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domenica 21 giugno 2026

Al capezzale della democrazia

Luciano Canfora 
Come sfiorisce la democrazia

Corriere della Sera, 21 giugno 2026

Marco Revelli ha in comune con Bernie Sanders la fiducia nella possibilità di rivitalizzare il meccanismo, notoriamente inceppato, della democrazia politica nei Paesi nei quali di essa ancora si discorre (Stati Uniti e parte dell’Europa). Revelli lo fa in un libro lucidamente pessimistico tranne che nel capitolo finale (La democrazia è antiquata, Laterza); Sanders lo propone con slancio giovanile da un capo all’altro del suo recente pamphlet Contro l’oligarchia (Chiarelettere). Revelli punta su di una opera di rieducazione: «Occorrerà — scrive — una diffusa, impegnativa, paziente opera pedagogica, di pedagogia dal basso, da parte delle élite culturali che vorranno parteciparvi e dai settori di società che se ne sentiranno coinvolti»; obiettivo: «ricostruire un senso condiviso di orgoglio per la propria libertà e di responsabilità per il proprio vivere in comune»; «impresa improba», commenta. Sanders è lineare: lo scontro — è questo il succo del libro — è tra popolo e oligarchia, e l’oligarchia — spiega — sono gli ultraricchi. Egli è efficace nel descrivere la pessima condizione di vita dei cittadini statunitensi (il 58% ritiene che la vita sia peggiorata rispetto a cinquanta anni fa); ne deduce — con un salto logico — che «il popolo americano vuole un cambiamento reale» e propone un vasto programma di governo, al cuore del quale pone significativamente «dare a tutti una istruzione di qualità».

Piace ricordare, a questo proposito, che il nesso educazione (permanente)-democrazia, col corollario che al venir meno della prima deperisce la seconda, era un cardine del pensiero politico di un troppo dimenticato pensatore americano: John Dewey (1859-1952). Ci riferiamo, in particolare, al suo Democracy and Education (1916).

Il pregio peculiare di entrambi i libri non sta, forse, però tanto nelle proposte — in fondo assodate e comunque di lunga lena — quanto piuttosto nella parte analitica. Quella sviluppata da Sanders è un potente affresco, anzi una mappa, dell’attuale oligarchia planetaria. Quello che occupa la gran parte del libro di Revelli è invece una descrizione storicamente ben fondata e documentata di come, in particolare in Italia, il «demo» abbia preso via via le distanze dalla partecipazione politica fino alla attuale diserzione dalle urne (metà circa dell’elettorato non va più a votare). Beninteso, Revelli tocca molti altri aspetti del deperimento del meccanismo «democratico» in Italia, ma, con buone ragioni, si concentra in particolare sull’aberrante sostituzione del sistema elettorale proporzionale (quello sancito dall’articolo 48 della Costituzione: «voto libero, segreto, personale e uguale») con le alchimie delle leggi elettorali maggioritarie, incentrate sul presupposto terrifico e liberticida del «voto utile», il cui risultato ovvio è stato il crescente crollo della partecipazione.

L’operazione fu realizzata, e si può ben dire «orchestrata», nel biennio 1991-1993: in concomitanza con la torbida stagione, detta in modo autocelebrativo «Mani pulite», che scientemente portò alla distruzione dei partiti politici che per quasi mezzo secolo erano stati l’architrave e l’ossatura della Repubblica. («I partiti sono la democrazia che si organizza» aveva argomentato Togliatti alla Costituente). Di lunga lena era stato il processo di discredito: il pannellismo aveva da assai tempo contribuito alla disgregazione con la insulsa formula, ossessivamente ripetuta, della «partitocrazia».

Giova ricordare, a questo proposito, che la ferita inferta al proporzionale avvenne per via referendaria (il «demo» — nota Revelli — fu indotto a votare contro se stesso). Ma andrebbe anche ricordato, come documentò, in quel torbido biennio, il dotto funzionario parlamentare Salamone sulla rivista della Camera «Bibliotheca», che fu per effetto di un colpo di mano di Meuccio Ruini se, all’ultimo momento, l’articolo 75 della Costituzione fu modificato e scomparve la precisazione introdotta dall’emendamento di Maria Maddalena Rossi che escludeva la materia elettorale da quelle passibili di referendum.

Ben sappiamo che l’assalto al proporzionale partì presto, con la famigerata «legge truffa» (1952) sconfitta il 7 giugno del 1953 (elezioni politiche per la seconda legislatura). Quarant’anni dopo l’assalto riuscì e il pilota, il non notissimo Mario Segni, ebbe il suo quarto d’ora di celebrità prima di ritornare più o meno definitivamente dietro la scena. Il paradosso fu che proprio gli eredi dei partiti che nel 1953 salvarono l’articolo 48 della Costituzione bocciando la «legge truffa» si incolonnarono, quarant’anni dopo, nell’euforia maggioritaria. Euforia di cui oggi intravediamo i crescenti, prossimi pericoli, mentre la mente corre all’antecedente vero: la legge firmata da Giacomo Acerbo (1923) che diede vita, l’anno dopo, al trionfo ducesco culminato nell’oratoria senza veli del 3 gennaio 1925.

