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sabato 15 agosto 2026

L'apparenza del sistema bloccato


Il testo sembra presupporre che la crisi abbia trovato un suo punto di equilibrio nel blocco del cambiamento. In realtà il sistema per quanto reso rigido dai veti incrociati sta rivelando impensabili doti di flessibilità. Ha già prodotto una destra aperta al riconoscimento di una realtà nuova, dal ruolo dell'Europa al rapporto con la tradizione democratica del Paese negli ultimi ottant'anni. La sinistra tarda a entrare in sintonia con le opportunità offerte dalla situazione stessa del Paese. Ma non si vede perché la previsione si debba basare solo sulla sottolineatura dei fattori negativi.

L’autore guarda all'immobilismo formale delle riforme istituzionali mentre trascura la dinamicità sostanziale dell'evoluzione politica. Se i testi costituzionali rimangono rigidi a causa dei veti incrociati, gli attori politici dimostrano una notevole capacità di adattamento e pragmatismo.L'evoluzione dei due poli principali evidenzia questo dinamismo.
La metamorfosi della destra: Il passaggio da posizioni storicamente euroscettiche o di rottura a una postura di governo pienamente inserita nelle coordinate delle istituzioni europee ed atlantiche dimostra che il sistema esercita una forte spinta alla moderazione e al realismo politico.
Le sfide della sinistra: Il ritardo nel cogliere le nuove opportunità non è necessariamente un blocco permanente, ma la ricerca di una nuova identità in un panorama in cui i vecchi confini ideologici si sono ridefiniti.
Questa flessibilità suggerisce che il sistema politico italiano non sia semplicemente "bloccato", ma che trovi la sua stabilità proprio nella capacità di assorbire e normalizzare le spinte radicali, trasformandole in forze di governo. La focalizzazione dell'editoriale sui soli fattori negativi rischia quindi di confondere la difficoltà di cambiare le regole scritte con l'effettiva capacità del sistema di evolversi nella prassi. 

Giovanni Orsina
Un sistema politico che non regge le sfide del mondo

La Stampa, 15 agosto 2026

Benché il gabinetto Meloni si avvii a diventare il più duraturo della storia repubblicana, la sua longevità fatica a mascherare la precarietà strutturale del sistema politico italiano che le prossime elezioni politiche potrebbero riportare in piena luce. Gli oppositori del governo hanno delle ragioni quando lo accusano di non averci fatto molto, con questa stabilità. Ma si dimostrano pessimi studenti di storia, e osservatori del presente perfino peggiori, quando negano che nell’attuale situazione globale, imprevedibile e gravida di rischi, la stabilità sia un valore in sé.

Oggi non ha alcun senso ragionare di politica italiana se non si parte dal quadro internazionale. La cui condizione storica mi pare possa esser condensata nelle seguenti tre frasi. All’indomani della Guerra Fredda ci si è sforzati di costruire un ordine mondiale ispirato ai valori universalisti dell’Occidente e garantito dall’egemonia americana. Nell’ultimo ventennio circa questo progetto ha mostrato tutta la sua fragilità ed è stato rifiutato sia da un Sud Globale sempre più assertivo sia da fasce crescenti delle opinioni pubbliche occidentali. Il caos attuale è figlio dell’incertezza identitaria dell’Occidente, del profondo ma disordinato ripensamento del proprio ruolo globale in corso negli Stati Uniti, del processo di ridefinizione di equilibri e regole del sistema internazionale.

Al netto delle oscillazioni congiunturali, nelle democrazie occidentali questo caos spinge verso destra. Poiché lo genera la crisi di un ordine universalista, la risposta viene cercata in un ritorno al particolare, nell’enfasi sulla difesa di sé e della propria comunità. Al centro di quella ricerca e di quest’enfasi c’è lo Stato-nazione, un’entità che, per quanto indebolita, è presente e visibile nelle vite quotidiane delle persone, ancora detiene del potere e fornisce un qualche ancoraggio identitario. Le destre si stanno mostrando inadeguate a incanalare questa spinta storica, che le favorisce, in una direzione costruttiva. Se non altro perché non riescono a pensare un nuovo equilibrio fra le reti di solidarietà internazionale e il proprio Stato-nazione, che nella maggior parte dei casi è troppo piccolo per affrontare da solo le sfide globali. Ma almeno il nazionalismo dà loro un punto di riferimento e un pugno di slogan cui settori sempre più ampi degli elettorati, sconcertati e spaventati, si dimostrano disposti ad aggrapparsi.

