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lunedì 17 agosto 2026

Come se nulla fosse

Mario Tozzi
Caldo estremo: solo adattarsi non basta
La Stampa, 17 giugno 2026

La successione incredibile di decine di giorni di gran caldo, ben al di sopra dei 32°C, e di notti tropicali in Europa, le temperature micidiali raggiunte globalmente dagli oceani, le perturbazioni meteorologiche a carattere violento che già si registrano, l’incremento delle morti per le ondate di calore, i milioni di sapiens e i miliardi di viventi in difficoltà in tutto il mondo stanno convincendo anche i più scettici che siamo nel mezzo di una crisi climatica così accelerata e violenta da non avere paragoni nella storia del mondo. Di fronte a questa incontestabile valanga di dati e fatti oggettivi, la strategia dei mercanti di dubbi, quelli che pongono infinita fiducia nel sistema economico attuale, generalmente perché ci lucrano profitti irresponsabili, è cambiata. Non si nega più che faccia più caldo, non si sostiene più che al tempo dei romani o nel Medioevo le temperature fossero più elevate, ma si rileva che ormai le cose stanno così e dunque che cosa ci possiamo fare ora? Non ci resta che adattarci, specialità nella quale i sapiens sarebbero maestri. L’adattamento è la risposta giusta? Soprattutto, è l’unica strada?

La risposta è no, prima di tutto per una ragione molto semplice: a che scenario vogliamo adattarci? Nel 2015 a Parigi si decise che l’incremento di 1,5°C nelle temperature medie atmosferiche globali fosse il confine non valicabile, quello al di là del quale gli scienziati raccomandavano di non andare perché si sarebbe varcato il limite biologico degli ecosistemi (VI Report Ipcc). Ma proprio mentre si enunciava questo principio, le compagnie Oil&Gas e carbone investivano nella prospezione e nell’estrazione somme talmente ingenti da far prevedere scenari molto diversi. Il Production Gap faceva già allora prevedere che si sarebbe arrivati facilmente a +2,7°C nell’immediato futuro, cosa che si sta puntualmente verificando. Eppure gli specialisti erano stati chiari: l’obiettivo era l’azzeramento delle emissioni climalteranti, categoricamente entro il 2050. Prima di tutto, cioè, la mitigazione del problema, poi, o al massimo contemporaneamente, l’adattamento. Se non si riducono significativamente le emissioni, si rischia di prepararci a uno scenario che sarà peggiore di quello previsto. Per esempio, costruisci opere contro alluvioni e mareggiate che, in pochi anni, saranno desuete e inutili. Ma soprattutto varchiamo quei limiti fisici e biologici dei sapiens e degli altri viventi così velocemente che nessuno riuscirà ad adattarsi, nemmeno chi ha tecnologie straordinarie. Perché non ci sarà tempo a sufficienza.

Gli scienziati hanno indicato la strada: lasciare sotto terra almeno il 90% del carbone e il 60% del gas e del petrolio. Nessuno ha seguito questa strada e, anzi, si continua a trivellare come se non ci fosse un domani, frase che rischia di non essere solo un modo di dire. Per seguire questa strada si dovrebbe eliminare ogni sorta di sussidio pubblico, diretto e indiretto, al mondo dei combustibili fossili. Invece, a seconda delle stime, si calcolano aiuti da 900 a 7000 miliardi di dollari all’anno, denari che potrebbero essere invece utilizzati per la riconversione energetica in fonti rinnovabili. Inoltre, secondo alcuni analisti, destinando il 3-5% dei profitti delle compagnie Oil&Gas e carbone alla riconversione si potrebbe uscire dall’era dei combustibili fossili senza che le compagnie vadano fallite e senza che i costi se li accolli il pensionato con la Panda euro 1 (Grasso e Vergine lo sintetizzano bene in un libro del 2020).

La massimizzazione dei profitti non permette, però, alcun tipo di mitigazione, così l’umanità viaggia a tutta velocità contro un muro, proprio mentre tutti i modelli climatici elaborati negli ultimi decenni risultano azzeccati o sottostimati. Ed ecco allora la scialuppa d’emergenza dell’adattamento, che però fa acqua da tutte le parti: anche in questo caso, gli scienziati suggeriscono che ci sarebbe spazio per piantare mille miliardi di alberi in più, rinforzando il ruolo di serbatoio naturale di CO2 delle foreste. Ma questo sforzo “verde” non si vede e comunque abbisogna di almeno due o tre decenni per mostrare i primi risultati. Si potrebbe incrementare il ruolo di “sink” del carbonio degli oceani, per esempio proteggendo le barriere coralline o incrementando il numero di balene (una balena permette l’assorbimento di 33 tonnellate di CO2/anno, funziona meglio di un bosco), ma nulla di questo genere si vede in atto.

L’adattamento si riduce a montare climatizzatori nella parte ricca del mondo, a produrre autovetture ibride (per carità, non elettriche) e a rifugiarsi in casa. L’energia la continuiamo a fare con le fonti fossili e nessun accordo internazionale vincolante è vicino. Mentre ci stiamo per lasciare alle spalle l’estate più fresca e umida di quelle che verranno, si naviga a vista affidandoci a una salvifica tecnologia futura che nessuno riesce nemmeno a immaginare.