«Ciascuno è fabbro del suo destino» diceva Appio Claudio. La politica è verità, non è utile barare, e gli errori si pagano. Speriamo che la ricetta «rieducativa», cui si appellano, per diverse vie, due militanti così nobilmente impegnati quali Marco Revelli e Bernie Sanders si riveli praticabile.


https://machiave.blogspot.com/2026/05/bernie-sanders-torino.html

martedì 24 marzo 2026

Le ragioni e le regioni del no


Diego Motta
Le città del Sud, i giovani e la difesa della Costituzione: ecco perché ha vinto il “no”
Avvenire, 24 marzo 2026

Una nuova “questione meridionale” si aggira per l’Italia. Il “no” ha fatto il pieno nelle regioni del Mezzogiorno, tanto temute alla vigilia dalla maggioranza di governo. I numeri sono impressionanti e descrivono una valanga di voti contrari alla riforma, che è partita nelle grandi città e ha dilagato un po’ ovunque: a Napoli i contrari alla riforma sono stati addirittura il 75%, a Palermo il 69%, a Bari il 62%, a Roma il 60%. Il traino sulle Regioni è stato fortissimo e ha pesato, in percentuale, ancor di più di quello, in un certo modo scontato, delle cosiddette regioni “rosse”, Emilia Romagna e Toscana, peraltro decisive nella fase iniziale della campagna elettorale, quando questi territori hanno creato la base e il mood necessario per la rimonta, visto il vantaggio iniziale favorevole allo schieramento del "sì". Anche Genova e Torino (in entrambi i casi il “no" ha raggiunto il 64%) e la stessa Milano (58% per i “no”) hanno confermato che l’ostacolo più grosso alla riforma è arrivato dalle metropoli.

L’effetto giovani sul voto

Emblematico è il dato delle regioni del Sud: il “no” in Campania ha superato il 65%, in Sicilia il 60%, poco sotto si sono fermate anche Sardegna e Puglia. «L’opposizione è riuscita a mobilitare il proprio elettorato, a differenza dell’esecutivo. C’è una motivazione storica legata ai comportamenti elettorali – spiega il politologo Marco Valbruzzi, che insegna all’Università di Napoli - : il centrosinistra nei centri urbani del Meridione ha una rete consolidata che funziona, spesso legata alla società civile. È un’appartenenza prepolitica, che è servita molto in questi casi. Di converso, invece, il centrodestra non è riuscito a intercettare l’elettorato marginale, che nelle aree interne non ha trovato buoni motivi per recarsi ai seggi: non c’era una spinta sociale favorevole in queste zone del Paese, forse anche per via di una situazione economica che si è fatta via via più negativa nell’ultimo periodo». L’ultimo paradosso è stato proprio questo: nella consultazione che ha segnato il risveglio della partecipazione, con un’affluenza superiore al 58%, l’esecutivo ha finito per pagare l’assenza dai seggi della sua base, in un territorio enorme e poco presidiato, come il Sud del Paese. L’alta affluenza del Nord, che ha visto il “sì” prevalere in Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, non è bastata per compensare la fuga verso il “no” del Centro-Sud. È accaduto come nel 2006, ai tempi del referendum sulla cosiddetta devolution di bossiana memoria: l’asse lombardo-veneto (cui si è aggiunto in questa tornata il Friuli-Venezia Giulia) è rimasto l’ultima roccaforte, la vera trincea da cui affrontare la battaglia elettorale. Eppure dall’analisi dei flussi elettorali emerge anche un altro dato rilevante dentro i partiti: secondo il consorzio Opinio Italia, la quota di dissenso dentro le forze della maggioranza è stata alta, più del previsto. In Forza Italia, il 17,9% ha votato “no”, in Fratelli d’Italia più dell’11%, nella Lega il 14%: è il segnale di una maggioranza tutt’altro che coesa sui temi della giustizia. Interessante anche la stima sull’età dei votanti: tra i 18 e i 34 anni si sono espressi al 61,1% per il “no” e al 38,9% per il "sì", tra i 35 e 54 anni il 53,3% ha votato "no" e il 46,7% "sì"; oltre i 55 anni la forbice si assottiglia (il 49,3% si è schierato per il “no”, il 50,7% per il “sì”).

Lo spirito girotondino

Poi ci sono le ragioni legate alla stagione politica che stiamo vivendo, che non vanno ovviamente sottovalutate. Il 61% di chi ha votato “no” lo ha fatto perché non voleva che si modificasse la Costituzione, secondo gli instant poll di YouTrend. «Un pezzo di società civile, con lo spirito che una volta avremmo definito girotondino, è riemerso per avvisare il Palazzo – continua Valbruzzi -: non si tocchi la Carta e, al limite, se proprio di revisione costituzionale dobbiamo parlare, si pensi a un percorso condiviso». C’è stato dunque un richiamo della foresta anche per tanti elettori incerti sul da farsi: nel dubbio, meglio andare e votare “no”. Per questo, l’impressionante impegno, televisivo e non solo, della premier Meloni alla fine «non ha spostato nulla»: ha risvegliato e galvanizzato i suoi, ma ha fatto altrettanto con chi stava all’opposizione. «L’unico effetto che ha sortito è stato quello di portare più gente al voto, scaldando il clima della competizione». Partita per non politicizzare la contesa, la premier è così finita in trappola. Non è detto adesso che il voto del referendum sia sovrapponibile a quello delle prossime Politiche, anzi. «Dobbiamo entrare nella dimensione del voto d’opinione, che è diverso da quello d’appartenenza ideologica. Ad esempio - osserva Valbruzzi – la sovraesposizione degli esponenti della sinistra per il “sì” è stata evidente e alla fine ha spostato poco. Ora si tratterà di vedere se lo schieramento del “no” diventerà anche il Campo largo del “no”. Quel che è certo è che Meloni finirà la legislatura da “anatra zoppa”. In fondo, per lei, il referendum è stato come il voto di mid term e l’ha perso».



