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domenica 29 marzo 2026

L' onda anomala

Diego Motta
Messaggio per i partiti: il referendum ha segnato il passaggio alla politica "on demand"

Avvenire, 28 marzo 2026

L'ultima consultazione referendaria ha forse segnato la fine della politica post-ideologica e ha inaugurato una nuova stagione. È quella che analisti ed esperti di consenso hanno non a caso chiamato politica "on demand".  È un fenomeno che si comprende se si guarda in particolare alle due grandi novità che hanno caratterizzato sia l'affluenza che l'esito finale a favore del "no": la partecipazione inattesa dei giovani e il malessere del Mezzogiorno, a partire dalle grandi città.
Se almeno quattro milioni di voti raccolti dai contrari alla riforma del governo non sono infatti ascrivibili agli elettori del centrosinistra (che dovrà conquistarseli tutti, uno ad uno, alle prossime Politiche, se vorrà avere speranze di vittoria) è perché nelle urne si è manifestata un'onda anomala, solo in parte inattesa. È quella che si mobilita, come accade già ad esempio nella vicina Svizzera, per singoli grandi temi come l’immigrazione e le tasse.
Secondo questo modo di intendere l'impegno civico e la vita pubblica, ci si muove per andare ai seggi solo se ne vale la pena, se l'argomento in questione è meritevole, se in discussione ci sono diritti da garantire o da difendere, se ci si accorge che i partiti e il Palazzo non devono avere l'ultima parola in capitolo.
Si tratta di condizioni che l'ultimo quesito referendario rispettava in pieno, consentendo ad esempio ai più giovani di sentirsi parte a pieno titolo della partita, una volta chiamati in causa, perché il dibattito ai loro occhi presentava caratteristiche semplici e immediate.
Era una scelta sulla tutela della Costituzione più che sulla separazione delle carriere, sulla difesa della magistratura più che sulle mire della politica, sull'operato di un esecutivo percepito lontano e ostile più che sulle prospettive dell'opposizione. Quando si percepisce che «il mio voto conta», è automatico incuriosirsi e impegnarsi, coinvolgendo altre persone.
Era stato così, in tono assolutamente minore, già per il quesito sulla cittadinanza ai figli dei migranti, che aveva coinvolto la “generazione Z” senza però dare risultati visibili. Dietro a tutto questo, c'è poi un "metodo" sperimentato negli anni, soprattutto a sinistra, di collaborazione tra realtà sociali capaci di lavorare in rete. Il "no" è così diventato "cool", quasi alla moda, ed è stato veicolato in modo rapido ed efficace dalle nuove piattaforme, su cui adolescenti e giovani si muovono con una padronanza sconosciuta agli adulti. Il resto l'ha fatto, come detto, un governo sin qui incapace di parlare ai giovanissimi e ai giovani.
Lo stesso discorso, sia pur a partire da un contesto differente, riguarda il Sud. Abbandonato a se stesso, orfano di una classe dirigente in grado di pesare a livello centrale, privato di strumenti simbolici come fu il reddito di cittadinanza, il Mezzogiorno è tornato a lanciare messaggi: la battaglia per tutelare i ceti popolari delle periferie intrappolati sempre più nelle maglie di una povertà endemica e la necessità di dare segnali efficaci sul versante del lavoro e della dispersione scolastica sono state le ragioni alla base del voto di protesta veicolato con il “no” al referendum.

Anche in questo caso ci si è attivati “on demand”, su richiesta. È stato un voto di “sofferenza sociale” verso lo stato delle cose, a partire dall’incerta situazione socioeconomica. Non si trattava di scegliere un partito piuttosto che un altro, un fattore che avrebbe messo in difficoltà verosimilmente milioni di elettori. Era sufficiente alzare le antenne per rendersi conto che stava per aprirsi un altro tipo di partita elettorale. Di sicuro, quando la prossima volta si andrà a votare per le Politiche, intercettare il vento nuovo della società civile e riportare alle urne tanti elettori “a sorpresa” di questa tornata referendaria sarà un compito più difficile per tutti.

mercoledì 5 novembre 2025

La giustizia diseguale


Alessandra Algostino
Un giudice che rassicuri il potere

il manifesto, 5 novembre 2025

Leggi tiranniche già esistono, dalle norme che violano diritti in chiave razzista (esternalizzazione delle frontiere e demolizione del diritto di asilo) al diritto penale del nemico (dissenzienti, poveri e migranti) e altre ancora sono allo studio (per tutte, leggi che con il pretesto della lotta all’antisemitismo pretendono di disciplinare scuola e università). Ma al governo non basta: occorre assicurarsi anche un’esecuzione tirannica.

