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martedì 24 dicembre 2024

Bayrou alla deriva


 Nel suo libro Soumission, Michel Houellebecq immaginava una Francia sottomessa all'islamismo rampante. L'autore che pretendeva di fare dell'anticipazione realistica aveva scelto François Bayrou come primo ministro sottomesso all'islamismo. Pessimo indovino, lo scrittore diventato feticcio dei reazionari non si era sbagliato su un punto: Bayrou è ben sottomesso... ma all'estrema destra. (Thomas Legrand, Libération).

Che tristezza. Due tipi di commento stanno accompagnando questo funerale prolungato della presidenza Macron. Il primo tipo ruota intorno alla permanenza dei veterani. "Si prendono gli stessi e si ricomincia", "i soliti veterani" (les vieux de la vieille), appunto: e forse anche qualcuno in più se si pensa alla resurrezione politica di Manuel Valls che sembrava uscito di scena e che diventa ora ministro degli [sic] Oltremare. Nientemeno. E ministro di Stato, una carica onorifica, riservata a lui e ad altri tre: Bruno Retailleau  (agli Interni, mantenuto al suo posto per volontà del Rassemblement National), Elisabeth Borne (all'Educazione Nazionale e alla Ricerca) e Gerald Darmanin (un macroniano puro e duro alla Giustizia, al posto del gaullista Xavier Bertrand, rifiutato dal Rassemblement National). Già in questo elenco c'è tutto il destino prevedibile del governo Bayrou. La vecchia area di governo tenta di sopravvivere riciclando un personale politico per lo più logoro e usurato.
 
L'altro tipo di commento si riassume nella formula: "le stesse cause producono gli stessi effetti". Il governo Bayrou somiglia molto all'esecutivo che lo ha preceduto. Anche nella dipendenza dalla neutralità dell'estrema destra nei suoi confronti. Com'è noto, in Francia non esiste il voto di fiducia, un governo entra un carica senza prima verificare l'esistenza di un sostegno parlamentare. Ma esiste la mozione di censura. Approvando una mozione di censura, l'Assemblea nazionale può mandare a casa un governo. Al dunque, Bayrou sta in piedi finché Marine Le Pen non decide di dare il suo sostegno a una mozione di censura presentata dalla sinistra, come è successo al governo Barnier.

Macron e i suoi tradiscono per la seconda volta quegli elettori di sinistra che avevano votato per loro allo scopo di bloccare l'avanzata dell'estrema destra. Il nuovo governo nasce, come quello precedente, sulla base di un patto con l'estrema destra. Triste fine per uno come Bayrou che si era presentato come una figura terza, capace di sbloccare la partita, tenendo fuori dal gioco Marine Le Pen e poggiando invece sul sostegno decisivo dei socialisti. Non ci sarà nessuna coabitazione. Macron con Bayrou sta tentando ancora una volta di salvare la sua politica sconfitta dalle urne per due volte, alle europee in giugno e alle legislative in luglio. 

sabato 10 febbraio 2024

Eric Zemmour

 


 

 

 Il tribuno razzista alleato di Meloni in Europa

editorialista
di Massimo Nava

Éric Zemmour considera l’Islam - e non solo l’islamismo radicale - come un fatto politico, non religioso. Un fatto politico non può essere assimilato. È uno Stato nello Stato. Quindi, un nemico. È in questo spirito che ha scelto il nome Reconquete per il suo un partito. Un ricordo della Reconquista spagnola sotto i re cattolici, che terminò con la successiva espulsione degli ebrei (1492) e dei musulmani (1502). Nelle circostanze attuali, è un avvertimento rivolto a questi ultimi: sta ai musulmani di Francia scegliere tra la religione o la valigia. Zemmour non esita, pur essendo ebreo, a difendere la memoria del maresciallo Pétain. Di conseguenza, il capitano Dreyfus sarebbe stato davvero un «traditore».

Un fenomeno culturale amplificato ha conseguenze politiche impreviste. La Francia è percorsa da anni dalla roboante retorica nazionalista dello scrittore che ha sognato di passare dalla testa delle classifiche in libreria al comando della Nazione, agitando i fantasmi dell’islamizzazione del Paese con spregiudicate diagnosi sul «tradimento» dei padri della patria, Victor Hugo e il generale de Gaulle. Dopo la sconfitta alle elezioni presidenziali, eliminato dalla corsa con un modesto 7 per cento, Zemmour continua a troneggiare nelle vetrine delle librerie e nei media francesi. La narrazione è fatta di provocazioni politiche, conferenze contestate o annullate, cronache giudiziarie e gossip sulla vita privata e sentimentale. Durante la campagna elettorale, è stata resa pubblica la love story con la sua assistente e responsabile per la stampa. Il profeta dell’apocalisse sociale della Francia ha risvegliato gli anticorpi della politica, ma ha obbligato la classe politica e l’opinione pubblica a fare i conti con i suoi proclami e a interrogarsi sullo stato di salute sociale della Francia.