mercoledì 3 dicembre 2025

La scatola vuota della democrazia

Michele Ainis 
La democrazia da ricostruire

la Repubblica, 3 dicembre 2025

La democrazia italiana è ormai un corpo essiccato. Ne rimane la forma, ne osserviamo le sembianze; e ci appaiono illese rispetto a come vennero disegnate otto decenni fa, per mano dell’Assemblea costituente. Persiste la medesima forma di governo — “parlamentare”, è questa la sua denominazione.

E in effetti a Roma continua ad abitare un Parlamento, così come un governo e un capo dello Stato, le cui prerogative formali non sono mai state negate, né corrette. Al centro non meno che in periferia si tengono elezioni per rinnovare una quantità di organi (anche troppi), e si tengono a cadenza regolare. Nella terra di mezzo tra società politica e società civile disputa una quantità di partiti e sindacati (anche troppi), ciascuno con la propria bandierina. E su tutti vigila una quantità di tribunali e controllori della più varia risma (anche troppi).

Ma le apparenze ingannano, come si suol dire; e non è mai stato così vero. Giacché la sostanza della democrazia italiana, di ciò che ne rimane, è divaricata dal suo aspetto formale. Le leggi le scrive il Consiglio dei ministri, inondando le Camere d’una pioggia di decreti. Le ulteriori regole della nostra convivenza provengono dalla magistratura, che una legislazione confusa e alluvionale obbliga a scegliere fiore da fiore, e anche a stabilire di che colore è il fiore.

Ciascuno s’esercita nel mestiere altrui, è questo lo spettacolo perenne. D’altronde anche gli eletti si sono impossessati del mestiere che un tempo toccava agli elettori. Le consultazioni nazionali avvengono sotto dettatura, con i listini bloccati dove i capipartito decidono l’elenco dei promossi. Ma pure quelle locali trovano un esito per lo più scritto in anticipo, e infatti non c’è stata alcuna sorpresa nelle sette elezioni regionali degli ultimi due mesi.

Insomma, la democrazia è divenuta una finzione. E allora perché mai dovremmo crederci? Difatti il teatro si sta svuotando dei propri spettatori. Ci allarmammo, propagando alti lamenti, quando la partecipazione crollò al 60 per cento del corpo elettorale. Adesso viaggia poco sopra il 40 per cento. E di questo passo lo sciopero del voto finirà per risucchiarci in una crisi terminale della democrazia, come nel Saggio sulla lucidità di José Saramago, dove un diluvio di schede bianche viene contrastato con le maniere forti dal governo.

Tuttavia l’astensionismo è l’effetto della crisi, non la sua scaturigine. Le cause dipendono dal senso d’impotenza che ti morde alla gola quando scopri che il copione è già tutto scritto, e a te resta soltanto d’applaudire. Dipendono dal ritiro della delega verso politici che percepisci come mediocri o in malafede, salvo magari consegnare i tuoi destini, per un’ultima speranza o per disperazione, al capo carismatico che saprà risollevarli.

E dipendono, infine, dal brodo culturale nel quale siamo immersi. Questo è il tempo della disintermediazione, che ha messo in crisi tutti i gruppi sociali dei quali facevamo parte — la scuola, il quartiere, l’oratorio, la fabbrica, il partito. Ed è un tempo digitale, nel quale ogni attività della nostra esistenza — il lavoro, la corrispondenza, gli acquisti, le riunioni — si svolge attraverso lo schermo d’un computer.

Sicché è questa l’urgenza che ci attende. Dobbiamo ricostruire una democrazia bene ordinata, in cui ciascuno s’attenga al proprio ruolo, senza invadere le competenze altrui. Una democrazia responsabile, fondata sull’accountability, sul rendere conto dei fatti e dei misfatti; e con meccanismi che la rendano cogente, dato che alle nostre latitudini, dal Garante della privacy in giù (o in su), non si dimette mai nessuno.

Sarebbe prezioso, per esempio, l’antico istituto del recall — ossia la revoca degli eletti immeritevoli, attraverso un referendum personale indetto in corso di mandato — che tutt’oggi trova applicazione in mezzo mondo, dalla Svizzera agli Stati Uniti, dal Canada al Giappone.

E infine dobbiamo usare l’innovazione digitale contro se stessa, contro la sua vocazione autoritaria. Come? Rafforzando il referendum e consentendo il voto online in ogni consultazione elettorale, come avviene in Estonia e in varie altre contrade.

Ma per rinvigorire la democrazia italiana non serve una Costituzione tutta nuova. Serve piuttosto prendere sul serio il suo principio fondativo: la sovranità popolare.


lunedì 3 novembre 2025

Gian Mario Bravo in una veste inedita


Martedì 18 novembre 2025 dalle 10.15 alle 13 si terrà presso la sala seminari della Fondazione Firpo, al I piano della Biblioteca Nazionale Universitaria, la giornata di studi 
Impegno, rigore, passione. Gian Mario Bravo e la ricerca storica. Presiederà Manuela Ceretta. Interverranno Giuseppe Bonfratello, Francesca Chiarotto, Gianfranco Ragona, Luca Sansone.

