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mercoledì 23 settembre 2026

La pista mortale

Chiara Surano
In centinaia in presidio in corso Regina Margherita dopo la morte del piccolo Nicolò, vittima di incidente in sella alla sua bicicletta
Torino Today, 23 settembre 2026

Voleva solo andare a scuola in bici”, recita il cartello affisso nella serata di martedì 22 settembre mentre, sui social e tra le chat, iniziava a circolare la locandina. L'invito diffuso da Fiab Torino Bike Pride a prendere parte al presidio: “Basta morire in strada. Uniti per una ciclabile umana”. Appuntamento alle 7.30 del mattino in corso Regina Margherita 47, nel quartiere Vanchiglia di Torino, all'angolo con via Cesare Balbo. Lì dove 24 ore prima il piccolo Nicolò Di Ciò di soli 7 anni, in sella alla sua bicicletta, ha perso la vita mentre con il papà pedalava verso la scuola. “Una tragedia annunciata”, commentano in un quartiere sotto shock. 

Trecento persone per un cordone umano a difesa della ciclabile


“La sicurezza in strada non è un privilegio. E che non si parli di tragedia perché questa è una tragedia annunciata”. Circa trecento le persone presenti tra genitori, adulti, bambini per formare un cordone umano a delimitare la corsia ciclabile lungo il controviale di corso Regina Margherita, dove nella mattina di martedì ha perso la vita il piccolo Nicolò Di Ciò, di appena sette anni. Suonano i campanelli nel quartiere Vanchiglia di Torino per far sentire la voce di chi quotidianamente attraversa la città in bici, senza veder garantita per sé la sicurezza. Durante il cordone umano che per un’ora ha imposto alle auto di rallentare lungo il controviale, rispettando (almeno per un giorno) il limite dei 30 km/h, è stata posata una piccola ghost bike bianca, una bicicletta nel luogo dell’incidente. Poco dopo le 8.30, in sella alle bici, il presidio si è mosso in fila, lungo le ciclabili e senza bloccare il traffico, in direzione del Comune di Torino per far sentire la propria voce, in questo caso, alle istituzioni. Durante il presidio non sono mancate criticità e momenti di tensione fomentati da automobilisti che, fermi in coda o costretti a rallentare, hanno a più riprese protestato arrivando anche al diverbio con chi stava prendendo parte al presidio per il piccolo Nicolò.

L'incidente in corso Regina Margherita

Sono al lavoro gli agenti della polizia locale per ricostruire quanto accaduto intorno alle 8 del mattino di mercoledì, 22 settembre, nel controviale di corso Regina Margherita, precisamente nel tratto tra via Montebello e via Tarino in direzione lungo Po. Il bambino era in sella alla sua piccola bici con regolare casco protettivo quando, per cause da accertare, è avvenuto lo scontro con un'auto, una Chevrolet Matiz. Papà e figlio erano in bici lungo quella corsia ciclabile che è segnalata sulla carreggiata dalla sola vernice, stavano per raggiungere la scuola in via Verdi. 

Le condizioni del piccolo sono parse subito gravissime: soccorso e trasferito all'ospedale del Regina Margherita, nonostante le cure e un intervento chirurgico d'urgenza, nel pomeriggio è stato dichiarato il decesso. La conducente dell'auto si è subito fermata per prestare soccorso e sarà quasi certamente denunciata per omicidio stradale, un atto dovuto, mentre si attendono verifiche sulla dinamica per accertare eventuali responsabilità. 

Il controviale di corso Regina Margherita, la strada “condivisa” e una “tragedia annunciata”

È successo nel controviale di corso Regina Margherita e per molti residenti del quartiere Vanchiglia la morte di Nicolò è una “tragedia annunciata”. “Fantomatica”, “cosiddetta”, “vergognosa”. Sono gli aggettivi che vengono usati per descrivere la pista da chi la attraversa. Sull'asfalto c'è la segnaletica orizzontale, una striscia bianca tratteggiata (e anche molto sbiadita) a segnalarla, e nient'altro. 

O meglio, dell'altro c'è: c'è un controviale trafficato dove faticosamente viene rispettato il limite dei 30 km/h, c'è un asfalto dissestato con buche grossolane, non ci sono limiti netti, ci sono passi carrai e accessi laterali che quella pista la interrompono quasi di continuo, ci sono le auto parcheggiate da un lato e a spina di pesce dall'altro, ci sono le portiere che si aprono all'improvviso e quelle stesse auto che proprio sulla corsia ciclabile parcheggiano in doppia fila quasi quotidianamente, ancor più in quel tratto per la presenza del supermercato. La strada sì, è a tutti gli effetti “condivisa”, ma non lo è nei fatti. 

E tutto ciò accade durante la Settimana Europea della Mobilità, iniziata il 16 settembre e conclusasi proprio il 22, giorno dell'incidente. Una campagna di sensibilizzazione a livello europeo, la più importante tra quelle organizzate dalla Commissione, sulla mobilità urbana sostenibile per promuovere “il cambiamento comportamentale a favore della mobilità attiva, del trasporto pubblico e di altre soluzioni di trasporto pulite e intelligenti”. 

