Visualizzazione post con etichetta violenza sulle donne. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta violenza sulle donne. Mostra tutti i post

venerdì 4 settembre 2026

Le donne inascoltate

Gisèle Pélicot
La violenza non smetterà finché non crederete alle donne

La Stampa, 4  settembre 2026

Il discorso di Gisèle Pelicot premiata a Venezia per i Dvf Awards

Desidero esprimere la mia immensa gratitudine per aver ricevuto il Dvf Leadership Award. Ringrazio Diane von Fürstenberg, così come tutti coloro che rendono possibili questi premi, per un onore così grande e per la calorosa accoglienza che ho ricevuto. So di ricevere un riconoscimento molto importante e sono felice di condividerlo con donne straordinarie i cui percorsi, impegni e lotte meritano la mia ammirazione.

Essere qui e vedere celebrati il coraggio, la forza e la capacità delle donne di trasformare le nostre società è profondamente emozionante, perché sono qui oggi dopo un calvario che non avrei mai immaginato di dover affrontare nella mia vita. Durante il processo contro i miei aggressori nella seconda metà del 2024, ho ricevuto migliaia di messaggi e lettere di sostegno da tutto il mondo. Alcune persone non sapevano a chi scrivere per trovarmi. Sulle buste delle lettere, a volte, scrivevano semplicemente «Madame Pelicot, Francia» o «Gisèle Pelicot, Avignone». Attaccavano un francobollo e, per un miracolo delle poste che ancora oggi mi stupisce, le lettere arrivavano al tribunale, dove venivano sistemate nella stanza in cui prendevo fiato tra un’udienza e l’altra. Quelle lettere mi hanno ulteriormente chiarito che la violenza contro le donne non conosce confini, né barriere culturali. Colpisce persone di tutte le età e provenienze.

Molte di quelle lettere parlavano di silenzio, solitudine e vergogna. E io conosco quella vergogna. E so che deve ricadere sui carnefici: devono provarla loro. A 73 anni non pretendo di avere la soluzione a un dramma che mai avrei immaginato di dover vivere. Però, voglio che le vittime sappiano che, anche se isolate, non saranno mai sole, perché milioni di altre, milioni di donne come noi, hanno subito la stessa violenza o la subiscono ancora. Voglio dire loro che possiedono risorse interiori di cui non sono consapevoli e che devono credere nella loro capacità di superare tutte le prove, anche quando sembrano non esserci speranze di farlo. E voglio anche dire loro di chiedere aiuto, di parlare e, quando possibile, di denunciare.

Affinché le vittime possano dire e chiedere aiuto, la società deve essere pronta ad ascoltarle e a tendere loro la mano. E può farlo solo tenendo in maggiore considerazione le loro voci, cambiando mentalità e offrendo un’adeguata educazione. Quando parlo di educazione, non mi riferisco solo all’istruzione dei bambini, adolescenti e giovani adulti: penso a un risveglio collettivo, a tutte le età, di consapevolezza delle cause profonde che permettono a questa violenza di esistere. Cambiare le leggi è molto più facile che cambiare la mentalità. Le donne premiate con il Dvf Award ci ricordano che ognuna di noi, a suo modo, può contribuire a questo cambiamento.

Il coraggio può assumere molte forme. Il coraggio di parlare. Il coraggio di difendere gli altri. Il coraggio di rifiutare l’ingiustizia. Il coraggio di trasmettere la conoscenza. A volte, semplicemente, il coraggio è la capacità di continuare a vivere e ricostruirsi.

Oggi, penso a tutte le donne vittime di violenza che lottano per riconquistare la propria integrità, sia nei tribunali che nella società: donne che, nonostante la sofferenza, studiano, lavorano, si prendono cura dei propri cari e cercano di rivendicare quella parte di felicità cui ogni essere umano ha diritto di aspirare. È a loro che desidero esprimere la mia ammirazione e dedicare questo Premio Dvf per la Leadership, affinché appartenga anche a loro e ricordi a ciascuna che la sua voce conta, che la sua dignità non può essere cancellata e che anche dopo le prove più terribili ci si può rialzare. Spero che il premio possa contribuire, in modo concreto, a questa lotta. Ecco perché ho scelto di donarlo all’associazione M’endors pas (Non addormentarmi), fondata da mia figlia Caroline, che è attiva nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla sottomissione chimica, si impegna a insegnare a donne e uomini a riconoscere una forma di violenza ancora in gran parte sconosciuta e a sostenerne le vittime. È il mio modo di trasformare un premio in un sostegno concreto e per continuare, nel mio piccolo, la mia lotta.