Ingresso libero previa registrazione all’ingresso della Biblioteca Nazionale (con documento d’identità)

Gian Mario Bravo ha combattuto per tutta la vita l'estremismo politico. Certo non era contrario alla partecipazione elettorale dei cittadini. Non era un astensionista di principio, tutt'altro. Ed ecco che la sua memoria viene rievocata in un contesto che vede in una posizione di assoluto rilievo un movimento estremista e astensionista di principio, Lotta comunista. Non è un bello spettacolo. 

Lotta comunista nella persona di Giuseppe Bonfratello mi ha gentilmente messo al corrente dell'iniziativa, che figura anche sul sito della Fondazione Firpo. La Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci ha accordato il suo patrocinio. A Giuseppe Bonfratello ho scritto il seguente messaggio che qui rendo pubblico:

 Caro Giuseppe,

Sempre ti ringrazio per la sollecitudine con cui mi informi di questa pur lodevole iniziativa. Non mi sento tuttavia di dare la mia adesione. A me è stato dato di conoscere un accademico sicuramente rigido nella fedeltà alla sua visione del mondo ma al tempo stesso capace di una grande apertura nei confronti del diverso. Dove per diverso non intendo il diverso in generale, ma ciò che non rientrava nel quadro delle sue convinzioni. Era certamente un laico, non per questo era chiuso al dialogo con gli ecclesiastici, ricordo in particolare il caso di Ermes Segatti. Ugualmente era un marxista di stretta osservanza, eppure tra i suoi allievi nessuno ha veramente reincarnato quel ruolo. Spinti da lui Gianfranco Ragona e Aurelia Camparini hanno seguito altre strade. E non parliamo di Manuela Ceretta, allieva acquisita. Operare una scelta in favore di una tendenza più di altre significativa e importante si può, non so quanto sia lecito e giusto. Preferisco conservare nel mio cuore l'immagine del maestro che mi ha voluto bene e mi ha sostenuto pur consapevole della distanza che ci separava. A mio parere si sarebbe potuto dare all'iniziativa un'impronta di maggiore apertura. Capisco, purtroppo i tempi non si prestano alla cura delle particolarità dissonanti. Avrei preferito che invece prevalesse un maggiore rispetto per la polivalenza del personaggio a noi tutti caro e da noi tutti ritenuto degno di considerazione e di studio per il valore della sua opera. 

Grazie per l'attenzione.
Con un cordiale saluto,

Giovanni Carpinelli

domenica 19 ottobre 2025

Le urne vuote

Antonio Floridia
Nessuno vuole più convincere gli elettori ad andare al seggio

il manifesto, 19 ottobre 2025

Si può discutere dell’astensionismo senza cadere nella retorica che, sempre più spesso, accompagna i discorsi correnti sul tema? L’astensione è un comportamento individuale in cui si condensano dimensioni, politiche, culturali e simboliche.

Qui possiamo provare ad elencarne solo alcune, precisando che, di volta in volta, possono combinarsi tra loro. Nel 1995, tre scienziati politici americani si chiesero: «perché la gente non va a votare?». La loro risposta ci offre una traccia utile per rimettere in ordine le cose: per tre motivi, dissero, perché «non possono» (impedimenti oggettivi), perché «non vogliono» (per le più svariate ragioni: protesta, apatia, indifferenza, estraneità), ma anche perché «nessuno glielo ha chiesto», ossia perché nessun attore politico è stato in grado di rivolgersi loro direttamente per dare motivazioni e aiutarli nella scelta di voto, offrendo loro quelle che si chiamano «scorciatoie cognitive», elementi di conoscenza e di informazione sulla cui base gli elettori si possono orientare.

E allora, tra i tanti fattori da prendere in considerazione, si può dire che una delle cause fondamentali dell’astensionismo non è tanto (o solo) la protesta «contro» i partiti, quanto il fatto che non ci sono più partiti degni di questo nome. Alle origini dei partiti moderni, negli Stati Uniti degli anni Trenta dell’Ottocento, le prime organizzazioni nascono come risposta al primo allargamento del suffragio, quando comincia a configurarsi una democrazia di massa: i partiti avevano innanzi tutto il compito di costruire relazioni stabili e organizzate con l’elettorato (ad esempio, aiutandoli nelle procedure di registrazione), non essendo più sufficienti le vecchie relazioni notabilari. Oggi, questa funzione sembra esaurita, ma, ciò che più conta, non ci si pone più nemmeno il problema di come possa essere ricostruita in forme nuove.

Ma c’è molto di più. Si dice solitamente: l’astensionismo nasce dalla crisi della capacità rappresentativa dei partiti. Vero, ma in questa considerazione si può celare un’insidia populista: questa capacità è in crisi non perché i «partiti non ascoltano più cosa dice la gente», ma perché i partiti non sanno più costruire la rappresentanza. Quest’ultima non è un processo che nasca spontaneamente «dal basso»: nasce «dall’alto», dalla visione strategica di attori politici che cercano di strutturare, selezionare, dare forma e voce politica, alla molteplicità disparata di opinioni e interessi che pullulano nella società, che cercano di filtrare anche le pretese, spesso irragionevoli e contraddittorie, che vengono dai cittadini.