E di mobilità sostenibile se ne sarebbe parlato proprio il 22, alle 18, a pochi passi dall'incidente: un'iniziativa del comitato Vanchiglia Insieme e del Gruppo Pensionati Vanchiglietta APS aperto alla cittadinanza, proprio per riflettere sull'importanza della mobilità sostenibile e per presentare il progetto “Strade Scolastiche in Vanchiglia”. 

Fiab Torino Bici e Dintorni: “Andare in bici in questa città è una scelta che può costare la vita”

“La tragedia avvenuta questa mattina in corso Regina Margherita dimostra che andare a scuola o al lavoro, in bici nella nostra città, è una scelta coraggiosa che può costare la vita – così Fiab Torino Bici & Dintorni –. Non era una ciclabile quella dove è successo, ma una ‘strada condivisa’, termine adottato dalle amministrazioni torinesi per poter vantare 300 km di ciclabili. Un concetto in sé positivo, se applicato, ma Torino è la città dell'auto che, pertanto, è l'utente principale della viabilità e non basta la segnaletica orizzontale, spesso invisibile dopo sei anni, a ricordare che in quel tratto stradale hanno pieno diritto di circolare anche le biciclette". 

https://www.torinotoday.it/cronaca/presidio-morte-nicolo-di-cio-bambino-incidente-bici-controviale-corso-regina-margherita.html



martedì 21 luglio 2026

La prassi che uccide

Alessandro Fulloni e Daniela Corneo
L’arrivo della volante e i soccorritori fermi fino all’ok dei poliziotti Quegli ultimi 38 minuti
Corriere della Sera, 21 luglio 2026

Chi abita nel palazzo a cinque piani tra i civici 2 e 8 di via Italo Svevo sostiene che Abderrahim Fakir si vedesse spesso da quelle parti. All’incirca con una stessa «liturgia»: appariva a metà mattinata, sostava all’ombra di un maestoso cedro proprio davanti al caseggiato, parlottava con qualcuno. Poi spariva. Domenica mattina (prima che il 42enne marocchino morisse mentre due poliziotti lo stavano bloccando a terra nel tentativo di «fascettargli» mani e piedi) la scena è stata più o meno la stessa. Minuto per minuto, ecco la ricostruzione dei fatti.

La prima ad accorgersi della comparsa di Fakir è una signora pakistana, Parveen Akhrar, 73 anni, che vive con il marito al primo piano. Dalle sue finestre, oltre a via Svevo, si vede anche l’incrocio con via Panzini, piuttosto trafficata e dove transitano i bus che in venti minuti dal cuore del popolare quartiere bolognese del Pilastro raggiungono la Stazione Centrale. Siamo attorno alle 9 e 30 e la «messa a fuoco» di questa descrizione è davvero nitida: il nordafricano era sulle scale che da un piccolo giardino pubblico — quello al cui centro troneggia l’albero — portano al cortile in cui poi troverà la morte.«urlava “aiuto chiamate un’ambulanza, la polizia”» racconta la donna. Lui si siede sulle scale poi si sdraia sull’asfalto. Tutto questo entro le 10.

Parveen sostiene pure di aver visto — l’orario è quello tra le 10 e 30 e le 11 — un’auto delle forze dell’ordine. (Tornerà ad affacciarsi più volte e, molto dopo, noterà che Abderrahim è sempre a terra, ma 20 o 30 metri più in là. E nel vedere quelle sagome lontane, penserà che gli agenti stiano rianimando il marocchino. Che invece sta morendo. O forse ha già esalato l’ultimo respiro). Ma facciamo un passo indietro, ripercorrendo istante per istante sulla base degli orari forniti da fonti ufficiali e di altre testimonianze raccolte in via Svevo. Le telefonate ai centralini d’emergenza si moltiplicano entro mezzogiorno anche perché alcuni — tra cui un pakistano, Ahmed Nasser — vedono Abderrahim dare delle testate contro le cler dei garage. Poi c’è l’allarme al 112 — a riportare la conversazione è il Tg1 — venuto da un uomo che alle 12 parla di «una persona arrivata di corsa dietro le autorimesse, sta urlando e scalciando tutti i basculanti, grida aiuto e che lo vogliono uccidere».

La «volante» del commissariato Bolognina è sul posto alle 12 e 15 e due minuti dopo, alle 12 e 17, parte (per un «codice verde», dunque non grave) anche la «Bologna 65», ambulanza che arriva alle 12 e 30. Nel frattempo la tensione sale, in quel cortile dove in tanti si affacciano dalle finestre per riprendere quel che succede. Fakir si scaglia contro i due agenti, cerca di colpirli persino a morsi. A questo punto, per renderlo inoffensivo, i poliziotti utilizzano lo spray urticante e lo immobilizzano in posizione prona. Nel video che inquadra gli ultimi cinque minuti di vita dell’uomo i quattro volontari della Croce rossa restano immobili. Il punto è che «la prassi è questa», spiegano fonti qualificate e la stessa Croce rossa: i sanitari possono intervenire solo quando dalle forze dell’ordine arriva il via libera. Giunto però troppo tardi in via Svevo. Dove, a quel punto, i volontari, che in assenza di un medico non possono somministrare farmaci, iniziano la manovre di rianimazione.

