todd, spiega in gran parte "l'accesso di isteria" della mobilitazione storica dell'11 gennaio. Una determinazione potente e inconscia che permette, alla rinfusa, di capire "l'islamofobia" delle classi medie, la devozione delle élites europeiste, il disprezzo per gli iloti accusati di "populismo" e anche perché il partito socialista di Francois Hollande è ora "ancorato a destra".
In
Chi è Charlie? Sociologia di una crisi religiosa (Seuil, 252 pagine, 18 €), Emmanuel Todd vuole smontare "l' inganno" della comunione nazionale dell'11 gennaio. Come avevano già ricordato molti osservatori, "una parte della Francia non c'era" in quel giorno memorabile. In una parola, nota oggi Emmanuel Todd, è la Francia delle classi medie superiori che ha manifetato, mentre quella del mondo popolare, dei giovani lavoratori suburbani e provinciali ha disertato l'evento.
L'unanimità politica e mediatica gli fece l'effetto di un "flash totalitario". Nel gennaio del 2015, assicura, "nessuna analisi critica sarebbe stata udibile." Rony Brauman, ex presidente di Medici Senza Frontiere, contestava pur sempre nelle nostre colonne "la retorica di intimidazione morale" spiegando che cosa gli aveva impedito di entrare nel corteo (
Le Monde, 16 gennaio), mentre il filosofo Alain Badiou derideva questa ingiunzione a manifestare, "Ci mancava solo che Manuel Valls prevedesse di imprigionare gli assenti", ha scritto (Le Monde, 28 gennaio). Come possiamo vedere, l'originalità del saggio di Emmanuel Todd non sta nel vittimismo di un autore che allora sarebbe stato imbavagliato e che adesso campeggia sulle prime pagine dei giornali letti dall'intera intellighenzia di sinistra.

Una "oligarchia di massa"

Il libro è un invito a comprendere i meccanismi di potere ideologico e politico della nostra società partendo dal momento "Charlie", un'analisi raffinata e virulenta della "crisi religiosa" di una nazione che "mente a se stessa" nella comunione laica. Certo, lui è d'accordo, i manifestanti hanno sfilato, in buona coscienza, per la tolleranza. Ma questa non è la realtà dei "valori latenti" che li hanno mossi. Quel giorno, ha scritto, "si trattava anzitutto di affermare un potere sociale, il dominio". Quello della "Francia bianca" delle categorie superiori accorsa in piazza per "definire come bisogno prioritario il diritto di sputare sulla religione dei deboli". Quello di una Francia contraria all'uguaglianza non nei suoi proclami teorici e consapevoli, ma nella sua pratica e nei comportamenti inconsci.
Perché "le forze che sostengono oggi della Repubblica non sono di natura repubblicana", spiega. Come illustra il divario tra le manifestazioni di massa a Lione e quelle più modeste di Marsiglia, sono gli abitanti delle antiche terre cattoliche e gerarchiche che si sono mobilitati l' 11 gennaio. E' questa "oligarchia di massa" che accetta la segregazione sociale delle persone svantaggiate, la retrocessione di giovani musulmani in ghetti urbani che si è indignata, insiste.
Mappatura a sostegno, il demografo vuole dimostrare che una "subcultura cattolica periferica", che persiste nonostante il declino della Chiesa determina aloro insaputa gli individui. E promuove la nascita di una "neorepubblica" inegualitaria. Sotto la sua influenza, la "dea crudele" della moneta unica europea ha sostituito la Santissima Trinità. Perché il trattato di Maastricht "deriva dal cattolicesimo e da Vichy più che dalla Rivoluzione," assicura. Sotto la sua influenza, il PS si è spostato a destra. Così François Hollande, figlio di genitori cattolici, appare come "l'incarnazione perfetta del cattolicesimo zombi". Mentre il PS è "soggettivamente" anti-razzista, ma è "oggettivamente xenofobo", assicura Todd perché "esclude i figli degli immigrati dalla nazione francese." In sintesi, non c'è corrispondenza completa tra le parole e le azioni di questi dominante che componevano la maggior parte dei manifestanti.

Combattere "la nuova isteria secolare"

Dall'islamofobia dei quartieri bene all'antisemitismo delle
periferie segregate, la responsabilità dei notabili di questa "neorepubblica" inegalitaria è, secondo Todd immensa. Che fare allora? Combattere "la nuova isteria laicista", egli scrive, semplicemente una "religione" che ha fatto dell'Islam suo capro espiatorio proclamando "il dovere di caricaturare Maometto".
Dopo l'eccesso
della manifestazione, si passa all'ecumenismo della conclusione. L'intera panoplia della laicità aperta del neorepublicanesimo che Todd si accanisce a combattere si trova a essere tranquillamente sciorinata. Diritto alla blasfemia, libertà di espressione protetta da parte dello Stato, assimilazione degli immigrati, "integrazione positiva" dell'Islam ... Anche il divieto del velo nelle scuole, considerato islamofobo da molti, è considerato dall'autore che è esente o paradossi e contraddizioni, come "una buona cosa". La sfilza dei suoi anatemi si chiude di conseguenza con il catalogo del catechismo repubblicano puro. E' finalmente giunto il momento di rispondere alla domanda posta dall'antropologo, "Chi è Charlie?" E' Emmanuel Todd, ma lui non lo sapeva.