Tra le variabili da considerare ci sono poi quelle istituzionali: le regole contano, quando si tratta di stabilire chi e come entra in gioco. Ebbene, contrariamente alla vulgata che ci portiamo dietro da trent’anni, la personalizzazione della politica non incentiva la partecipazione. Se il voto non esprime più, innanzi tutto, la propria identità politica, ma si riduce alla scelta tra due persone, le motivazioni alla base del voto inevitabilmente si restringono. Il sistema presidenzialistico in vigore nelle regioni italiane è una iattura. Se ne dovrà riparlare, anche perché, nonostante il clamore mediatico di cui sono circondati i cosiddetti «governatori», gli elettori oramai percepiscono le elezioni regionali come elezioni di quart’ordine (dopo le politiche, le comunali e le europee). E anche questo conta: la percezione della rilevanza della posta in gioco è un fattore che incentiva l’astensione. E poi, i partiti: oggi, la campagna elettorale è fatta sostanzialmente dai leader, in qualche occasione pubblica e sulla scena mediatica, e poi soprattutto dai candidati a caccia di preferenze, ma questa caccia si svolge sempre più in una sorta di «riserva», in un territorio ristretto e già arato, quello delle relazioni personali o dei legami con i gruppi di potere. Come si può pensare che in queste condizioni, la gente – quella «fuori dal giro» – possa andare a votare? Alla base dell’astensionismo c’è anche questo crescente dualismo tra gli elettori «forti» (dal punto di vista delle relazioni e della dotazione culturale) e gli elettori marginali e periferici (sia in senso sociale, che culturale e territoriale).

In Toscana, domenica scorsa, ha votato il 48% (come già dieci anni fa, peraltro): ma se alle elezioni regionali del 1985 aveva votato il 92,8%, non si può pensare che allora fossero tutti cittadini super-informati, super-motivati e iper-politicizzati: c’erano ancora i partiti di massa (tutti) che curavano il rapporto con questi elettori, e soprattutto organizzavano le campagne elettorali, come partito, per raggiungerli e convincerli a votare. Chi è che fa questo lavoro, oggi?

domenica 19 gennaio 2025

I convegni paralleli di Milano, Orvieto e Brescia

 


Wanda Marra, Tutti al centro: da Ruffini a Gentiloni, fronda anti-elly
Il Fatto Quotidiano, 19 gennaio 2025

“Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Era stato Vincenzo De Luca a citare Montale qualche giorno fa, ma questi versi sembrano perfetti per descrivere il Pd, che ieri si è riunito addirittura in tre diversi eventi. A Milano, dove Pierluigi Castagnetti e Graziano Delrio per l’associazione cattolica “Comunità democratica” hanno organizzato una giornata che aveva il suo clou nell’essere la prima uscita politica di Ernesto Maria Ruffini, futuribile federatore del centrino o leader di un partito che non c’è, o magari aspirante federatore di tutto il centrosinistra. Forse. A Orvieto, dove Libertà Eguale (della premiata ditta Stefano Ceccanti & Giorgio Tonini) ha invitato Paolo Gentiloni, aspirante presidente della Repubblica, per molti, per altri, invece, da arruolare subito alla causa del centrino o al ruolo di federatore. E poi a Brescia, dove Andrea Orlando e Pierluigi Bersani hanno animato un dibattito nella ricerca di “Qualcosa di sinistra”. Minimo comun denominatore: la denuncia dell’assenza di dialogo nel Pd della Schlein. Lo fa Ruffini (“Qual è la proposta della sinistra? Dove è stata discussa?”), lo fa Gentiloni (“Oggi si è aperta una grande fase di discussione”); lo fa Orlando (“Bene l’unità, ma non temere la discussione”). Un modo per attaccare la segretaria a bassa intensità. A Milano c’è l’iniziativa di punta, quella dei cattolici, che però ci tengono a chiarire che non bisogna fare un partito cattolico (Prodi su tutti, che infatti presenzia solo in collegamento). Però arrivano circa

500 persone e svariati rappresentanti del mondo cattolico, tra esponenti storici (che fanno tanto nostalgia) e personalità impegnate oggi. Ci sono Francesco Russo, che sta organizzando la rete di Trieste, Paolo Ciani di Demos, il presidente delle Acli, Manfredonia. Ma anche Lorenzo Guerini, Beppe Sala, gli ex ministri Maria Pia Garavaglia e Giuliano Poletti, l’ex segretario della Cisl, Savino Pezzotta. E, in prima fila, Maria Elena Boschi, che - in rappresentanza di Renzi - cerca di “controllare” Ruffini per intestarselo un po’, mantenendo le distanze.