La riforma della giustizia mira a un giudice che garantisca la sicurezza del potere invece della sicurezza dal potere? Muoviamo dai fondamentali: la magistratura è un potere dello Stato, se pur connotato dall’essere diffuso, ed è anche un limite al potere. È un potere, ma insieme un contro-potere: lo è in quanto parte della separazione dei poteri e del loro equilibrio; lo è in quanto deputato a salvaguardare l’argine dei diritti dall’arbitrio, pubblico e privato; lo è in quanto controlla e presidia i confini del diritto.

Fondamentale, dunque, è la sua indipendenza, perché sia garante dei diritti e non oppressore. La revisione costituzionale, che, per inciso, ha seguito un iter dominato dal governo all’insegna del «credere, obbedire, approvare», mina l’indipendenza.

In primo luogo, ad indebolire la magistratura è la frammentazione degli organi e delle competenze attraverso lo sdoppiamento del Csm e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. In secondo luogo, non è fanta-Costituzione preconizzare che un pubblico ministero separato sia attratto nella sfera di influenza dell’esecutivo: separare per asservire (dato storico e comparato depongono in tal senso). In terzo luogo, il sorteggio secco, per scegliere i membri togati dei Csm, da un lato, esprime sfiducia e svilisce ciascun giudice ritenuto fungibile rispetto ad un altro, in uno con la denigrazione mediatica che da anni accompagna la giustizia; dall’altro lato, toglie voce alla varietà e complessità delle interpretazioni, depriva la ricchezza di visioni che attraversano la magistratura e la riflessione che scaturisce dal confronto, intaccando la rappresentatività. Quanto al sorteggio dei membri laici, mediato (sono estratti da una lista eletta dal parlamento), la mancata previsione di maggioranze qualificate li rende disponibili al continuum maggioranza-governo.

Infine, quanto all’Alta Corte, da segnalare è come il sorteggio per i membri togati sia ristretto su base gerarchica, connotando in senso verticistico la Corte, veicolando un potere piramidale in luogo di diffuso: ad essere intaccata, direttamente, è l’indipendenza interna, del singolo giudice nel corpo giudiziario, e, indirettamente, l’indipendenza tout court, aprendo ad influenze esterne sui giudici attraverso i vertici.

È una revisione non della Costituzione, ma contro la Costituzione, i suoi principi, la democrazia che essa disegna. È un tassello nella costruzione di un potere libero da catene, in primis quelle della Costituzione. E questo, nel contesto di una democrazia segnata dalla verticalizzazione del potere, attraversata da una militarizzazione crescente, come pulsione alla guerra e arruolamento nella logica amico/nemico; una democrazia svuotata da una rappresentanza asfittica e marginalizzata e sterilizzata da provvedimenti che reprimono il dissenso, dove l’«effettiva partecipazione» è sostituita dal principio di autorità.

Il diritto penale dell’amico veicola l’immagine dello Stato come ordine pubblico, dell’obbedienza dei sudditi, privilegiando le forze di polizia rispetto ad altre funzioni dello Stato (istruzione, sanità), la riforma della giustizia apre a un rapporto privilegiato fra il pubblico ministero e la polizia: indebolisce il giudice come contropotere e rafforza il giudice come oppressore. La figura del giudice oppressore è coerente con la metamorfosi della sicurezza sociale e dei diritti in sicurezza come ordine pubblico e con la sostituzione dell’orizzonte aperto del conflitto e della trasformazione con la repressione.

La giustizia diseguale o di segno autoritario, al servizio del potere, esiste anche oggi, ma rappresenta uno sviamento rispetto alla Costituzione e il giudice ha i presidi costituzionali necessari per muoversi nel solco della Carta fondamentale e della sua attuazione: se la sua indipendenza sarà minata saranno normalizzate distorsioni repressive e giustizia di classe.