Il gran caldo si può governare


Il gran caldo si può governare

Sarà il caldo, ma il dibattito pubblico italiano sul cambiamento climatico sembra affogare in un mare di sciocchezze. Il problema non è tanto il fatto che non si ascoltino gli scienziati – quando si tratta di definire politiche pubbliche, la scienza non conferisce particolare legittimità – quanto il fatto che sembra mancare coerenza nell’articolare cosa si debba fare rispetto a ondate di caldo, siccità e altri eventi. Come se bastasse sperare che non capitino più. Ma la speranza, come si dice, non è una strategia. Dobbiamo quindi parlare di cosa fare. Prima, però, val la pena assicurarsi che la diagnosi del problema sia chiara. Se no, va da sé che la soluzione sarà mal dimensionata e mal concepita. Partiamo quindi dalla diagnosi.
Primo, il clima sta cambiando perché l’aumento in atmosfera di gas serra di origine umana cambia l’energetica del pianeta. Non so come altro dirvelo: questa roba è certa. I dettagli ovviamente importano e non è questo il contesto per una lezione di fisica, ma se pensate di avere scoperto fattori che la comunità scientifica non ha considerato (vulcani, macchie solari, variabilità naturale, ere glaciali, o altro assortimento di fatti trovati su internet) o se avete letto da qualche parte che non tutti sono d’accordo, siete male informati. Non c’è alcun dubbio che quello che sta succedendo è anomalo e lo stiamo causando noi. Questo, come vedremo, importa per cosa fare in Italia.
Il fatto che il cambiamento climatico sia reale e dovuto alle nostre emissioni non vuole dire che il problema sia di dimensioni apocalittiche e ingestibili. Nulla è mai così semplice. Ma passare il tempo a dibattere la scienza è una totale perdita di tempo. Che ci sia un problema serio è indubbio e negarlo significa semplicemente illudersi. Il dibattito deve focalizzarsi su cosa fare, non se si debba fare qualcosa.
Secondo, il cambiamento non si manifesta come un graduale aumento delle temperature medie ma come un’evoluzione della statistica meteoclimatica. Avrete sicuramente sentite parlare del limite che speriamo (con sempre meno convinzione) di rispettare, dettato dall’accordo di Parigi: 1,5 gradi centigradi in più nella temperatura media globale rispetto al periodo preindustriale. Ma nessuno “sente” la temperatura media del pianeta. L’Europa, per esempio, si sta scaldando molto più rapidamente a causa di una serie di fattori geografici e dinamici - di come si comportano l'atmosfera e l'oceano sopra e intorno al continente. Siamo già a 2,5 gradi medi sopra le temperature storiche. Anche questa è una costruzione statistica. Non dice un gran che di cosa si senta, per dire, in via Indipendenza a Bologna o in corso Magenta a Milano, a metà luglio.
Questo è forse il punto che più di ogni altro cea confusione, gli eventi che osserviamo, che hanno un impatto sulla vita delle persone sono prevalentemente meteorologici, In Europa da ultimo abbiamo avuto ondate di calore in maggio, giugno e luglio, con migliaia di morti in più per le alte temperature. Si stima che nel solo mese di giugno siano morte una decina di migiaia di persone in più, il 90 per cento sopra i 65 anni. Alla fine dell'anno potremmo scoprire queste essere sottostime. In Francia sono stati bruciati centomila ettari - tre volte la media annuale, mentre in Spagna l'incendio di Àvila è stato il più grande della storia del paese. Tra i due sono state evacuate più di 300mila persone.
Questi sono eventi meteorologici, espressione della dinamica dell'atmosfera e, in parte, dell'oceano. Ma ciò che li rende significativi è che le loro caratteristiche - la frequenza con la quale si stanno manifestando, l'intensità e natura della loro evoluzione - sono semplicemente inspiegabili senza il contributo di un cambiamento sottostante delle statistiche del sistema climatico. In questo l'evidenza è schiacciante. Questo importa perché come si affrontano questi problemi cambia se si considerano un'emergenza contingente - grave, ma passeggera - o il sintomo di in cambiamento strutturale delle condizioni nelle quali operiamo. 

Nel primo caso, si affron­te­reb­bero come una sequenza di emer­genze, di devia­zioni estreme dalla nor­ma­lità. Que­sto è ciò che stiamo facendo adesso. Ci dichia­riamo sor­presi, ignari, stu­pe­fatti. Invo­chiamo la pro­te­zione civile per le allu­vioni, per­ché è emer­genza, igno­rando che si tratta di emer­genze che ormai capi­tano ogni anno. Nomi­niamo com­mis­sari, per la “straor­di­na­rietà” della sic­cità, come se l’ecce­zio­na­lità impli­casse dero­ghe a regole che altri­menti fun­zio­ne­reb­bero, invece di rico­no­scere, più sem­pli­ce­mente, regole ina­de­guate. Siamo in una situa­zione sur­reale: un po’ come se gli emi­ra­tini si stu­pis­sero ogni estate di quanto caldo fa a Dubai, per poi dimen­ti­car­sene in inverno.

Il caldo di quest’estate ha sor­preso molti per inten­sità. Trat­te­niamo il respiro e spe­riamo che passi. E’ una fol­lia. Fac­cio una pre­vi­sione senza alcuna paura di smentita. Ci saranno estati peggiori nel futuro prossimo. E, adesso che siamo in mezzo alla calura esic­cità, vi ricordo pure che le allu­vioni del 2023 e 2024 suc­ce­de­ranno di nuovo con simile o mag­giore inten­sità. Quello che abbiamo visto finora è la ver­sione più beni­gna di ciò che ci aspetta. Dob­biamo pre­pa­rarci.E’ del tutto evi­dente che il ter­ri­to­rio futuro dell’Ita­lia sarà quindi diverso da quello che vediamo oggi, con buona pace di coloro che pen­sano che il pae­sag­gio sia una car­to­lina immo­bile, verso il quale abbiamo solo respon­sa­bi­lità di tutela e non di svi­luppo. Il nostro­pae­sag­gio ­no­n è il Co­los­seo, e’dina­mico. Poco più di cent’anni fa, il ter­ri­to­rio ita­liano aveva un terzo delle fore­ste che abbiamo oggi e l’agri­col­tura impie­gava 8 milioni di per­sone invece che le odierne 800.000. Il pae­sag­gio cam­bia per­ché cam­biano noi, cam­bia la nostra eco­no­mia, e per­ché cam­biano le con­di­zioni nelle quali ope­riamo.

Come sarà fatto, quindi, il pae­sag­gio ita­liano del futuro? Affron­tare il caldo, allu­vioni, sic­cità, richiede inter­venti fisici sul ter­ri­to­rio e sulle nostre città. Inve­sti­menti per dotare le abi­ta­zioni di aria con­di­zio­nata, le città di zone verdi che ridu­cano gli impatti del caldo urbano, una mobi­lità orga­niz­zata per gestire una società che deve navi­gare con­di­zioni dif­fi­cili, un’infra­strut­tura idrau­lica e una gestione del ter­ri­to­rio agri­colo che sia in grado di acco­mo­dare una mag­giore varia­bi­lità delle piogge, un’agri­col­tura più resi­liente. Tutto que­sto è in linea di prin­ci­pio fat­ti­bile. Il nostro paese non sarà più caldo dell’ari­zona o della Gior­da­nia oggi, più secco del Nevada o con piogge peg­giori dei tifoni giap­po­nesi. Il pro­blema è che tra­sfor­mare un paese abi­tuato a un clima diverso costa. E gli inve­sti­menti devono avere un ritorno. Il ritorno per que­gli inve­sti­menti dovrà venire dalla cre­scita eco­no­mica, resa pos­si­bile a sua volta dalla tra­sfor­ma­zione ter­ri­to­riale.

La fron­tiera dell’inno­va­zione oggi risiede nell’uso dell’intel­li­genza arti­fi­ciale, nell’auto­ma­zione della pro­du­zione indu­striale, nella tra­sfor­ma­zione ad altis­simo valore aggiunto che molte aziende ita­liane già fanno (è la ragione per la quale il paese in que­sti anni è diven­tato il quarto espor­ta­tore indu­striale al mondo). Tutto que­sto quindi deve essere fatto, pen­sando a quell’eco­no­mia, che sarà pre­va­len­te­mente digi­ta­liz­zata, auto­ma­tiz­zata e, punto fon­da­men­tale, elet­tri­fi­cata. Il cuore di quell’eco­no­mia, della sua com­pe­ti­ti­vità, è il sistema ener­ge­tico nazio­nale, quindi, e da lì biso­gna par­tire.