La storia personale scrive al tempo stesso il percorso drammatico di un intellettuale brillante e una vicenda emblematica dell’immigrazione francese, dello scontro sotterraneo fra ebraismo e radicalismo islamico e della reazione emotiva di fronte a fenomeni che fanno parte della storia nazionale. La sua famiglia proviene dall’Algeria. Infanzia e giovinezza s’intrecciano con le vicende della ex colonia. Due anni prima dello scoppio della guerra d’Algeria - siamo nel 1952 - Roger e Lucette Zemmour, i suoi genitori, lasciarono Constantine per trasferirsi a Montreuil, periferia di Parigi. Montreuil è il cuore dell’immigrazione, la periferia più interessante per chi vuol studiare un microcosmo di culture, etnie e religioni. Zemmour ha cancellato anche la storia, i ricordi, i condizionamenti di un’evoluzione sociale complessa fino ad elaborare la teoria della sostituzione progressiva, il tempo in cui nordafricani e e musulmani avranno il sopravvento demografico sulla popolazione francese europea e bianca. Tema questo caro a un altro scrittore di successo, Michel Houellebecq.

Zemmour è il più deciso sostenitore di politiche di espulsione dei nuovi arrivati e rieducazione degli stranieri, senza troppi distinguo fra quanti sono migranti e quanti sono figli e nipoti dei primi migranti e oggi cittadini francesi. Zemmour si rivolge alla borghesia cosiddetta «patriottica» contro una quinta colonna definita: i musulmani. È un’epidemia di parole. Nato in Francia nel 1958, si dichiara un francese di fede ebraica e di origine berbera, ma nega la lontana discendenza araba. Il teorema è semplice: il musulmano postcoloniale di oggi è discendente dell’arabo colonizzato di ieri e rappresenta un pericolo demografico e culturale. Le tensioni tra giovani ebrei e musulmani sono in aumento. Zemmour ha pubblicato un romanzo nel 2008, Petit Frère, ispirato alla storia di un giovane francese di fede ebraica assassinato da un vicino di casa di origine musulmana, nel 19° arrondissement di Parigi. In un’intervista al settimana di destra Valeurs (5 gennaio 2022), ha spiegato programma e pensiero. «Il popolo si è allontanato dalla sinistra, per la semplice ragione che la sinistra si è allontanata dal popolo per sottomettersi alle minoranze. Ponendo la questione della sopravvivenza della Francia, non ignoravo a cosa mi stavo esponendo. È la domanda fondamentale che tormenta i francesi e che è proibita dai media, dalle élite politiche, culturali e intellettuali. E poiché nessuno ha osato fare questa domanda, non ho avuto altra scelta che presentarmi alle elezioni».

«L’assimilazione che propongo è stata la regola per secoli. Quando ero a Sciences Po, negli anni 70, nessuno si scandalizzava nel sapere che certi benefici sociali erano riservati ai cittadini francesi». Zemmour, allontanato a suo tempo dal Figaro e non gradito su diversi canali televisivi che peraltro avevano contribuito al suo successo editoriale, è traslocato sui canali del finanziere Vincent Bolloré
e in particolare sulla rete di notizie 24 ore, CNnews. Da qui ha lanciato la candidatura all’Eliseo, auspicando deportazioni di clandestini e assimilazione di minoranze etniche. Naturalmente, i media di Bollorè hanno continuato ad ospitare e pubblicare personalità politiche e intellettuali di varie tendenze (uno degli autori di spicco è Bernard Henri Lévy), ma il megafono a favore di Zemmour, in stile Fox News, è suonato in modo così ossessivo da provocare addirittura un’audizione al Senato.

