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domenica 15 febbraio 2026

La memoria frastagliata del gigante

Valentina Pisanty
Umberto Eco, esercizi di antiretorica con le note a margine

il manifesto, 15 febbraio 2026

Sono trascorsi i dieci anni di silenzio stampa voluto da Umberto Eco nelle sue disposizioni testamentarie. Lo scopo era evitare celebrazioni enfatiche, interventi narcisistici del genere «Io e Umberto: un incontro elettivo», e una ripetizione meccanica di luoghi comuni che avrebbero trasformato il maestro in meme, come peraltro già accadeva quando Eco era in vita.

LA RICHIESTA è stata rispettata solo in parte, e aggiungerei per fortuna. In questo decennio sono usciti volumi, articoli, interviste perfettamente inscrivibili nel perimetro retorico paventato da Eco, ma anche saggi di approfondimento teorico sulla sua semiotica, cataloghi commentati della sua biblioteca, riletture critiche dei romanzi e, insomma, tutto ciò permette a un autore di sopravvivere oltre la sua scadenza biologica, senza essere immediatamente imbalsamato.

Eco aveva previsto tutto. In una Bustina di Minerva del 1990 – «Come guardarsi dalle vedove», poi confluita nel Secondo diario minimo – dispensava istruzioni su come evitare di essere fagocitati dai posteri smaniosi. Il tono, come spesso nelle bustine, era paradossale e umoristico, ma il messaggio era chiaro. Alla larga dalle vedove, dove per «vedove» non si riferiva evidentemente alla moglie reale (Renate è sempre stata una persona equilibrata e discreta), ma a tutti coloro che inevitabilmente, dopo la sua morte, si sarebbero arrampicati sul corpo del gigante per dire «io lo conoscevo bene».

Nell’articolo si ritrova anche il rifiuto dei congressi immediati post mortem, che spingono «frotte di amici, estimatori, giovani in cerca di fama, a mettere giù quattro riletture in croce» e a «rifriggere il già detto, confermando un cliché». E si trovano suggerimenti pratici su come evitare che ogni frammento di testo inedito, incluse la lista della spesa e la corrispondenza privata, finisca in pasto al pubblico. Per esempio, scrive Eco, è consigliabile seminare nella posta amorosa frasi come «amo anche le tue frequenti flatulenze», a scanso di velleità editoriali.

DIETRO L’IPERBOLE COMICA si riconosce una diffidenza strutturale verso ogni forma di immortalità gestita dai posteri. Non si tratta di snobismo o di mania di controllo: dell’idea, cioè, che solo l’autore abbia il diritto di decidere come verrà ricordato. E non è neppure (o non soltanto) il retaggio di uno scetticismo alessandrino verso la retorica pomposa, quella stessa alla quale il padre gli aveva insegnato a non credere e a cui (mi pare) lo zio gli aveva suggerito l’unica risposta sensata, Ma gavte la nata, levati il tappo. L’atteggiamento antiretorico si combina con alcuni capisaldi della teoria di Eco sulla memoria culturale e sui suoi meccanismi di selezione interna e di filtraggio.
«L’immortalità sta nelle note a piè di pagina», diceva spesso Eco.

Non era una boutade, ma una rappresentazione sintetica dell’unica forma – se non di immortalità vera e propria, cui Eco non credeva (prima o poi verremo tutti dimenticati, anche lui) – almeno di sopravvivenza concepibile. Cosa intendeva? Diverse cose insieme. La nota a piè di pagina è il luogo in cui l’autore non parla più in prima persona: viene usato, citato, discusso, talvolta contraddetto. La nota è marginale, discreta, dipende da altri testi. Può aprire piste interpretative, ma non è mai autonoma. È un frammento che si stacca dal corpo del testo e ricomincia a circolare, spesso in modo del tutto estraneo alle intenzioni originarie. Ed è disseminata: spunta qua e là nei discorsi altrui, come un pulviscolo di particelle diffuse nell’atmosfera; ovvero nella semiosfera, per riportare la metafora sul piano semiotico.

ECO CHIAMAVA questo spazio culturale diffuso Enciclopedia. Biblioteca delle biblioteche, archivio multimediale di tutto ciò che è stato detto e registrato, dalle pitture rupestri al web, groviglio di interpretanti, rizoma, struttura assente: l’Enciclopedia è autocontraddittoria, in perenne trasformazione e, soprattutto, non è conoscibile nella sua interezza.

