Visualizzazione post con etichetta Sessantotto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sessantotto. Mostra tutti i post

domenica 16 novembre 2014

Jazz e socialismo reale


Diego Giachetti
Venti dell'Est. Il 1968 nei paesi del socialismo reale
Manifestolibri, Roma 2008

Se le merci e i flussi migratori e turistici non erano riusciti a scalfire il blocco orientale, la musica jazz, rock e beat, proveniente dall'occidente capitalistico – con tutti gli stili di vita giovanili nuovi connessi a questi fenomeni musicali e comportamentali –, si diffuse nelle società dell'Est europeo e nell'Urss a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, creando le premesse alla formazione di un mondo giovanile per molti versi simile a quello occidentale. Per questa ragione la rivolta mondiale, giovanile e studentesca del '68 poté così attraversare "gli oceani e i confini dei sistemi sociali, e produrre simultaneamente movimenti di protesta nelle società più diverse, dalla California al Messico, alla Polonia, alla Jugoslavia e alla Cecoslovacchia". In questi ultimi tre paesi la protesta giovanile si trasformò, come nell'occidente, da moda e contrasto generazionale sugli stili di vita, in critica politica, cioè in richieste di riforme innovative e profonde dei sistemi di potere. Negli altri paesi, invece, la protesta rimase confinata nel campo comportamentale e culturale e si scontrò – spesso duramente – col potere, con le istituzioni, col partito e le organizzazioni giovanili ad esso collegate, ma non divenne movimento politico organizzato. In questo senso il Sessantotto non ci fu, non venne, mancò, malgrado si registrasse la presenza di un vivace movimento giovanile già sul finire degli anni Cinquanta e per tutto il decennio dei Sessanta. Casi evidenti di "sessantotti" non esplosi si verificano nella Repubblica Democratica Tedesca, in Urss e, in misura minore, in Bulgaria e in Romania.
Osservando quel mondo nel suo insieme, alla luce della categoria generazionale, colpisce la scoperta di stili di vita, di atteggiamenti, di sensibilità proprie dei movimenti giovanili dei paesi dell'Est, condivisi con quelli dei loro coetanei occidentali. Gli studenti polacchi e cecoslovacchi
assomigliano a quelli occidentali e vestono come loro. Quando si incontrano, si riconoscono: per il modo in cui si manifesta, le comuni in cui si vive assieme, i sit-in, le discussioni, le assemblee nelle Università, e soprattutto l'atteggiamento nei confronti del potere. Un potere che viene contestato, prima ancora di ritenerlo ingiusto o dannoso, perché non gli si dà legittimità, una legittimità morale prima che politica; è una classe dirigente che viene disprezzata perché rappresenta il coagulo degli adulti, cioè di quel mondo che è considerato nel suo insieme una controparte. 
[...]
L'esplosione della beatlemania, dopo il 1964, coinvolse maggiormente i giovani e si presentò subito come un fenomeno interclassista e transnazionale. Furono coinvolti i soggetti giovanili, indipendentemente dalla loro collocazione sociale, e il loro "sentirsi giovani" superò le distinzioni nazionali che esistevano anche tra i paesi del blocco socialista. Come in Occidente, più dell'ideologia, della collocazione di classe, dell'identità nazionale o etnica, poté tra i giovani dell'Est il beat-look. Dall'Urss, dove i fans dei Beatles erano detti bitlovka, alla Polonia, dove venivano chiamati bitel, agli altri paesi Euro-orientali, fu un diffondersi di giacche senza risvolto, di cappotti tagliati e colorati come quelli del gruppo inglese; di capelli lunghi tagliati a caschetto, di stivaletti a punta e col tacco, di bottoni vistosi e lucenti. I Beatles offrirono per molti un modello, il primo che si contrapponesse così vistosamente, nello stile di vita ma non nell'ideologia, a quello proposto dalle organizzazioni giovanili legate ai partiti comunisti e socialisti al potere e alle istituzioni statali. E offrirono anche, come stava avvenendo ad esempio in Italia proprio in quel periodo, ispirazione per tanti giovanissimi musicisti rock e beat, molti dei quali iniziarono la loro carriera imitandoli.







Régis Debray 
De la cohésion à l'arrogance, les forces et faiblesses du monde de l'Ouest
Le Monde, 19 luglio 2014


Malgré la décolonisation et le monde multipolaire, l'Occident a donc gagné la bataille pour l'hégémonie culturelle ?