«Ci sono tante posizioni nei nostri programmi e nei libri che pubblichiamo. Non ha senso un canale d’opinione. Non ho il potere di nominare nessuno. Gli interessi del nostro gruppo sono il cinema, lo sport e le serie», si è difeso Bolloré. In effetti, le recenti simpatie islamofobiche e sovraniste contrastano con relazioni a tutto campo, com’è buona regola per un uomo d’affari. Il gruppo ha curato a suo tempo la comunicazione di personalità della sinistra, da Bernard Kouchner a Dominique Strauss Kahn, il candidato socialista all’Eliseo poi travolto dallo scandalo della cameriera stuprata al Sofitel di New York. Padre e figlio, Iannick, hanno sostenuto la sindaca socialista di Parigi. In precedenza, avevano sostenuto il sindaco socialista Bertrand Delanoe, in coincidenza dell’appalto per le auto elettriche in car sharing. Uno degli ascoltati consiglieri di Bollorè è stato Alain Minc, oggi vicino a Macron.

Ma che cosa succederà se un giorno non lontano Marine Le Pen o Eric Zemmour dovessero conquistare l’Eliseo? Bollorè consoliderà la rivoluzione/evoluzione del conservatorismo francese? La risposta potrebbe risiedere nelle pieghe meno evidenti dell’impero: il settanta per cento dei libri scolastici, la metà dei tascabili, la distribuzione dei libri, le grandi case editrici e le vetrine invase da Zemmour e Houellebecq. Ma sopratutto il consenso di una Francia (e di un’Europa) spaventata dai flussi migratori incontrollati, dall’insicurezza - percepita - nelle città, dalla crisi economica che declassa il ceto medio e rende i ricchi sempre più ricchi. Se la sinistra annaspa o si radicalizza, la destra seduce. E il mondo inquinato dai social network produce semplificazioni antagoniste: noi e loro, io e l’altro. Zemmour, cervello fino, lo ha capito con grande anticipo.

sabato 7 marzo 2015

Eclisse e trasfigurazione di Satana

Roberta Scorranese
Dall’inferno agli abissi umani
Le raffinate astuzie di Satana
Tra Otto e Novecento Belzebù ha perso la sua carica simbolica e si è annidato nella psiche

Corriere della Sera, 19 febbraio 2015


Nel 1872 un russo divorato dalla febbre del gioco scrisse I demoni, un romanzo-affresco su una umanità posseduta, mossa da uno estremo istinto di distruzione creatrice. Nello stesso anno, un pittore (anche questo russo) dipinse una delle più singolari Tentazioni di Cristo: Gesù è solo, in mezzo al deserto, il demonio non è visibile, non ha le consuete sembianze caricaturali (come, per esempio, nelle Prove di Cristo di Botticelli). Perché il demonio è in Cristo, è nella sua espressione perduta, nelle sue mani strette dall’ansia, nelle pietre aride.
Così Fëdor Dostoevskij e Ivan Kramskoi hanno dato vita a una nuova, rivoluzionaria visione di Satana. In Russia, e forse non a caso: nella terra degli Zar il nichilismo assunse una fisionomia originale, sospesa tra la filosofia e la denuncia sociale. L’eclisse di Satana, o, meglio, la sua trasfigurazione, prende piede anche qui.
Un’eclisse che, nel periodo al centro dalla mostra «Il demone della modernità», tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, poco alla volta trasforma il demonio in qualcosa di interiore. Nevrosi, sensi di colpa, rimorsi, tormenti modernissimi, poi sigillati dalle sentenze di Freud (se non c’è Dio non può esserci il demonio, diceva in sintesi) e, in definitiva, c’è la conferma della geniale intuizione di Baudelaire: «Il miglior trucco del diavolo è nel convincerci che non esiste».
Ma il percorso non è semplice: sin dalla metà dell’Ottocento Lucifero, spogliato di una teofania impoverita, si annida nelle idee, prende a nascondersi negli abissi insondabili dell’uomo descritti da Edgar Allan Poe. Nel Diavolo nel campanile (1840) Belzebù compare nei panni di un ometto insignificante e stravolge la normalità di un piccolo, sereno borgo. Nell’Inno a Satana di Carducci c’è tutta l’energia di un pensiero libero, rivolto alle cose materiali — si è detto: da massone.
In Breve storia del diavolo (Castelvecchi), Alberto Cousté annota: «Durante il secolo XIX il demonio si ritira per preparare una strategia incentrata sulla metamorfosi». Il demone della modernità si nasconde, si traveste, per poi ritornare e a volte torna in forma di caricatura: se ne I fratelli Karamazov (ancora Dostoevskij!) appare a Ivàn in abiti borghesi, nel Doktor Faust di Thomas Mann (1947) tornerà a sedersi in salotto, di fronte al musicista Adrian Leverkühn. Nella novella La Madonnina di Pirandello, se ne sta «in agguato dietro il seggiolone su cui il padre beneficiale Fioríca sedeva con Guiduccio sulle ginocchia».
Il periodo a cavallo tra Otto e Novecento ha trasformato il demonio in una fiction. Un «personaggio letterario che non turba la vita degli uomini — scrive Cousté — anche se li istiga ad ampliare la coscienza e a ribellarsi». Lucifero è astuto: ha capito che, se dio è morto, adesso bisogna fare leva sulle nuove aspirazioni autarchiche dell’uomo. Lo ritroviamo nella vena necrofila di Gottfried Benn o nell’iconoclastia di Giovanni Papini, il quale, nel 1953, pubblica Il diavolo, saggio nel quale auspica che se la misericordia di Dio è immensa, allora anche l’angelo caduto verrà perdonato. Non verrà perdonato lui, Papini, che si ritroverà il volume nell’Indice dei libri proibiti, ma ci penserà il cinema a esorcizzare satanasso, a cominciare dalle commedie brillanti come Harry a pezzi (1997) dove Woody Allen troverà un luciferino Billy Crystal ad aspettarlo all’inferno. Ci voleva la concretezza semplice di un Papa come Francesco a ricordarci che il demonio c’è eccome, che non è una leggenda.
Forse è anche per questa recente consapevolezza collettiva risvegliata dal pragmatismo del Pontefice che oggi libri come Sottomissione di Michel Houellebecq, dove si ipotizza una Francia islamizzata, sono capaci di destare preoccupazioni, evidenziando (come con il luminol) quelle tracce demoniache ancora presenti nella realtà. Perché il diavolo non è nel nemico, come ci insegna la teologia. Il diavolo è nel nostro sguardo, più o meno consapevole. Il demone della modernità è più moderno che mai.