Se la revisione passerà il vaglio del referendum, le vocazioni autoritarie e le mire egemoniche di un capitalismo senza freni avranno nuovi strumenti; sarà un ulteriore passo nello stravolgimento della Costituzione e nella costruzione del neoliberismo autoritario: un giudice pronto a perseguire i deboli e difendere i forti, a praticare una giustizia diseguale e a reprimere il dissenso.

Opporsi – il referendum è oppositivo, non confermativo – è un modo per agire contro la sicurezza del potere e per la sicurezza dal potere.

giovedì 12 giugno 2025

La sconfitta: parola di Bertinotti


Bertinotti: “Sconfitta referendum, un errore negare. La sinistra non parla più alla società”
L’ex presidente della Camera: «C’è nelle opposizioni un deficit di analisi del mondo in cui viviamo»

FRANCESCA SCHIANCHI
La Stampa, 12 Giugno 2025

ROMA. «Penso si debba parlare esplicitamente di sconfitta». Per cominciare a ragionare di referendum e delle sue conseguenze, l’ex sindacalista, ex leader di Rifondazione comunista e già presidente della Camera Fausto Bertinotti parte dall’assunto di base: «Le parole sono pietre, diceva lo scrittore, ed è bene che lo possano essere, quando non prendono di mira l’umanità. Ma le parole vanno scolpite: la rimozione del termine sconfitta, specie per forze di opposizione, è prima di tutto un errore. Perché non consente di affrontare le ragioni per cui non si riesce a costruire un’alternativa». 

La famosa analisi della sconfitta? 

«È un patrimonio necessario per uscire da una sconfitta che non riguarda solo il referendum, ma un’intera fase politica». 

Perché le forze di opposizione non riescono a parlarne? 

«C’è un elemento di autoconservazione, ma c’è anche qualcosa di più impegnativo: un deficit di analisi della società in cui viviamo e delle dinamiche delle forze sociali». 

Qual è la sua analisi? 

«Vedo una linea di demarcazione nella società tra alto e basso: alto è ciò che regola la società, le istituzioni, la politica, la comunicazione; mentre basso è la società civile». 

Il centrosinistra fa parte dell’alto e non riesce a intercettare il basso? 

«Esattamente. E infatti non affronta il problema della crisi della democrazia partecipata. Quando alle elezioni va a votare il 50 per cento dei cittadini, significa che ci si è persi per strada un pezzo di Paese». 

Al referendum altro che 50, ha votato il 30 per cento. 

«Vede, ora ricorre la domanda: ma perché buttarsi nel referendum se sapevi già che avresti perso? Perché in politica esiste il tempo della semina e quello del raccolto: e nel tempo della semina provi a costruire cose che non ci sono. In tempi di crisi della democrazia partecipata, si è provato ad aggirare l’ostacolo ridando la parola ai cittadini». 

Ma non ha funzionato…

«Riconoscere la sconfitta e posizionarla nel tempo della semina aiuta a individuare le ragioni di fondo: la perdita di un rapporto con la società civile. Di fronte a questo, si è provata la scorciatoia del referendum, che però ha rivelato la sua impotenza. Una volta che si è consumato il tentativo, è più importante il dopo del prima: devi affrontare il problema capitale della crisi della sinistra nella crisi della democrazia». 

Un vasto programma. Si affronta ripartendo da quei 14 milioni di votanti, come hanno detto dall’opposizione, o è una visione consolatoria? 

«È un abbaglio. Dove li trova quei 14 milioni di persone? Dove sono ora, e dov’erano prima del voto? Questi 14 milioni vanno rivestiti dell’abito con cui stanno nella società, vanno riportati alle condizioni sociali, non si sfugge. Sa cosa mi colpisce moltissimo? ». 

No, dica. 

«Che la sinistra non faccia una inchiesta, non cerchi di capire cosa sia successo alla sua base sociale, cosa pensino i suoi. Sono stato al Salone del libro di Torino, pieno di giovani. Possibile che nessuno sia andato da questi ragazzi e ragazze per capire chi sono? ». 

Ma perché secondo lei una partecipazione così bassa a referendum sul lavoro, che in teoria interessano tutti? 

«E che smentiscono una critica frequente della destra alla sinistra: si occupa solo dei diritti civili. Le due tipologie di diritti, civili e sociali, sono inscindibili: si è vinto sul divorzio quando si era dentro un ciclo di grandi lotte operaie e studentesche». 

Stavolta ha votato meno di un italiano su tre: perché? 