L'Ouest a gagné la guerre froide par le jazz, les Beatles et les seins nus autant que par la force financière et militaire. Aujourd'hui, les dix premières agences de pub sont occidentales. Les prix Nobel et les brevets assurent à l'Occident une formidable suprématie. Les rapports de puissance ne sont pas réductibles à des rapports de forces matériels et quantifiables. Le fait que la Chine redevienne la première puissance économique mondiale en 2030, comme elle l'était en 1830, ne signifie pas qu'elle devient la première puissance hégémonique.
Les Etats-Unis n'ont même pas besoin d'avoir des instituts culturels à l'étranger. Au Vietnam, les GI ont perdu, mais Coca-Cola a gagné la guerre. L'hégémonie, c'est quand une domination est rendue non seulement acceptable mais désirable par les dominés. M. Sarkozy était fier d'arborer le tee-shirt NYPD - de la police de New York - , et M. Hollande est fier qu'Obama lui mette la main sur l'épaule.

lunedì 11 agosto 2014

Claudio Pavone, Ciò che rimase della Resistenza


Sulla moralità nella Resistenza
Conversazione con Claudio Pavone condotta da Daniele Borioli e Roberto Botta

da "Quaderno di Storia Contemporanea", n. 10, 1991, pagine 19-42





...
L'accento che tu poni sul concetto di moralità, sul percorso faticoso e contraddittorio di costruzione e di pratica di nuovi valori rimanda, implicitamente, al problema di quanto il movimento partigiano ha lasciato in eredità non solo nella mentalità e nei modo di essere dei cosiddetti "militanti politici", ma sull'intera società italiana post Liberazione: la Repubblica italiana, in sostanza, è davvero nata dalla Resistenza? In una recensione al tuo libro comparsa sul "Corriere della Sera" Piero Melograni è propenso a rispondere no, traendo conforto proprio dalla lettura delle tue pagine (19). In effetti diversi passi, isolati dal contesto, possono dare questa sensazione. Un esempio per tutti: quando tu ricordi che Il una provincia partigiana e molto giellista come quella di Cuneo darà poi la maggioranza dei suffragi alla monarchia e alla Democrazia cristiana" (p. 247), si può maturare la sensazione che quello scontro riguardò solo due minoranze e non lasciò tracce vistose sulla popolazione.