L’intervento dell’ex numero 1 dell’agenzia delle Entrate, che parla per 20 minuti, leggendo delle pagine scritte, alla ricerca di un piglio da leader che per ora non ha di certo affinato, è a suo modo istruttivo: “Quando sono stato invitato a partecipare”, dice, “ho chiarito che sarei venuto”, “non per parlare di me, o di un partito”, “tantomeno di una corrente”, “neppure per parlare di un posizionamento in uno spazio geometrico astratto come il ‘Centro’”; “ancor meno per discutere di come ritagliarsi uno spazio come partito o corrente sotto l’insegna della religione cattolica”. Perché, “‘partito’ e ‘cattolico’ possono essere considerati due concetti in contraddizione tra loro. Uno definisce la parte; l’altro l’universalità”. E mette il dito nella piaga: “Non si tratta di costruire nuovi partiti o nuove aree, si tratta di coinvolgere nuovi elettori”. Iniziare con una critica così radicale non è da tutti. Per ora, l’obiettivo non sembra proprio facile, anche a sentire chi sostiene che l’operazione serve a conquistare seggi dentro al Pd (o costruire un partito che garantisca seggi). Di certo, Elly Schlein ha fatto sapere che di qualcuno che costruisca una formazione al centro ha bisogno, Prodi guida la fronda di chi crede che la segretaria non sia adatta a fare la premier, Ruffini ha in programma un tour per l’autunno. Il resto si vedrà.


Il Sole 24ore, 19 gennaio 2025


Ruffini in campo: no partiti, servono nuovi elettori
Prove di centro. I cattolici a Milano e i riformisti a Orvieto lanciano la sfida a Schlein: manca una visione di Paese. Gentiloni: il riformismo è del Pd, non si può appaltare ad altri

Nessun nuovo partito centrista né tantomeno cattolico, né una nuova corrente del Pd. Ma a Milano, al convegno dei cattolici democratici “Comunità democratica” organizzato dal senatore dem Graziano Delrio, Ernesto Maria Ruffini è già indicato come l’uomo nuovo (copyright di Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario del Partito popolare italiano). E lui, Ruffini, da poco dimessosi dalla guida dell’agenzia delle Entrate in polemica con il governo di destra-centro, è sicuramente in campo. Per fare cosa ancora non è chiaro, anche se tra Delrio e il padre dell’Ulivo Romano Prodi non si esclude un contenitore futuro al di fuori del Pd. Ma è chiaro, dopo ieri, il target a cui Ruffini vuole rivolgersi: il mondo dell’astensionismo, il mondo giovanile, e anche il mondo moderato che al momento è raccolto a destra. «David Sassoli è stato fondamentale nella costruzione della maggioranza Ursula - dice Ruffini ricordando l’ex presidente dem del Parlamento europeo prematuramente scomparso all’inizio del 2022 -. Forse, se ci fosse ancora lui, ci farebbe riflettere di come questa maggioranza potrebbe diventare una scelta solida per essere alternativi alla destra. Alla destra dobbiamo essere alternativi con una scelta politica chiara e condivisa, senza essere nemici della destra». Il modello è dunque la maggioranza Ursula, e come è noto della maggioranza Ursula fa parte Forza Italia.

Eppure, se il posizionamento politico di Ruffini appare chiaro, l’ex Mr Fisco si tiene alla larga dall’indicare singoli punti programmatici, singole policies, e soprattutto si tiene alla larga dai temi di politica internazionale. E si capisce: al convegno di Comunità democratica sono presenti molti pacifisti “integrali”, dal deputato espressione di Sant’Egidio Paolo Ciani al presidente delle Acli Emiliano Manfredonia. È in questo contesto che irrompe l’intervento in videoconferenza di Giorgio Tonini da Orvieto, dove a loro volta i “liberal” di Libertà Eguale tengono la loro annuale assemblea (il collegamento ideale dei due eventi è suggellato dall’intervento di Castagnetti, subito dopo, seguito in videoconferenza da Orvieto).

«A Castagnetti e a me - dice Tonini - è stato così affidato il compito di interloquire con entrambe le platee, per rendere concretamente sperimentabile il nostro convergere attorno a comuni preoccupazioni e intenzioni. E la principale preoccupazione che ci accomuna riguarda il futuro della democrazia». E per Tonini - così come per i cofondatori di Libertà Eguale Enrico Morando, Stefano Ceccanti e Claudia Mancina - difesa della democrazia significa difesa senza se e senza ma dell’Ucraina dall’aggressione russa e significa un esercito comune europeo («mettere a fattor comune 27 piccole e medie forze armate darebbe all’Europa forza e autorevolezza: nei confronti dei nemici delle democrazie, ma anche nei rapporti con l’imprescindibile alleato americano»). Temi poi ripresi e sviluppati in serata dall’ex premier ed ex commissario Ue Paolo Gentiloni, che ha scelto proprio Orvieto per il suo rientro in campo dopo il quinquennio a Bruxelles («è una bellissima giornata, è bene che ci siano queste iniziative, come ha detto Prodi ce ne era bisogno: forse abbiamo avuto un periodo di mancanza di discussione e di dibattito», è la sua implicita critica alla dirigenza dem). Difesa comune Ue, certo, ma per Gentiloni la sinistra deve fare sua anche la domanda di sicurezza che viene dai cittadini e che la destra utilizza a suo vantaggio, in Italia e in Europa («l’insicurezza è uno dei problemi che la nostra comunità vive come fondamentale, sarà centrale nei prossimi anni»). Quanto al suo futuro, l’ex premier assicura di non aspirare a ruoli ma di voler solo dare il suo contributo. Ma avverte: «Delegare le istanze riformiste altrove non funziona, il riformismo deve essere compito del Pd, altrimenti non ci sarà né credibilità né alternativa di governo».