Tutt’al più se ne possono isolare alcune porzioni locali, come un esploratore nella giungla che si faccia largo col machete, e allora si crea l’impressione – naturalmente provvisoria – di un ordine parziale, sufficiente a orientarsi e ad agire. La coerenza di un pensiero, e delle azioni che ne derivano, dipende dalla possibilità di sfrondare di volta in volta ciò che appare superfluo, perché altrimenti ci troveremmo tutti nell’infelice condizione del Funes di Borges, paralizzato dalla troppa memoria. Già, ma chi decide quali rami potare?

La risposta, per Eco, è che nessuno decide per davvero. Non c’è un curatore supremo dell’Enciclopedia, né un criterio ultimo che stabilisca una volta per tutte cosa debba restare e cosa possa essere escluso. Qualcuno magari ci prova, stilando elenchi ufficiali di testi canonici e di letture proibite. Ma alla lunga fallisce. La selezione è l’effetto cumulativo di pratiche locali: ciò che viene letto, citato, discusso si sposta temporaneamente verso il centro dell’Enciclopedia.

Ciò che non trova un uso scivola ai margini, senza per questo scomparire.

Nella biblioteca del Nome della rosa le stanze chiuse non sono vuote, ma non frequentate, almeno finché Guglielmo da Baskerville non decide di esplorarle. Così nell’Enciclopedia: i materiali non consultati non vengono distrutti, ma semplicemente accantonati, potenzialmente riesumabili al mutare delle pertinenze. A meno che non subentri una catastrofe, come l’incendio del romanzo.

Ma questa è un’altra storia.
Se la memoria culturale funziona attraverso meccanismi di selezione largamente incontrollabili, allora non ha senso pensare la sopravvivenza come il risultato di una strategia o di una gestione consapevole. Né dell’amministrazione di una «eredità», espressione con cui alcuni commentatori si ostinano a descrivere l’opera di Eco, lasciando intravedere una concezione patrimoniale che dubito lui avrebbe apprezzato.

È INVECE COERENTE con la visione enciclopedica pensare al filtraggio come a una lenta sedimentazione di discorsi e di pensieri. Un processo in cui l’autore si dissolve in stringhe di interpretanti disponibili a entrare in configurazioni di senso sempre nuove e imprevedibili. Ecco perché Eco chiese che, per dieci anni dopo la sua morte, non si organizzassero convegni su di lui.

Per lasciare che il tempo e la comunità degli interpreti facessero il loro mestiere. «È talora l’unica cosa che spinge un filosofo a filosofare, uno scrittore a scrivere», rispondeva a Carlo Maria Martini che gli aveva chiesto delucidazioni sull’etica di un non credente (In cosa crede chi non crede?, 1996). «Lasciare un messaggio nella bottiglia, perché in qualche modo quello in cui si credeva, o che ci pareva bello, possa essere creduto o appaia bello a coloro che verranno».

È forse chiedere troppo. A meno che le parole chiave non siano «in qualche modo», a segnalare la quota di fraintendimento indispensabile affinché i posteri possano appropriarsi a modo loro dei contenuti altrui. L’aspirazione di chi lascia tracce scritte potrebbe essere, più realisticamente, prolungare il proprio transito nel flusso della conversazione umana, come quando, insieme, si litiga, si ragiona o si ride con una persona che non c’è più.

martedì 25 novembre 2025

Un'altra Babele

Gianni Santamaria
Dall'esperanto al klingon: perché ci affascinano le lingue inventate
Avvenire, 22 novembre 2025