Pen­sate alla tra­sfor­ma­zione ter­ri­to­riale del secolo scorso. L’indu­stria­liz­za­zione ita­liana fu fatta ali­men­tando le aziende mani­fat­tu­riere con l’idroe­let­trico, par­tendo dalla cen­trale Ber­tini della Edi­son, sull’adda, che fornì ener­gia elet­trica alle pic­cole aziende tes­sili del mila­nese. Quell’elet­tri­fi­ca­zione fu finan­ziata gra­zie anche ai con­tratti muni­ci­pali–lara­gio­ne­per­la­qua­le­daol­tre­cent’anni Milano ha il tram elet­trico. Il tram, a sua volta, era usato dai lavo­ra­tori di quelle fab­bri­che, creando un ciclo di cre­scita vir­tuoso. Buona parte della tra­sfor­ma­zione del ter­ri­to­rio nazio­nale fu quell’espe­rienza moltiplicata per le tante zonepro­dut­tive ita­liane, che aggre­ga­rono una tra­sfor­ma­zione nazio­nale, faci­li­tata dall’inter­vento finan­zia­rio, pro­get­tuale e rego­la­to­rio dello stato.

Que­sto non vuole dire che la Cina non usi petro­lio o gas oggi – è il più grande impor­ta­tore al mondo – ma se stiamo facendo una discus­sione di stra­te­gia–di co­me­ ci ­dob­bia­mo ­pre­pa­ra­re al ­fu­turo–è evi­dente che le ten­denze rac­con­tano una sto­ria di elet­tri­fi­ca­zione e di pro­gres­sivo abban­dono del fos­sile.

Dal punto di vista stra­te­gico, quindi, que­sto dovrebbe essere un buon segnale per l’ita­lia, un paese senza com­bu­sti­bili fos­sili, con un poten­ziale solare ed eolico signi­fi­ca­tivo, e con impatti cli­ma­tici sul ter­ri­to­rio tra i peg­giori di tutti i paesi avan­zati e che richie­dono inve­sti­menti pun­tuali. Eppure, il paese non è stato per ora in grado di per­se­guire in maniera effi­cace la tran­si­zione di cui ha evi­den­te­mente biso­gno.

Mi si dirà che il solare in Ita­lia è cre­sciuto tan­tis­simo. E’ vero. In un futuro pros­simo, aggiun­gere solare in Ita­lia non aumen­terà di un gran che la capa­cità pro­dut­tiva per­ché il pro­blema è dare elet­tri­cità quando il sole non c’è. Ma si dovrebbe fare altro. Si può inve­stire nel sistema di stoc­cag­gio, in eolico, on e off-shore. Ma qui il dibat­tito prende dire­zioni incom­pren­si­bili. Ci distra­iamo con discus­sioni sul costo delle rin­no­va­bili, ma solo coloro che non capi­scono come si for­mano i prezzi nel mer­cato elet­trico pen­sano che il pro­blema degli alti prezzi dell’ener­gia sia dovuto ad esse. La pro­du­zione mar­gi­nale di elet­tri­cità in Ita­lia è ed è sem­pre stato il gas, ed è il costo di quest’ultimo che sta pro­du­cendo l’aumento di prezzi del sistema. Il pro­blema non è l’eco­no­mia delle sin­gole tec­no­lo­gie rin­no­va­bili, ormai banal­mente com­pe­ti­tive, ma come tra­sfor­mare un sistema otti­miz­zato su un com­bu­sti­bile che impor­tiamo da ses­sant’anni. Que­sto è ben chiaro agli esperti del set­tore ma rara­mente dibat­tuto in pub­blico. Si con­ti­nua a con­fon­dere una discus­sione di scelta tec­no­lo­gica, con una discus­sione di tra­sfor­ma­zione indu­striale. E’ pro­ba­bile che il gas con­ti­nuerà a essere parte del nostro mix tec­no­lo­gico per sva­riati anni, ma la que­stione è come instra­darsi verso l’eman­ci­pa­zione. Que­sta non è una que­stione solo di pro­du­zione, ma di strut­tura della rete, della distri­bu­zione, di gestione ter­ri­to­riale, di poli­tica tec­no­lo­gica e di rego­la­zione del mer­cato.

Un paese che si affida a solare, eolico, idroe­let­trico, bat­te­rie, geo­ter­mico e un mix decre­scente di gas e, forse, nucleare, avrà un ter­ri­to­rio molto diverso da quello attuale, con pale, impianti solari che occu­pano suolo sog­getto a smot­ta­menti e inon­da­zioni, cen­trali ter­mi­che che dipen­dono da acqua di raf­fred­da­mento che potrebbe non esserci, e che ali­menta data­cen­ter che com­pe­tono per l’elet­tri­cità con l’aria con­di­zio­nata degli utenti in affanno. Affron­tare il pro­blema ener­ge­tico è quindi una con­di­zione fon­da­men­tale per gestire i cam­bia­menti ter­ri­to­riali che ci aspet­tano e un volano di atten­zione verso il ter­ri­to­rio.

C’è poi la tra­sfor­ma­zione fisica del ter­ri­to­rio nel suo com­plesso. Per il calore abbiamo una situa­zione strut­tu­rale di mal adat­ta­mento. Le città medie­vali ita­liane non si sono evo­lute per gestire set­ti­mane di tem­pe­ra­ture oltre i 35 gradi cen­ti­gradi. Le infra­strut­ture idrau­li­che che si sono accu­mu­late nei secoli non hanno mai dovuto affron­tare la fre­quenza annuale di pre­ci­pi­ta­zioni come quelle che abbiamo visto negli ultimi anni.

Ormai si mol­ti­pli­cano le stime di costo che que­ste con­ti­nue inter­ru­zioni impon­gono alla nor­male ope­ra­ti­vità dell’eco­no­mia: le stime oscil­lano tra il 2 e il 7 per cento del pil a seconda degli oriz­zonti tem­po­ra­lie­del­le­con­di­zio­ni­fu­tu­re­pre­vi­ste.e’facile capire da dove ven­gono que­sti costi. Quando è caldo per diverse set­ti­mane all’anno, la pro­dut­ti­vità del lavoro esterno si riduce radi­cal­mente. Quando la logi­stica è inter­rotta dagli estremi si per­dono giorni di con­se­gna e si dete­riora l’infra­strut­tura dalla quale dipende la pro­du­zione durante il resto dell’anno. E’ un freno sull’eco­no­mia nazio­nale.