Un possibile leader che scende in campo (fuori dal Pd?) e un leader che rientra in partita (dentro il Pd?). E un unico messaggio alla segretaria del Pd Elly Schlein: senza cattolici e senza riformisti non si vincono le elezioni. «Il Pd ha l’indiscussa leadership dell’opposizione, ma non basta», è da parte sua il monito di Prodi.



martedì 19 novembre 2024

Elezioni di svolta. Verso un bipolarismo asfittico

 


L’andamento delle elezioni regionali in Emilia Romagna e in Umbria si presta a diverse riflessioni che vanno ben al di là dell’episodio. Avrà anche ragione Mario Sechi quando fa notare che non può essere questo l’inizio della riscossa destinata a condurre la sinistra al potere. Tuttavia alcuni tra i fatti che si sono verificati in questa occasione rivestono un’importanza notevole. Negli anni Sessanta Giorgio Galli ricorreva alla formula del bipartitismo imperfetto per caratterizzare il sistema politico italiano. Ora forse stiamo andando verso un bipolarismo asfittico. 
Al primo posto troviamo il crollo della Lega in entrambe le regioni. A destra in Emilia Romagna Fratelli d’Italia triplica i suoi voti,balzando dall’8,6 per cento al 23,75, Forza Italia li raddoppia, va dal 2,6 al 5,62, mentre la Lega sprofonda: aveva il 32, scende al 5,29, perde cinque voti su sei. In Umbria Fratelli d’Italia quasi raddoppia i consensi,il 10,4 diventa il 19,55, Forza Italia passa dal 5,5 al 9,31, mentre la Lega si ritrova al 7,72 dopo aver raggiunto il 37 la volta precedente. Si ha un bel dire che le elezioni amministrative sono un’altra cosa rispetto alle politiche, i sondaggi nazionali riflettono in parte una tendenza simile: la Lega ottiene un terzo del risultato attribuito a Fratelli d’Italia. Diverso è il caso dei rapporti con Forza Italia. Nelle elezioni locali Forza Italia supera agevolmente la Lega, mentre nei sondaggi i due partiti sono appaiati. La destra estrema si sta unificando sotto le bandiere della forza politica che ha un radicamento nazionale più omogeneo e che si è attestata su posizioni meno oltranziste rispetto a Salvini e ai suoi seguaci. C’è da chiedersi a questo punto se la Lega riuscirà a mantenere il controllo del Veneto e se non le converrebbe intanto cambiare segretario per poter meglio calibrare le sue scelte di fondo.
Al secondo posto c’è un altro crollo, più o meno annunciato, questo. I Cinque stelle scendono al 4,85 per cento in Umbria e al 3,5 in Emilia Romagna. Le pretese egemoniche di Giuseppe Conte appaiono quanto mai ingiustificate, se questa è la misura della forza mantenuta.  Anche in questo caso tanta agitazione e tanti distinguo per sostenere la sfida al maggiore partito della coalizione si sono rivelati inutili, se non controproducenti. La questione di sapere che fine stanno facendo i voti dei suoi dei suoi elettori passati rimane aperta.
Al terzo posto possiamo collocare la ulteriore caduta dell’affluenza: dal 67,6 al 46,42 in Emilia Romagna, dal 64,7 al 52,53 in Umbria. Un sorpasso in discesa. Il fenomeno ha molte cause. La disaffezione per la politica in quanto tale fa certo la sua parte. Altri fattori pesano ugualmente: l’indegna gazzarra a cui si riduce spesso la polemica tra i partiti maggiori, l’allarme per le insorgenze fasciste o comuniste, la disputa sull’antifascismo, le accuse alla magistratura, la trovata dell’Albania come luogo di deportazione per i migranti, le attese frustrate sul terreno delle pensioni, il mantenimento delle accise sulla benzina,e altre bizzarrie. La politica che si accapiglia e non fa, non produce decisioni utili. Ultimo elemento, la rappresentanza introvabile per quegli elettori che si erano lasciati illudere dalle sirene populiste e si ritrovano privi di rappresentanza. L’astensione insomma può essere causata sia da un eccesso che da una carenza di politica. Fratelli d’Italia dopo aver conosciuto una ascesa folgorante nel livello dei consensi sembra aver raggiunto un tetto oltre il quale non riesce ad andare. Forse questo accade per via del persistente legame con le radici fasciste di questa forza politica. Un’altra causa della stasi andrebbe individuata nello straripamento delle tentazioni autoritarie e retrograde. Questo vale anche per la Lega. Gli esempi si moltiplicano: Bandecchi, Delmastro, Valditara. Suscitano scandalo tra gli oppositori, forse rafforzano la coesione della base, difficilmente contribuiscono ad allargare i consensi. Un proverbio napoletano aiuta a capire meglio cosa succede: "trasire ‘e spighette e metterse ‘e chiatto", entrare di fianco e poi allargarsi comodi.
Il grande successo della destra nella sua versione meloniana è consistito nell’assecondare le pulsioni diffuse, nel voler apparire come un riferimento naturale e sicuro. Questo è “entrare di fianco”. I richiami identitari, la faccia feroce, le dichiarazioni roboanti non producono lo stesso effetto. Rassicurano i fedeli, mentre rischiano di spaventare il più vasto pubblico. Se la destra si allarga comoda nelle sue espressioni di volontà allarma tutti quelli che pur essendo sensibili alle sue lusinghe non sono troppo convinti e restano allora sulla soglia. Si fa tanto parlare di egemonia. Gli alleati non si conquistano agitando il bastone del comando. Si conquistano adeguando lo stile e le proposte alle loro esigenze e alle loro aspirazioni.   