«Patru nia chi estas en la cielo», «Patre nostro, Qui es in celos», «O Fat obas, kel binol in süls», «Mama mi sewi o». Se nelle prime due frasi è facilmente riconoscibile l’incipit del “Padre nostro”, la terza e la quarta sono davvero ostiche. A meno di non essere cultori di idiomi pianificati a tavolino. Si tratta, in sequenza, della traduzione della preghiera universale di Gesù fatta dall’inventore dell’esperanto Ludwik Lejzer Zamenhof, di quella in latino sine flexione, creatura del matematico piemontese Giuseppe Peano, della versione in Volapük - lingua che deforma le radici lessicali di parole tedesche, inglesi e di altre lingue - realizzata da Johann Martin Schleyer. Infine, della possibile resa in Toki Pona, lingua “minimale” ideata nel 2001 dalla linguista canadese Sonja Ellen Kisa. Sono alcuni degli esempi – l’ultimo approntato ad hoc come una sorta di “stele di Rosetta” del Toki Pona - che il linguista Davide Astori cita lungo le pagine di Che cos’è una lingua inventata (Carocci, pagine 128, euro 13,50), saggio in cui lo studioso fornisce una carrellata degli ambienti storici in cui tali lingue sono nate, dei personaggi che le hanno escogitate, e illustra le classificazioni delle varie loro tipologie, di cui si occupa l’interlinguistica. Questa disciplina, che è stata definita “la branca eterodossa della linguistica”, vanta ben due date di nascita, il 1879 in cui è apparso il Volapük e il 1974, anno in cui uscì Le lingue inventate dell’orientalista Alessandro Bausani, considerato il fondatore di questo indirizzo di studi alla stregua di Ferdinand de Saussure per la linguistica generale.
Astori, che insegna proprio Linguistica generale, Interlinguistica e Linguistica delle Lingue segnate all’Università di Parma, descrive accuratamente, e con stile brillante, un fenomeno che fino a oggi ha visto progetti di oltre mille lingue inventate - molte effimere - delle quali prende in esame le principali. Oltre alle quattro già dette, troviamo il Markuska, creazione infantile italiana, analizzata da Bausani (che, si scopre, è proprio quel bambino creativo). Lo studioso distinse le lingue inventate in “laiche”, a scopi ludici o di comunicazione, e “sacrali”. Di queste ultime Astori dà tre li esempi: il Balaibalan, usato tra XIV e XVI secolo da una confraternita sufi egiziana, l’Enochian dell’astronomo e occultista inglese del Cinquecento John Dee e la “lingua ignota” della mistica medievale Ildegarda di Bingen, dottore della Chiesa, considerata loro patrona dai conlangers, i creatori di con-structed lang-uages. Seguono gli esempi antichi legati alla prefigurazione di società ideali: l’Uranopoli di Alessarco, «primo esempio attestato di creazione linguistica con finalità politico-identitaria» e la natyve tong che Tommaso Moro pensò per la sua Utopia. L’effimera esperienza dell’Isola delle Rose, fondata nel 1968 davanti a Rimini - che si proclamò Stato e che nei suoi 55 giorni di vita fece in tempo a darsi un inno, una moneta, una bandiera e persino a emettere francobolli - non riuscì invece a elaborare una lingua propria, adottando perciò l’esperanto. Esistono anche lingue “musicali”, come il Solresol, basato sulla combinazione sequenziale delle note. Nata in Francia nel 1827 con un’attenzione alle disabilità, paradossalmente contribuì al divieto Oltralpe della lingua dei segni fino al 1991. Non mancano, infine, le “lingue di Hollywood” come il Klingon, appartenente all’universo diegetico di Star Trek, e il Lì’fya leNa’vi, lingua della popolazione aliena di Avatar. La prima, opera del linguista americano Mark Okrand, ha addirittura un dizionario, un’enciclopedia, un istituto di studi in Pennsylvania, una sua versione di Google e in essa sono stati tradotti l’epopea di Gilgameš, l’Amleto di Shakespeare e il Tao Te Ching.
Il fenomeno coinvolge, dunque, aspetti personali, emozionali, ludici, legati all’infanzia (si pensi al cosiddetto “alfabeto farfallino”) e anche le dimensioni della creazione artistico-letteraria (Tolkien docet). fino alla ricerca di una lingua ausiliaria internazionale, nata dall’esigenza di creare un comune mezzo per comprendersi tra i popoli. A quest’ultimo crinale appartengono gli esperimenti di fine Ottocento, che a Parigi portarono alla nascita di numerose società dedite allo scopo. La Belle Époque, che viveva l’ideale del progresso e aveva ereditato quello della pace perpetua kantiana, produsse molti progetti linguistici. Il primo fu il Volapük (letteralmente “la lingua del mondo”), ideato nel 1879 da Schleyer, un sacerdote cattolico antimodernista, incarcerato durante il Kulturkampf. Il suo afflato universalistico era di carattere religioso e, di conseguenza, concepì tale lingua come un “dono di Dio” all’umanità. Il movimento volapukista crebbe rapidamente, ma presto si divise e altrettanto rapidamente declinò. L’idea fu perseguita anche dall’esperanto, nato a Varsavia nel 1887 con l’uscita dell’Unua libro (“Primo libro”) scritto da Zamenhof, di professione oftalmologo, il quale si era scelto come pseudonimo quello di Dottor Esperanto. Si tratta dell’unico tentativo che, ricorda Astori, 130 anni dopo, ha ancora vitalità, essendo usato - a seconda dei livelli di competenza e delle statistiche - da un numero di parlanti che oscilla tra i 30-300mila, fino a qualche milione. Di essi alcuni sono denaskuloj, “parlanti dalla nascita”. L’esperanto è anche quella, tra le lingue pianificate, che ha avuto attestati internazionali, a partire da quello della Società delle nazioni nel 1924.
Ma come si classificano tali lingue, dovute a un processo di glossopoiesi, da cui derivano i tremini di glottopoieta, o glottoteta, per definire chi le crea? Una distinzione è tra “a priori”, “a posteriori” e “miste”. Le prime seguono la riflessione filosofica che parte da Cartesio e arriva a Leibniz. Un filone di ricerca della “lingua perfetta” descritto ai giorni nostri nel famoso saggio di Umberto Eco (che non a caso si è meritato una traduzione in esperanto). Ad essa appartengono le pasigrafie, sistemi di segni convenzionali tali essere compresi da persone di lingue diverse. L’interlinguistica contemporanea presta maggiore attenzione, però, a quelle “a posteriori”, cioè derivate da lingue naturali. Le più famose sono i citati esperanto, mix di lingue indoeuropee, e latino sine flexione, tratto dall’idioma che in passato è stato lingua internazionale per eccellenza, veicolare e accademica, come oggi accade con l’inglese. Dopo un incontro con un collega giapponese, nel quale toccò con mano la difficoltà a comprendersi, Peano (1858-1932) concepì questa versione semplificata della lingua di Cicerone. Pur essendo principalmente scritta, il matematico le diede anche regole di pronuncia e accentazione. Ma l’esperimento non gli sopravvisse. “Miste” sono, invece, quelle a metà strada tra le altre due, come il Volapük.
Una menzione meritano anche le altre figure di conlangers storici che popolano l’affascinante saggio di Astori. Da René de Saussure, fratello di Ferdinand, che fu tra i primi esperantisti e si dedicò in parallelo alla ricerca di una moneta universale, a Graziadio Isaia Ascoli, pioniere della glottologia, che in gioventù, nel 1851, si dedicò a una pasigrafia telegrafica e ancora prima aveva realizzato il cosiddetto Ascolino.
Sono solo alcune delle figure di un caleidoscopio che introduce a una disciplina complessa che «nonostante lo scetticismo e il pregiudizio nei suoi confronti non siano ancora del tutto superati», affascina molti. E chi volesse farsi una lingua tutta sua - e non si accontentasse di chiedere a ChagtGpt di realizzarla, ammesso che ne sia capace – può ricorrere a strumenti moderni per conlangers, come il Language construction kit messo a punto dal linguista Mark Rosenfeder. E giocare al piccolo glottoteta.