«Gli americani a volte aiutano perché sono dei semplificatori: c’è un bel libro di Bernie Sanders (ex candidato alle primarie democratiche Usa, esponente dell’ala più a sinistra del partito, ndr) in cui ripete un concetto, “i democratici hanno abbandonato i lavoratori e i lavoratori hanno abbandonato i democratici”. Il lavoratore in sé non è un portatore di emancipazione: sono i lavoratori come insieme a essere portatori di istanze; è il lavoratore come classe che fa la differenza, altrimenti resta un individuo come tutti, sottoposto al vento di destra». 

E perché, anche nell’alveo del centrosinistra, ci sono tanti contrari a concedere più velocemente la cittadinanza? 

«Per la stessa ragione: il problema è la costruzione di una cultura, non la registrazione di un’opinione. Ho l’età per ricordare quando, a Torino, c’erano i cartelli: “Non si affitta ai meridionali”. L’idea della migrazione dal Sud come una minaccia venne superata grazie al lavoro del movimento operaio, con l’aiuto della Chiesa, invadendo la città di esperienze e associazioni. È un lavoro enorme da fare. Ma se si passa dal conflitto di classe al censimento delle opinioni, allora in quella frontiera vince sempre la destra». 

Conflitto di classe? Oggi la politica è quella dei social e del leaderismo esasperato...

«Questi discorsi nella politica di superficie di oggi sembrano inerti. Ma occorre smarcarsi e agire in profondità». 

Dato lo stato della sinistra, ha ragione Meloni quando fa filtrare «vogliono inchiodarmi qui per dieci anni»? 

«Anche Giorgia Meloni farebbe bene a non guardare il mondo solo dall’angolo in cui si sente più tranquilla, ma ad allargare lo sguardo. Non è prevedibile quanto starà al governo, ma ricordi che il nostro Paese è in una crisi mondiale, e non sarà facile governare i processi». —


mercoledì 11 giugno 2025

La strada giusta


Alfio Mastropaolo Facebook

Conti approssimativi. Bisognava prendere più o meno 23 milioni di voti per farcela su 45 milioni. Gli aventi diritto residenti all’estero sono più di 4 milioni. Vincere era irrealistico. Hanno votato 14 milioni. Siamo abbondantemente al di sopra degli elettori del centrodestra alle ultime politiche e anche degli elettori dell’opposizione. Visti i livelli attuali di astensionismo, la sconfitta è stata più che onorevole. È da miserabili prendersela con Landini e con Schlein. Landini ha sbagliato i conti, ma ha il merito di avere rimesso il tema del lavoro all’ordine del giorno. Schlein ha dovuto rimontare l’ostilità di un discreto pezzo di partito. Gli elettori di 5 Stelle sono in gran parte andati a votare. Personalmente sospetto che un pezzo di Pd continui a sognare una coalizione centrista, anche con Forza Italia, e vorrà profittare della situazione. No comment. Invece: le elezioni locali vanno discretamente. Meglio rimettere insieme i cocci che disperderli. Bisogna però che l’opposizione maturi una proposta politica. Criticare la maggioranza non basta. Deludente il risultato del referendum sulla cittadinanza. Ma con l’attuale clima d’opinione era fuori portata. Queste cose si preparano seriamente. I suoi promotori hanno provato a farsi trainare dalla sinistra, ma sui temi del lavoro erano dall’altra parte e come capacità di mobilitare non valgono granché.

L'Istituto Cattaneo prudente

NEL PRIMO REPORT sui referendum, gli analisti dell’Istituto Cattaneo affermano che è «è azzardato proiettare il voto registrato in occasione di questa tornata referendaria su possibili equilibri elettorali futuri tra partiti e aree politiche». Lorenzo Zamponi [sociologo alla Scuola normale superiore di Firenze e studioso del rapporto tra movimenti e partecipazione politica] segnala che i ballottaggi hanno tirato su l’affluenza e che anche dove ha vinto la destra hanno prevalso i sì. A Ortona, ad esempio, si doveva scegliere tra due candidati a sindaco di destra, ma l’esito del referendum non si discosta dalle percentuali nazionali. Qui ritorna il tema dell’importanza dell’insediamento: «I partiti che si oppongono al governo Meloni al momento non rappresentano i 27 milioni di persone che sarebbero serviti per vincere – dice – Ma attenzione: ciò non significa che lo facciano gli altri. Non dobbiamo dimenticare che la destra ha vinto questa partita solo non partecipando, impedendo che si svolgesse un dibattito nel merito delle questioni». (Giuliano Santoro, il manifesto)