-----------------------------------------------------------------------

Bernardo Valli
Il premier: “Fu per la #laicità”
la Repubblica, 8 maggio 2015

... Manuel Valls reagisce con un articolo su Le Monde al libro di Emmanuel Todd. Nega anzitutto che la dimostrazione dell’11 gennaio sia stato un attacco all’Islam. “Calpestare Maometto?” Nessuno lo voleva. La manifestazione era per la tolleranza e per la laicità. È stato un grido lanciato contro il jihadismo che aveva appena assassinato dei cittadini francesi. Richiamandosi abusivamente a una fede. Se molti cittadini si sono tenuti quel giorno in disparte, non hanno ritenuto opportuno unirsi ai quattro milioni di Place de la République, è un fatto che naturalmente suscita interrogativi nei politici e nel governo. Ma questo non basta per denigrare un grande avvenimento popolare, una reazione sana di larga parte del paese. Se non tutto era perfetto non bisogna abbandonarsi all’autoflagellazione. Manuel Valls esclude che un’analisi, sia pure lucida, possa rendere meno nobile l’azione repubblicana dell’11 gennaio. E riesca a dissacrarla.  

domenica 1 marzo 2015

Claudio Magris, l'importanza del rispetto per l'altro

Claudio Magris
Offendere non è libertà
Corriere della Sera la Lettura, 1 marzo 2015





Tra le vittime dell’efferata strage dei redattori di «Charlie Hebdo» c’è anche — certo infinitamente meno importante e meno sconvolgente — la logica. È un delitto atroce, compiuto da sicari sfortunatamente morti — sfortunatamente non perché si senta la loro mancanza, ma perché da vivi avrebbero potuto fornire utili informazioni sui loro mandanti e le loro organizzazioni —, che va punito con estrema durezza, risalendo se possibile a chi l’ha voluto e preparato. E che le vittime dell’immondo attentato, redattori della rivista e poliziotti, e i loro famigliari ed amici abbiano diritto a tutta la nostra solidarietà e partecipazione è più che ovvio.
Ma non più — né meno — di altre vittime delle stesse o di altre mani fanatiche, a cominciare dai tanti africani che in quegli stessi giorni venivano massacrati in nome di analoghi fanatismi e quasi appena nominati nelle cronache. Come mai — si è chiesto sul suo blog Dino Cofrancesco, una delle teste più pensanti e più autenticamente e lucidamente liberali del nostro Paese — l’assassinio di tre bambini ebrei e di un rabbino professore a Tolosa nel 2012 ha destato un’emozione e uno sdegno tanto minori? Forse per il loro numero più ristretto? Ma gli africani trucidati dai fondamentalisti in quegli stessi giorni erano assai più numerosi. O perché non erano famosi, non erano artisti, come i vignettisti? Dunque uccidere un celebre artista indigna e sconvolge più che uccidere un bambino, secondo un’orrida, disumana aristocrazia della fama e dell’alloro delle Muse?
Qualche giornale non si è dimenticato della logica, osservando come sia insensato considerare l’eccidio parigino un attentato alla libertà di stampa, quasi fosse una censura governativa: sarebbe come dire, è stato giustamente scritto, che mettere una bomba al mercato ortofrutticolo è un attentato alla libertà di comperare frutta e verdura. È invece un attentato a una libertà e a un diritto più grandi, alla libertà e al diritto di vivere, alla vita delle persone.
La totale solidarietà con gli autori delle vignette in quanto vittime di una sanguinosa e inumana violenza non significa necessariamente osannare quelle vignette. Cofrancesco, laico sino al midollo e radicalmente scevro di quella pappa del cuore che inquina ragione e sentimento, ha scritto che se qualcuno assassinasse un negazionista egli chiederebbe la giusta dura pena per l’assassino senza per questo identificarsi in quel caso con l’assassinato, senza mettersi al collo un cartello con la scritta «Sono David Irving», l’inglese che nega la Shoah.
La premessa di ogni virtù, diceva Kant, è il rispetto, quel profondo rispetto per ogni uomo che nessuna vera satira cancella, se è vera satira ossia indignata e scatenata protesta che vendica gli oltraggi inflitti all’umanità. I grandi poeti satirici — Giovenale, Quevedo, Swift o Kraus — non sono sguaiati privi di rispetto, bensì profeti e vendicatori animati da sacro furore.
Alcune vignette di «Charlie Hebdo», spiritose o scurrili, hanno indubbiamente offeso legittime fedi e sentimenti. Non per questo i loro autori meritavano la morte, perché un’ingiuria viene punita con un’ammenda e non con la ghigliottina. È un’ingiustizia perseguire Dieudonné, il sedicente artista specializzato in oscenità antisemite?
Roberto Casati ha scritto, sul «Sole 24 Ore», che se si persegue la blasfemia bisogna perseguire pure l’ostentazione di simboli religiosi, che a suo avviso offende i bestemmiatori come questi offendono i credenti. Anzitutto la libertà d’espressione, il rispetto e la satira non riguardano soltanto le religioni e le loro negazioni, ma questioni e valori non meno importanti, dall’apologia di reato all’istigazione a delinquere, ad esempio in nome di un’ideologia. Ma libertà d’espressione dovrebbe voler dire libertà di esprimere i propri valori senza offendere quelli altrui e senza sentirsi offesi dai valori professati dagli altri. Perché chi si fa il segno della croce passando davanti a una chiesa dovrebbe offendere chi non se lo fa o viceversa?
Ognuno dev’essere libero di credere e di non credere senza offendere né sentirsi offeso da chi la pensa all’opposto. Non c’è ragione di sentirsi offeso da chi va in chiesa né da chi non ci va. La piaga del nostro tempo, ha scritto Amos Oz sul «Corriere della Sera», non è l’islam bensì il fanatismo, che accomuna gli assassini di Parigi ai cristiani, musulmani ed ebrei violenti.
Certamente ci possono essere ostentazioni offensive, come chi gironzolasse intorno a una moschea inalberando enormi crocifissi o gigantesche stelle di Davide. Ma di per sé la blasfemia non è la stessa cosa che portare al collo una catenina con la croce, così come portare lo zucchetto o i cernecchi non è la stessa cosa che innalzare un cartello che inneggia alla Shoah, perché portare lo zucchetto o una catenina al collo indica semplicemente una legittima appartenenza, mentre la bestemmia o l’irrisione della Shoah vuol ferire l’appartenenza dell’altro.
In nome della stessa logica, scrive ancora Cofrancesco, ognuno, a casa sua, solo o in compagnia di maggiorenni adulti e vaccinati e a patto di non violare specificamente la legge (ad esempio con violenze), è e deve essere libero di fare ciò che vuole, di bestemmiare a suo piacimento o sputare sul pavimento, cosa lecita in casa propria.
Ma come reagiremmo se, in nome della libertà di satira, qualche imbecille facesse delle vignette che sbeffeggiano i vignettisti di «Charlie Hebdo» che, in quanto vite stroncate da abietti assassini, rappresentano veramente l’umanità ossia tutti noi?