Traduzione di Simonetta Sciandivasci

venerdì 13 febbraio 2026

Non scrivere di me

Simonetta Sciandivasci
Com'è il femminismo dopo aver subito uno stupro

La Stampa Tuttolibri, 7 febbraio 2026

Che sorpresa e che sberla. Non scrivere di me. Vaste programme. Ho pensato subito che fosse un libro sulla ridicola mitomania che ci affligge tutti, e ci fa scrivere di noi stessi: non di quello che ci succede ma proprio di noi stessi, di chi siamo e cosa pensiamo, e ultimamente anche di chi sono e cosa pensano anche i nostri genitori e progenitori, e che non è autofiction (magari lo fosse), ma autoanalisi, psicoterapia. L’ho pensato quando ho letto il titolo e l’inizio di questo nuovo libro di Veronica Raimo, perché nel primo capitolo c’è una cameriera stupenda, di un’algidezza penetrante, che ascolta un’insopportabile scrittrice velleitaria discutere con un malcapitato e dirgli frasi come «Non mi riconosco nell’immagine che mi restituisci di me», «Stai banalizzando la mia prospettiva di genere», finché lui non riesce a dirottare la conversazione sullo scudetto del Napoli.

Ma Non scrivere di me non è un romanzo brillante sull’autoanalisi spacciata per letteratura del nostro tempo: è un romanzo su una studentessa universitaria che viene violentata dall’uomo che ama, e che ci mette del tempo a rendersene conto, ed è un tempo nel quale sospende e poi perde tutto, lo studio, gli amici, i genitori, gli altri amori. Ed è un romanzo che fa una cosa nuova, difficilissima e importante: racconta com’è il femminismo visto da una vittima di stupro. Utile? Indubbio. Vicino? Forse, non sempre. Perché qualche volta è forzato, astratto, surreale, devoto a «questioni di principio a pancia piena», per le quali la stessa protagonista ammette di aver, con grande divertimento, brigato, credendo fossero essenziali, dirimenti, imprescindibili. Perché lo erano, e perché lo sono, fintanto che si ha il privilegio di potersele permettere. Il femminismo intersezionale, quello della quarta ondata, che ha allargato lo sguardo per offrire rappresentanza a tutte le donne escluse dal femminismo bianco, ha avuto il merito di mostrarci, tra le altre cose, che anche le vittime di violenza sono standardizzate, ed è in base a quegli standard che siamo in grado o meno di riconoscerle e garantire loro tutela, fiducia, giustizia. Le donne transessuali, le prostitute, le anziane, le disabili, le migranti, le povere: fatichiamo a riconoscerle come soggetti di diritto perché fatichiamo a riconoscerle come oggetti di sopruso. Faticano loro stesse, e il femminismo del nostro tempo ha il dovere di aiutarle in questo. Le agiate, però, come stanno? Che succede quando una ragazza intelligente, promettente, borghese, aspirante intellettuale, nessun trauma pregresso, genitori amorevoli alla francese e non all’italiana, si innamora di un uomo che la violenta? Non uno qualsiasi: un regista americano emergente, che quindi non usa il sesso come merce di scambio, ma come affermazione di sé e sfogo. Il femminismo ha preparato S., giovane donna libera, forse anche femminista, a difendersi da un individuo così? O meglio, è riuscito a fare sì che lei non gli cascasse, dissennatamente innamorata, ai suoi piedi? No. E, dopo che lui l’ha violentata, in una camera d’albergo nella quale è stata lei a insistere per incontrarlo, il femminismo le ha impedito di perdersi tanto da smettere di studiare, amare, scrivere, e andare a lavorare, pagata in nero, come cameriera? Non voglio dire che Raimo fa un processo al femminismo: non è così. Però, ne mostra le pose, lo cala in una vita, nel tempo che viene dopo una violenza, quello in cui oltre a elaborare cosa si è subito, si diffida di sé, ed evidentemente ci si domanda da quale parte della storia si è finite, e chi si ha dalla propria, se si è diventate una casistica o una fazione. «Una verità che non mi apparteneva, che non era mia. Sorella, io ti credo. Credevo a tutte quante, ma non ero in cerca di sorelle. Non ne ero in grado, non sapevo farlo. Un cane da guardia non cerca il branco. A volte ero posseduta da una strana irrealtà, come se la lunga sequenza in quella stanza fosse accaduta soltanto nella mia mente. Avevo avuto un black-out, non era possibile che avessi avuto pure un’allucinazione?».