Alle 12 e 36 gli stessi volontari contattano la centrale operativa del 118 per un consulto medico e chiedono l’invio dell’automedica che parte dall’ospedale Maggiore alle 12 e 42. Impossibile, ovviamente, stabilire come sarebbe andata se sul posto fosse intervenuto subito un mezzo con un medico a bordo. Secondo Mario Balzanelli, presidente della Società italiana sistema 118» «per garantire una gestione sicura e clinicamente adeguata del paziente in stato di agitazione psicomotoria è fondamentale l’intervento di un equipaggio medico-infermieristico qualificato» che si possa coordinare in tempo reale con le forze dell’ordine. Somministrare farmaci calmanti a pazienti di questo tipo, dove urgente, è possibile avvalendosi dello «stato di necessità» riconosciuto dall’articolo 54 del codice penale, quindi bypassando la ben più articolata pratica del Tso. Per Fakir, classificato con un codice verde, è stato mandato un mezzo più «leggero» di volontari che, fatto il triage sul posto, hanno allertato i medici del 118.

Ma questo, appunto, è ciò che prevede la prassi. Ieri la Ausl di Bologna ha fatto sapere che «l’invio dei mezzi sul luogo dell’evento è avvenuto nel rispetto dei tempi e in modo conforme alle procedure vigenti, sulla base delle informazioni disponibili al momento delle richieste di soccorso pervenute al 118». L’azienda sanitaria ha attivato l’analisi dell’evento tramite audit.

Ma torniamo, infine, in via Svevo e a quegli istanti drammatici. Il cortile del caseggiato si sta affollando di inquilini scesi dalle loro abitazioni. Il dottore giunto con l’automedica si avvicina al corpo di Abderrahim. Gli prende il polso, usa lo stetoscopio elettronico. Alle 12 e 53 viene constatato il decesso.

venerdì 17 luglio 2026

La movida molesta


Sia ben chiaro, i giovani scelgono le feste «fai da te», zero controlli e massimo divertimento con pochi soldi. In tal modo sottraggono clienti ai locali pubblici. Gli esercenti hanno quindi interesse a sparlare della movida. 

Diego Molino 
Risse, scippi e rapine. La movida attira piccoli delinquenti. Epat chiede presidi fissi di polizia

La Stampa Torino, 17 luglio 2026

«Ci sono state tre risse in appena un mese, scoppiate per baruffe tra opposte baby gang. Se le danno anche tra loro, forse per presidiare il territorio».

Massimiliano Marello, proprietario del locale Le Panche di via Reggio Emilia, racconta così com'è cambiata la movida nell'ultimo periodo. Una mutazione che ha portato con sé anche scippi di collanine a giovani avventori, gruppi di ragazzini che girano in monopattino per rapinare loro coetanei, microcriminalità.

Epat preoccupata: serve un presidio fisso

Una situazione che non riguarda solo la zona antistante il locale di Marello, ma che si sta diffondendo in tutte le zone della movida torinese. Tanto da spingere Epat, l'associazione dei pubblici esercizi che fa capo ad Ascom, a chiedere alle istituzioni un presidio stabile da parte delle forze dell'ordine nelle tre zone maggiormente critiche: Borgo Rossini, San Salvario e piazza Vittorio Veneto.

Scippi e rapine in monopattino: il racconto degli esercenti

Questi episodi hanno spesso l'effetto di allontanare chi sceglie il quartiere per fare un aperitivo in tranquillità o festeggiare insieme con gli amici la laurea. «Soprattutto nella piazzetta di via Reggio Emilia dove c'è la fontana, ma anche nella vicina via Cagliari, il venerdì e il sabato c'è un'alta concentrazione di maranza, stazionano tutto il tempo lì e poi girano a bordo dei monopattini per strappare catenine o braccialetti - dice ancora Marello -. A metà della settimana scorsa a un ragazzo seduto su una panchina, davanti al locale Piadora di via Catania, è stata strappata la collanina da un giovane in monopattino, è quasi scoppiata una rissa che i nostri addetti alla sicurezza sono riusciti a scongiurare, ma intanto il ragazzo sul monopattino è riuscito a scappare con il bottino».

E ancora «Di recente a un'altra ragazza è stata rubata la collanina mentre faceva benzina alla stazione di servizio presente sul lungo Dora, sempre in Borgo Rossini».

L’incontro con il viceprefetto

Un'escalation di episodi che hanno portato gli esercenti a presentare un esposto, mentre il prossimo 3 agosto è già stato fissato un incontro con il viceprefetto.

Le aggressioni di lungo Dora Firenze

La situazione è ormai nota agli esercenti di specifiche aree della città. Come a Vincenzo Nasi, fra gli altri titolare del club Q35 in lungo Dora Firenze e presidente di Epat Torino: «Per due serate consecutive, il 3 e 4 luglio in occasione degli after del Kappa FuturFestival, il personale della sicurezza ha impedito l'ingresso nel locale a un gruppetto di ragazzini già noti per le loro cattive intenzioni - spiega - Il risultato è stato che da quattro sono diventati 30 e hanno cominciato a lanciare bottiglie contro i nostri addetti, in entrambi i casi siamo stati costretti a richiedere l'intervento della Polizia».