Devo dire che questa considerazione sulla situazione della provincia di Cuneo, che tra l'altro è l'eco di una conversazione che ho avuto con Revelli, l'ho citata come segnalazione di un problema estremamente complesso e non come una prova di una verità generalizzabile. In verità io credo che esistano dei fatti che influiscono anche su chi non vi ha partecipato. Quindi che la Resistenza sia stata opera di una minoranza, tra l'altro più cospicua di quella fascista, è fuori discussione. Il ruolo delle minoranze attive nella storia non si può però valutare solo in rapporto al numero delle persone che costituivano la minoranza e nemmeno soltanto dalle loro biografie, cioè dal fatto che siano o no diventati influenti personaggi politici. La ricerca è più complicata: ricordo che nel finale di una comunicazione fatta anni fa a Milano, dal titolo Tre governi e due occupazioni, dicevo che forse, paradossalmente, la Resistenza è stata frustrata più sul piano politico (inteso come risultati) che sul piano socio-culturale. Essa ha infatti lasciato in eredità alcune grandi esperienze di massa, come quella della disobbedienza, ossia l'insegnamento che in determinate circostanze bisogna sapersela cavare rintracciando radici antiche delle proprie scelte. E qui il paragone con il Sessantotto è assai pertinente, perché anche quel movimento ha influito più sul piano del costume che sul piano politico, dove si proponevano slogan presto smentiti del tipo "fascisti, borghesi, ancora pochi mesi". Ma sul piano della "presa del potere" il Sessantotto non solo è fallito, ma qualche suo minoritario rivolo ha avuto anche strascichi terroristici, con il rischio che al potere arrivassero davvero i fascisti e i servizi segreti. Sul piano sociale invece i giovani di oggi, magari senza neanche rendersene conto, si trovano sistemati su un terreno assai diverso rispetto a quello che c'era prima del Sessantotto. Se analogamente si provasse a confrontare sotto tutti gli aspetti l'Italia del dopo Resistenza con l'Italia del fascismo si vedrebbe che le differenze sono grandi, e le si possono tuttora considerare tali. Esistono cioè elementi di rinnovamento profondo, che non fruttificano solo a breve termine. Naturalmente, quanto sto dicendo non intende porre fra parentesi né l'eredità positiva di carattere più propriamente politico istituzionale, cioè la Costituzione, che è la più studiata, né il sostanzioso residuo negativo che la Resistenza non e riuscita ad intaccare, cioè la continuità dell'apparato amministrativo.
A proposito delle recensioni che avete citato, trovo che Melograni fa un discorso un po' asfittico, prima ancora che fazioso, perché dire che la guerra contro la Germania nazista è stata vinta dagli eserciti alleati e sovietico è una cosa del tutto ovvia, perché nessuno ha mai pensato che le armata naziste potessero essere sconfitte da pochi partigiani italiani male armati. Ma questo non dimostra affatto l'irrilevanza della scelta partigiana. Proviamo ad abbozzare una storia controfattuale, proviamo cioè a immaginare cosa avrebbero detto i moralisti italiani se nessun italiano si fosse mosso. Oggi è facile dire - lo ha detto anche un eminente filosofo come Del Noce - che i resistenti erano una specie di esercito di opportunisti che saltavano sul carro del vincitore, ma immaginiamoci cosa si sarebbe detto se non si fosse sviluppato un movimento di Resistenza. Oggi ci troveremo di fronte a considerazioni di questo tipo: "Mentre tutti gli altri popoli non hanno aspettato che arrivassero gli eserciti alleati, ma sono insorti per libera iniziativa e hanno rischiato, i soliti italiani, figli dell'uomo del Guicciardini, hanno soltanto atteso l'arrivo dei vincitori". Si potrebbe cioè rovesciare completamente il discorso, e basta questo per mostrare la infondatezza di una considerazione come quella di Melograni, da ridimensionare anche sul terreno strettamente militare, come dimostrano fra l'altro le fonti tedesche.
E poi non di sola guerra guerreggiata si trattava, ma di lotta, e qui si può davvero assumere il termine caro a Guido Quazza, tra due civiltà, tra due modi di intendere l'avvenire dell'Italia e dell'Europa. Il quanto è addombrato nella copertina del mio volume. Quel quadro cinquecentesco sulla battaglia fra Dario ed Alessandro (tengo a sottolineare che l'ho suggerito io) può simboleggiare, almeno nella nostra tradizione occidentale, lo scontro per antonomasia fra due civiltà (21), uno scontro epocale in un senso che si ripropone anche nella Seconda guerra mondiale, dove è in gioco molto di più che la semplice sconfitta di un esercito. Anzi, l'esercito non era che lo strumento principale di un'altra versione del moderno Infatti il nazismo e il fascismo sono stati dei tentativi di dare una soluzione ai problemi della modernità, tentativi certo aberranti e per fortuna sconfitti, ma non si trattava di pura reazione, di un semplice tornare all'antico. Il fascismo e il nazismo rappresentavano un tentativo di risolvere i numerosi problemi della società di massa con certe soluzioni che potevano anche riuscire vittoriose. lo su questo punto insisto sempre anche con i miei studenti, perché bisogna avere ben chiaro che non vi è mai nulla di predeterminato, i rischi ci sono sempre e il farsene carico è un atteggiamento morale prima che militare.
...

domenica 1 dicembre 2013

Il mistero del figlio sdraiato

Antonio Polito
I nostri figli sdraiati, i padri capovolti
Michele Serra, nell’ultimo libro fa il relativista sui valori etici e l’imperialista estetico
Così aliena il ruolo di genitore e si disinteressa dei gusti culturali dei giovanissimi