martedì 13 gennaio 2015

Il massacro a Charlie Hebdo: una testimone racconta

Soren Seelow
"C'est Charlie, venez vite, ils sont tous morts"
Le Monde, 13 janvier 2015

Sur la table, devant elle, Sigolène Vinson avait posé sa lecture du moment : La Faute de l’abbé Mouret, d’Emile Zola, l’histoire d’un prêtre déchiré entre sa vocation religieuse et l’amour d’une femme. Ce mercredi 7 janvier, peu après 10 heures, chacun s’est embrassé en se souhaitant la bonne année. C’était jour de rentrée pour l’équipe de Charlie Hebdo, la première conférence de rédaction de 2015. C’était aussi l’anniversaire de Luz, le dessinateur. Sigolène Vinson, la préposée habituelle aux chouquettes, avait donc apporté un « gâteau marbré » de la boulangerie du coin.
La jeune femme, chroniqueuse judiciaire de l’hebdomadaire satirique, se souvient de chaque détail de cette matinée où les rires se sont tus. Elle nous reçoit dans les locaux de Libération, qui offre l’asile depuis vendredi aux rescapés de Charlie Hebdo pour réaliser le numéro d’après, qui doit sortir mercredi 14 janvier. Elle chasse d’un bref sourire les ombres qui hantent son visage. Dix de ses amis ont été assassinés sous ses yeux mercredi. Elle a été épargnée. Elle tient à témoigner, dans un flot de mots entrecoupé de silences, de sourires et de larmes, pour ressusciter ce qu’était Charlie Hebdo, la joie de vivre et les morts.
En entrant dans la rédaction, ce jour-là, son gâteau dans les bras, elle salue Angélique, la femme chargée de l’accueil, dont le bureau fait face à l’entrée. Immédiatement à gauche se trouve celui de Simon Fieschi, le webmaster, qui tourne le dos à la porte blindée. Dans la kitchenette, Tignous prépare le café. Comme souvent, des « invités » de la rédaction sont présents. Michel Renaud est venu rendre à Cabu des dessins empruntés pour un festival qu’il a fondé, le Rendez-vous du carnet de voyage. Il a apporté un cadeau emballé dans un gros paquet : un jambon.
Lila, le petit cocker roux du journal, trottine de jambes en jambes. Avec une inclination particulière pour Cabu, surtout quand il y a du jambon, « parce qu’il donne toujours sa part au chien ». Sigolène Vinson parle au présent, des morts comme des vivants. Arrivé en retard, Philippe Lançon bougonne parce qu’il n’y a pas assez d’exemplaires de Charlie pour tout le monde. Un concours de blagues grivoises chasse rapidement son air chagrin : la conférence de rédaction vient de commencer.
Autour de la grande table rectangulaire sont assis, de gauche à droite à partir du seuil de la porte : Charb, Riss, Fabrice Nicolino, Bernard Maris, Philippe Lançon, Honoré, Coco, Tignous, Cabu, Elsa Cayat, Wolinski, Sigolène Vinson et Laurent Léger. L’invité, Michel Renaud, est assis sur une chaise dans un coin de la pièce. Luz et Catherine Meurisse, une autre dessinatrice sont en retard. Zineb El Rhazoui, la jeune reporter, est en vacances au Maroc, Gérard Biard, le rédacteur en chef, à Londres. Antonio Fischetti, le journaliste scientifique, assiste à l’enterrement de sa tante en province. Quant à Willem, il goûte peu les conférences de rédaction.
Charb, comme toujours, enchaîne les jeux de mots et griffonne sur les feuilles du chemin de fer. « Il dessinait tout le temps, raconte Sigolène Vinson en esquissant un sourire. Ses feuilles de chemin de fer étaient géniales. J’admirais son sens du détournement. Tous ses dessins traduisaient instantanément nos échanges autour de la table. »