mercoledì 10 settembre 2025

Il bello, il brutto, il kitsch

Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia, 1818, Hamburger Kunsthalle

Melania Mazzucco
Il bello e il brutto di Umberto Eco

la Repubblica, 4 febbraio 2021

Alla domanda su che cosa sia la bellezza, tutti forse risponderemmo come sant’Agostino sul tempo: «Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so». Così almeno, col sornione understatement che lo caratterizzava, Umberto Eco inaugurò la lezione su La bellezza alla Milanesiana del 2005. Alla manifestazione/officina di filosofia, letteratura, musica e arti, ideata da Elisabetta Sgarbi, il professor Eco ha partecipato ininterrottamente dal 2001 al 2015, tenendo – con erudizione, arguzia, e pepati richiami finanche alla cronaca presente – lezioni magistrali sui massimi temi della cultura occidentale, nel teatro Dal Verme gremito di spettatori adoranti: uditorio impensabile oggi, quando siamo tutti costretti a partecipare a conferenze e webinar pur stimolanti nella solitudine delle nostre stanze. Ogni lezione alternava parole e immagini a commento e illuminazione delle prime. Parole sue e di altri autori, di cui citava, spiegava ai profani oppure leggeva alcuni estratti. Spaziando dal prediletto Tommaso d’Aquino a Mickey Spillane, da Giamblico a Mary Shelley e Victor Hugo, fino all’oscuro cronista bizantino Niceta Coniata. Anche per le immagini attingeva a un vastissimo repertorio visuale – quadri, fotografie, illustrazioni di libri, disegni.