Corriere della Sera La Lettura, 1 dicembre 2013

E se l’«universo sconosciuto» di cui ha scritto Barbara Stefanelli sul «Corriere della Sera» fossimo noi? Noi padri, intendo, e non i nostri figli adolescenti che tanto incomprensibili ci appaiono? E se, come in un racconto di fantascienza, gli umani si rivelassero i veri alieni? Devo confessare che il dubbio mi è venuto leggendo Gli sdraiati , l’ultimo libro di Michele Serra (edito da Feltrinelli). Molto bello, e molto popolare a giudicare dalle classifiche dei più venduti. E proprio per questo meritevole di una buona polemica, perché lì dentro c’è un bel po’ di senso comune della nostra generazione, di noi figli ribelli del baby boom, diventati genitori obbedienti di figli perlopiù unici, e solitamente viziati.
Il fatto è che leggendo Serra, la lunga lettera di un padre a un figlio incomunicante, ho parteggiato per il figlio. E questo è grave, per un genitore. Insomma, l’ossessione del protagonista per la cura delle portulache sulla terrazza della seconda casa al mare, per il rito annuale della vendemmia del Nebbiolo nella seconda casa di un’amica nelle Langhe, e per la scalata di un fantastico quanto simbolico Colle della Nasca (presso il quale par di potere ipotizzare una terza casa), tutte magnifiche attività borghesemente colte, o coltamente borghesi, che il padre vorrebbe imporre al figlio come prova di maturità, e di amore del bello, e di pregnanza dell’esperienza umana, paiono noiose e stravaganti a me, figurarsi al figlio. Il quale, non a torto, se ne resta sdraiato e iperconnesso sul divano della prima casa, emulando i coetanei che su Twitter si sono battezzati indivanados per distinguere la loro pigra rivolta da quella più attiva degli indignados (e che temo che Serra si sia perso perché, come da lui dichiarato, ha rifiutato la frequentazione di Twitter, giudicato troppo banale con i suoi 140 caratteri).
Ma Serra e io siamo coetanei (anche se lui ricorda il suo Sessantotto di quattordicenne mentre io, allora dodicenne, no) siamo cresciuti vicini, abbiamo lavorato nello stesso giornale («l’Unità») e sospetto che abbiamo votato a lungo lo stesso partito. E allora, mi domando, che cosa è successo perché io sia finito dalla parte del figlio invece che del padre-narratore? Io penso si tratti di questo: quel padre dichiara di essere un «relativista etico», riluttante dunque a trasmettere valori, a cercare verità, a parlare del bene e del male; ma, forse per compensare, si comporta come un assolutista estetico, comicamente ostinato nel tentativo di trasmettere un’idea di buon gusto, uno stile di vita, una concezione del bello. Da parte mia sono invece giunto alla conclusione che sia meglio fare l’opposto, e che il fallimento genitoriale della nostra generazione (e se è per questo anche della sinistra dal cui alveo veniamo) nasca proprio dall’aver tentato di sostituire l’etica mancante con un’estetica intollerante. Penso che noi padri dovremmo ricominciare a essere «etici», lasciando in compenso in pace i nostri figli sull’estetica.
Mi stupisce per esempio che nel padre di Serra, così inorridito dalla generazione wireless , dagli iPad, gli iPod e gli iPhone, non ci sia mai curiosità su che cosa il figlio ascolta, legge, condivide; che il rifiuto del mezzo (online) conviva con una sostanziale indifferenza al messaggio. Questo ragazzo «sdraiato» studia? Legge, seppure su un ebook? Che musica ascolta, satanica o angelica? Crede in Dio o in qualche forma di trascendenza? Ama? Non si viene a sapere niente di tutto questo dal libro, probabilmente perché il padre narratore non lo sa, e forse non lo sa perché non gli interessa. Ciò che sommamente lo smuove è piuttosto come il figlio accartocci l’amato kilim, o dove e in che condizioni sparga i suoi calzini. Niente che non possa risolvere una brava colf, che sicuramente non mancherà con tutte quelle case in giro per mari e monti.
Ma anche tutta la confusione, e perfino l’odore che l’adolescente promana (del resto è perfino etimologico che un adolescente abbia odore), par di capire che sarebbero tollerati se solo il ragazzo una volta all’anno vendemmiasse il Nebbiolo, o una volta nella vita ascendesse il Colle della Nasca, cedendo così al gioco di potere del genitore. Perché, e questo è per me il punto chiave del libro, tutte queste cose non sono concepite dal padre come gusti personali, e pertanto discutibili: «Come farti capire — scrive disperato — che non è la mia vita, ma è la vita degli uomini quella della quale io sono un così impacciato testimone?».
Dunque l’esperienza del padre interpreta niente di meno che «la vita degli uomini». Il ragazzo che la rifiuta quindi nega la condizione umana. Come potrebbero non sentirsi degli estranei i nostri figli, di fronte a tanta siderale distanza, a questa dicotomia umano/non umano? Invece di cercare succedanei estetici all’autorità etica cui abbiamo rinunciato, dovremmo piuttosto parlare con loro della verità. Non per convincerli della nostra, o ancor meno per piegarli alla nostra (il Sessantotto è stato davvero utile da questo punto di vista, anche se in Italia è durato troppo, dieci anni, ed è finito nel sangue di Aldo Moro).
L’educazione non si impartisce, è la libertà di una persona che incontra la libertà di un’altra. Ma se noi non abbiamo niente da dire sulla verità, di che cosa pretendiamo di parlare con i nostri figli? Come potranno cercare la loro verità, magari diversa, forse opposta, se noi ne abbiamo paura? Perché ci dovrebbero ascoltare mentre ci crogioliamo nei nostri riti di borghesi arrivati e progressisti, che non hanno più niente di cui stupirsi e più nessuna novità cui aprirsi e ai quali la verità non interessa più, perché il nostro pensiero si è fatto debole, debolissimo, quasi inesistente? Forse abbiamo paura della libertà dei nostri figli; temiamo che la usino male, ma non abbiamo niente da proporre in cambio. Forse, da «adulti politicizzati», qualche volta li odiamo persino; perché, come ha scritto Gustavo Pietropolli Charmet, rimproveriamo loro «di non avere nessuna intenzione di intristirsi per le stolide e appassite ragioni» per le quali abbiamo inutilmente sofferto noi. Forse gli alieni siamo noi.