E poi, le grandi ten­denze demo­gra­fi­che cam­biano le con­di­zioni della popo­la­zione e mol­ti­pli­cano i costi. Con il paese che invec­chia, la vul­ne­ra­bi­lità sociale diventa eco­no­mica. Se le tem­pe­ra­ture supe­rano i 35 gradi, la mor­ta­lità delle per­sone sopra 65 cre­sce nell’ordine del 20 per cento, con un impatto signi­fi­ca­tivo sulle strut­ture ospe­da­liere già sotto pres­sione e costi enormi sulla col­let­ti­vità. E’ del tutto evi­dente che il pro­blema è strut­tu­rale e di prim’ordine nella gestione dell’eco­no­mia del paese. Sipos­so­no­fa­re­mol­te­cose.i“pia­ni­caldo”come quello pre­sen­tato recen­te­mente a Roma offrono una serie di inter­venti sen­sati e neces­sari, che vanno dalla costi­tu­zione di zone verdi, all’ado­zione di aria con­di­zio­nata negli edi­fici pub­blici. Ma se il pro­blema è strut­tu­rale, le dimen­sioni della rispo­sta dovranno ecce­dere ciò che una sin­gola città o ammi­ni­stra­zione locale può fare. Se adot­te­remo livelli ame­ri­cani di aria con­di­zio­nata, la rete elet­trica dovrà affron­tare un pro­blema diverso. Se ser­vi­ranno inter­venti siste­ma­tici sugli edi­fici, si por­ranno que­stioni ine­lu­di­bili di bilan­cia­mento tra tutela del patri­mo­nio e la pre­pa­ra­zione per con­di­zioni che non abbiamo avuto nella sto­ria del paese.

Tutto que­sto costerà. Le stime variano, ma per l’adat­ta­mento dell’eco­no­mia per com’è oggi, si sti­mano costi di almeno 10-15 miliardi all’anno. Que­sto però non tiene conto degli inve­sti­menti neces­sari per tra­sfor­mare l’eco­no­mia stessa, con­di­zione neces­sa­ria per potersi per­met­tere l’adat­ta­mento. Per­ché se è vero che adat­tarsi signi­fica rispar­miare costi sull’eco­no­mia futuro, è anche vero che il rispar­mio non costi­tui­sce un paga­mento reale che per­metta di finan­ziare gli inter­venti. Serve valore aggiunto.

Tutto que­sto richiede una fun­zione pub­blica in grado di pia­ni­fi­care la tra­sfor­ma­zione, lavo­rare con il set­tore pri­vato e con le auto­rità locali per svi­lup­pare pro­getti, lavo­rare con la com­mis­sione e le isti­tu­zioni euro­pee per mobi­li­tare finanza, ed ese­guire gli inter­venti per otte­nere i risul­tati. Ed è qui, lon­tano dai pro­blemi tec­no­lo­gici e dalle discus­sioni scien­ti­fi­che, che la discus­sione nazio­nale si dovrebbe con­cen­trare: sulla capa­cità dello stato ammi­ni­stra­tivo di spro­nare il paese in que­sta tran­si­zione.

Può sor­pren­dere che una rifles­sione sul clima e sul ter­ri­to­rio ci porti a par­lare di fun­zione pub­blica, ma que­sto è il grande assente dal dibat­tito oggi: non c’è solu­zione che ci per­metta di affron­tare quello che ci capi­terà nei pros­simi anni, le ondate di caldo, la sic­cità, le allu­vioni, che non richieda un radi­cale miglio­ra­mento della capa­cità dell’ammi­ni­stra­zione di otte­nere risul­tati tan­gi­bili in tempi pre­ve­di­bili sul ter­ri­to­rio. La nostra archi­tet­tura isti­tu­zio­nale e il sistema di incen­tivi che la governa è il pro­blema.

La riforma della pub­blica ammi­ni­stra­zione è sto­ria decen­nale. La gestione della cosa pub­blica in Ita­lia è sem­pre stata inse­pa­ra­bile dalla sua natu­rale ter­ri­to­riale, e infatti la prima grande sta­gione di tra­sfor­ma­zione avvenne con­te­stual­mente alla nascita delle regioni a sta­tuto ordi­na­rio negli anni Set­tanta. Lo scrisse Mas­simo Severo Gian­nini nel 1979, quando nel rap­porto “sui prin­ci­pali pro­ble­mi ­dell’ammi­ni­stra­zio­ne ­del­lo ­Stato” indi­viduò le dif­fi­coltà di uno Stato che non doveva solo eser­ci­tare auto­rità, ma ero­gare ser­vizi, ridi­stri­buire ric­chezza, inve­stire in infra­strut­ture, su un ter­ri­to­rio fram­men­ta­rio.

Lo vediamo oggi. L’auto­rità di bacino del Po sa bene che la gestione del fiume va pia­ni­fi­cato sulla base di un’idea di agri­col­tura e tes­suto pro­dut­tivo che attra­versa sva­riate regioni. Per i data­cen­ter serve acqua – dove li met­tiamo? Dove si favo­ri­scono gli inve­sti­menti in auto­ma­zione e mec­ca­nica? Quali pro­du­zioni vanno incen­ti­vate per aumen­tare le espor­ta­zioni? Quali per la sicu­rezza ali­men­tare? E se il Po esonda, chi paga per la sua gestione? E se non c’è abba­stanza acqua sia per il riso del ver­cel­lese che per le pesche della Roma­gna, che per i data­cen­ter, chi decide chi fa senza? E se il caldo richiede inter­venti sulla rete e di sacri­fi­care ter­reni alla pro­du­zione elet­trica, chi gesti­sce quei costi? Il pro­blema parte da un piano ter­ri­to­riale, ma nes­suna isti­tu­zione ha la respon­sa­bi­lità ultima di offrire e imple­men­tare rispo­ste a que­ste domande.

Ci tro­viamo a valle di decenni di riforme sostan­zial­mente cie­che su que­sta dimen­sione. Negli anni 90, la famosa “sta­gione delle riforme” portò una serie di cam­bia­menti impor­tanti: le auto­no­mie locali, la riforma Cas­sese per sepa­rare l’indi­rizzo poli­tico e la gestione ammi­ni­stra­tiva, la legge Bas­sa­nini per il fede­ra­li­smo ammi­ni­stra­tivo, fino alla riforma costi­tu­zio­nale del Titolo V. Que­ste riforme sulla carta avreb­bero dovuto por­tare a una fun­zione pub­blica più indi­pen­dente da favori poli­tici e più azien­dale, con una rela­zione tra auto­no­mie locali e stato cen­trale più pro­dut­tiva. Come spesso capita però l’attua­zione con­tin­gente creò l’esatto oppo­sto. Un’ammi­ni­stra­zione sem­pre meno capace di affron­tare i pro­blemi ter­ri­to­riali e un’archi­tet­tura sem­pre più para­liz­zata dalla con­fu­sione sulle respon­sa­bi­lità. La riforma del Titolo V in par­ti­co­lare ha creato temi con­cor­renti tra stato, regioni e vari enti, mol­ti­pli­cando il numero di attori che pos­sono bloc­care qual­siasi deci­sione. Ci sono stati ten­ta­tivi suc­ces­sivi di cor­reg­gere il tiro. Ma la riforma Bru­netta del 2009 che ambiva a una fun­zione pub­blica azien­dale e meri­to­cra­tica fu affon­data dalla crisi del debito del 2010 quando Tre­monti impose il blocco degli sti­pendi, e la riforma Madia del 2015 che ambiva a respon­sa­bi­liz­zare i diri­genti dello stato fu affos­sata dalla scon­fitta del refe­ren­dum costi­tu­zio­nale del 2016 che avrebbe dovuto supe­rare il caos creato dalla riforma del Titolo V, vin­colo insor­mon­ta­bile alla presa di respon­sa­bi­lità della diri­genza pub­blica sta­tale rispetto a deci­sioni ter­ri­to­riali.