La bellezza esordisce con una riflessione sulla relatività: poiché bello è ciò che ci piace – chiedete a un rospo cosa è la bellezza, scriveva Voltaire, e vi risponderà che è la sua femmina panciuta e viscida – ma ciò che ci piace varia, anche incredibilmente, col tempo e con i criteri che usiamo per definirlo. Per dimostrarlo Eco contrappone le antitetiche Uta di Naumburg, stupenda statua gotica del XIII secolo, e la malaticcia e perversa Apparition del simbolista Odilon Redon. E se la bellezza è sempre simmetria, proporzione, perfezione, integrità e claritas, è anche vero che l’irregolare, lo sproporzionato, il mostruoso (esemplificato dai blemmi, gli sciapodi, i cinocefali e gli altri esseri teriomorfi che infestano le cattedrali gotiche) esercitano una seduzione irresistibile, analoga a quella suscitata dalla contemplazione del bello.

Ma per non soggiacere «all’orgia della tolleranza, al sincretismo totale, all’assoluto politeismo della bellezza» Eco suggerisce un sorprendente discrimine: il disinteresse, il distacco. La bellezza è separata dall’idea del possesso, sicché l’opera che a suo avviso allegorizza meglio la nostra esperienza del bello è il Viaggiatore sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: l’uomo di spalle, in cima a una montagna, col sublime paesaggio della natura davanti a sé. Bellezza è per Eco stare di spalle di fronte a qualcosa di cui non facciamo parte.

E la bruttezza? Non può essere separata dal bello, ed esiste solo in rapporto con esso. La categoria del brutto è infinitamente più ampia, come testimonia la litania di sinonimi sgranati da Eco (sgradevole, repellente, abietto, orrido, laido, rivoltante, schifoso, turpe, orrendo, ecc.), che non ha paragone nella categoria opposta. Ma anche il brutto è relativo. A differenza del bello, però, implica coinvolgimento, passione. Tenerezza e comprensione (come nei pittori manieristi e nei poeti romantici e decadenti, che praticano una vera religione dell’orrendo, di cui è emblematica La carogna di Baudelaire), oppure riso e disgusto (come nel comico e nell’osceno). I greci ci hanno insegnato che il brutto è cattivo, ma il cristianesimo gli ha consegnato i corpi (si vedano le penitenze cui si sottopone Ignazio da Loyola) e la storia dell’arte. Brutto è il diavolo, il Cristo straziato, i suoi aguzzini. L’associazione brutto/cattivo non tramonta mai (esilaranti le lombrosiane descrizioni degli avversari di James Bond nei romanzi di Ian Fleming). Di qui la triste fisiognomica del nemico – l’esotico, il negro, l’ebreo – che Eco illustra attraverso copertine di riviste (La difesa della razza) e poster di film (Der ewige Jude), questi sì di una bruttezza intollerabile.

L’ultima parte della lezione è dedicata al brutto moderno, il Kitsch (Eco lo identifica nei ritratti femminili di Boldini: un’opera che «si pavoneggia con le spoglie di altre esperienze e si vende come arte»). Tuttavia il Kitsch del passato può diventare arte nel presente e il camp* contemporaneo (decifrato attraverso le suggestioni di Susan Sontag in Contro l’interpretazione) scompagina le categorie binarie di bello/brutto, imponendo criteri di giudizio diversi e complementari.

La lezione si chiude col fuoco d’artificio di un brano di Robert Burton da Anatomy of Melancholy (1624). I collegamenti vertiginosi che avvicinano epoche e culture e sovvertono la cronologia – sicché Marx dialoga con Mel Gibson – e il brillante andirivieni fra parole e immagini, divertono, appagano e insegnano nello stesso momento, donando agli spettatori – oggi lettori – un metodo che è l’essenza stessa del sapere. Inoltre consegnano, più che risposte, dubbi e domande. Sono davvero camp Maciste e la Sagrada Familia di Gaudí a Barcellona? E perché è inequivocabilmente brutta la Natura morta con fiori dipinta nel 1909 dall’aspirante pittore Adolf Hitler? La condanna la mediocrità estetica o è la bruttezza del diavolo che la dipinse a proiettare la sua ombra infame su quei molli, innocenti fiori bianchi?