Di femminismo intersezionale straparla un’odiosa squadretta di creativi che capita nel bar in cui S. lavora: stanno preparando, per una rivista di moda, un servizio sulla “working class” e vorrebbero fare una puntata sulle cameriere. S. accetta, ma si fa pagare. Questo è un libro pieno di prezzi, richiesti ed esplicitati, usati come misura della concretezza delle cose, che è il loro valore più importante. Ed è alla conquista della concretezza che S. impronta la sua vita, il femminismo tutto suo, nuovo, sfacciato, disunito e autonomo, che vuole più di tutto fare la lotta di classe. «Qual è la lingua per raccontare la violenza? Vorrei che ci fosse una lingua neutra, priva di sfumature, una lingua dove non esistono eufemismi e metafore. Una lingua dove ogni parte del corpo ha un suo nome specifico, ogni azione non ne indica un’altra. Una lingua priva di trasformazione. Priva di interpretazione. Priva di ricompense. Una lingua fredda, persino inespressiva». Questo è l’altro suo proposito. Lo realizza Veronica Raimo, perfettamente. Brava. Non c’è un’altra scrittrice altrettanto brava a liberare le donne dalla Donna. Grazie.

P.S. Leggendo si ride anche, e parecchio, come sempre con i libri di Veronica Raimo.

giovedì 1 febbraio 2018

La caduta di Tariq Ramadan



Interrogatorio e stato di fermo per Tariq Ramadan, da questa mattina nei locali della polizia giudiziaria parigina che indaga per accuse di stupro e violenze nei suoi confronti. Il controverso teologo islamico ha sempre negato tutto, ma restano le accuse dettagliate di due donne che, nella scia del caso Weinstein, hanno assunto nuovo valore.

Le denunce, presentate ad ottobre a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, sono già costate al teologo, accusato di predicare l’islam radicale dietro il paravento dei suoi incarichi accademici, l’incarico di professore di studi islamici all’università di Oxford. Gli resta l’incarico all’Università di Ginevra, dove ha un dottorato, dopo che nel 2004 George W. Bush gli negò il visto negli Usa, dove aveva ottenuto un posto all’Università dell’Indiana.

Cinquantacinque anni, svizzero di famiglia egiziana, Ramadan è nipote del fondatore dei Fratelli musulmani, organizzazione fondamentalista alla quale ha dedicato la sua tesi di dottorato. Molto popolare negli ambienti conservatori musulmani, è considerato un estremista dai laici, che lo accusano di perseguire una strategia di infiltrazione islamico-radicale e di essere fondamentalmente antisemita. Un’accusa, quest’ultima, che lui ha sempre respinto, controbattendo che il suo è un convinto antisionismo. A più riprese è stato accusato di coprire ambienti radicali e di spingere le giovani musulmane a portare il velo.

La prima a denunciarlo è stata Henda Ayari, che accusa Ramadan di averla violentata in un hotel di Parigi nel 2012. Lo scrisse dapprima sulla sua pagina Facebook e in un libro del 2016, senza diffondere le generalità dell’accusato. I legali di Ramadan avrebbero presentato ai giudici stralci di conversazione su Facebook fra il loro cliente e la querelante, in cui la Ayari avrebbe fatto avances esplicite al teologo, che non le ha risposto. La seconda denuncia risale a presunti fatti del 2009, avvenuti in un hotel di Lione. La donna, in questo caso, ha mantenuto l’anonimato ma avrebbe fornito certificati medici al tribunale.

Le due denunce sono suffragate anche da documenti forniti dalla saggista francese Caroline Fourest, femminista e nemica giurata di Ramadan, il quale ha controbattuto denunciando la Fourest già a novembre per subornazione di testimone. La Ayari, da parte sua, ha presentato una seconda denuncia dopo essere stata presa di mira con offese e minacce da sostenitori del teologo accorsi in sua difesa. In Svizzera, Ramadan ha annunciato ad inizio novembre - su Twitter - una denuncia per diffamazione dopo accuse nei suoi confronti di abusi sessuali su minorenni pubblicate dal quotidiano La Tribune de Genève.

