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mercoledì 16 settembre 2026

Il cambio di regime

Alfio Mastropaolo
Legge elettorale: paese spaccato e tutto il potere a una sola parte

il manifesto, 16 settembre 2026

In quel singolare libretto che è Tecnica del colpo di Stato Curzio Malaparte sostiene che i golpisti, da Napoleone a Hitler, amino a modo loro il parlamento. Per quanto valga l’azione di una forza armata esterna, il parlamento garantisce una sottile, ma preziosa parvenza di legalità.

A servizio dei loro disegni identitari, autoritari, reazionari, Orbán, Putin, Erdogan l’hanno usato in luogo delle forze armate e non hanno neanche cancellato del tutto la competitività delle elezioni: l’hanno ridisegnata a loro vantaggio. Nessuno sogna più d’instaurare un Reich millenario. Ma se l’orizzonte è più breve, non è meno scomodo per chi vi è sottomesso.

Donald Trump ci sta provando, usando pure le squadracce. Meloni, si sa, è buona allieva e ha pure discrete competenze di suo. La legge elettorale approvata ieri in senato è un golpe parlamentare, che conclude per il peggio un percorso iniziato negli anni ’80.

Allora l’intento era cambiare la democrazia voluta dai padri costituenti, cioè incline a mediare tra formazioni politiche eterogenee, in democrazia bipolare. Poco consapevoli della storia del paese, gli apprendisti stregoni non si aspettavano il dualismo avvelenato che ne è scaturito. E ha inquinato la vita democratica, in coincidenza, fra l’altro, con una stagnazione economica ultratrentennale. Adesso è sopraggiunta quella che qualcuno ha definito una tempesta perfetta.

Tra i regimi democratici di qualche tradizione nessuno si è mai concesso un cambiamento radicale di legge elettorale della portata di quello introdotto nel 1993 dal cosiddetto Mattarellum. In Francia, nel 1958, fu scritta una nuova costituzione. I tempi cambiano, cambiano le società, cambiano i rapporti di forza tra forze politiche e parti sociali, le regole vanno aggiornate, ma su quelle elettorali ci si muove coi piedi di piombo. Nel 1993 è invece iniziato un dissennato valzer di revisioni, promosse dalle maggioranze in carica: di centrodestra e di centrosinistra. Finché, tra un cambiamento e l’altro, si è insediata al potere una destra per ragioni culturali e politiche incompatibile con la Costituzione del ’48.

La legge elettorale in attesa di varo definitivo è pessima. Ma soprattutto configura un cambiamento di regime, fondato sulla rottura degli ultimi fili tessuti dalla Costituzione repubblicana. Se con la nuova legge la destra ottenesse una solida maggioranza dalle urne, il paese sarà definitivamente diviso in due parti. Una avrà per intero il potere nelle sue mani e si darà da fare per opprimere l’altra: per sottomettere il potere giudiziario, neutralizzare la Corte costituzionale e la Corte dei conti, sancire con l’autonomia differenziata la definitiva emarginazione del Mezzogiorno. C’è da aspettarsi che il dissenso sia ulteriormente represso, il diritto di sciopero sospeso, soffocato quel po’ di libera stampa che resta. Il governo detterà i programmi scolastici, l’evasione fiscale sarà la regola, le città saranno consegnate alla speculazione e all’iperturismo, le tutele ambientali saranno abbattute, le disuguaglianze cresceranno ancora, i giovani torneranno in divisa e seguiteranno ad espatriare, il decadimento industriale sarà incontrastato e i salari in caduta libera, il Mediterraneo sarà una tomba sempre più capiente. Il governo più longevo della Repubblica ne ha concesso un assaggio.

C’è ancora possibilità di difendersi? Molti sono i dubbi di costituzionalità della nuova legge. Ma i tempi sono stretti e la maggioranza potrebbe accorciarli. Non conviene contarci. A dispetto delle anime belle dell’alternanza, l’unica possibilità è trasformare le prossime elezioni in un referendum, in cui scegliere tra l’instaurazione di una democrazia “illiberale” e il ripristino di una più accettabile fisiologia costituzionale.

Al cospetto di un’alternativa secca, il no al referendum sulla separazione delle carriere ha mostrato come gli elettori abbiano una preferenza per la Costituzione repubblicana. È stato un gravissimo errore lasciar evaporare lo spirito di quel momento e impaniarsi in beghe sulle primarie, la leadership e il programma incomprensibili per i cittadini. Nulla era meno opportuno, quand’era già chiaro come la maggioranza avesse un terribile obiettivo di riserva.