(*) stile artistico e comportamentale esagerato, teatrale, frivolo ed eccentrico, spesso associato all'estetica omosessuale. 

martedì 15 febbraio 2022

Umberto Eco su Dio

 


 

Umberto Eco, Filosofi in libertà, Taylor, Torino 1959

SAN TOMMASO

Se saper vuoi per esempio
e sia detto contro l’empio
se il buon Dio ci sia, per caso,
l’ineffabil san Tommaso
ti dispon con mosse pie
nientemen che cinque vie.
Dice: se per ogni dove
Vo a scoprir che tutto muove,
pei motori risalendo
ecco il Primo vo scoprendo,
ed il Primo,com’è noto,
sarà lui il Motore Immoto.

IMMANUEL KANT

Di quelle cose che tocco e vedo,
or domandatevi se vi sia scienza
del Dio nel quale peraltro credo.
Scienza , o signori, vana e fasulla,
perché i principi del mondo fisico,
causa ed effetto non valgon nulla
nel mondo astratto del metafisico!

GLI ANALISTI DEL LINGUAGGIO

Se Heidegger Martin dichiara
con la sua teoria un po' amara"
"Questo nulla assai nulleggia",
l'analista lo dileggia
e gli dice: Scusi, caro,
lei mi sembra un bel somaro;
sarò sciocco, ne arrossisco,
ma il suo nulla non capisco,
e mi prenda un accidente
se gli trovo il referente!
La sua frase è in sé efficace,
se la leggo assai mi piace,
avrà pur bella presenza,
ma non ha una referenza
ed allora non la assumo.
Cose vaghe non presumo.
Se io dico: "Da' la mela,
questo sì che non mi cela
una ambigua prospettiva:
è una frase prescrittiva.
La filosofia fasulla
sempre pon tra i piedi il nulla.
Se non vuoi farti del fiele,
parla sol di pere e mele;
se analizzi le tue frasi
meglio assai ti andranno i casi.
L'asserzione nebulosa
non compete alla mia prosa
e la lascio in fede mia
alla libera poesia
che incantare sa i fresconi
con le pseudoaffermazioni!"

Ma analizza questo e quello,
gli analisti, ahimé, bel bello,
con la tema di asserire,
quel che non si può esperire,
sono giunti, su per giù,
che non parlan quasi più.




   

sabato 18 aprile 2015

Renzi, un rimosso ingombrante

Guido Vitiello
Il goffo colonialismo degli #intellò antirenziani che trattano Mike-Matteo-Bongiorno come il buon selvaggio senza coscienza
Il Foglio, 18 aprile 2015














Quando pensano a Matteo Renzi non gli viene in mente nulla. O meglio, gli vengono in mente frasi come questa di Rino Genovese, filosofo: “Matteo Renzi è il nulla. Lo dico con cognizione di causa per averlo incontrato una volta, ormai diversi anni fa, alla presentazione fiorentina di un libro”.L'articolo, scritto a ridosso delle primarie del 2013, si è guadagnato un posto nel mio sciocchezzaio per varie ragioni. Per la comicità (involontaria) che si sprigiona dall'attrito tra la perentorietà dell'affermazione e l'irrisorietà del pretesto; per la boria senza limiti: perché mi ha  fatto venire i capelli bianchi alla prospettiva di vent'anni di antirenzismo come copia irrealista dell'antiberlusconismo; perché questo trattar Renzi da tabula rasa mi ha rivelato con una chiarezza senza precedenti una posa che di precedenti ne ha molti, e uno più ferale degli altri, la "Fenomenologia di Mike Bongiorno" di Umberto Eco. Quel saggio, a leggerlo bene, era il ritratto bonariamente coloniale di un selvaggio televisivo: l'everyman felice della propria mediocrità, ignorante senza vergogna, impermeabile al pensiero critico, che gongola sempre e non conosce il tragico della  vita. Dicevano qualcosa di Mike Bongiorno quelle pagine?  Non più di quanto il mito del buon selvaggio dicesse delle società primitive; ma consentivano a Eco e ai suoi lettori di collocarsi nella posizione degli etnologi civilizzati. Ne derivò mezzo secolo di abbagli, se pensiamo che il primo vagito dell’antiberlusconismo, “La sinistra nell’èra del karaoke” di Bobbio, Vattimo e Bosetti, si apriva con l’introduzione “Il trionfo di Mike Bongiorno” (il tono era meno bonario, però: i primitivi avevano appena messo gli etnologi nel pentolone). Il riflesso coloniale rischia di riproporsi con Renzi, trattato alla stregua di un “Naturmensch in un mondo civilizzato”, per usare la formula di Ortega y Gasset sull’uomo-massa. Leggo per esempio un divertente pamphlet di Paolo Taggi, “Il contromago di Oz” (Luca Sossella editore), dove Renzi è presentato come il “primo leader totalmente televisivo del mondo”, una sorta di nativo in gonnellino di banane; ritrovo, su Internazionale, un intervento di Christian Raimo dove si dice che Renzi è estraneo al pensiero critico, ignora “il sospetto, il dubbio, la crisi che è stata la forma mentis dell’educazione alla modernità”, e rivedo anche qui il neoprimitivo senza coscienza infelice. Un caso più interessante – e benaugurante – è “Essere #matteorenzi” (il Mulino) di Claudio Giunta.