Nell’affrontare il nuovo mondo, le forze politiche progressiste appaiono molto più indietro. Continuando a insistere sull’universalismo, la sinistra tradizionale si sta sempre più rinchiudendo nel recinto di un elettorato colto, benestante e urbano. Ampio sì, ma non abbastanza da sostenere una maggioranza. Le nuove sinistre populiste hanno cercato di ricostruire il tessuto comunitario in vari modi, anche dando della nazione una lettura non conservatrice, ma finora hanno faticato a stabilizzarsi. E sommare establishment e populisti, a sinistra, si è rivelato molto difficile.

Nel caos globale, sta affondando l’Unione europea. Prima con l’atto unico nel 1986 e poi con Maastricht nel 1992, l’Europa si è pensata interamente immersa nell’ordine mondiale ispirato ai valori universalisti dell’Occidente e garantito dall’egemonia americana. La crisi di quell’ordine ne ha reciso le radici. Con immensa fatica e qualche risultato sta adesso cercando di ripensarsi, ma è vano illudersi che questo processo possa essere altro che lungo, disordinato e doloroso. Ed è molto probabile che a guidarlo saranno sempre di più gli Stati nazionali, non Bruxelles – e Stati nazionali, per giunta, governati in molti casi da forze politiche di destra. È improbabile che fra dieci anni l’Unione europea non esista più, ma mi pare assai probabile che avrà allora un volto molto diverso da quello che conosciamo oggi.

Politicamente instabile per tradizione, l’Italia ha spesso ritrovato un minimo di ordine appoggiandosi, anche grazie all’opera del Quirinale, al quadro internazionale e soprattutto europeo. Basti pensare ai due ultimi governi presieduti da tecnici, quello di Mario Monti venuto dopo il collasso della repubblica bipolare e quello di Mario Draghi che ha concluso l’assurda legislatura 2018-2022. Oggi questa possibilità non si dà più. Al contrario: in movimento frenetico e in corso di profonda ridefinizione, il quadro internazionale e quello europeo iniettano ulteriore instabilità nel nostro Paese. Ma più instabili siamo, meno potremo partecipare alla faticosissima costruzione di un nuovo ordine, più rischiamo di uscirne stritolati.

Nel suo complesso, il nostro sistema politico è del tutto impari a queste sfide. Le istituzioni restano fragili e, a giudicare dai risultati degli ultimi referendum costituzionali, sono irriformabili. Tiene per fortuna il Quirinale, ma si trova a dover svolgere funzioni per le quali non è stato pensato. E comunque, poiché il secondo mandato di Sergio Mattarella scade nel 2029, col voto dell’anno prossimo anche la successione alla Presidenza della Repubblica sarà risucchiata nel vortice politico. I partiti sono debolissimi, privi di idee e guidati da classi dirigenti scadenti. L’opinione pubblica è distratta, delusa, sfilacciata, e gli elettori si astengono in percentuali crescenti. Danno un po’ di stabilità le leadership individuali, che nel deserto dei corpi intermedi riescono ancora a stabilire un collegamento minimo fra paese legale e paese reale – la longevità del governo Meloni va ascritta innanzitutto alla solidità della sua leadership. E potrebbe aiutare la legge elettorale che sta passando in queste settimane in parlamento.