San Salvario, un’altra area diventata critica

Il problema riguarda anche la zona di piazza Vittorio Veneto e via Matteo Pescatore, ma anche alcuni ambiti di San Salvario nel perimetro fra le vie Berthollet, Goito e Saluzzo. Proprio le aree dove adesso Epat chiede di istituire un presidio fisso delle forze dell'ordine.

Cos’è il Torino Care Team

Qualche iniziativa è già stata messa in campo dalla Città, come Torino Care Team, un gruppo di operatori con pettorina che provano a mediare i conflitti fra avventori e residenti. La richiesta di Epat, in questo caso, mira però soprattutto alla sicurezza dello spazio pubblico, quello che non riguarda più locali e dehors, ma le piazze e le strade delle serate all'aperto.

«I titolari dei pubblici esercizi nelle zone movida debbono assicurare e vigilare sulla tranquillità dei propri dehors e dei locali, ma occorre guardare al suolo pubblico che non è nella disponibilità e nella responsabilità degli esercenti» - afferma Nasi - «Gli imprenditori seri rispondono a una serie di obblighi per tutelare la cittadinanza dal disturbo della quiete pubblica, con oneri che possono superare anche i 15-20 mila euro a stagione. Ma al tempo stesso, chiediamo un presidio stabile e riconoscibile delle forze dell'ordine nelle aree che oggi sono più esposte».

La proposta di Epat per rilanciare i quartieri

Claudio Ferraro, direttore di Epat, allarga lo sguardo. «Quando le persone smettono di frequentare una zona, il danno non riguarda soltanto il singolo locale ma si indebolisce l'intero quartiere - dice - Occorre un profondo ripensamento sulla vita serale e un organico e programmatico intervento rigenerativo sull'intero territorio cittadino».

giovedì 16 luglio 2026

La condanna del gioielliere

Giuliano Santoro
Roggero: condanna confermata. Vannacci medita di candidarlo

il manifesto, 16 luglio 2026

Il caso di Mario Roggero, gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori, arriva a sentenza definitiva. Ieri la corte di cassazione ha rigettato il ricorso della difesa, confermando la condanna stabilita al secondo grado di giudizio.

La vicenda, tragica da ogni punto di vista, è diventata un caso politico dopo che prima alcuni esponenti della Lega e poi Roberto Vannacci lo hanno preso come emblema della fantomatica «emergenza sicurezza» e del diritto alla «legittima difesa». Resta che il fatto di avere due morti lasciati sulla strada da Roggero, le vittime si chiamavano Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli, non rientra nemmeno nella nuova fattispecie della legittima difesa, le cui maglie sono state allargate fino a rendere non punibile l’eccesso colposo. Le nuove norme erano arrivate in seguito a un’altra campagna securitaria di propaganda per la giustizia fai-da-te che aveva condotto fino al Viminale, Matteo Salvini nel 2019.

Roggero aveva sparato dopo la rapina al suo negozio di Grinzane Cavour. Era il 28 aprile 2021. Sia in primo grado che in appello i giudici hanno escluso l’applicabilità della legittima difesa, dal momento che è stato dimostrato che il gioielliere aveva inseguito i due, che erano armati di pistola giocattolo e un coltello, sparando in rapida successione contro la loro auto parcheggiata all’esterno della gioielleria. «Quando Roggero fece fuoco, l’azione aggressiva da parte dei rapinatori era totalmente conclusa» avevano scritto i giudici di appello nelle motivazioni della sentenza. Fu ferito anche Alessandro Modica, l’autista della banda che aspettava fuori dal negozio, ma riuscì a salvarsi.

Davanti al Palazzaccio si sono presentati anche alcuni militanti di Futuro nazionale per solidarizzare con lo sparatore. Perché, come ha spiegato il neo-vannacciano Marco Pomarici, un passato nel centrodestra col Popolo della libertà e nella Lega di Salvini, «la difesa deve essere sempre legittima: in tutti i casi. Riteniamo che nel momento entri in casa mia potrebbe accadere qualsiasi cosa ed è necessario quindi tutelare la mia sicurezza e quella della mia famiglia». Si radicalizzano, insomma, le posizioni della Lega e di Fratelli d’Italia degli anni scorsi, come spesso capita per le uscite di Fn: si afferma che il diritto alla proprietà privata è assoluto, viene prima non solo del benessere comune o delle tutele sociali ma anche del diritto alla vita di chi minaccia un bene senza costituire direttamente un pericolo per l’incolumità di chi è vittima di un furto.