Qui i tratti della “Fenomenologia” di Eco tornano tutti, come intoccati dal tempo: Renzi che non conosce il lato oscuro della vita; Renzi felice abitante di un mondo che non fa distinzioni tra l’alto e il basso; Renzi che non ha inibizioni, come i selvaggi. Tornano, è vero, ma tornano per bocca dell’“amico snob”, finzione retorica a cui Giunta affida, fustigandolo, il proprio voler essere #umbertoeco. Dal colonialismo ingenuo, l’antropologia del costume italiano approda alla riflessività postcoloniale. L’espediente è felicemente schizofrenico, e fa ben sperare in una stagione intellettualmente psicotica in cui ciascuno si azzufferà nella propria testa con l’amico snob. Foss’anche solo per non finire di nuovo nel pentolone.
...

domenica 22 marzo 2015

Charlie Brown, i personaggi

Io sono un convertito a Charlie Brown, All'inizio non mi piaceva affatto, Intanto il mio interesse per i fumetti era diretto al genere avven­turoso e Charlie Brown non mi divertiva. Trovavo persone che ridevano, leggendo Charlie Brown, e cercavo questa parte di comico senza trovarla. Però a un certo pun­to è avvenuta proprio una specie di rivelazione: ho scoperto che i fumetti di Charlie Brown sono as­solutamente realistici. È avvenuta addirittura un'identificazione: Char­lie Brown sono io. Da questo punto ho cominciato a capirlo. Altro che comico, era tragico, una tragedia continua, Ed ecco finalmente ne ho cominciato a ridere. Un fumetto co­me diagnosi, prognosi ed esorci­smo. (Oreste Del Buono)

Charlie Brown e i fumetti.
Umberto Eco intervista Elio Vittorini e Oreste Del Buono