La Stampa, 31 gennaio 2018

domenica 10 gennaio 2016

Un divertimento, l'eccesso di una notte

 
 
Kamel Daoud 
Il corpo delle donne e il desiderio di libertà di quegli uomini sradicati dalla loro terra
la Repubblica, 10 gennaio 2016 
 
 
... In Occidente il rifugiato o l’immigrato potrà salvare il suo corpo ma non patteggerà altrettanto facilmente con la propria cultura, e di ciò ce ne dimentichiamo con sdegno. La cultura è ciò che gli resta di fronte a sradicamento e traumi provocati in lui dalla nuova terra. In alcuni casi il rapporto con la donna — fondamentale per la modernità dell’Occidente — rimarrà incomprensibile a lungo, e ne negozierà i termini per paura, compromesso o desiderio di conservare la “propria cultura”. Ma tutto ciò può cambiare solo molto lentamente. Le adozioni collettive peccano di ingenuità, limitandosi a risolvere i problemi burocratici e si esplicano attraverso la carità.
Il rifugiato è dunque un “selvaggio”? No. È semplicemente diverso, e munirlo di pezzi di carta e offrirgli un giaciglio collettivo non può bastare a scaricarci la coscienza. Occorre dare asilo al corpo e convincere l’animo a cambiare. L’Altro proviene da quel vasto universo di dolori e atrocità che è la miseria sessuale nel mondo arabo-musulmano. Accoglierlo non basta a guarirlo. Il rapporto con la donna rappresenta il nodo gordiano nel mondo di Allah. La donna è negata, uccisa, velata, rinchiusa o posseduta. È l’incarnazione di un desiderio necessario, e per questo ritenuta colpevole di un crimine orribile: la vita. Una convinzione condivisa, che negli islamisti appare palese. Poiché la donna è donatrice di vita e la vita è una perdita di tempo, la donna è assimilabile alla perdita dell’anima.
Il corpo della donna è il luogo pubblico della cultura: appartiene a tutti, ma non a lei. Qualche anno fa, a proposito dell’immagine della donna nel mondo detto arabo si scrisse: «La donna è la posta in gioco, senza volerlo. Sacralità, senza rispetto della propria persona. Onore per tutti, ad eccezione del proprio. Desiderio di tutti, senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo in cui tutti si incontrano, escludendola. Il passaggio alla vita che impedisce a lei stessa di vivere».
È questa libertà che il rifugiato, l’immigrato, desidera ma non accetta. L’Occidente è visto attraverso il corpo della donna: la libertà della donna è vista attraverso la categoria religiosa di ciò che è lecito o della “virtù”.
Il corpo della donna non è visto come luogo stesso di libertà, in Occidente un valore fondamentale, ma di degrado. Per questo lo si vuole ridurre a qualcosa da possedere o a una nefandezza da “velare”. La libertà di cui la donna gode in Occidente non è vista come il motivo della sua supremazia ma come un capriccio del suo culto della libertà. Di fronte ai fatti di Colonia l’Occidente (quello in buona fede) reagisce perché è stata toccata “l’essenza” stessa della sua modernità — laddove l’aggressore non ha visto altro che un divertimento, l’eccesso di una notte di festa e bevute.
Colonia è dunque il luogo dei fantasmi. Quelli elaborati dall’estrema destra che evoca le invasioni barbariche e quelli degli aggressori, che vogliono che il corpo sia nudo perché è “pubblico” e non appartiene a nessuno. Non si è aspettato di sapere chi fossero i responsabili, perché nei giochi di immagini, riflessi e luoghi comuni, tale dato non conta poi molto. E non si vuole ancora capire che dare asilo non significa semplicemente distribuire “carte” ma richiede di accettare un contratto sociale con la modernità.

La solitudine delle donne aggredite



Natalia Aspesi
Tutti i branchi dei maschi
La Repubblica, 10 gennaio 2015











Quella notte le donne venivano aggredite, spogliate, picchiate, derubate. Venivano derise da un muro di maschi stranieri organizzati, e intanto ai maschi poliziotti tutto sembrava un gioco festoso da non interrompere, e i maschi cittadini che presumibilmente accompagnavano le donne o comunque attraversavano la piazza come loro preferivano guardare dall’altra parte, evitando di intervenire a difendere le vittime assalite da maschi migranti e apparentemente non armati, quindi pericolosi ma non troppo.