Questo è il quadro generale che ci consente di pensare le prossime elezioni e le sfide che forze politiche e coalizioni dovranno affrontare lungo il percorso verso le urne. 

venerdì 5 giugno 2026

La vera bellezza

Matteo Marchesini
DIECI TESI PER UN’ESTETICA TASCABILE Facebook, 5 giugno 2026

 9. PERCHE’ LA POESIA DELUDE. Credo che chi si occupa di letteratura debba oggi più che mai indicare un equivoco: quello per cui, quasi sempre sbagliando, ci si attende di trovarla là dove mostra insegne così riconoscibili da essere già la caricatura di sé stessa, e quindi da risultare subito pienamente accettabile o socializzabile. Da un lato, di solito, spiccano le insegne dello stile da serie o da pool editoriale, dietro cui avanza lo scrittore o la scrittrice che identifica la letteratura con il «lavorare bene» dei tecnici (giocatori, allenatori...); dall’altro lato c’è l’opposizione gradita a sua maestà, cioè il gruppo di opere che esibiscono enfaticamente una Dismisura, uno Sfregio, una Ricerca o una Sperimentazione già neutralizzati dalla puerilità meccanica con cui vengono proposti (in mezzo, a volte, spuntano libri di buona fattura ma culturalmente piuttosto conformisti, tipo "Ferrovie del Messico", in cui però il lettore benpensante crede di vedere chissà cosa solo perché riconosce il suo stesso retroterra scolastico). E’ un difetto che si riscontra anche nello studio della letteratura del passato prossimo: pletoriche bibliografie su autori – non importa se grandi o no – che offrono subito un appiglio linguistico, culturalistico o tematico visibile a occhio nudo, e disarmante silenzio su quelli che richiederebbero uno sguardo o un orecchio più sottili (le infrazioni alla lingua comune di Gadda o Sanguineti, o le allusioni storiche di Sereni, possono essere colte da un lettore qualunque senza l’aiuto dei nostri commentatori zelanti; mentre il miracolo per cui in Sandro Penna una lingua lisa, pascolian-dannunziana, sembra a un tratto luminosa e nuova, o il modo in cui Moravia, sotto la patina di una finta medietà, sceglie con eccezionale esattezza gli aggettivi e inventa una «meravigliosa lingua di plastica», secondo la definizione di Luigi Baldacci, esigerebbero l’intervento di una critica integrale ormai scomparsa). Oggi più che mai si dimentica che la letteratura capace di rivelare davvero qualcosa si trova spesso là dove non la si aspetta - là dove è ancora senza nome e dove a una prima occhiata sembra inappariscente, ovvero non classificabile neppure nella comoda categoria dell’Inclassificabile. Cade qui a proposito un passo di Proust, che commenta la delusione degli spettatori dopo un concerto molto bello: «La vera bellezza è (…) la sola cosa che non possa rispondere alle aspettative di un’immaginazione romanzesca. Tutte le altre cose non sono inferiori all’idea ch’essa se ne faceva: l’abilità la meraviglia, la volgarità la lusinga, la sensualità l’inebria, l’ipocrisia l’abbaglia. Ma la bellezza, essendosi legata nella notte dei tempi alla verità con un’eterna amicizia, non ha a sua disposizione tutti questi incanti».




venerdì 24 aprile 2026

Complessità, crisi e ordine

Gabriella Greyson
Ilya Prigogine, quando il disordine genera vita
Avvenire, 26 aprile 2026

Ilya Prigogine ha rivoluzionato la termodinamica studiando i sistemi lontani dall’equilibrio e mostrando che, in certe condizioni, dal disordine possono nascere strutture nuove e ordinate, le cosiddette strutture dissipative. In un mondo scientifico che per secoli aveva associato l’entropia al declino, alla perdita, all’inevitabile raffreddarsi di tutto, lui introduce una crepa luminosa: il non equilibrio non è solo degrado, può essere generazione. Prigogine osserva che quando un sistema è attraversato da flussi di energia e materia, quando è instabile, quando vibra ai margini, può auto-organizzarsi.
L’ordine non è imposto dall’esterno come un decreto, emerge dall’interno come una necessità dinamica. È una rivoluzione silenziosa ma potentissima: la freccia del tempo non è solo una caduta verso il disordine, è anche la possibilità di trasformazione. Non è una consolazione poetica, è matematica e fisica rigorosa. E qui comincia a interessarmi la sua spiritualità. Perché se l’universo non è un meccanismo che si spegne lentamente ma un laboratorio permanente di possibilità, allora l’instabilità non è una colpa. La crisi non è solo fallimento.
Lontano dall’equilibrio può nascere qualcosa che prima non c’era. La spiritualità di Prigogine sta in questo sguardo sul tempo: un tempo irreversibile, creativo, aperto. Non un eterno ritorno rassicurante, ma un cammino in cui ogni biforcazione conta. Ogni scelta conta. Ogni fluttuazione può cambiare il destino di un sistema. E allora l’insegnamento universale è quasi fisico: non temete troppo le fasi di squilibrio. Non scappate sempre dalla complessità. A volte è proprio lì, nel punto in cui tutto sembra instabile, che si prepara una nuova forma. La scienza qui non consola, ma responsabilizza. Perché se l’ordine può emergere, allora anche noi siamo parte di quel processo. E adesso la domanda, semplice e diretta: qual è la vostra fase di non equilibrio? Dove sentite instabilità, e invece potrebbe essere un inizio?