Linus, n. 1



Charlie Brown, Snoopy e compagni nascono nel 1950 ad opera dell’americano Charles Schulz con la serie intitolata “Peanuts” (tradotto dall’inglese significa “noccioline”) ed è attualmente pubblicata nel mondo intero. Si tratta della vita e dei problematici pensieri di un gruppo di ragazzini che frequentano la scuola elementare.
Nelle striscie e nei cartoni animati dei “Peanuts” non hanno fatto mai la loro comparsa gli adulti e anche i dialoghi fatti con la maestra, sono quasi dei monologhi dove dalla risposta del protagonista si intuisce quale sia stato il discorso dell’insegnante. Uno dei protagonisti principali è senz’altro Charlie Brown (chiamato da tutti sempre per nome e cognome), un ragazzino contraddistinto da una testa rotonda (cosa che tutti i suoi compagni gli fanno notare) e un ciuffo di capelli sulla fronte, normalmente indossa un maglioncino a zig-zag e un paio di pantaloncini corti.
Charlie Brown è un bambino molto sensibile e problematico al punto da essere vittima di un grande complesso di inferiorità nei confronti dei suoi simili. Si sente stupido, antipatico ed imbranato ed incarna un pò le paure di tutti gli adolescenti. La sua più grande passione è il baseball, dove fa sia il giocatore che l’allenatore di una scalcinata squadretta composta dai suoi amici, puntualmente sconfitta, questo fa aumentare ancora di più il suo sconforto. E’ anche un’amante della scrittura e degli aquiloni che però, non riesce mai a far volare.
Molti dei complessi e problemi di Charlie Brown nascono anche ad opera delle parole ciniche e irriverenti del suo esatto contrario: Lucy Van Pelt, una ragazzina il cui pragmatismo è pari alle problematiche di Charlie Brown. Lucy non perde occasione per far notare all’amico i suoi difetti sopratutto quando giocano a baseball. Lucy è spesso scorbutica, disfattista, insensata, egoista, arrogante e diffidente. Di buono ha l’innato senso degi affari e la sua simpatia che nasce proprio dai suoi difetti.
Ogni volta che il povero Charlie Brown fa qualche riflessione si problemi della vita della vita, l’ignoranza e la presunzione di Lucy snobbano puntualmente l’intelligenza e la sensibilità dell’amico. Ma guarda caso Lucy ha un fratellino di qualche anno più piccolo, che ha un carattere affine a quello di Charlie Brown, questi è Linus. E’ ragazzino che veste sempre con una maglietta a righe orizzontali e i calzoncini.
Spesso si coccola stringendosi al viso la sua inseparabile coperta e mettendosi il pollice in bocca. Quando i genitori decidono di lavargli la coperta, scoppia in una crisi di pianto e di panico. Come Charlie Brown, Linus è un bambino sensibile e costruttivo, ed è con lui che ragiona sul senso della vita e sulle cose. Spesso si rifugia in un campo di cocomeri ed esprime i suoi dubbi amletici ad un’entità invisibile chiamata “Grande Cocomero”.
In tutto questo ovviamente, Lucy non può che scoraggiarlo. Nelle strisce dei “Peanuts”, così come non compaiono gli adulti, non compaiono nemmeno gli animali fatta eccezione del bracchetto più famoso dei fumetti: Snoopy a dire il vero compare anche il suo amico Woodstock, un uccellino molto sveglio e sorprendente.
Snoopy è il cane di Charlie Brown e se ne sta spesso e volentieri sopra il tetto della sua cuccetta dove dorme, pensa, sogna, scrive romanzi con la macchina da scrivere e gioca ad impersonare un famoso pilota da caccia della prima guerra mondiale “Joe Falchetto”.
Immaginando di essere sopra un aereo, anzichè sopra la sua cuccetta, sogna di avere dei tremendi duelli aerei con il terribile Barone Rosso. battendo a dove. Non avendo la parola (solo i pensieri), riesce però a capire tutto quello che dicono i ragazzi e a farsi intendere da loro quando ha fame o quando desidera qualcosa. Anzi, in molte circostanze è riuscito a togliere dai guai i nostri protagonisti, con soluzioni sorprendenti (come quella di guidare una ruspa e ripulire un torrente dai massi che intralciavano la barca di Charlie Brown e compagni).
La simpatia di Snoopy nasce anche dal fatto che mentre i problematici amici, discutono su delle soluzioni da adottare per un certo tipo di problema, lui c’è già arrivato ed è già operativo. E’ appassionato di pattinaggio e di surf e ogni si concede lunghi viaggi in compagnia dell’amico Woodstock. Un altro personaggio caratteristico dei “Peanuts” è il pianista Schroeder, bambino biondo che ha la grande passione per la musica classica e per Beethoven in particolare. Passa le sue giornate a suonare su un piccolo pianoforte per bambini. Spesso Lucy, (eternamente innamorata di Schroeder, ma non corrisposta) cerca di distrarlo con discorsi materialistici e spoetizzanti, questo non fa altro che scatenaere la sua inevitabile ribellione.
Tra i gli altri ricordiamo anche lo sporchissimo Pig Pen, Violet, Sally, “Piperita” Patty, tutti bambini che vivono una esistenza afflitta da mille falsi problemi psicologici che li angustiano. Però il giorno della festa di Halloween, si travestono tutti da cocomeri e festeggiano, dimenticandosi dei loro problemi. I “peanuts” di Schulz sono diventati famosissimi: le loro avventure sono state raccolte in libri e hanno dato lo spunto a vari cartoni animati. Pensate che i nomi di Charlie Brown e di Snoopy sono stati dati al modulo lunare e al modulo di comando dell’astronave della missione “Apollo 10″.
Inoltre viene preso con grande attenzione da parte di letterati, saggisti e psicologi, in quanto in un modo o nell’altro, fanno rifettere su quelli che sono i piccoli problemi di tutti i bambini (e non solo) di questo mondo. Grazie ai “Peanuts” il fumetto ha conquistato un posto di tutto rispetto nella nostra cultura moderna.


 http://guide.supereva.it/cartoni_animati/interventi/2004/07/166055.shtml

David Michaelis, Schulz e i Peanuts. La vita e l'arte del creatore di Snoopy, Charlie Brown & Co., trad. A. Bottero, Tunué 2013