Roggero, che ha 71 anni, ha fatto sapere di volersi costituire appena saputo della decisione della suprema corte. «Attendiamo le motivazioni e valuteremo il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo», dicono i suoi avvocati. Matteo Salvini ha ricordato la sua legge per l’estensione della legittima difesa ma ha sostenuto anche che «evidentemente non basta e bisogna allargare ancora di più il sacrosanto diritto alla legittima difesa di chi viene aggredito. E lo faremo». Il leader leghista ha anche fatto sapere di volersi appellare a Sergio Mattarella affinché a Roggero venga concessa la grazia. «Pensare che questa persona debba andare in carcere, perché con una condanna definitiva il rischio è che si attui questa sentenza, è una vicenda orribile» si accoda il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. Dalle parti di Vannacci più persone, spinte dallo show grottesco del conduttore della Zanzara Giuseppe Cruciani, si ipotizza addirittura una sua candidatura alle prossime politiche.

lunedì 30 marzo 2026

I quadri rubati


Agence France-Presse

Dei ladri rubano dipinti di Renoir, Cézanne e Matisse del valore di milioni da un museo italiano.
The Guardian, 30 marzo 2026

Una settimana fa, dei ladri hanno rubato dipinti di Renoir, Cézanne e Matisse da un museo in Italia, secondo quanto riferito dalla polizia.

Quattro uomini mascherati sono entrati nella villa della Fondazione Magnani Rocca, vicino a Parma, nel nord Italia, e hanno rubato le opere d'arte nella notte del 22 marzo, ha dichiarato un portavoce della polizia, confermando una notizia diffusa dalla Rai.

Secondo quanto riportato dai media italiani, hanno rubato "Pesci" di Pierre-Auguste Renoir , "Natura morta con ciliegie" di Paul Cézanne e "Odalisca sulla terrazza" di Henri Matisse.

Natura morta con pesci, 1913, di Pierre-Auguste Renoir. Fotografia: Alamy

Secondo quanto riportato dalla BBC, il valore complessivo dei dipinti rubati era stimato in 9 milioni di euro (7,8 milioni di sterline).

I ladri hanno forzato la porta d'ingresso per entrare in una stanza al primo piano, per poi fuggire attraverso i giardini del museo. L'operazione è durata meno di tre minuti ed è stata pianificata e organizzata, ha dichiarato il museo all'emittente SkyTG24.

Grazie al sistema di sorveglianza e al rapido intervento della polizia e degli addetti alla sicurezza, non sono riusciti ad andare oltre, ha aggiunto il museo. La polizia sta esaminando i filmati delle telecamere di sorveglianza del museo e delle attività commerciali limitrofe, ha dichiarato un portavoce della polizia.

Odalisca sulla terrazza di Henri Matisse. Fotografia: Alamy

La Fondazione Magnani Rocca, situata a 20 km da Parma, ospita la collezione dello storico dell'arte Luigi Magnani, che comprende anche opere di Dürer, Rubens, Van Dyck, Goya e Monet. È stata fondata nel 1977.

Questo furto è l'ultimo di una serie di rapine ai danni di importanti musei europei.

Nell'ottobre dello scorso anno, dei ladri si sono introdotti nel Louvre di Parigi in pieno giorno, fuggendo in meno di otto minuti con gioielli per un valore di 102 milioni di dollari.

venerdì 6 febbraio 2026

Il ribelle inafferrabile

Giulia Sorrentino
La tattica degli antagonisti: i guerriglieri "senza volto" per attaccare la polizia

Il Giornale, 6 febbraio 2026

 La guerriglia urbana avvenuta sabato a Torino continua a tenere banco anche e soprattutto per la decisione adottata dal giudice per le indagini preliminari. Dei tre soggetti che sono stati fermati per aver aggredito le forze dell'ordine nel corteo pro Askatasuna, uno è agli arresti domiciliari e due hanno solo l'obbligo di firma. Ma come mai sono stati solo tre i fermi, se la devastazione a cui abbiamo assistito ha coinvolto centinaia di manifestanti e se nelle carte si fa riferimento a un gruppo organizzato di oltre 1500 persone?

Perché è cambiata la strategia dell'eversione: la Digos è perfettamente a conoscenza dei profili da monitorare, di chi è potenzialmente pericoloso e di chi frequenta abitualmente realtà a cavallo tra anarchici, pro Pal, gruppi di boicottaggio e centri sociali. Ma sono proprio queste realtà che, avendo compreso di essere facilmente identificabili, hanno messo in atto una strategia di vero e proprio reclutamento che avviene anche e soprattutto via social, di persone incensurate che però abbiano la predisposizione a delinquere.

In questo modo per le forze di sicurezza è molto più difficile intercettare i volti dei violenti che, oltre a essere interamente coperti, non compaiono nel sistema che loro utilizzano.

Si chiama SARI (Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini) lo strumento che viene utilizzato in questi casi, in dotazione presso il Ministero dell'Interno e la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia dal 2017: confronta i volti dei soggetti ripresi dalle videocamere con un database a disposizione di milioni di immagini. Ma se si è incensurati la comparazione diventa decisamente più complessa, perché questa ricerca avviene a partire da immagini del volto già in possesso della banca dati della Polizia e non c'è ad oggi un sistema che permetta di oltrepassare questo step. Un settore, quello del riconoscimento facciale, che secondo gli addetti ai lavori necessiterebbe di ulteriori step e investimenti soprattutto considerando il clima di perenne conflitto nelle piazze italiane.

Va, infatti, considerato un altro tassello che fa convergere sulle informazioni di cui Il Giornale è in possesso: prima del corteo erano state fatte circa 600 identificazioni. Ma nessuna di queste ha poi avuto un riscontro oggettivo relativamente agli scontri. Volti nuovi, dinamiche sottotraccia di un movimento che si sta organizzando in fretta e a raggiera.