martedì 13 gennaio 2015

Il progetto europeo di civiltà. A proposito di Houellebecq

Giorgio Israel
I fantasmi di Houellebecq
Il Messaggero, 6 gennaio 2015

Michel Houellebecq
Quel che descrive il romanzo Sottomissione di Michel Houellebecq (attraverso il caso francese) è la storia recente, presente e futura dell'Europa come una gigantesca eterogenesi dei fini. Come altrimenti definire una lotta per i diritti della donna, contro il pregiudizio a favore del matrimonio “tradizionale” che sfocia nella tolleranza nei confronti di una famiglia centrata sul maschio, poligamica e omofobica?
Giorgio Israel

LE DIVERSITÀ

Come altrimenti definire una difesa dei diritti delle “diversità” che finisce col legittimare una società comunitarista divisa in frammenti separati entro cui la “tolleranza” accetta il predominio dell'integralismo a costo di subire il suo predominio globale? Già, perché l'unica cosa che la tolleranza politicamente corretta dell'Europa di oggi non tollera sono i principi di cultura politica su cui ha costruito la propria civiltà.
Il libro di Houellebecq si inserisce in Francia nel contesto di una pubblicistica non soltanto di narrativa fantastica (nel solco di Orwell o Huxley) ma saggistica, con autori come Alain Finkielkraut, Éric Zemmour e Michel Onfray. Quest'ultimo, alla domanda di un intervistatore che parla di agitazione di un “fantasma” dell'islam radicale risponde che già ricorrere alla parola “fantasma” è assumere una posizione ideologica, derubricare a “fantasmi” realtà attestate dalle statistiche, oppure a derubricare a disturbi mentali isolati fatti come quegli individui che lanciano l'auto sulla folla al grido di “Allah Akbar” o i convertiti che vanno a combattere nelle file dell'Isis. Il politicamente corretto indica questi “fantasmi” come espressione di fascismo e razzismo, figli dell'odiato “essenzialismo” della cultura occidentale, e consegna chi li considera come fatti reali all'area della reazione e del “populismo” (parola che non significa nulla salvo che un marchio dispregiativo).
 