domenica 6 ottobre 2013

Il ritorno di un'icona operaia: Ken Parker

Alessandro Trevisani
Torna Ken Parker, l'icona operaia del fumetto italiano
Linkiesta, 3 ottobre 2013

Duri a morire, i fumetti. Nonostante la crisi della stampa, i nuovi linguaggi, internet, ebook, Playstation e bambini che a due anni “vanno via” di touch che è una bellezza. Disegni e balloons, teoricamente, non muoiono mai. Basta poco per farli, anche se è un’immensa, lenta fatica. E ci vuole ancora meno perché i personaggi che non c’erano più riprendano vita, magari dopo anni di assenza. Basta un pennino, in fondo, e la magia ricomincia. Quello che pubblichiamo è il primo disegno di Ken Parker dopo 15 anni di silenzio: lo firma Ivo Milazzo, che con lo sceneggiatore Giancarlo Berardi (noto anche per aver creato la detective Julia) ha deciso di riportare in scena lo scout (ma è stato anche cacciatore, cowboy e mille altre cose) che nel 1977 ha cambiato la storia del fumetto italiano da edicola. A partire da una storia inedita di dodici pagine, che verrà presentata a Lucca Comics and Games il prossimo 31 ottobre.
Omosessualità, lotta di classe, violenza di genere, ecologia: Ken Parker, che ha il volto di Robert Redford in Corvo rosso non avrai il mio scalpo, è, nello spirito sessantottesco dei suoi creatori, compagni di classe alle magistrali 50 anni fa, l’antitesi del pistolero tutto azione e niente pensieri. Coltiva il dubbio, la curiosità, il rispetto per chi è diverso. Sposa un’indiana e ne adotta il figlio, si sposta dall’Ovest all’Est, è di volta in volta con la legge contro la giustizia e con la giustizia contro la legge. E poi, da subito, mescola temi “alti” e citazioni letterarie e cinematografiche, in un intreccio agile di testi e disegni. Via le didascalie “texose” che dicono “Intanto” o “Nel frattempo...”: la tavola di Milazzo è come una macchina da presa, i personaggi sono attori, e il montaggio non ha bisogno di preamboli né di presentazioni. Tutta roba che ritroviamo di lì a un pugno d’anni in Dylan Dog, Magico Vento, Nick Raider, Nathan Never: la nidiata Bonelli degli anni ’80-’90, un incrocio prezioso tra fumetto d’autore e narrazione seriale.
Ken Parker va quindi in edicola per 59 numeri, fino al 1984, quando chiude per questioni di vendite e di gestione. “Resuscita” una prima volta in formato rivista, la Ken Parker Magazine, nel 1992. Poi torna con quattro speciali: l’ultimo è Faccia di rame, e data gennaio 1998, e oggi torna a farsi vivo in un portfolio con tanto di custodia. La storia, colori, chine e acquerello, è già un picolo totem, tirato in mille copie da un piccolo editore romano, Spazio Corto Maltese, e si intitola Canto di Natale: 12 pagine più l’illustrazione di copertina, dove lo scout ha i tratti più marcati del solito, l’aria stanca, invecchiata, mentre sorseggia una tazza di caffè fumante, all’adiaccio. Lo abbiamo lasciato nel 1998, in carcere per un delitto controverso: ha ucciso un poliziotto che stava sparando a una bambina, nel bel mezzo della repressione di uno sciopero, nella Boston di fine Ottocento. È stato quindi “buono” Ken, poi perseguitato nel nome della legge. Ma prima ancora è stato “cattivo”, si è infiltrato tra gli operai di una fabbrica per conto di un’agenzia investigativa al soldo di padroni senza scrupoli, ha fatto la spia ai compagni di lavoro più sindacalizzati, quelli che leggono Marx e si battono per uno stipendio un po’ più che da fame. Insomma, alla fine la realtà di Ken è come la nostra: tanti grigi, tanta confusione, tanto difficile. Forse per questo ce n’era ancora bisogno? Lo chiediamo al suo disegnatore, Ivo Milazzo.