E questa escalation non può che allarmare l'intelligence. Proprio perché il nodo è rappresentato da una serie di "lupi solitari" che in serie e in parallelo vengono fatti convergere con il solo scopo della sovversione.

Ed è proprio questo il motivo in cui risiedono i pochissimi fermi di Torino e le sole 24 denunce.

Perché i frontman della violenza sono sempre meno volti noti e sempre più incensurati che magari erano alla loro prima piazza. L'imprevisto, quindi, è doppio: lo è per gli agenti che devono prestare servizio fuori dalla loro città con tutte le incognite che ciò comporta, lo è per la mancanza di consapevolezza del livello del rischio. E, infatti, i profili dei due trentenni torinesi che sono stati rimandati a casa con l'obbligo di firma rispecchia questa violenza 2.0. Per cui, se da un lato è necessario rafforzare le misure di contenimento della ferocia con cadenza settimanale, dall'altro è necessario "mettersi al livello dei delinquenti" anche dal punto di vista tecnologico, incrementando i servizi a disposizione degli investigatori.

martedì 3 febbraio 2026

Dove ti porta Meloni

Vincenzo R. Spagnolo
Tutti i dubbi dei giuristi sul pacchetto sicurezza
Avvenire, 3 febbraio 2026

Sulle ipotesi di norme in arrivo permangono le perplessità espresse da alcuni giuristi di vaglia, interpellati nuovamente da Avvenire. Sul possibile fermo di 24 ore per alcuni tipi di sospettati, resta scettico il professor Luca Masera, ordinario di Diritto penale all’università di Brescia. « Mi pare una linea rossa: quando la libertà personale è sottratta alle garanzie della magistratura e entra nella disponibilità dell’autorità di Governo - dice -, c’è un pericolo per la tenuta dello Stato democratico. Nemmeno nella stagione del terrorismo, ben più violenta e cruenta, si era arrivati a ipotizzare che sulla libertà decidesse liberamente l’autorità di polizia. Quando è in gioco la libertà personale deve intervenire l’autorità giudiziaria». Anche sullo scudo penale per chi commette taluni reati per legittima difesa o in adempimento di un dovere, Masera si dice perplesso: «Bisognerà vedere come è scritta la norma. Graverà in capo al Pm discriminare, capire, interpretare? E poi, com’è noto, l’iscrizione nel registro degli indagati è anche un atto di garanzia a tutela dell’indagato stesso, che così può articolare la propria difesa. Il non indagato come potrà difendersi, ad esempio in caso di autopsia della vittima?». secondo il professor Masera, invece, andrebbe fatto capire «ai cittadini che se muore qualcuno perché qualcun altro gli ha sparato, seppur per legittima difesa, è inimmaginabile che non si apra un procedimento penale. Sia come sia, un essere umano è morto. E che lo Stato neanche apra un procedimento, mi pare una barbarie».
Robusti dubbi vengono sollevati pure da Ines Ciolli, professoressa associata di Diritto costituzionale alla Sapienza di Roma : «Il fermo di polizia parrebbe sganciato dalla magistratura, come invece prevede l’articolo 13 della Costituzione, a garanzia di un corretto svolgimento del fermo, anche se ex post. Se così fosse, le forze di polizia (o il questore) deciderebbero discrezionalmente anche il rilascio della persona sospettata? Nemmeno per la violenza negli stadi si è giunti a tanto. La Costituzione prevede siano condizioni eccezionali a legittimare atti come questi, che altrimenti diventano facilmente soprusi, intollerabili in democrazia». Ancor più netta è la valutazione della costituzionalista rispetto a una eventuale cauzione preventiva per le manifestazioni: «Richiederla costituirebbe una limitazione della libertà di riunione, aggiuntiva rispetto ai limiti dell’articolo 17 della Carta , che prevede che le riunioni abbiano come sole limitazioni il fatto di essere pacifiche e senza armi». E la previsione già esistente del preavviso di almeno tre giorni, nel caso di riunioni in luogo pubblico? «Quella non deve considerarsi come ulteriore limitazione al diritto di riunione - considera Ciolli -. Non a caso, in diverse sentenze la Corte costituzionale ha inteso quel preavviso come un obbligo ricadente sugli organizzatori e non su chi partecipa alla riunione, che anche in assenza di preavviso non può essere sciolta». Infine, sullo scudo penale, per la docente della Sapienza, «sembra del tutto incompatibile con lo stato di diritto e con la nostra Costituzione». Con quali principi, in particolare? «Con l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, con l’obbligatorietà dell’azione penale e ancora col diritto di difesa dei cittadini eventualmente colpiti», snocciola Ciolli, che conclude: « Prevedere delle norme speciali e di favore sarebbe come dire che non ci si fida della giustizia» e questo un Governo non dovrebbe nemmeno «pensarlo».