Quella notte, a Colonia, ma anche altrove, le donne si sono ritrovate completamente sole, tra maschi violenti, maschi indifferenti, maschi spaventati. Di nuovo dentro la loro storia secolare di isolamento, impotenza, sopraffazione, abbandono, pericolo, che ogni tanto sembra finita e invece non lo è mai: probabilmente ancora una volta usate per consentire a un branco di maschi di disprezzarle e rimetterle al loro posto di sottomissione e irrilevanza, e a un altro branco di maschi di ergersi, dopo i fatti e solo a parole, a indispensabili protettori, a eroici paladini della loro libertà, che per secoli hanno ostacolato e ostacolano tuttora; e a un altro branco ancora a servirsene come pedine di una sporca politica.

Ma da quando le donne, e si parla solo di quelle occidentali, e in particolare le italiane, sono libere davvero, non solo per le tante nuove leggi degli ultimi settant’anni? Ci sono frammenti di realtà che rinascono dalla memoria individuale o scopri in un film: e per esempio negli Anni ’50 il ricordo che se il parto metteva a rischio la vita della madre o del bambino, era il marito che doveva scegliere chi poteva vivere, ed era sempre il bambino. Oppure, nel recente grande film tedesco Il labirinto del silenzio, un giornale radio della fine degli Anni ’50 informa che da quel momento le donne, se sposate, potranno lavorare solo col consenso del marito. Piccoli omicidi, minuscoli ostacoli, dentro un mondo di esclusione e impotenza delle donne, di supremazia e potere degli uomini.

Certo le donne fanno i ministri e i capi di Stato, spesso benissimo ma è sempre non sulla loro capacità politica ma sul loro corpo di donna che gli avversari l’attaccano: culona, non la scoperei mai, lesbicaccia, cesso eccetera. Gli attacchi sul web contro i pensieri delle donne, metti povere loro che non gli piaccia Zalone e lo mettano su Facebook: le minacce di morte sono il meno, e i più violenti verbalmente, se le avessero davanti, forse strapperebbero loro gli slip come a Colonia.
Anche le donne occidentali non sono quiete da nessuna parte, in piazza le assaltano gli immigrati ma spesso il branco è del paese, e anche in casa devono stare attente, gli stessi loro uomini che non le avrebbero difese a Colonia possono sempre spaccar loro la testa.

domenica 6 ottobre 2013

Il ritorno di un'icona operaia: Ken Parker

Alessandro Trevisani
Torna Ken Parker, l'icona operaia del fumetto italiano
Linkiesta, 3 ottobre 2013