NICHILISMO

Questo libro è l'ennesima denuncia di un'Europa esausta, un basso impero ridotto a credere solo nella mercificazione totale, nel feticismo delle tecnologie, nel governo delle tecnocrazie, dominato da un relativismo nichilista e da un “odio di sé” che, dei principi etici, conserva soltanto la tolleranza dei modi di vita e dei principi altrui. Si può dissentire da questa analisi e dalle prospettive catastrofiche cui conduce, ma sarebbe intellettualmente disonesto non misurarsi con i fatti, anziché agitare slogan politicamente corretti, a mo' di esorcismi.
L'immagine evidente dello sfascio è lo stato in cui è ridotta la cultura politica del continente: mera tecnocrazia, conteggi di parametri, feticismi tecno-burocratici, fino a ridurre anche l'istruzione e la cultura a una faccenda di parametri. Intanto, intorno c'è un modo che preme, mosso da moventi di tutt'altra natura. Per anni ci si è addormentati sulla credenza che il consumismo, con il suo potere di seduzione, avrebbe sgretolato l'integralismo. Ora si assiste al fallimento di tale credenza, ma non si ha il coraggio di ammetterlo.
Il dibattito che, soprattutto in Francia, sta prendendo forza su questi temi, tocca la questione nodale di come e perché l'Europa si sia ridotta in questo stato. La tesi di Houellebecq (e Onfray) è che il declino della civiltà giudaico-cristiana sia iniziato con il Rinascimento, con l'attacco antireligioso dell'illuminismo e della rivoluzione francese, fino al '68 che ha semplicemente registrato lo sfascio finale.

REAZIONE

Ma vi sono altri punti di vista in campo, meno semplicisti, e assai più convincenti. In qualche modo, si tratta del contrario, e cioè del fallimento del tentativo di conciliare la tradizione della religiosità occidentale con la modernità, che pure era uno dei progetti più brillanti della cultura europea. Si pensi al modernismo religioso e ai movimenti illuministici ebraici: entrambi duramente emarginati. È un fallimento in cui vi sono responsabilità da entrambe le parti.
Chi può rimpiangere le chiusure bigotte di certo integralismo religioso di marca europea e i veleni violenti e intolleranti che ha messo in circolazione? La reazione contro questi veleni e queste chiusure ha avuto il torto di gettare il bambino con l'acqua sporca, di credere che una società possa basarsi solo su principi tecnoscientifici, ignorando la dignità e l'autonomia della sfera morale. Ma la tecnoscienza non può avere le spalle abbastanza larghe da accollarsi questa sfera, se non distruggendola, e cioè usando la scienza come un martello ateistico, un mezzo di distruzione delle religioni – beninteso solo di quelle della propria tradizione, come impone il principio di tolleranza degli “altri”.
Il guaio è che questi “altri” non hanno difficoltà a rifarsi a un modello che viene direttamente da concezioni medioevali apertamente irrazionaliste: la scienza e tecnologia vanno bene, è sacrosanto approfittarne purché non interferiscano col dominio della verità che è di esclusiva competenza della fede, la quale sola detta autoritativamente i principi della convivenza sociale. Il futuro previsto da Houellebecq è che l'Europa, squagliandosi tra cinismo, “tradimento dei chierici” e feticismo dei parametri, finirà in una “sottomissione” opposta al suo migliore progetto di civiltà, quello della democrazia basata su una sintesi di conoscenza razionale e di principi morali.

 

giovedì 8 gennaio 2015

Storia di Charlie Hebdo


Anna Maria Merlo
Il dissacrante Charlie Hebdo, nato alla sinistra della sinistra
il manifesto, 8 gennaio 2015