https://machiave.blogspot.com/2024/07/il-caos-e-il-disordine.html


mercoledì 3 dicembre 2025

La scatola vuota della democrazia

Michele Ainis 
La democrazia da ricostruire

la Repubblica, 3 dicembre 2025

La democrazia italiana è ormai un corpo essiccato. Ne rimane la forma, ne osserviamo le sembianze; e ci appaiono illese rispetto a come vennero disegnate otto decenni fa, per mano dell’Assemblea costituente. Persiste la medesima forma di governo — “parlamentare”, è questa la sua denominazione.

E in effetti a Roma continua ad abitare un Parlamento, così come un governo e un capo dello Stato, le cui prerogative formali non sono mai state negate, né corrette. Al centro non meno che in periferia si tengono elezioni per rinnovare una quantità di organi (anche troppi), e si tengono a cadenza regolare. Nella terra di mezzo tra società politica e società civile disputa una quantità di partiti e sindacati (anche troppi), ciascuno con la propria bandierina. E su tutti vigila una quantità di tribunali e controllori della più varia risma (anche troppi).

Ma le apparenze ingannano, come si suol dire; e non è mai stato così vero. Giacché la sostanza della democrazia italiana, di ciò che ne rimane, è divaricata dal suo aspetto formale. Le leggi le scrive il Consiglio dei ministri, inondando le Camere d’una pioggia di decreti. Le ulteriori regole della nostra convivenza provengono dalla magistratura, che una legislazione confusa e alluvionale obbliga a scegliere fiore da fiore, e anche a stabilire di che colore è il fiore.

Ciascuno s’esercita nel mestiere altrui, è questo lo spettacolo perenne. D’altronde anche gli eletti si sono impossessati del mestiere che un tempo toccava agli elettori. Le consultazioni nazionali avvengono sotto dettatura, con i listini bloccati dove i capipartito decidono l’elenco dei promossi. Ma pure quelle locali trovano un esito per lo più scritto in anticipo, e infatti non c’è stata alcuna sorpresa nelle sette elezioni regionali degli ultimi due mesi.

Insomma, la democrazia è divenuta una finzione. E allora perché mai dovremmo crederci? Difatti il teatro si sta svuotando dei propri spettatori. Ci allarmammo, propagando alti lamenti, quando la partecipazione crollò al 60 per cento del corpo elettorale. Adesso viaggia poco sopra il 40 per cento. E di questo passo lo sciopero del voto finirà per risucchiarci in una crisi terminale della democrazia, come nel Saggio sulla lucidità di José Saramago, dove un diluvio di schede bianche viene contrastato con le maniere forti dal governo.

Tuttavia l’astensionismo è l’effetto della crisi, non la sua scaturigine. Le cause dipendono dal senso d’impotenza che ti morde alla gola quando scopri che il copione è già tutto scritto, e a te resta soltanto d’applaudire. Dipendono dal ritiro della delega verso politici che percepisci come mediocri o in malafede, salvo magari consegnare i tuoi destini, per un’ultima speranza o per disperazione, al capo carismatico che saprà risollevarli.

E dipendono, infine, dal brodo culturale nel quale siamo immersi. Questo è il tempo della disintermediazione, che ha messo in crisi tutti i gruppi sociali dei quali facevamo parte — la scuola, il quartiere, l’oratorio, la fabbrica, il partito. Ed è un tempo digitale, nel quale ogni attività della nostra esistenza — il lavoro, la corrispondenza, gli acquisti, le riunioni — si svolge attraverso lo schermo d’un computer.