Duri a morire, i fumetti. Nonostante la crisi della stampa, i nuovi linguaggi, internet, ebook, Playstation e bambini che a due anni “vanno via” di touch che è una bellezza. Disegni e balloons, teoricamente, non muoiono mai. Basta poco per farli, anche se è un’immensa, lenta fatica. E ci vuole ancora meno perché i personaggi che non c’erano più riprendano vita, magari dopo anni di assenza. Basta un pennino, in fondo, e la magia ricomincia. Quello che pubblichiamo è il primo disegno di Ken Parker dopo 15 anni di silenzio: lo firma Ivo Milazzo, che con lo sceneggiatore Giancarlo Berardi (noto anche per aver creato la detective Julia) ha deciso di riportare in scena lo scout (ma è stato anche cacciatore, cowboy e mille altre cose) che nel 1977 ha cambiato la storia del fumetto italiano da edicola. A partire da una storia inedita di dodici pagine, che verrà presentata a Lucca Comics and Games il prossimo 31 ottobre.
Omosessualità, lotta di classe, violenza di genere, ecologia: Ken Parker, che ha il volto di Robert Redford in Corvo rosso non avrai il mio scalpo, è, nello spirito sessantottesco dei suoi creatori, compagni di classe alle magistrali 50 anni fa, l’antitesi del pistolero tutto azione e niente pensieri. Coltiva il dubbio, la curiosità, il rispetto per chi è diverso. Sposa un’indiana e ne adotta il figlio, si sposta dall’Ovest all’Est, è di volta in volta con la legge contro la giustizia e con la giustizia contro la legge. E poi, da subito, mescola temi “alti” e citazioni letterarie e cinematografiche, in un intreccio agile di testi e disegni. Via le didascalie “texose” che dicono “Intanto” o “Nel frattempo...”: la tavola di Milazzo è come una macchina da presa, i personaggi sono attori, e il montaggio non ha bisogno di preamboli né di presentazioni. Tutta roba che ritroviamo di lì a un pugno d’anni in Dylan Dog, Magico Vento, Nick Raider, Nathan Never: la nidiata Bonelli degli anni ’80-’90, un incrocio prezioso tra fumetto d’autore e narrazione seriale.
Ken Parker va quindi in edicola per 59 numeri, fino al 1984, quando chiude per questioni di vendite e di gestione. “Resuscita” una prima volta in formato rivista, la Ken Parker Magazine, nel 1992. Poi torna con quattro speciali: l’ultimo è Faccia di rame, e data gennaio 1998, e oggi torna a farsi vivo in un portfolio con tanto di custodia. La storia, colori, chine e acquerello, è già un picolo totem, tirato in mille copie da un piccolo editore romano, Spazio Corto Maltese, e si intitola Canto di Natale: 12 pagine più l’illustrazione di copertina, dove lo scout ha i tratti più marcati del solito, l’aria stanca, invecchiata, mentre sorseggia una tazza di caffè fumante, all’adiaccio. Lo abbiamo lasciato nel 1998, in carcere per un delitto controverso: ha ucciso un poliziotto che stava sparando a una bambina, nel bel mezzo della repressione di uno sciopero, nella Boston di fine Ottocento. È stato quindi “buono” Ken, poi perseguitato nel nome della legge. Ma prima ancora è stato “cattivo”, si è infiltrato tra gli operai di una fabbrica per conto di un’agenzia investigativa al soldo di padroni senza scrupoli, ha fatto la spia ai compagni di lavoro più sindacalizzati, quelli che leggono Marx e si battono per uno stipendio un po’ più che da fame. Insomma, alla fine la realtà di Ken è come la nostra: tanti grigi, tanta confusione, tanto difficile. Forse per questo ce n’era ancora bisogno? Lo chiediamo al suo disegnatore, Ivo Milazzo.

L’INTERVISTA
Milazzo, torna Ken Parker. Emozioni? 
Tante. Lui per me è come un figlio.
Vi somigliate così tanto?
Ma sì, lui ha la mia postura, le mie espressioni. Alla fine, per queste cose, ridisegno me stesso, la mia gestualità.
Il vostro personaggio nasce in tempi drammatici (contestazione, terrorismo, austerity) e racconta tempi ancora più drammatici, tra guerre indiane e lotta di classe. Ma oggi, in quest’epoca farsesca dentro e fuori il Parlamento, il lirismo e l’impegno di Ken Parker non sono merce un po’ sprecata?
Gli italiani, in generale, fanno fatica a imparare dai loro errori. Ma ce ne sono ancora tanti interessati ai temi, alle emozioni che si rintracciano in Ken Parker. E noi, magari senza riferirci in modo esasperato all’attualità, questi temi continueremo a trattarli.
A Lucca portate 13 tavole in edizione deluxe. E poi? Si torna in edicola?
Ai lettori l’ho sempre detto: finché siamo vivi noi autori Ken lo vedrete di nuovo in giro, in edicola o in libreria. E queste 12 pagine, quest’occasione lucchese è l’aperitivo di un pasto che ci auguriamo succulento.
State trattando il ritorno in grande stile con un importante editore, giusto?
Non dico nulla fino a cose fatte. In questi 15 anni a volte Ken pareva dovesse tornare, poi non se ne faceva nulla, perché non ci arrivavano le proposte giuste. Così abbiamo preferito aspettare.
Ci racconta il pomeriggio o la serata in cui è nato Ken Parker?
Oddio, è passato troppo tempo, non me la ricordo! Posso dire che doveva essere una sola puntata (nella Collana Rodeo, ndr), poi a Bonelli piacque così tanto che ci propose di creare una serie. Accettammo con tutta la nostra incoscienza, con le nostre doti e soprattutto la voglia di raccontare storie.
Da 27 anni vediamo Ken Parker perseguitato per aver ucciso un poliziotto che stava sparando a una bimba. Per quanto tempo ancora lo vedremo braccato come Jean Valjean?
Francamente non so rispondere, e neppure voglio, o vi toglierei tutto il gusto. Diciamo che il gioco, adesso, è portarlo fuori da una situazione che non si merita.
Lei è stato un maestro di stile e di tecnica per molti fumettisti: ma i suoi maestri chi sono stati?
Tanti. Mi piace lo stile espressionista, il contrasto tra luci e ombre. Faccio un nome per tutti: Milton Caniff.
Perché Ken Parker piace al pubblico?
Piace a una fetta del pubblico. Il nostro più che altro è stato un successo di critica: Ken non ha mai avuto picchi di vendita clamorosi, se togliamo l’allegato uscito con La Repubblica dieci anni fa. Il suo segreto, se vogliamo, è quello di essere un personaggio “diverso”. E poi c’è un grande equilibrio narrativo tra chi scrive e chi disegna.
Che ne pensa della graphic novel? 
Direi che è un termine di moda per definire i fumetti. Ma è anche un’espressione che ha dato una mano a quest’arte: gli ha permesso di entrare in libreria, ha allargato la base di possibilità dei fumettisti.
Il sodalizio con Berardi nasce oltre 50 anni fa: come sono cambiati i vostri rapporti?
Dopo il 1998 ci siamo sentiti qualche volta. Insomma, non ci eravamo più frequentati come prima. Ma oggi la storia può continuare da dove si è interrotta.