Gli effetti li abbiamo visti con il Pnrr, che ha intro­dotto nel paese enormi risorse e potenti vin­coli esterni alla poli­tica nazio­nale. Dove il paese aveva capa­cità cen­tra­liz­zata di svi­lup­pare e imple­men­tare pro­getti, come nel caso delle fer­ro­vie o della digi­ta­liz­za­zione, siamo riu­sciti a fare passi avanti signi­fi­ca­tivi sulla spesa pre­vi­sta. Sui capi­toli ter­ri­to­riali della sicu­rezza idro­geo­lo­gica o urbana, i fondi ori­gi­nal­mente stan­ziati – già minimi rispetto al pro­blema – sono stati tagliati. La ragione? La sup­po­sta inca­pa­cità di auto­rità locali di strut­tu­rare ed ese­guire pro­getti nei tempi neces­sari.

La sto­ria di quest’estate di caldo è que­sta, quindi, e var­rebbe la pena ricor­darla anche quando il caldo tor­rido di que­sti mesi sarà sosti­tuito dalle ine­vi­ta­bili allu­vioni autun­nali: il pro­blema è la capa­cità ese­cu­tiva e ammi­ni­stra­tiva delle nostre isti­tu­zioni pub­bli­che. E’ vero, abbiamo pro­vato a rifor­marle in pas­sato, fal­lendo. Ma dovremo ripro­varci, per­ché non farlo signi­fica con­dan­nare il paese a pas­sare il tempo tra ven­ti­la­tori e salotti allu­vio­nati men­tre gli anziani muo­iono e i gio­vani se ne vanno.

Giu­lio Boc­ca­letti

Giu­lio Boc­ca­letti, for­ma­tosi come fisico presso l’uni­ver­sità di Bolo­gna, ha con­se­guito il dot­to­rato in Scienze atmo­sfe­ri­che e ocea­ni­che presso l'uni­ver­sità di Prin­ce­ton. Scrive per Pro­ject Syn­di­cate e per il Foglio. “The Envi­ron­men­tal Repu­blic: Why Citi­zens Will Save the World” (Prin­ce­ton Uni­ver­sity Press), pub­bli­cato nel mag­gio scorso, è il suo ultimo libro.


lunedì 22 giugno 2026

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Il '68, sociologia a Trento, la militanza con il Manifesto: Carlin prima di Slow Food

La Stampa, 22 giugno 2026

La maggior parte delle commemorazioni di Carlin Petrini nei giorni della morte ci ha consegnato una biografia dimezzata, fatta partire con la nascita di Slow Food nel 1986, quando il fondatore aveva già 36 anni. Dunque priva di riferimenti al suo processo formativo. Peregrina l’assegnazione a una famiglia di contadini («Non ho l’orto», dichiarava a La Stampa nel giugno del 1976 in occasione della candidatura alla Camera per la coalizione della sinistra extraparlamentare), era invece figlio di un elettrauto e di una colta economa/insegnante dell’asilo comunale (Maria Garombo). Il nonno paterno, l’omonimo Carlo, era stato ferroviere, componente della maggioranza socialista che nel 1920 aveva conquistato il municipio di Bra, sotto la guida dell’impiegato sempre delle ferrovie Giuseppe Lenti e formata soprattutto da calzolai e conciapelli. Quella Giunta non fu abbattuta dai raid di Cesare Maria De Vecchi e degli ex legionari fiumani che pure provocarono un morto e un ferito grave, né incrinata dalla scissione comunista, a cui aderì Petrini, bensì sciolta dalla prefettura giolittiana con l’accusa di aver concesso un’area demaniale a una cooperativa di muratori per l’erezione di case popolari e di essersi impegnata in altre spese «non obbligatorie». Quasi tornando alle origini, dopo lo shock petrolifero del 1973 che provocò un’impennata dell’inflazione Carlin trasformò la sede Arci in uno spaccio acquisti. Andava a comprare i generi alimentari direttamente dai produttori, aveva un’auto con cui faceva il rappresentante di commercio.

La libreria alternativa ad Alba

Intanto studiava sociologia a Trento. Sempre nell’intervista a La Stampa del ‘76 dichiarava: «Sono stati anni intensi: prima l’impegno nelle organizzazioni cattoliche, da cui uscii avendo constatato l’impossibilità di combattere a fianco degli sfruttati all’interno di strutture che sono tra le principali responsabili della loro oppressione; poi l’esperienza, decisiva, del ‘68. Da qualche mese coordino il gruppo di lavoro de La Torre, una libreria alternativa che aprirà al pubblico tra breve, ad Alba». Dunque Petrini condivideva la posizione del leader del Manifesto Lucio Magri, che, lasciata la Dc per approdare al Pci, non riusciva ad accettare la strategia del compromesso storico lanciata da Enrico Berlinguer all’indomani del golpe cileno. Carlin era diventato consigliere comunale con la lista Pdup - Manifesto (896 voti, il 5,28%) in una elezione, quella del 15 giugno 1975, in cui a Bra la Dc era crollata da 15 a 12 seggi, il Pci salito da 2 a 4 e il Pri ne aveva rosicchiato uno ai socialisti. Ma per errori formali commessi in quattro seggi, il Tribunale di Alba non convalidava i risultati. La conseguenza fu che per mesi Consiglio e Giunta non poterono deliberare investimenti e incamerare i contributi per le opere pubbliche che la neoeletta Giunta regionale di sinistra, presieduta da Aldo Viglione, distribuiva ai comuni. Quando la situazione si sbloccò, il segretario locale del Psi Francesco Brizio pretese una svolta a sinistra, con sindaco socialista e sostegno esterno comunista. La Federazione provinciale del Pci, anche per la debolezza elettorale (alle regionali il partito aveva raggiunto come il Psi il 15% dei voti contro il 49% della Dc), dava un’interpretazione riduttiva del compromesso storico. Quindi quell’appoggio non era adeguatamente condizionato. Per converso Brizio, medico di base con migliaia di mutuati, la sua forza elettorale, è un sindaco poco presente in municipio, mentre tutti i problemi dello sviluppo urbano e industriale della città, se non della speculazione edilizia, esplodono.