Sicché è questa l’urgenza che ci attende. Dobbiamo ricostruire una democrazia bene ordinata, in cui ciascuno s’attenga al proprio ruolo, senza invadere le competenze altrui. Una democrazia responsabile, fondata sull’accountability, sul rendere conto dei fatti e dei misfatti; e con meccanismi che la rendano cogente, dato che alle nostre latitudini, dal Garante della privacy in giù (o in su), non si dimette mai nessuno.

Sarebbe prezioso, per esempio, l’antico istituto del recall — ossia la revoca degli eletti immeritevoli, attraverso un referendum personale indetto in corso di mandato — che tutt’oggi trova applicazione in mezzo mondo, dalla Svizzera agli Stati Uniti, dal Canada al Giappone.

E infine dobbiamo usare l’innovazione digitale contro se stessa, contro la sua vocazione autoritaria. Come? Rafforzando il referendum e consentendo il voto online in ogni consultazione elettorale, come avviene in Estonia e in varie altre contrade.

Ma per rinvigorire la democrazia italiana non serve una Costituzione tutta nuova. Serve piuttosto prendere sul serio il suo principio fondativo: la sovranità popolare.


sabato 19 luglio 2025

La casa sulla collina


Virginia Woolf
La stanza di Jacob
traduzione di Anna Banti
Mondadori, Milano 2001 (1922)

La signora Page, la Cranch e la Garfit potevano vedere la signora Flanders nel frutteto, perché questo frutteto era un pezzo cintato di Dods Hill; e Dods Hill dominava il paese. Non ci sono parole che esagerino l'importanza di Dods Hill. Era la terra, il mondo accosto al cielo, l'orizzonte di quanti sguardi possano meglio calcolarsi da chi ha trascorso tutta la vita nello stesso villaggio e non l'ha lasciato che una volta sola, per combattere in Crimea: come il vecchio George Garfit che appoggiato al cancello del giardino ora fumava la pipa. Il corso del sole era misurato di lì, di lì si giudicava il colore del giorno. 

...

Aperto l'uscio del frutteto, la signora Flanders si avviò alla cima di Dods Hill, con John per mano. Archer e Jacob le correvano dinanzi o indugiavano dietro a lei, ma erano già nella fortezza romana quando ci arrivò, e gridavano forte il nome dei battelli che potevano vedersi nel golfo. Di lì, infatti, si godeva una vista magnifica: le paludi dietro, davanti il mare, e tutta Scarborough, da un capo all'altro, distesa e piatta come una scacchiera.

...

La banda suonava nel chiostro moresco. Sulla lavagna veniva fuori il numero nove. Era un tempo di valzer. Le ragazze pallide, la vecchia vedova, i tre ebrei alloggiati nello stesso albergo, l'elegantone, il maggiore, il mercante di cavalli e il signore che vive di rendita, tutti avevano la medesima faccia disgustata, incantata e attraverso le fessure delle assi, sotto i loro piedi, potevano vedere le verdi onde estive, tranquillamente, graziosamente oscillanti intorno ai piloni di ferro del molo. 


venerdì 4 aprile 2025

Il bello accade

Piero della Francesca, Annunciazione, particolare


Sergio Givone
Prima lezione di estetica
Laterza, Roma-Bari 2003

Benché minimamente unito al vero e al bene, il bello secondo Platone non è né qualcosa che si fa, né qualcosa che si sa, e quindi: né qualcosa che si produce, né qualcosa che si conosce. Semmai verso il bello si va, come strappati a se stessi e al proprio mondo (trascinati via, sedotti). Ma neanche questo è esatto, platonicamente. O lo è solo fino a un certo punto. Infatti verso il bello si va, ma a condizione di essere già presso il bello, di sostare già nell'orizzonte che il bello schiude, di appartenere già a quel che si cerca. Se il bello non si fosse manifestato, se non ci fosse apparso in una forma o nell'altra, noi non sentiremmo acuto il desiderio di possederlo o quantomeno di rimirarlo, goderlo in visione. Il bello accade - ed ecco non possiamo più farne a meno, comunque ne siamo catturati al punto che non vorremmo più distogliere lo sguardo.