L’INTERVISTA
Milazzo, torna Ken Parker. Emozioni? 
Tante. Lui per me è come un figlio.
Vi somigliate così tanto?
Ma sì, lui ha la mia postura, le mie espressioni. Alla fine, per queste cose, ridisegno me stesso, la mia gestualità.
Il vostro personaggio nasce in tempi drammatici (contestazione, terrorismo, austerity) e racconta tempi ancora più drammatici, tra guerre indiane e lotta di classe. Ma oggi, in quest’epoca farsesca dentro e fuori il Parlamento, il lirismo e l’impegno di Ken Parker non sono merce un po’ sprecata?
Gli italiani, in generale, fanno fatica a imparare dai loro errori. Ma ce ne sono ancora tanti interessati ai temi, alle emozioni che si rintracciano in Ken Parker. E noi, magari senza riferirci in modo esasperato all’attualità, questi temi continueremo a trattarli.
A Lucca portate 13 tavole in edizione deluxe. E poi? Si torna in edicola?
Ai lettori l’ho sempre detto: finché siamo vivi noi autori Ken lo vedrete di nuovo in giro, in edicola o in libreria. E queste 12 pagine, quest’occasione lucchese è l’aperitivo di un pasto che ci auguriamo succulento.
State trattando il ritorno in grande stile con un importante editore, giusto?
Non dico nulla fino a cose fatte. In questi 15 anni a volte Ken pareva dovesse tornare, poi non se ne faceva nulla, perché non ci arrivavano le proposte giuste. Così abbiamo preferito aspettare.
Ci racconta il pomeriggio o la serata in cui è nato Ken Parker?
Oddio, è passato troppo tempo, non me la ricordo! Posso dire che doveva essere una sola puntata (nella Collana Rodeo, ndr), poi a Bonelli piacque così tanto che ci propose di creare una serie. Accettammo con tutta la nostra incoscienza, con le nostre doti e soprattutto la voglia di raccontare storie.
Da 27 anni vediamo Ken Parker perseguitato per aver ucciso un poliziotto che stava sparando a una bimba. Per quanto tempo ancora lo vedremo braccato come Jean Valjean?
Francamente non so rispondere, e neppure voglio, o vi toglierei tutto il gusto. Diciamo che il gioco, adesso, è portarlo fuori da una situazione che non si merita.
Lei è stato un maestro di stile e di tecnica per molti fumettisti: ma i suoi maestri chi sono stati?
Tanti. Mi piace lo stile espressionista, il contrasto tra luci e ombre. Faccio un nome per tutti: Milton Caniff.
Perché Ken Parker piace al pubblico?
Piace a una fetta del pubblico. Il nostro più che altro è stato un successo di critica: Ken non ha mai avuto picchi di vendita clamorosi, se togliamo l’allegato uscito con La Repubblica dieci anni fa. Il suo segreto, se vogliamo, è quello di essere un personaggio “diverso”. E poi c’è un grande equilibrio narrativo tra chi scrive e chi disegna.
Che ne pensa della graphic novel? 
Direi che è un termine di moda per definire i fumetti. Ma è anche un’espressione che ha dato una mano a quest’arte: gli ha permesso di entrare in libreria, ha allargato la base di possibilità dei fumettisti.
Il sodalizio con Berardi nasce oltre 50 anni fa: come sono cambiati i vostri rapporti?
Dopo il 1998 ci siamo sentiti qualche volta. Insomma, non ci eravamo più frequentati come prima. Ma oggi la storia può continuare da dove si è interrotta.