In Consiglio comunale

Impegni della Giunta di larghe intese sono l’istituzione del Consiglio tributario, che Petrini condivide, e quella dei comitati di quartiere: da via Gabotto chiedono un’area verde, da Bescurone le fognature. Petrini se ne fa interprete, mentre presenta esposti al Tribunale di Alba. Riceve querele. A volte a individuare le criticità arrivano prima i consiglieri comunisti, ma per un malinteso senso di lealtà verso gli assessori si limitano a segnalazioni orali, che il segretario non verbalizza. Alla fine del ‘78 il Pci esce dalla maggioranza. La Giunta è ora composta da Dc, Psi e Pri con sindaco il socialista Cesare Gramaglia. Al rinnovo del Consiglio comunale nel 1980 i comunisti mantengono i loro 4 seggi, il Pdup sfiora i 1500 voti e raddoppia la rappresentanza. Manca il terzo seggio, perché il resto è uguale a quello del Psi. Petrini continua a presentare esposti, ad esempio per il disastro dell’asilo nido: durante la ristrutturazione a tetto scoperchiato un violento temporale estivo ha rovinato pavimenti e arredi.Nella primavera del 1979 Petrini organizza «Cantè j'euv», una rassegna internazionale di canto popolare con la partecipazione di decine di gruppi e migliaia di spettatori, sostenuta dalla Regione, assessore alla cultura il docente universitario comunista Fausto Fiorini. Il successo si ripete l’anno dopo.

L’avventura di Arcigola

Nel bilancio di previsione per il 1981 compilato dalla Giunta uscente è confermato il sostegno per la terza edizione. Ma l’arretramento del Pci alle elezioni regionali del 12 maggio porta alla formazione di una Giunta di pentapartito. Presidente è sempre un socialista, tuttavia proprio dal Psi braidese partono le pressioni perché il contributo non sia rinnovato. Il 5 ottobre l’assessore Antonio Brizio in una seduta chiusa del Consiglio comunale chiede le dimissioni di Petrini, reo di aver trattenuto per un mese e mezzo un assegno di 5 milioni destinato al pagamento di una fornitura di materassi per i terremotati dell’Irpinia. La spiegazione di Petrini, cioè l’attesa del decreto governativo di abolizione dell’IVA per gli acquisti a favore delle vittime del sisma, sarà accettata dal Tribunale. Per intanto la Regione blocca l’erogazione a favore di «Cantè j'euv». A dicembre Petrini si dimette da consigliere, decade di conseguenza dal Comitato comprensoriale Alba-Bra, dove chi scrive era suo capogruppo. Sicuramente quella breve esperienza contribuì a far maturare in lui la consapevolezza della necessità di tutelare un territorio ricco e fragile come quello di Langhe e Roero. L’aiuto gli arriverà proprio dalla Langa: il barolese Bartolo Mascarello, piccolo produttore di vino, ma di alto pregio, gli darà da vendere parte delle sue bottiglie, ripetendo un gesto che mezzo secolo prima il padre aveva compiuto nei confronti di Stefano Paolino, l’ex deputato socialista privato dal fascismo non solo della segreteria del sindacato dei ceramisti, ma anche del posto di lavoro alla Richard Ginori. Bartolo trascinerà altri viticultori a sostenere Carlin e l’Arcigola. Petrini dal canto suo farà tesoro delle avversità e degli scacchi: tutti i progetti e i successi partiranno o ripartiranno dalla cooperazione, che affonda le sue radici nella solidarietà e nell’internazionalismo del movimento operaio, anche quando i campi di intervento saranno l’agricoltura, l’alimentazione, l’ambiente e la cultura.

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sabato 27 dicembre 2025

La natura si riprende le Alpi

Phoebe Weston

'Località sciistiche fantasma': mentre centinaia di piste da sci giacciono abbandonate, la natura si riprenderà le Alpi?

The Guardian, 27 dicembre 2025

Quando la stazione sciistica di Céüze 2000 chiuse a fine stagione nel 2018, i lavoratori davano per scontato che sarebbero tornati l'inverno successivo. Le mappe delle piste erano impilate accanto a una spillatrice; i turni del personale erano appesi al muro.

Sei anni dopo, un giornale ingiallito datato 8 marzo 2018 giace piegato su un lato, come se qualcuno lo avesse appena sfogliato durante un momento di silenzio. Una bottiglia d'acqua mezza vuota è rimasta sul tavolo.

La stazione sciistica di Céüze, nelle Alpi meridionali francesi, era aperta da 85 anni ed era una delle più antiche del Paese. Oggi è una delle decine di stazioni sciistiche abbandonate in tutta la Francia, parte di un nuovo paesaggio di " stazioni fantasma ".

Più di 186 impianti sono già stati chiusi definitivamente , sollevando interrogativi su come lasceremo le montagne, tra gli ultimi spazi selvaggi d'Europa , una volta che gli impianti di risalita smetteranno di funzionare.

Mentre il riscaldamento globale spinge più in alto il limite delle nevicate sulle Alpi, migliaia di strutture vengono lasciate marcire, alcune delle quali crollano e contaminano il terreno circostante, alimentando il dibattito su cosa dovrebbe accadere ai resti di antichi stili di vita e se lasciare che la natura si riprenda le montagne.

Le nevicate a Céüze iniziarono a diventare inaffidabili negli anni '90. Per essere economicamente sostenibile, la stazione doveva rimanere aperta per almeno tre mesi. Nell'ultimo inverno, riuscì a rimanere aperta solo per un mese e mezzo. Nei due anni precedenti non era stata in grado di operare affatto.

L'apertura del resort ogni stagione è costata all'autorità locale fino a 450.000 euro (390.000 sterline). Con l'accorciarsi della stagione, i conti non tornavano più. Per evitare una spirale di debiti, si è deciso di chiudere.

"Ci costava di più tenerlo aperto che tenerlo chiuso per la stagione", afferma Michel Ricou-Charles, presidente del consiglio comunale locale di Buëch-Dévoluy, che sovrintende al sito. Anche con le proiezioni più ottimistiche, il futuro appariva cupo. "Abbiamo valutato l'utilizzo di neve artificiale, ma ci siamo resi conto che avrebbe ritardato l'inevitabile", afferma.

Ci vollero sette anni prima che camion ed elicotteri arrivassero per iniziare a rimuovere i piloni. Eppure, la comunità locale era addolorata per la perdita del piccolo resort a conduzione familiare, che aveva ospitato generazioni di ricordi. Quando iniziarono le demolizioni, arrivarono per prendere dadi, bulloni e rondelle come ricordo di ciò che avevano perso.

Degrado del terreno selvaggio


In Francia, oggi ci sono 113 impianti di risalita abbandonati, per una lunghezza totale di quasi 63 km , di cui quasi tre quarti in aree protette. Non si tratta solo di infrastrutture sciistiche. L'associazione Mountain Wilderness stima che ci siano più di 3.000 strutture abbandonate sparse per le montagne francesi, che stanno lentamente degradando il territorio selvaggio più ricco d'Europa. Tra queste, rifiuti militari, industriali e forestali, come vecchi cavi, frammenti di filo spinato, recinzioni e vecchi macchinari.

La stazione sciistica di Céüze sta rapidamente diventando uno di questi inquinanti. La piccola cabina di legno alla base del primo skilift sta perdendo l'isolamento. Le corde un tempo utilizzate per delimitare le piste sono a brandelli e pezzi di plastica cadono da un pilone. I vecchi capannoni alle estremità degli skilift contengono spesso ancora trasformatori, amianto, oli motore e grassi. Col tempo, queste sostanze si infiltrano nel terreno e nell'acqua.