« On a entendu “pop pop” »

Ce jour-là, les « échanges » tournent autour du dernier roman de Michel Houellebecq, Soumission, auquel est consacrée la « une » du jour. Il est question de littérature, de racisme, d’Eric Zemmour, des manifestations anti-islam en Allemagne. Certains défendent Houellebecq, d’autres s’inquiètent de la « montée du fascisme » dans la société. Il y a ceux qui parlent et ceux qui observent. Sigolène Vinson, assise à droite de la porte à côté de Laurent Léger, fait partie des plus réservés.
L’économiste Bernard Maris, qui lui fait face, l’invite à s’exprimer. Elle décline l’invitation en lui souriant timidement et se lève pour chercher du café. « A ce moment, dans la kitchenette, j’étais emplie d’un sentiment de bonheur. Malgré le boucan derrière moi, les débats parfois très sportifs entre nous, je réalisais quelle chance j’avais d’appartenir à cette rédaction, de fréquenter ces gens, si drôles, si intelligents, si gentils… »
En retournant dans la salle de rédaction, elle aperçoit Philippe Lançon enfilant son manteau, son bonnet et son sac à dos. Un jeu de mots traverse la pièce. Le dernier de la journée. « Il y avait le mot “susmentionné”, ou quelque chose dans le genre, il y avait “suce” dedans. » Charb lance à Philippe : « On fait cette blague pour que tu ne nous quittes pas. »
A cet instant précis, Luce Lapin, la secrétaire de rédaction, s’apprête à quitter la salle pour corriger un numéro spécial sur la gestation pour autrui. Elle a déjà un pied dans son bureau, accolé à celui de Mustapha Ourrad, le correcteur d’origine kabyle qui, après des décennies de présence sur le territoire, vient d’obtenir la nationalité française. Leurs bureaux sont séparés de la salle de rédaction par une simple porte vitrée.
A cet instant précis, « on a entendu deux “pop”. Ça a fait “pop pop” ». Dans une assemblée de dessinateurs affairés à inventer des bulles, des coups de feu font forcément « pop pop ». Les deux balles ont perforé les poumons de Simon Fieschi, 31 ans, le webmaster chargé de gérer le tombereau d’insultes qui affluent à la rédaction depuis des années. Son bureau est le premier qu’on rencontre quand on pénètre dans les locaux. Il sera la première victime de l’équipée vengeresse des frères Kouachi. Grièvement blessé, il a été hospitalisé dans un état critique.
Dans la salle de rédaction, un moment de flottement. « Luce a demandé si c’était des pétards. On s’est tous demandé ce que c’était. » Elle voit Franck Brinsolaro, un des policiers chargés de la protection de Charb, se lever de son bureau, logé dans un renfoncement de la pièce. « Sa main semblait chercher quelque chose sur sa hanche, peut-être son arme. Il a dit : “Ne bougez pas de façon anarchique.” Il a semblé hésiter près de la porte. Je me suis jetée au sol. “Pop pop” dans Charlie, je comprends que ce ne sont pas des pétards. »
La jeune femme rampe sur le parquet en direction du bureau de Luce et Mustapha, à l’autre bout de la pièce. Elle entend la porte d’entrée de la salle de rédaction « sauter » et un homme crier « Allahou akbar ». Puis cette question : « Où est Charb ? ». « Pendant que je rampe au sol, j’entends des coups de feu. Je ne veux pas me retourner pour ne pas voir la mort en face. Je suis sûre que je vais mourir. Je rampe et j’ai mal au dos. Comme si on me tirait dans le dos. » Aucun tir ne l’a touchée.