Nel 1953 le forze democratiche sventarono la cosiddetta “legge truffa”. Il Melonellum è una truffa ben più grave.

domenica 21 giugno 2026

Al capezzale della democrazia

Luciano Canfora 
Come sfiorisce la democrazia

Corriere della Sera, 21 giugno 2026

Marco Revelli ha in comune con Bernie Sanders la fiducia nella possibilità di rivitalizzare il meccanismo, notoriamente inceppato, della democrazia politica nei Paesi nei quali di essa ancora si discorre (Stati Uniti e parte dell’Europa). Revelli lo fa in un libro lucidamente pessimistico tranne che nel capitolo finale (La democrazia è antiquata, Laterza); Sanders lo propone con slancio giovanile da un capo all’altro del suo recente pamphlet Contro l’oligarchia (Chiarelettere). Revelli punta su di una opera di rieducazione: «Occorrerà — scrive — una diffusa, impegnativa, paziente opera pedagogica, di pedagogia dal basso, da parte delle élite culturali che vorranno parteciparvi e dai settori di società che se ne sentiranno coinvolti»; obiettivo: «ricostruire un senso condiviso di orgoglio per la propria libertà e di responsabilità per il proprio vivere in comune»; «impresa improba», commenta. Sanders è lineare: lo scontro — è questo il succo del libro — è tra popolo e oligarchia, e l’oligarchia — spiega — sono gli ultraricchi. Egli è efficace nel descrivere la pessima condizione di vita dei cittadini statunitensi (il 58% ritiene che la vita sia peggiorata rispetto a cinquanta anni fa); ne deduce — con un salto logico — che «il popolo americano vuole un cambiamento reale» e propone un vasto programma di governo, al cuore del quale pone significativamente «dare a tutti una istruzione di qualità».

Piace ricordare, a questo proposito, che il nesso educazione (permanente)-democrazia, col corollario che al venir meno della prima deperisce la seconda, era un cardine del pensiero politico di un troppo dimenticato pensatore americano: John Dewey (1859-1952). Ci riferiamo, in particolare, al suo Democracy and Education (1916).

Il pregio peculiare di entrambi i libri non sta, forse, però tanto nelle proposte — in fondo assodate e comunque di lunga lena — quanto piuttosto nella parte analitica. Quella sviluppata da Sanders è un potente affresco, anzi una mappa, dell’attuale oligarchia planetaria. Quello che occupa la gran parte del libro di Revelli è invece una descrizione storicamente ben fondata e documentata di come, in particolare in Italia, il «demo» abbia preso via via le distanze dalla partecipazione politica fino alla attuale diserzione dalle urne (metà circa dell’elettorato non va più a votare). Beninteso, Revelli tocca molti altri aspetti del deperimento del meccanismo «democratico» in Italia, ma, con buone ragioni, si concentra in particolare sull’aberrante sostituzione del sistema elettorale proporzionale (quello sancito dall’articolo 48 della Costituzione: «voto libero, segreto, personale e uguale») con le alchimie delle leggi elettorali maggioritarie, incentrate sul presupposto terrifico e liberticida del «voto utile», il cui risultato ovvio è stato il crescente crollo della partecipazione.

L’operazione fu realizzata, e si può ben dire «orchestrata», nel biennio 1991-1993: in concomitanza con la torbida stagione, detta in modo autocelebrativo «Mani pulite», che scientemente portò alla distruzione dei partiti politici che per quasi mezzo secolo erano stati l’architrave e l’ossatura della Repubblica. («I partiti sono la democrazia che si organizza» aveva argomentato Togliatti alla Costituente). Di lunga lena era stato il processo di discredito: il pannellismo aveva da assai tempo contribuito alla disgregazione con la insulsa formula, ossessivamente ripetuta, della «partitocrazia».

Giova ricordare, a questo proposito, che la ferita inferta al proporzionale avvenne per via referendaria (il «demo» — nota Revelli — fu indotto a votare contro se stesso). Ma andrebbe anche ricordato, come documentò, in quel torbido biennio, il dotto funzionario parlamentare Salamone sulla rivista della Camera «Bibliotheca», che fu per effetto di un colpo di mano di Meuccio Ruini se, all’ultimo momento, l’articolo 75 della Costituzione fu modificato e scomparve la precisazione introdotta dall’emendamento di Maria Maddalena Rossi che escludeva la materia elettorale da quelle passibili di referendum.

Ben sappiamo che l’assalto al proporzionale partì presto, con la famigerata «legge truffa» (1952) sconfitta il 7 giugno del 1953 (elezioni politiche per la seconda legislatura). Quarant’anni dopo l’assalto riuscì e il pilota, il non notissimo Mario Segni, ebbe il suo quarto d’ora di celebrità prima di ritornare più o meno definitivamente dietro la scena. Il paradosso fu che proprio gli eredi dei partiti che nel 1953 salvarono l’articolo 48 della Costituzione bocciando la «legge truffa» si incolonnarono, quarant’anni dopo, nell’euforia maggioritaria. Euforia di cui oggi intravediamo i crescenti, prossimi pericoli, mentre la mente corre all’antecedente vero: la legge firmata da Giacomo Acerbo (1923) che diede vita, l’anno dopo, al trionfo ducesco culminato nell’oratoria senza veli del 3 gennaio 1925.

«Ciascuno è fabbro del suo destino» diceva Appio Claudio. La politica è verità, non è utile barare, e gli errori si pagano. Speriamo che la ricetta «rieducativa», cui si appellano, per diverse vie, due militanti così nobilmente impegnati quali Marco Revelli e Bernie Sanders si riveli praticabile.


https://machiave.blogspot.com/2026/05/bernie-sanders-torino.html