La corrosione e la ruggine delle strutture metalliche lasciate dalla seconda guerra mondiale, come le rotaie anticarro e le punte metalliche, hanno portato a cambiamenti nelle specie vegetali della zona circostante, offrendo potenzialmente un'idea di cosa potrebbe accadere se i tralicci venissero lasciati arrugginire nei prossimi decenni.

"In latino diciamo memento mori : ricorda che sei mortale. Non pensare di creare cose eterne; finiranno per diventare obsolete", afferma Nicolas Masson, di Mountain Wilderness, che si batte affinché le vecchie infrastrutture sciistiche vengano smantellate per fare spazio alla natura. "Quando le crei, chiediti: cosa rimarrà?"

Alcuni ritengono che le località sciistiche dovrebbero rimanere paesaggi commemorativi, in onore delle generazioni di persone che hanno vissuto e sciato qui; altri credono che dovrebbero essere restituite allo stato selvaggio, dopo aver rimosso i loro macchinari in disfacimento.

Il recupero della natura


La demolizione di Céüze è iniziata il 4 novembre 2025, un mese prima dell'inizio della stagione sciistica. Gli impianti di risalita del resort sono stati trasportati via elicottero per ridurre al minimo l'impatto ambientale e la compressione del terreno.

La legge francese impone la rimozione e lo smantellamento degli impianti di risalita non più in uso. Tuttavia, la legge si applica solo agli impianti di risalita costruiti dopo il 2017. La maggior parte ha una durata di 30 anni, quindi nessun impianto sarà considerato obsoleto almeno fino al 2047. Il processo è anche costoso: lo smantellamento di Céüze costerà 123.000 euro. Ciò significa che la maggior parte delle infrastrutture sciistiche abbandonate viene lasciata a disintegrarsi sul posto. Ciò che sta accadendo a Céüze è raro.

Con i piloni rimossi e la stazione sciistica chiusa da sette anni, si vedono già i primi segni di ripresa ecologica. Una foschia rossa aleggia sulla neve bianca: le bacche invernali della rosa canina stanno germogliando dove la pista non viene più tagliata.


'Località sciistiche fantasma': mentre centinaia di piste da sci giacciono abbandonate, la natura si riprenderà le Alpi?

Con il limite delle nevicate che si alza, 186 stazioni sciistiche francesi hanno chiuso, mentre il riscaldamento globale ne minaccia altre decine

OQuando la stazione sciistica di Céüze 2000 chiuse a fine stagione nel 2018, i lavoratori davano per scontato che sarebbero tornati l'inverno successivo. Le mappe delle piste erano impilate accanto a una spillatrice; i turni del personale erano appesi al muro.

Sei anni dopo, un giornale ingiallito datato 8 marzo 2018 giace piegato su un lato, come se qualcuno lo avesse appena sfogliato durante un momento di silenzio. Una bottiglia d'acqua mezza vuota è rimasta sul tavolo.

La stazione sciistica Céüze 2000 quando la neve era abbondante.

La stazione sciistica di Céüze, nelle Alpi meridionali francesi, era aperta da 85 anni ed era una delle più antiche del Paese. Oggi è una delle decine di stazioni sciistiche abbandonate in tutta la Francia, parte di un nuovo paesaggio di " stazioni fantasma ".

Più di 186 impianti sono già stati chiusi definitivamente , sollevando interrogativi su come lasceremo le montagne, tra gli ultimi spazi selvaggi d'Europa , una volta che gli impianti di risalita smetteranno di funzionare.

Mentre il riscaldamento globale spinge più in alto il limite delle nevicate sulle Alpi, migliaia di strutture vengono lasciate marcire, alcune delle quali crollano e contaminano il terreno circostante, alimentando il dibattito su cosa dovrebbe accadere ai resti di antichi stili di vita e se lasciare che la natura si riprenda le montagne.

Le nevicate a Céüze iniziarono a diventare inaffidabili negli anni '90. Per essere economicamente sostenibile, la stazione doveva rimanere aperta per almeno tre mesi. Nell'ultimo inverno, riuscì a rimanere aperta solo per un mese e mezzo. Nei due anni precedenti non era stata in grado di operare affatto.

L'apertura del resort ogni stagione è costata all'autorità locale fino a 450.000 euro (390.000 sterline). Con l'accorciarsi della stagione, i conti non tornavano più. Per evitare una spirale di debiti, si è deciso di chiudere.


Gli chalet sono situati in fondo a un pendio, coperti da un sottile strato di neve e di erba stentata.

Il resort ha chiuso definitivamente durante l'inverno 2020 a causa della mancanza di neve. Fotografia: Thomas Valentin/The Guardian

"Ci costava di più tenerlo aperto che tenerlo chiuso per la stagione", afferma Michel Ricou-Charles, presidente del consiglio comunale locale di Buëch-Dévoluy, che sovrintende al sito. Anche con le proiezioni più ottimistiche, il futuro appariva cupo. "Abbiamo valutato l'utilizzo di neve artificiale, ma ci siamo resi conto che avrebbe ritardato l'inevitabile", afferma.

Ci vollero sette anni prima che camion ed elicotteri arrivassero per iniziare a rimuovere i piloni. Eppure, la comunità locale era addolorata per la perdita del piccolo resort a conduzione familiare, che aveva ospitato generazioni di ricordi. Quando iniziarono le demolizioni, arrivarono per prendere dadi, bulloni e rondelle come ricordo di ciò che avevano perso.

Degrado del terreno selvaggio

In Francia, oggi ci sono 113 impianti di risalita abbandonati, per una lunghezza totale di quasi 63 km , di cui quasi tre quarti in aree protette. Non si tratta solo di infrastrutture sciistiche. L'associazione Mountain Wilderness stima che ci siano più di 3.000 strutture abbandonate sparse per le montagne francesi, che stanno lentamente degradando il territorio selvaggio più ricco d'Europa. Tra queste, rifiuti militari, industriali e forestali, come vecchi cavi, frammenti di filo spinato, recinzioni e vecchi macchinari.

In Francia ci sono 113 impianti di risalita abbandonati, quasi tre quarti dei quali si trovano in aree protette. Fotografia: Thomas Valentin/The Guardian

La stazione sciistica di Céüze sta rapidamente diventando uno di questi inquinanti. La piccola cabina di legno alla base del primo skilift sta perdendo l'isolamento. Le corde un tempo utilizzate per delimitare le piste sono a brandelli e pezzi di plastica cadono da un pilone. I vecchi capannoni alle estremità degli skilift contengono spesso ancora trasformatori, amianto, oli motore e grassi. Col tempo, queste sostanze si infiltrano nel terreno e nell'acqua.

La corrosione e la ruggine delle strutture metalliche lasciate dalla seconda guerra mondiale, come le rotaie anticarro e le punte metalliche, hanno portato a cambiamenti nelle specie vegetali della zona circostante, offrendo potenzialmente un'idea di cosa potrebbe accadere se i tralicci venissero lasciati arrugginire nei prossimi decenni.