Mancanza di leadership

Boris Johnson, lo smarrimento

Chiaramente la sinistra o, se si preferisce, lo schieramento progressista si trova di fronte a un crocevia. Non può limitarsi ad aspettare tempi migliori senza darsi una fisionomia meglio definita. Ha tre possibilità davanti a sé: modificare pragmaticamente la sua offerta politica; restare fedele alle sue convinzioni storiche; adottare posizioni ancora più radicali, attribuendo i suoi fallimenti o le sue difficoltà alla debolezza manifestata nel perseguimento della linea tradizionale. Questo scrive oggi Giovanni Orsina sul Giornale. Il Partito democratico sotto la direzione di Elly Schlein oscilla tra la seconda e la terza ipotesi; una sua corrente interna, minoritaria, è invece favorevole alla prima. Una forza politica che voglia allargare la sua sfera di influenza deve dotarsi di una immagine ben riconoscibile e di un messaggio univoco se non su tutte le questioni in campo, almeno su alcune tra le più significative.  Una scelta sarebbe opportuna e perfino necessaria. Sul quotidiano Domani Gianfranco Pasquino si pronuncia in tal senso, quando pone il problema della leadership:

Costruire una coalizione politica potenzialmente maggioritaria richiede l’individuazione dei settori sociali ai quali mandare una pluralità di messaggi che spieghino in cosa quella coalizione non soltanto differisce, ma è preferibile al governo in carica. Esige visibile coesione di intenti e non prese di distanza furbesche e frequenti.

Per lo più gli elettorati democratici preferiscono la stabilità a qualsiasi prospettiva di ricambio che si presenti all’insegna dell’incertezza e del conflitto.

Max Weber ricorderebbe a tutti quanto importante, mediaticamente e politica, è la leadership. Senza controproducenti ipocrisie è tempo di riconoscere che Giorgia Meloni ha saputo esaltare il suo profilo di leader, di partito e di governo, anche nella sceneggiata minore della visita al suo seggio elettorale.

I contenuti, ovvero, le priorità programmatiche, continueranno a contare, ma senza una leadership alternativa, credibile, emersa/scelta tempestivamente, per tempo, le opposizioni italiane non andranno da nessuna parte. Non riusciranno a ottenere il voto di quel 10 per cento circa che fa sempre la differenza in tutte le elezioni democratiche. Non perché gli elettori non le hanno capite, ma proprio perché, come e più che nel referendum, ne vedono le contraddizioni e le carenze. 

Nota bene. Pasquino non dice che bisogna sostituire questo o quel dirigente. Non fa nomi. Afferma la necessità di voltare pagina. Auspica con questo la caduta di Elly Schlein? Non è sicuro. Se fosse giunto a una tale conclusione, lo avrebbe detto.   

Giuliano Ferrara sul Foglio non si fa tanti scrupoli e scrive: "Siamo dalla parte dei lavoratori, ci agganciamo alla Cgil, contro gli altri sindacati, seguiamo il percorso dell’identità sana e buona con Giuseppi e Camomilla e Tesla, un’alternativa che più perdente non è possibile concepire. Per battere eventualmente Meloni occorre uno Starmer, non dico un Blair, o un Macron del 2017, quello dei sogni realistici e riformisti-liberali, non una signora rispettabilissima che ha scambiato Berlinguer, già trafitto dal realismo della storia, con Elio Germano, e ambisce giustamente a fare la regista di cinema".

Qui l'avviso di sfratto è formulato in piena regola. Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera invoca un'autocritica da parte degli sconfitti al referendum. Per ora siamo invece al misero tentativo di contrattaccare intestandosi tutti i numeri della partecipazione al voto. Peggio il taccon del buco, come dicono in Veneto. 