lunedì 19 giugno 2017

Il significato dell'astensione


 
Paolo Segatti, Elettori a intermittenza, Il Mulino, 19 giugno 2017

Le analisi dell’istituto Cattaneo relative al primo turno delle elezioni amministrative hanno mostrato un forte calo della partecipazione rispetto alle precedenti consultazioni. Una diminuzione dell’affluenza tra i 30 e i 20 punti percentuali a seconda della zona geopolitica rispetto a quella dei primi anni Novanta, come mostra il grafico. Cosa ci dice questa forte diminuzione circa la propensione a esercitare il proprio diritto di voto da parte degli italiani? Evidentemente che il voto amministrativo sta perdendo attrazione per un numero crescente di italiani. Ma questo dato suggerisce un calo generalizzato della partecipazione di entità simile per ogni tipo di consultazione? Andrei cauto.  Poco più di sei mesi fa, come ci aveva informato sempre il Cattaneo, la partecipazione al referendum sulla riforma costituzionale è stata eccezionalmente elevata. Ovviamente referendum e amministrative sono consultazioni diverse, ma dal punto delle motivazioni individuali che spingono alla partecipazione sono entrambe consultazioni alle quali gli elettori tendono ad attribuire una rilevanza bassa. Del resto in molti dei precedenti referendum l’affluenza è stata inferiore a quella di queste amministrative.  Se invece in occasione di quel referendum il tasso di affluenza è salito a livelli giudicati eccezionali, ciò vuole dire che la mobilitazione messa in campo dalle forze politiche è stata decisiva. Sarebbe stato utile porre all’attenzione dei lettori questo dato, per segnalare che a cambiare in sei mesi non sono stati ovviamente gli elettori e i loro atteggiamenti verso la politica, ma le scelte delle forze politiche e quindi il clima politico nel quale si è votato a queste amministrative.  Il che avrebbe consentito forse una nota di ottimismo circa lo stato della cultura civica degli elettori italiani. Ma forse sarebbe stato ancora più utile comparare l’andamento nello stesso arco di tempo dell’affluenza alle politiche negli stessi comuni.  Non per fare confronti impropri tra tipi diversi di elezione, ma per mostrare che certo in entrambi i tipi di elezione l’affluenza scende, ma non scende nella stessa misura elezione dopo elezione. L’affluenza alle amministrative scende di più di quella alle politiche. Il che vuole dire che nell’ultimo quarto di secolo un certo numero di elettori tende a votare meno alle amministrative di quanto faccia alle politiche. Ma questo non significa affatto che questi elettori escano per sempre dall’arena elettorale. Se l’affluenza alle successive politiche è più alta di quella alle precedenti amministrative, ciò significa che molti poi sono tornati a votare. Andrebbero chiamati elettori intermittenti per caratterizzare il loro entrare ed uscire dall’area della partecipazione elettorale. Non sono elettori persi per sempre all’esercizio del diritto di voto.  Quanti siano gli intermittenti rispetto agli elettori costanti e agli astensionisti assidui è difficile dirlo sulla base di un confronto tra tassi di partecipazione.
Studi di qualche anno fa mostrano che sono di più degli astensionisti assidui e sono in crescita significativa dalla metà degli anni Novanta. Si tratta di un aggregato socialmente e politicamente eterogeneo la cui crescita è il risultato del fatto che le nuove generazioni di elettori non hanno maturato la stessa abitudine al voto dei loro padri. In particolare se si tratta di elezioni sentite meno importanti. In fatto poi che l’aggregato degli elettori intermettenti sia in crescita dalla metà degli anni Novanta fa pensare che al suo interno vi potrebbe essere un segmento non piccolo di elettori che decide di andare a votare o meno alle elezioni ritenute meno importanti a seconda del giudizio che dà delle prestazione del partito o della coalizione che ha votato alle precedenti elezioni.  Infatti è proprio dalla metà degli anni Novanta che agli elettori italiani è data la possibilità di valutare chi è responsabile delle cose fatte con una chiarezza maggiore di quanto accadeva quando i governi duravano meno di anno. Quello italiano sta dunque diventando un elettorato che né vota né si astiene avendolo deciso una volta per sempre per ogni tipo di elezione. Possiamo discutere all’infinito se questo sia una cosa normativamente negativa. Per me entro una certa misura lo è.  Ma questo non dovrebbe impedirci di cogliere anche un aspetto positivo. Perché votare ad intermittenza può essere l’esito del fatto che un certo numero di italiani si prende la libertà di punire, astenendosi, chi hanno votato per le cose che ha fatto o non fatto.  Un comportamento che nasce un difetto se volete di cultura civica, ma che migliora la qualità della democrazia. A una condizione. Che chi governa sia in grado di raccogliere il segnale di questi elettori. Certo che se a ogni calo di partecipazione anche in elezioni amministrative l’opinione pubblica è intasata da commenti dai toni epocali, nei quali non manca mai il riferimento al mitico «partito dell’astensione», è possibile che il segnale non venga colto o venga colto in modo distorto, come quando di fronte a un problema si reagisce parlando d’altro.