Réfugiée derrière un muret

Tandis que les balles sifflent dans la pièce, elle parvient à atteindre le bureau de Mustapha et Luce, puis se cache un peu plus loin derrière le muret qui marque la séparation avec celui des maquettistes. Laurent Léger, son voisin de table, est parvenu à se glisser sous le bureau du policier. Adossée au muret, la jeune femme aperçoit Jean-Luc, le maquettiste, qui s’est lui aussi réfugié sous son bureau. Elle entend la scène qu’elle ne voit pas : « Ce n’était pas des rafales. Ils tiraient balle après balle. Lentement. Personne n’a crié. Tout le monde a dû être pris de stupeur. »
Puis tout s’est tu. « Je connaissais l’expression “un silence de mort”… », dit-elle. Le silence, et cette « odeur de poudre ». Sigolène Vinson ne voit rien. Réfugiée derrière le muret, elle entend la mort, elle la sent. Puis elle perçoit des pas qui s’approchent. Elle les mime. Des coups de feu, à nouveau. « Je comprends que c’est Mustapha. » Puis elle voit. « J’ai vu les pieds de Mustapha au sol. » Les pas se rapprochent. Un des tireurs, « habillé comme un type du GIGN », contourne lentement le muret et la met en joue. Il porte une cagoule noire.
« Je l’ai regardé. Il avait de grands yeux noirs, un regard très doux. J’ai senti un moment de trouble chez lui, comme s’il cherchait mon nom. Mon cerveau fonctionnait très bien, je pensais vite. J’ai compris qu’il n’avait pas vu Jean-Luc, sous son bureau. » L’homme qu’elle regarde dans les yeux s’appelle Saïd Kouachi. Il lui dit : « N’aie pas peur. Calme-toi. Je ne te tuerai pas. Tu es une femme. On ne tue pas les femmes. Mais réfléchis à ce que tu fais. Ce que tu fais est mal. Je t’épargne, et puisque je t’épargne, tu liras le Coran. » Elle se souvient de chaque mot.
Les yeux plantés dans le regard du tueur, Sigolène Vinson engage un dialogue mental avec lui. Ses pensées courent toutes seules. « Je me suis demandé pourquoi il me disait ça. Je pensais que mes chroniques judiciaires étaient jolies. Je trouvais assez cruel de sa part de me demander de ne pas avoir peur. Il venait de tuer tout le monde et me braquait avec son arme. Je l’ai trouvé injuste. Injuste de dire que ce qu’on faisait était mal, alors que le bien était de notre côté. C’est lui qui se trompait. Il n’avait pas le droit de dire ça. »
Durant cet échange silencieux, elle ne quitte pas son agresseur du regard. « Je lui fais un signe de la tête. Pour garder un lien, un contact. Peut-être qu’inconsciemment, je cherche à l’attendrir. Je ne veux pas perdre son regard car Jean-Luc est sous la table, il ne l’a pas vu, et j’ai bien compris que s’il ne tue pas les femmes, c’est qu’il tue les hommes. »
Dans la salle de rédaction, où se trouve Chérif Kouachi, le frère cadet de Saïd, une femme a été assassinée : Elsa Cayat, psychanalyste et chroniqueuse à Charlie. Saïd Kouachi se tourne vers la grande pièce et crie : « On ne tue pas les femmes. » Trois fois. « A ce moment, je ne sais pas qu’Elsa est morte, dit Sigolène Vinson. Ni que Cécile, Luce et Coco se sont réfugiées dans un autre bureau. »
« On ne tue pas les femmes ! », crie Saïd. Puis il disparaît. Sigolène Vinson perd le contact avec « ces grands yeux doux » qui sortaient de la cagoule. A un moment, elle ne sait plus trop quand, elle s’approche de la fenêtre pour sauter, avant de se rendre compte que c’est « trop haut ». « Je me suis retrouvée avec Jean-Luc, on est resté interdits. On ne savait pas s’ils étaient vraiment partis. » Des coups de feu retentissent au loin, dans la rue. « J’ai entendu Lila, les petits pas de Lila, passer à côté de Mustapha. » Elle mime les petits pas de Lila. Dans son souvenir, la mémoire de ses sens exacerbés, le chien courait de bureau en bureau pendant la tuerie.

Chaque seconde est une éternité

Sigolène retourne dans la salle de rédaction. Sa « vision d’horreur ». « Je vois les corps par terre. Tout de suite, j’aperçois Philippe, le bas du visage arraché, qui me fait signe de la main. Il y a deux corps sur lui. C’était trop. » Elle s’interrompt. Puis reprend, la voix étranglée : « Il a essayé de me parler avec la joue droite arrachée… Je lui ai dit de ne pas parler. Je n’ai pas pu m’approcher de lui. Je n’ai pas pu lui tenir la main. Je n’ai pas réussi à l’aider. C’était trop. » Philippe Lançon, dont les jours ne sont pas en danger, a reçu une balle dans la joue droite.
Tous les morts ont été retrouvés face contre terre. Sigolène enjambe les corps de Cabu, d’Elsa, de Wolinski et de Franck, le policier, pour récupérer son portable dans son manteau. Elle appelle les pompiers. La conversation dure 1 min 42 s. « C’est Charlie, venez vite, ils sont tous morts. » Le pompier lui demande « combien de corps ? ». Elle s’agace, le trouve « con ». Le pompier lui demande l’adresse de Charlie Hebdo. Elle ne s’en souvient plus. Elle répète trois fois : « Ils sont tous morts ! »
Au fond de la pièce, une main se lève. « Non, moi je ne suis pas mort. » C’est Riss. Allongé sur le dos, il est touché à l’épaule. A côté de lui, Fabrice Nicolino fait signe à Sigolène Vinson de venir l’aider. Atteint aux jambes et à l’abdomen, il est assis dans une mare de sang. « C’est horrible à dire, mais comme ses blessures étaient moins apparentes que celles de Philippe, c’était plus facile pour moi de m’occuper de lui. Il m’a demandé quelque chose de frais pour son visage, je lui ai rapporté un torchon mouillé. Puis il m’a demandé de l’eau. Je ne savais pas qu’il ne fallait pas donner d’eau dans ces circonstances, je suis allée remplir une flûte à champagne en plastique dans la cuisine. Il perdait beaucoup de sang. Puis il s’est senti partir, il m’a demandé de lui parler. »
Ses proches, informés du drame, commencent à l’appeler. « Dès que je décrochais, je hurlais, je tenais des propos incohérents. Riss m’a demandé de me calmer. Dès que je raccrochais, je me calmais, je retrouvais mes esprits. » Coco fait irruption dans la pièce. Elle se précipite sur Philippe Lançon pour lui venir en aide. « Ça m’a soulagée, dit Sigolène Vinson, moi je n’y arrivais pas. »
Chaque seconde semble une éternité. L’attente de l’arrivée des secours, qui tarde, est insupportable. « Tout à coup a surgi dans la salle une femme habillée de noir, assez jolie. J’ai appris plus tard qu’elle travaillait en face, sur le même palier. Elle avait les yeux exorbités. Elle disait : “C’est horrible, c’est horrible.” Elle avait la main sur la bouche. Elle voulait aider, mais elle ne pouvait pas. »
La silhouette de Patrick Pelloux apparaît dans l’embrasure de la porte. « Je l’ai vu se pencher sur le corps de Charb. Il lui a pris le pouls au niveau du cou. Puis il lui a caressé la tête et lui a dit : “Mon frère.” » Le récit s’interrompt. Elle reprend : « Il lui a dit “Mon frère”. » La conversation se noie à nouveau : « Mon frère… »
La jeune femme se souvient qu’on lui fait alors quitter la pièce. On l’emmène dans « l’aquarium », le grand bureau vitré où travaillent d’ordinaire Zineb, Laurent Léger et Gérard Biard. « Je vois Luz, je ne comprends pas ce qu’il fait là car il n’était pas à la conférence de rédaction. Je suis ahurie. Puis je vois Laurent Léger, je ne comprends pas non plus car lui y était. Je suis tellement contente. Des pompiers arrivent, puis Riss. Je m’aperçois qu’il y a Cécile, Coco et Luce. C’est là que je me rends compte qu’il y a des vivants. Que toutes les femmes, en dehors d’Elsa, sont vivantes. »
Arrivé en retard à la conférence de rédaction, Luz avait apporté une galette des rois. Le gâteau marbré de Sigolène Vinson, lui, a « volé en éclats ». Lila, le cocker roux, a continué de courir de table en table. La jeune femme cherche ses mots. Le sens se dérobe. « Cette rédaction, ce n’était que des rires et de la gentillesse. Une vraie douceur, une vraie tendresse. Quand j’ai vu Cabu et Wolinski, des vrais, vrais gentils, je n’ai pas compris… »