Glauco Giostra
I fatti di Torino e uno sguardo lungo sulla sicurezza
Avvenire, 3 febbraio 2026

Di fronte all’inqualificabile aggressione alle forze di polizia durante la manifestazione torinese, non ci si può limitare a una doverosa condanna per quel che quel video lascia vedere. La Polizia ha dato apprezzabilissima e rassicurante prova di professionalità: avrebbe potuto reagire, soprattutto sulla spinta emotiva dell’efferato pestaggio di un agente, ricorrendo all’uso delle armi o anche soltanto a cariche brutali contro singoli manifestanti restituendo la vigliaccata. Ha saputo dimostrare, cosa che oggi nel mondo avviene di rado, la differenza tra i metodi di aggressione allo Stato e i metodi di reazione dello Stato di diritto. Non vogliamo neppure pensare cosa sarebbe successo ove l’episodio fosse accaduto negli Usa: se tanta gratuita crudeltà omicida è stata rivolta nei confronti di persone innocenti, figuriamoci cosa sarebbe potuto seguire alla vile aggressione dell’altro giorno. I teppisti ideologici, di sinistra o di destra, sono non soltanto dei delinquenti, ma anche degli stupidi, perché la loro condotta è il modo più sicuro per danneggiare la causa in nome della quale agiscono, meritevole o inqualificabile che essa sia. Ora speriamo che non si ripeta ciò a cui troppo spesso abbiamo assistito in passato: che una certa destra digrigni i denti della repressione penale per cavalcare la legittima indignazione popolare; o che una certa sinistra dedichi al problema della sicurezza una degnata disattenzione, non volendosi sporcare le mani con la populistica strumentalizzazione.
Portando il discorso su un piano generale, non è difficile indicare come dovrebbe operare una politica che abbia davvero a cuore la sicurezza sociale, e non l’incremento del proprio gruzzolo elettorale. Innanzitutto, è sempre buona regola non legiferare sull’onda emotiva dell’ultimo fatto che ha sconvolto l’opinione pubblica. Il doloroso sconcerto che ne consegue o il timore che la gente non lo ravvisi nel prodotto legislativo che ci si accinge a emanare induce spesso a inutili risposte impulsive, che hanno il solo compito di apparire tempestive e severe. Si dovrebbe, poi, analizzare ogni fenomeno di devianza tenendo conto della sua reale incidenza sociale e non della sua apparenza mediatica. Le nostre reti televisive nazionali dedicano alla cronaca nera sino al triplo dello spazio ad essa riservato nelle emittenti degli altri Paesi europei. Non sorprende, quindi, che rispetto al fenomeno criminale l’Italia registri un record di dispercezione. Il rischio, quindi, di intervenire non rispetto a ciò che accade, ma rispetto a ciò che appare, è molto alto.
Una volta appurata la reale consistenza del fenomeno, si dovrebbe tener presente che in genere la creazione di nuovi reati o l’innalzamento della risposta sanzionatoria è pressoché ininfluente. O, meglio, può avere un effetto deterrente per i reati economici: prima di porre in essere un’evasione fiscale o un falso in bilancio è verosimile che si faccia anche il calcolo delle possibili conseguenze nel caso in cui il reato venga scoperto. Ma per i reati contro la persona, che sono poi quelli che più di altri suscitano allarme sociale, lo strumento penale è dissuasivamente imbelle: un essere abbietto che si accinge a commettere un femminicidio non sarà trattenuto dal fatto che la pena per quel delitto sia passata dai trent’anni all’ergastolo. Allo stesso modo, la prospettiva del carcere non fermerà il giovane pronto a usare il coltello per far valere le proprie ragioni. Per capire quanto ciò sia vero basta tornare ancora negli Usa che, nonostante abbiano la più numerosa popolazione penitenziaria del mondo e la pena di morte, registrano tra i più alti indici di criminalità e di omicidi.
Di fronte a un reale problema di sicurezza pubblica sarebbero semmai efficaci, nel breve e medio termine, interventi di tipo preventivo (maggiore presenza delle Forze dell’ordine in specifici contesti ad alto rischio, maggiori controlli della Polizia stradale, videosorveglianza diffusa, metal detector, ecc. ). Ma servirebbero soltanto per arginare i sintomi. Bisognerebbe nel contempo lavorare per rimuovere le cause culturali, economiche, ambientali delle condotte antisociali che si intendono contrastare. Anche se ciò comporta investimenti immediati e risultati differiti. Dice il vero statista: «Non è vero che la politica o è immediatamente efficace o non lo è. Io credo nell’efficacia differita, credo non solo e tanto nella mietitura, ma di più nelle capacità di seminagione». (Mino Martinazzoli). Il politicante pensa, invece: «Ma così perdo consensi e poltrona».

lunedì 2 febbraio 2026

L'uso politico degli incidenti

Simone Alliva
Askatasuna, gli utili delinquenti. Governo all'assalto dei giudici (e dei diritti)

Domani, 2 febbraio 2026

«Le Br». «I comunisti». «Gli squadristi rossi». «L’Antistato». Con una Torino ancora impregnata dell’acre odore dei lacrimogeni, il governo Meloni abbandona ogni prudenza e imputa all’opposizione la guerriglia urbana scoppiata dopo la manifestazione pacifica contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Di fronte alle immagini vergognose del poliziotto accerchiato e picchiato con spranghe e martelli, e oltre cento agenti feriti, il governo evoca gli anni di piombo.