Cabu e Wolin­ski, che sono stati assas­si­nati ieri assieme al più gio­vane Charb, nell’attentato che ha fatto 12 vit­time nella reda­zione del set­ti­ma­nale Char­lie Hebdo, sono stati pro­ta­go­ni­sti fin dagli anni ’60 dell’avventura, ini­ziata con Hara-Kiri, della stampa sati­rica liber­ta­ria fran­cese della seconda metà del XX secolo.
All’inizio, c’erano per­so­na­lità come Topor, Rei­ser, lo scrit­tore Fra­nçois Cavanna, che hanno l’idea di pub­bli­care la ver­sione fran­cese di Linus ita­liano. Nel ’70, dopo varie cen­sure di cui è vit­tima Hara-Kiri – l’ultima, a novem­bre, dopo la morte di de Gaulle, per un titolo dis­sa­crante – il gruppo fonda Char­lie Hebdo (dal nome di un per­so­nag­gio di Schultz e con un rife­ri­mento iro­nico a Char­les de Gaulle). Della prima ver­sione di Char­lie Hebdo usci­ranno, fino all’81, 580 numeri. Un altro numero uscirà nell’82. Nel ’92, la testata rina­sce. Fa effetto oggi, di fronte agli avve­ni­menti, ricor­dare che la società costi­tuita allora per il rilan­cio si chia­mava Les Eti­tions Kalach­ni­kof. Nel ’92 par­te­cipa già Charb, che dal 2009 era diret­tore della pubblicazione.
Char­lie Hebdo ha radici nella sini­stra della sini­stra, ma non ha mai avuto una linea edi­to­riale pre­cisa. La sua sto­ria è fatta di bat­ta­glie, di scon­tri, di abban­doni, di ostra­ci­smi, di ritorni. E di molte pole­mi­che, anche interne alla reda­zione: nel 2002, un arti­colo a difesa del libro La rab­bia e l’orgoglio di Oriana Fal­laci, viene subito criticato.
Dopo gli atten­tati dell’11 set­tem­bre 2001 ci sono prese di posi­zione con­flit­tuali con­tro una parte dell’estrema sini­stra, accu­sata di non aver con­dan­nato gli isla­mi­sti per anti­a­me­ri­ca­ni­smo. Phi­lippe Val, che all’inizio degli anni 2000 diventa diret­tore della pub­bli­ca­zione, accusa Tariq Rama­dan di essere un pro­pa­gan­di­sta anti­se­mita. Val nel 2005 difende il «sì» al refe­ren­dum sul Trat­tato costi­tu­zio­nale euro­peo, altri difen­dono il «no» – che sarà vit­to­rioso – sulle pagine del settimanale.
Char­lie Hebdo non si limita alla satira, ma pub­blica anche repor­tage sulla società e sulle grandi que­stioni dell’attualità mon­diale (in par­ti­co­lare, alla fine degli anni ’70, impor­tanti inchie­ste sull’estrema destra). Oncle Ber­nard (l’economista Ber­nard Maris, assas­si­nato anch’egli ieri) ha fir­mato cro­na­che eco­no­mi­che sem­pre di grande interesse.
La carat­te­ri­stica di Char­lie Hebdo, con le sue vignette cor­ro­sive che molto spesso hanno distur­bato, è sem­pre stata l’indipendenza, dalle ideo­lo­gie come dal denaro. «Non vogliamo ric­chi indu­striali come azio­ni­sti – aveva detto Charb nel 2010 – e non vogliamo nep­pure dipen­dere dalla pub­bli­cità. Non pren­diamo quindi gli aiuti di Stato che vanno ai gior­nali cosid­detti “di deboli introiti pub­bli­ci­tari”, visto che non abbiamo pub­bli­cità. L’indipendenza, l’indipendenza totale, ha un prezzo».

08desk2 charlie hebdo  ultima charbe
L’ultima “pro­fe­tica” vignetta
Char­lie Hebdo ha sem­pre lot­tato con­tro tutti i fanatismi.
Il primo ber­sa­glio è stata la chiesa cat­to­lica, in quanto reli­gione mag­gio­ri­ta­ria in Fran­cia. Le vignette sono state sem­pre cor­ro­sive, a volte anche con una certa pesantezza.
Il set­ti­ma­nale molte volte è stato denun­ciato, dai poli­tici, dai cat­to­lici, di recente dai musul­mani. Charb ha sem­pre pre­ci­sato: la cri­tica è sull’ «alie­na­zione delle fede», qua­lun­que essa sia.
Nel 2006, Char­lie Hebdo pub­blica le cari­ca­ture di Mao­metto del gior­nale danese Jyl­lands Posten, arric­chite da altre vignette fir­mate dai dise­gna­tori del set­ti­ma­nale. Il Con­si­glio fran­cese del culto musul­mano chiede la cen­sura del numero e sporge denun­cia. L’allora pre­si­dente, Jac­ques Chi­rac, con­danna le «pro­vo­ca­zioni mani­fe­ste». Ne seguirà un pro­cesso nel 2007, dove ha testi­mo­niato, a favore della libertà di stampa, anche Fra­nçois Hol­lande, non ancora presidente.
La sto­ria delle cari­ca­ture di Mao­metto, che sem­bra all’origine del mas­sa­cro di ieri, era già stata la causa di un incen­dio cri­mi­nale di cui era stata vit­tima la sede di Char­lie Hebdo nel novem­bre 2011. La reda­zione, allora, era stata ospi­tata per due mesi da Libé­ra­tion. Altre cari­ca­ture di Mao­metto susci­te­ranno pole­mi­che e denunce nel 2012.
La coper­tina in edi­cola di Char­lie Hebdo que­sta set­ti­mana prende in giro lo scrit­tore Michel Houel­le­becq, di cui ieri è uscito l’ultimo libro, Sou­mis­sion, che rac­conta dell’elezione di un isla­mi­sta alla pre­si­denza della Repub­blica fran­cese nel 2022.