En savoir plus sur http://www.lemonde.fr/societe/article/2015/01/13/c-est-charlie-venez-vite-ils-sont-tous-morts_4554839_3224.html#QqWqFikMca1Q8c8T.99

sabato 10 gennaio 2015

Il vuoto del rapper col kalashnikov

Eleonora Martini

Renzo Guolo: il «vuoto» del rapper col kalashnikov

Intervista. I giovani europei e l’integralismo islamico
il manifesto, 9 gennaio 2015

Da rap­per a jiha­di­sta il salto può sem­brare iper­bo­lico. Eppure può essere molto breve, nella «moder­nità liquida». Il pro­fes­sor Renzo Guolo, ordi­na­rio di Socio­lo­gia e Socio­lo­gia delle reli­gioni presso le Uni­ver­sità di Trie­ste, Padova e Torino, spiega i motivi per i quali un gio­vane che nasce e cre­sce nel cuore dell’Europa può sen­tirsi affa­sci­nato e redento dal radi­ca­li­smo islamico.
Par­tiamo dall’assunto che non vanno con­fusi Islam e jiha­di­smo. Allora per­ché certi gio­vani euro­pei si tra­sfor­mano in sol­dati dell’Islam?
Il radi­ca­li­smo è una cor­rente dell’Islam poli­tico. È un’ideologia poli­tica che usa sim­bo­lo­gie reli­giose e cerca una con­va­lida nei testi sacri. Certo, i con­fini non sono sem­plici da mar­care ma la que­stione parte da qui. Anche per­ché non sem­pre chi arriva al radi­ca­li­smo isla­mico ha avuto un’educazione reli­giosa. Anzi spesso siamo nel ter­reno dell’eterodossia totale. Basti pen­sare che tutti i grandi lea­der, tranne al-Baghdadi, non hanno titoli reli­giosi, sono auto­di­datti, e spesso hanno invece una for­ma­zione scientifica.

Per­ché oggi que­sta ideo­lo­gia ha grande suc­cesso anche nelle peri­fe­rie euro­pee?
Per­ché, come ogni grande nar­ra­zione, l’ideologia isla­mi­sta radi­cale copre dei vuoti di senso e di iden­tità tipici della gio­ventù. Non a caso in Iraq e Siria si arruo­lano migliaia di gio­vani euro­pei che in buona parte non sono giunti alla radi­ca­liz­za­zione attra­verso le moschee. A volte infatti il per­corso verso il radi­ca­li­smo isla­mi­sta si nutre di mar­gi­na­lità e pic­cola delin­quenza. L’ex rap­per che diventa stra­gi­sta dimo­stra come si possa pas­sare attra­verso un sot­to­pro­dotto della cul­tura occi­den­tale — inse­rito in un con­te­sto di devianza che deriva da pre­cise con­di­zioni sociali — e, alla fine del per­corso, subire una duplice crisi di iden­tità e di senso. Non sen­tirsi più appar­te­nere com­ple­ta­mente né alla cul­tura occi­den­tale, aven­done vis­suto solo i sot­to­pro­dotti o le tec­no­lo­gie, né alla cul­tura isla­mica che con regole rigide dà senso ad ogni cosa. Il risul­tato è un vuoto di iden­tità che alcuni cer­cano di col­mare con l’Islam radi­cale. Che affa­scina come certe ideo­lo­gie rivo­lu­zio­na­rie nel secolo scorso.