"In latino diciamo memento mori : ricorda che sei mortale. Non pensare di creare cose eterne; finiranno per diventare obsolete", afferma Nicolas Masson, di Mountain Wilderness, che si batte affinché le vecchie infrastrutture sciistiche vengano smantellate per fare spazio alla natura. "Quando le crei, chiediti: cosa rimarrà?"

Alcuni ritengono che le località sciistiche dovrebbero rimanere paesaggi commemorativi, in onore delle generazioni di persone che hanno vissuto e sciato qui; altri credono che dovrebbero essere restituite allo stato selvaggio, dopo aver rimosso i loro macchinari in disfacimento.

L'ecologo Nicolas Masson partecipa a una campagna per smantellare le vecchie infrastrutture sciistiche. Fotografia: Thomas Valentin/The Guardian

Il recupero della natura


La demolizione di Céüze è iniziata il 4 novembre 2025, un mese prima dell'inizio della stagione sciistica. Gli impianti di risalita del resort sono stati trasportati via elicottero per ridurre al minimo l'impatto ambientale e la compressione del terreno.

La legge francese impone la rimozione e lo smantellamento degli impianti di risalita non più in uso. Tuttavia, la legge si applica solo agli impianti di risalita costruiti dopo il 2017. La maggior parte ha una durata di 30 anni, quindi nessun impianto sarà considerato obsoleto almeno fino al 2047. Il processo è anche costoso: lo smantellamento di Céüze costerà 123.000 euro. Ciò significa che la maggior parte delle infrastrutture sciistiche abbandonate viene lasciata a disintegrarsi sul posto. Ciò che sta accadendo a Céüze è raro.

Con i piloni rimossi e la stazione sciistica chiusa da sette anni, si vedono già i primi segni di ripresa ecologica. Una foschia rossa aleggia sulla neve bianca: le bacche invernali della rosa canina stanno germogliando dove la pista non viene più tagliata.

Si possono vedere le bacche sugli arbusti di rosa canina che stanno iniziando a fiorire ora che la pista non è più libera per gli sciatori. Fotografia: Thomas Valentin/The Guardian

Le bacche sono un'importante fonte di cibo invernale per uccelli come il raro gracchio corallino, e i loro steli spinosi vengono utilizzati per la costruzione del nido in primavera. In estate, orchidee e genziane gialle fioriscono su questi pendii. Le colline che circondano il sito sono classificate come Natura 2000 , il che significa che ospitano la fauna selvatica più rara e protetta d'Europa.

Anche gli alberi stanno ricrescendo. "Non so se ci vorranno 10, 20 o 50 anni, ma questa sta diventando una foresta", dice Masson.

Cinghiali e caprioli che vivono in queste foreste trarranno beneficio da inverni più tranquilli. Uccelli come il gallo cedrone si riparano dal freddo intenso in inverno scavando nella neve e preferiscono la neve farinosa e profonda, proprio come gli sciatori. La specie è in pericolo di estinzione in tutte le catene montuose della Francia .

Lo smantellamento di Céüze avviene in un momento in cui molti spazi naturali si stanno riducendo. Pierre-Alexandre Métral, geografo dell'Università di Grenoble Alpes, che studia le stazioni sciistiche abbandonate, afferma: "C'è molto dibattito sulla natura di questo smantellamento: si tratta semplicemente di rimuovere elementi meccanici o stiamo cercando di riportare le montagne a una sorta di stato originale?"

Il recupero ecologico può essere pieno di sorprese, afferma, sottolineando che la manutenzione delle piste può essere benefica per alcuni fiori alpini. "Se lasciamo che la natura riprenda spontaneamente – in modo selvaggio e incontrollato – corriamo anche il rischio che alcune specie invasive, tendenzialmente più forti, possano colonizzare più rapidamente", afferma Métral.

Sono state condotte poche ricerche in questo ambito, ma gli studi sulla chiusura della stazione sciistica di Valcotos nella Sierra de Guadarrama di Madrid nel 1999 dimostrano che ciò ha portato a un significativo recupero della vegetazione autoctona e a corsi d'acqua più puliti, riducendo al contempo l'erosione del suolo.

"Si tratta di laboratori di come potrebbe essere la montagna in futuro con nuove chiusure", afferma Métral.

Sull'orlo del baratro


La questione di cosa fare di questi luoghi si rifletterà sulle montagne europee e in tutto il mondo. Lo sci sta scomparendo da molti paesaggi alpini. "Molti di quelli più in basso sono già chiusi", afferma Masson. "Una frazione di grado cambia tutto nell'ambiente montano. È la differenza tra avere neve e non averne."

Le ricerche suggeriscono che, con un riscaldamento globale di 2 °C (3,6 °F), più della metà delle stazioni sciistiche esistenti rischia di avere poca neve. Le stazioni sciistiche più elevate sono vulnerabili alla perdita di permafrost , che minaccia i piloni che vi sono stati perforati. Alcune stazioni, come St-Honoré 1500, sono state abbandonate prima ancora che la costruzione fosse completata . Anche le stazioni più grandi, che in genere hanno fondi da investire in nuove piste e innevamento artificiale, stanno lottando per sopravvivere .

Per alcuni, la perdita di Céüze sembra prematura. Richard Klein, che vive a Roche des Arnauds, vicino a Céüze, ritiene che la stazione sciistica avrebbe potuto – e dovuto – essere salvata. "È un posto meraviglioso per imparare a sciare, è il migliore. Penso che sia stato davvero stupido che l'abbiano chiusa", dice. "C'era sempre un sacco di gente". Klein ritiene che l'autorità locale avrebbe dovuto iniziare a utilizzare la neve artificiale, aggiungendo: "Ora è troppo tardi".

Eppure la vita non è scomparsa da Céüze. Nell'ottobre 2025, l'Hotel Galliard del resort verrà venduto a un costruttore che intende riaprirlo per eventi, secondo Ricou-Charles. Un costruttore immobiliare ha acquistato la residenza per le vacanze dei bambini e un falegname si è trasferito nell'edificio dove si trovava la vecchia biglietteria. Le stanze utilizzate come colonia per le vacanze dei bambini presentano crepe lungo i lati, ma potrebbero riaprirsi in futuro.

"Céüze continuerà a vivere, nonostante la perdita del resort", afferma Ricou-Charles. "Non piangiamo Céüze perché non è morta".

Nei fine settimana invernali decine di auto si radunano ancora nel parcheggio, mentre le persone si dedicano ad attività più tranquille sul pendio, come passeggiate, ciaspolate, sci di fondo e slittino.

A Masson non piace il termine "località fantasma" perché suggerisce un abbandono totale, quando la situazione nella sua zona è più complessa. "La gente continua a venire", dice. "Non abbiamo bisogno di grandi macchinari per rendere le montagne attraenti".

Ciò che accade a Céüze è uno sguardo a un futuro che attende decine di altre piccole località e paesaggi montani in tutta Europa . "Qual è il nostro patrimonio che vorremmo preservare", si chiede Masson. "E cos'è solo una rovina che vogliamo smantellare? Questa è una domanda che dobbiamo porci ogni volta e che richiede una riflessione."