venerdì 9 agosto 2013

Violenza sulle donne, nuovo provvedimento

 In questo agosto che ci sta offrendo solo una situazione politica alquanto "imbarazzante" si trova finalmente spazio per regolamentare ulteriormente il tema della violenza sulle donne.
La normativa appena approvata prevede pene più severe e dà una stretta alla violenza , specie a quella domestica .
Ieri in consiglio dei ministri sono quindi stati varati 12 punti, tra cui:

Arresto obbligatorio in flagranza
È previsto l'arresto obbligatorio in caso di flagranza per reati di maltrattamento familiare e stalking. Ciò significa che le forze dell'ordine saranno obbligate al fermo di colui che viene sorpreso in un atto di violenza domestica o di stalking.

Allontanamento del coniuge violento da casa
Alle forze di polizia viene data la possibilità di buttare fuori di casa il coniuge (o compagno) violento se c'è un rischio per l'integrità fisica della donna. «Dal punto di vista della prevenzione è importante» - ha spiegato il ministro Alfano - «perché viene impedito a chi è violento in casa di avvicinarsi ai luoghi domestici».

Querela irrevocabile
Una volta sporta querela per violenza e maltrattamenti, quella querela sarà irrevocabile. «Sottraiamo noi la vittima al rischio di una nuova intimidazione tendente a farle ritirare la querela», ha spiegato Alfano.

Pene più severe
Il decreto prevede l'aumento di un terzo della pena se alla violenza assiste un minore e/o se la vittima è in gravidanza e/o se la violenza è commessa dal coniuge (anche se separato) e dal compagno (anche se non convivente).

Corsia giudiziaria preferenziale
Con questo decreto, i tribunali potranno adottare delle corsie preferenziali per i processi per femminicidio e per maltrattamenti

Patrocinio gratuito
Per chi è vittima di stalking o maltrattamenti e non si può permettere un avvocato, è ora previsto il patrocinio legale gratuito.


Ovviamente la strada da percorrere è ancora tanta, ma vista la situazione politica attuale e visto il periodo...
É stato compiuto un bel passo a tutela delle vittime di violenza .

-----------------------------------------------------------------------------------------
Concita De Gregorio ha accolto anche lei  con grande favore la novità. Ecco le parole conclusive del suo commento sulla Repubblica di oggi:

È una buona notizia, che questo decreto ci sia. Che Josefa Idem l’abbia voluto come primo atto del suo breve mandato, sarebbe stata un buon ministro e lo sa bene Enrico Letta che dopo averla invitata a dimettersi con intransigenza fortemente diseguale ieri l’ha pubblicamente ringraziata. È una buona notizia che tenga conto della convenzione di Istanbul ratificata poche settimane fa in un’aula parlamentare deserta. Quell’aula era deserta, però. Come se questi fossero atti dovuti che non cambiano le cose, non interessano nessuno. È da quel vuoto, da quel che c’è nella testa di chi si volta dall’altra parte, che si deve partire.