Quindi l’utilizzo dell’elemento reli­gioso è casuale?
No, e non si può dire nem­meno solo che sia stru­men­tale. Ma per capire non pos­siamo usare una chiave di let­tura occi­den­tale, che divide net­ta­mente la reli­gione dalla poli­tica. Siamo davanti a un’ideologia poli­tica che rein­ter­preta in fun­zione mobi­li­tante un reper­to­rio sim­bo­lico reli­gioso che è a dispo­si­zione di tutti. Gli isla­mi­sti si auto­de­fi­ni­scono movi­menti “rivo­lu­zio­nari”, per­ché danno forma a un nuovo ordine, quindi non nel senso usato dai movi­menti occi­den­tali del ’900. Cer­ta­mente, c’è dif­fe­renza tra un intel­let­tuale e chi poi diventa carne da macello. Para­dos­sal­mente però quella ten­denza nichi­li­sta all’auto e all’etero distru­zione, quell’essere per la morte che è stata pre­sente nei gio­vani di molte gene­ra­zioni, trova giu­sti­fi­ca­zione nell’ideologia isla­mi­sta che for­ni­sce obiet­tivi e fina­lità. Senza cadere troppo nell’interpretazione psi­co­lo­gica, ma c’è anche questo.

Vediamo allora i con­te­nuti di que­sta ideo­lo­gia? L’Islam poli­tico ha una lunga sto­ria: dai Fra­telli musul­mani in poi, pas­sando per la rivo­lu­zione komei­ni­sta che affa­scinò anche la sini­stra euro­pea antim­pe­ria­li­sta e ter­zo­mon­di­sta. Ma in occi­dente, dove trova le sue radici?
L’affermazione cora­nica che viene usata come slo­gan fin dai tempi dei tale­ban è: coman­dare il bene e proi­bire il male. Que­sta ideo­lo­gia che trova ante­nati nell’Egitto e nell’India a domi­na­zione colo­niale, per i gio­vani euro­pei si riag­gan­cia, più che all’antimperialismo clas­sico — che è un con­cetto a loro estra­neo — all’anti occi­den­ta­li­smo. In un mondo glo­ba­liz­zato, dove la distin­zione tra glo­bale e locale diventa irri­le­vante, il con­flitto con l’altro diventa il rifiuto totale di quell’occidente dove non si è riu­sciti a tro­vare un posto. E nel campo del nemico ci stanno tutti: Israele, gli Usa e quella che chia­mano la west toxi­fi­ca­tion. La civiltà occi­den­tale diventa cioè ai loro occhi un sistema cul­tu­rale che ha una forma reli­giosa e poli­tica — la società giudaico-cristiana e la demo­cra­zia — total­mente estre­nea alla loro cul­tura, da rifiu­tare total­mente. Ovvia­mente il ter­reno fer­tile di que­sta ideo­lo­gia non sono le élite cosmo­po­lite, ma coloro che non sono riu­sciti a tro­vare uno spa­zio che non sia di pre­ca­rietà e mar­gi­na­lità, e hanno vis­suto solo i sot­to­pro­dotti della cul­tura occi­den­tale, sco­pren­done tutti i limiti. È nel cor­to­cir­cuito dell’integrazione che i pre­di­ca­tori radi­cali hanno buon gioco offrendo alla sot­to­cul­tura da ghetto che è parte dell’occidente un’alternativa di totale rifiuto ed estra­neità, una causa giu­sta. Natu­ral­mente il radi­ca­li­smo isla­mico fa presa anche sulle classi medie, come suc­ce­deva pure nei movi­menti degli anni ’70. Tra i movi­menti “rivo­lu­zio­nari” degli ultimi 100 anni que­sto è forse quello che ha più sto­ria: tutti gli altri si sono bru­ciati nell’arco di un decen­nio, men­tre que­sta uto­pia rea­zio­na­ria, mal­grado tutti gli scac­chi poli­tici che ha subito, con­ti­nua a fare pro­se­liti. Ovvia­mente conta molto il qua­dro poli­tico inter­na­zio­nale, ma è nella moder­nità liquida che rie­merge il tema delle ideologie.

Quindi non c’è via d’uscita?
A breve no. Il nodo vero però è che l’Islam non rie­sce a con­trap­porre un discorso effi­cace di dis­sua­sione. La repres­sione è essen­zial­mente poli­tica e ad opere dei regimi che si ten­gono saldi in un sistema di alleanze inter­na­zio­nali. Dire che il buon musul­mano non uccide non basta. Ci sarebbe biso­gno di una grande bat­ta­glia cul­tu­rale interna al mondo isla­mico che affronti tutti i nodi della moder­nità. Dif­fi­cile, per una reli­gione che non ha gerar­chie, e dove la visione dell’islam secondo uno jiha­di­sta col kala­sh­ni­kov vale tanto quanto quella di un mistico sufi. Vince solo chi rie­sce a orga­niz­zarsi poli­ti­ca­mente. Certo, favo­rire lo scon­tro di civiltà è il modo migliore per ali­men­tare il radi­ca­li­smo islamico.

giovedì 8 gennaio 2015

Storia di Charlie Hebdo


Anna Maria Merlo
Il dissacrante Charlie Hebdo, nato alla sinistra della sinistra
il manifesto, 8 gennaio 2015