Tamburo battente

Parte in mattinata il ministro della Difesa, Guido Crosetto: «Devono essere combattuti come sono state combattute le Brigate Rosse e non essere trattati come “compagni che sbagliano”». Ma è la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a spostare ancora più in là il fronte, puntando sulla magistratura: «Se i poliziotti avessero reagito agli aggressori sarebbero già iscritti nel registro degli indagati», scrive sui social dopo aver visitato a sorpresa alle Molinette due agenti feriti durante gli scontri. «Mi aspetto che la magistratura valuti questi episodi per quello che sono, senza esitazioni».

A tamburo battente seguono i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini. «Mai più quello che abbiamo visto negli anni 70 e 80. Tutte le forze politiche isolino i violenti ed approvino il pacchetto sicurezza», scrive su X Tajani. E Salvini ci mette il carico: «Speriamo che gli arrestati non trovino un giudice buonista pronto a rimetterli in libertà». Per poi chiedere: «Subito il nuovo pacchetto sicurezza che prevede più tutele alle forze dell'ordine, e soprattutto l'obbligo di una cauzione per chi scende in piazza come proposto dalla Lega».

Dopo il tentativo fallito a settembre la proposta riaffiora: far pagare in anticipo chi organizza le manifestazioni. La Cgil non che reagire con durezza: è una proposta impropria e incostituzionale. «Che si fa? A chi non ha le possibilità economiche si toglie il diritto di manifestare?», commenta Lara Ghiglione, segretaria confederale. L’articolo 17 non ammette cauzioni: la libertà di riunione non si paga. Una proposta che aveva ricevuto forti dubbi anche da Forza Italia: «Di difficile attuazione. Bisognerebbe dimostrare che i violenti sono gli organizzatori. Oggettivamente non è quasi mai così», commentava mesi fa il portavoce nazionale azzurro Raffaele Nevi.

Una posizione che, fanno sapere gli azzurri, non cambia. Si anticipa così un altro fronte aperto con il Carroccio che chiede per bocca del sottosegretario all'Interno, Nicola Molteni. «Rapida approvazione di tutte le proposte avanzate dalla Lega».

Intanto l'ordine di scuderia di Palazzo Chigi è chiaro: spingere sul pacchetto sicurezza e colpire l’opposizione. Poco importa che la condanna alle violenze sia stata bipartisan e netta, dalla segretaria del Pd, Elly Schlein («violenza inaccettabile»), al leader del M5s, Giuseppe Conte. Schlein entra nel mirino del deputato di Fratelli d'Italia Federico Mollicone: «I violenti sono comunisti che vi votano e che voi tutelate».

«Affermazione da missino incallito», risponde il dem Dario Parrini. Punta invece alla giunta di Torino, guidata dal dem Stefano Lo Russo, Forza Italia. In una nota il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, chiede al sindaco non solo di prendere le distanze ma di mettere alla porta Avs: «Fuori l'assessore, fuori Avs dalla maggioranza».

Più preciso il senatore azzurro Roberto Rosso: «C'è un assessore che si chiama Rosatelli deve rimuoverlo immediatamente, Avs non può stare al governo del Comune». E proprio nei confronti di Jacopo Rosatelli, che Fratelli d'Italia presenterà al Comune la mozione di sfiducia.

Solidarietà agli agenti

Sugli agenti feriti non si fermano gesti di solidarietà. Mentre una delegazione del Pd si reca all’ospedale per una visita agli agenti, il capo della polizia Vittorio Pisani fa recapitare loro una lettera: «Grazie, il vostro impegno è garanzia di sicurezza e democrazia». Al momento sono tre gli arresti e ventiquattro i denunciati. Tra gli arrestati anche un ventiduenne, proveniente dalla provincia di Grosseto, individuato grazie ai filmati.

Intanto è annunciata da Meloni per oggi la riunione di maggioranza «per valutare le nuove norme del decreto sicurezza» che dovrebbero arrivare in Cdm già mercoledì. Molti i nodi da sciogliere. Quasi certa l’approvazione di uno scudo penale per gli agenti, nonostante diversi giuristi abbiano fatto notare che verrebbe così meno il diritto di difesa, sottolineando anche un difetto di incostituzionalità: se la legge è uguale per tutti, risulta difficile approvare una scriminante che valga solo per le forze dell'ordine.

In bilico il fermo di polizia preventivo di dodici ore che aveva già incontrato resistenze nella trattativa per lo sblocco del pacchetto sicurezza, prima che fosse proposto al Quirinale. Sulla guerriglia «organizzata», così definita da Arianna Meloni, restano in sospeso i dubbi sollevati dal segretario di Più Europa, Riccardo Magi: «Ci si interroga su come l'irrompere di questo “esercito nero” di antagonisti violenti provenienti da tutt'Europa fosse atteso da tutti e sia puntualmente avvenuto. È evidente che il ministro Piantedosi, tanto bravo a fare propaganda securitaria e a introdurre nuovi reati, lo sia stato molto meno nell’opera di prevenzione». Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha già chiesto al governo una informativa sui fatti di Torino, prevista, probabilmente, martedì.