Cabu e Wolin­ski, che sono stati assas­si­nati ieri assieme al più gio­vane Charb, nell’attentato che ha fatto 12 vit­time nella reda­zione del set­ti­ma­nale Char­lie Hebdo, sono stati pro­ta­go­ni­sti fin dagli anni ’60 dell’avventura, ini­ziata con Hara-Kiri, della stampa sati­rica liber­ta­ria fran­cese della seconda metà del XX secolo.
All’inizio, c’erano per­so­na­lità come Topor, Rei­ser, lo scrit­tore Fra­nçois Cavanna, che hanno l’idea di pub­bli­care la ver­sione fran­cese di Linus ita­liano. Nel ’70, dopo varie cen­sure di cui è vit­tima Hara-Kiri – l’ultima, a novem­bre, dopo la morte di de Gaulle, per un titolo dis­sa­crante – il gruppo fonda Char­lie Hebdo (dal nome di un per­so­nag­gio di Schultz e con un rife­ri­mento iro­nico a Char­les de Gaulle). Della prima ver­sione di Char­lie Hebdo usci­ranno, fino all’81, 580 numeri. Un altro numero uscirà nell’82. Nel ’92, la testata rina­sce. Fa effetto oggi, di fronte agli avve­ni­menti, ricor­dare che la società costi­tuita allora per il rilan­cio si chia­mava Les Eti­tions Kalach­ni­kof. Nel ’92 par­te­cipa già Charb, che dal 2009 era diret­tore della pubblicazione.
Char­lie Hebdo ha radici nella sini­stra della sini­stra, ma non ha mai avuto una linea edi­to­riale pre­cisa. La sua sto­ria è fatta di bat­ta­glie, di scon­tri, di abban­doni, di ostra­ci­smi, di ritorni. E di molte pole­mi­che, anche interne alla reda­zione: nel 2002, un arti­colo a difesa del libro La rab­bia e l’orgoglio di Oriana Fal­laci, viene subito criticato.
Dopo gli atten­tati dell’11 set­tem­bre 2001 ci sono prese di posi­zione con­flit­tuali con­tro una parte dell’estrema sini­stra, accu­sata di non aver con­dan­nato gli isla­mi­sti per anti­a­me­ri­ca­ni­smo. Phi­lippe Val, che all’inizio degli anni 2000 diventa diret­tore della pub­bli­ca­zione, accusa Tariq Rama­dan di essere un pro­pa­gan­di­sta anti­se­mita. Val nel 2005 difende il «sì» al refe­ren­dum sul Trat­tato costi­tu­zio­nale euro­peo, altri difen­dono il «no» – che sarà vit­to­rioso – sulle pagine del settimanale.
Char­lie Hebdo non si limita alla satira, ma pub­blica anche repor­tage sulla società e sulle grandi que­stioni dell’attualità mon­diale (in par­ti­co­lare, alla fine degli anni ’70, impor­tanti inchie­ste sull’estrema destra). Oncle Ber­nard (l’economista Ber­nard Maris, assas­si­nato anch’egli ieri) ha fir­mato cro­na­che eco­no­mi­che sem­pre di grande interesse.
La carat­te­ri­stica di Char­lie Hebdo, con le sue vignette cor­ro­sive che molto spesso hanno distur­bato, è sem­pre stata l’indipendenza, dalle ideo­lo­gie come dal denaro. «Non vogliamo ric­chi indu­striali come azio­ni­sti – aveva detto Charb nel 2010 – e non vogliamo nep­pure dipen­dere dalla pub­bli­cità. Non pren­diamo quindi gli aiuti di Stato che vanno ai gior­nali cosid­detti “di deboli introiti pub­bli­ci­tari”, visto che non abbiamo pub­bli­cità. L’indipendenza, l’indipendenza totale, ha un prezzo».

08desk2 charlie hebdo  ultima charbe
L’ultima “pro­fe­tica” vignetta
Char­lie Hebdo ha sem­pre lot­tato con­tro tutti i fanatismi.
Il primo ber­sa­glio è stata la chiesa cat­to­lica, in quanto reli­gione mag­gio­ri­ta­ria in Fran­cia. Le vignette sono state sem­pre cor­ro­sive, a volte anche con una certa pesantezza.
Il set­ti­ma­nale molte volte è stato denun­ciato, dai poli­tici, dai cat­to­lici, di recente dai musul­mani. Charb ha sem­pre pre­ci­sato: la cri­tica è sull’ «alie­na­zione delle fede», qua­lun­que essa sia.
Nel 2006, Char­lie Hebdo pub­blica le cari­ca­ture di Mao­metto del gior­nale danese Jyl­lands Posten, arric­chite da altre vignette fir­mate dai dise­gna­tori del set­ti­ma­nale. Il Con­si­glio fran­cese del culto musul­mano chiede la cen­sura del numero e sporge denun­cia. L’allora pre­si­dente, Jac­ques Chi­rac, con­danna le «pro­vo­ca­zioni mani­fe­ste». Ne seguirà un pro­cesso nel 2007, dove ha testi­mo­niato, a favore della libertà di stampa, anche Fra­nçois Hol­lande, non ancora presidente.
La sto­ria delle cari­ca­ture di Mao­metto, che sem­bra all’origine del mas­sa­cro di ieri, era già stata la causa di un incen­dio cri­mi­nale di cui era stata vit­tima la sede di Char­lie Hebdo nel novem­bre 2011. La reda­zione, allora, era stata ospi­tata per due mesi da Libé­ra­tion. Altre cari­ca­ture di Mao­metto susci­te­ranno pole­mi­che e denunce nel 2012.
La coper­tina in edi­cola di Char­lie Hebdo que­sta set­ti­mana prende in giro lo scrit­tore Michel Houel­le­becq, di cui ieri è uscito l’ultimo libro, Sou­mis­sion, che rac­conta dell’elezione di un isla­mi­sta alla pre­si­denza della Repub­blica fran­cese nel 2022.