Mettetela come volete, il conto alla rovescia è cominciato. Per chi suona la campana. Se nessuno davvero vuole riflettere sull'errore commesso e tutto rimane come prima, il campo progressista va verso la sconfitta al prossimo, decisivo, appuntamento delle elezioni politiche.

martedì 10 giugno 2025

Una sconfitta culturale


Massimo Franco
Una sconfitta culturale, ma l'astensione riguarda tutti
Corriere della Sera, 10 giugno 2025 

Il flop viene declinato in molti modi. Boomerang, sconfitta, disfatta. Avere toccato appena il 30 per cento dei votanti, venti punti lontani dal quorum, ha reso i cinque referendum proposti dalle opposizioni e dalla Cgil come un fallimento strategico. Ma sostenere che a uscirne frantumato è il cosiddetto «campo largo», ossia l’asse tra Pd e M5S, più addentellati della sinistra ecologista, potrebbe risultare riduttivo. E non perché non sia vero che senza le componenti moderate le sinistre e i Cinque Stelle non sfondano.

Il tema è che anche quell’aggiunta non basterebbe; e che perdere grazie all’astensione massiccia conferma un sistema malato. Il problema è di linguaggio, di temi, e solo di riflesso di alleanze. Il deficit riguarda la cultura politica: un difetto che accomuna sia il Pd di Elly Schlein, sia il M5S di Giuseppe Conte, sia i moderati dem e i centristi di Azione e Iv. E ancora di più una Cgil il cui segretario, Maurizio Landini, alla vigilia additava il quorum come un risultato a portata di mano. «Non lo abbiamo raggiunto», ha dovuto ammettere ieri. Ma «oltre 14 milioni di persone hanno votato: un numero importante, di partenza». Si tratta di una lettura consolatoria, che rimuove alla radice qualunque riflessione autocritica. E tende dunque a non abbandonare lo schema che ha portato alla sconfitta. E costituisce un pessimo viatico per le elezioni politiche. L’analisi del leader della Cgil, vero regista della consultazione, finisce per coprire parzialmente le responsabilità politiche di Schlein e Conte. Ma in qualche misura tende a congelare qualunque discussione sulle prospettive delle opposizioni.


Se il risultato ottenuto è «un punto di partenza», [lo schema] non va cambiato. E dunque si tratterebbe soltanto di affinare [la trovata] del cosiddetto «campo largo», o «progressista»; insomma, della sommatoria tra le forze d’opposizione, senza cambiarne i contorni. Il flop viene declinato in molti modi. Boomerang, sconfitta, disfatta. Avere toccato appena il 30 per cento dei votanti, venti punti lontani dal quorum, ha reso i cinque referendum proposti dalle opposizioni e dalla Cgil come un fallimento strategico. Ma sostenere che a uscirne frantumato è il cosiddetto «campo largo», ossia l’asse tra Pd e M5S, più addentellati della sinistra ecologista, potrebbe risultare riduttivo. E non perché non sia vero che senza le componenti moderate le sinistre e i Cinque Stelle non sfondano.


Il tema è che anche quell’aggiunta non basterebbe; e che perdere grazie all’astensione massiccia conferma un sistema malato. Il problema è di linguaggio, di temi, e solo di riflesso di alleanze. Il deficit riguarda la cultura politica: un difetto che accomuna sia il Pd di Elly Schlein, sia il M5S di Giuseppe Conte, sia i moderati dem e i centristi di Azione e Iv. E ancora di più una Cgil il cui segretario, Maurizio Landini, alla vigilia additava il quorum come un risultato a portata di mano. «Non lo abbiamo raggiunto», ha dovuto ammettere ieri. Ma «oltre 14 milioni di persone hanno votato: un numero importante, di partenza». Si tratta di una lettura consolatoria, che rimuove alla radice qualunque riflessione autocritica. E tende dunque a non abbandonare lo schema che ha portato alla sconfitta. E costituisce un pessimo viatico per le elezioni politiche. L’analisi del leader della Cgil, vero regista della consultazione, finisce per coprire parzialmente le responsabilità politiche di Schlein e Conte. Ma in qualche misura tende a congelare qualunque discussione sulle prospettive delle opposizioni.

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Lo stallo continua


Alessandro De Angelis
Il campo largo e l’equivoco 5Stelle
La Stampa, 10 giugno 2025 

C'è un dato, che squaderna questione non banale nel cosiddetto «campo largo». Al quesito sulla cittadinanza, il numero dei no raggiunge la cifra ragguardevole del 35%. Il che, tradotto, significa che i Cinque stelle, allineati al Pd nel congresso postumo sul renzismo (il Jobs act), hanno assunto una posizione autonoma e discordante annunciata dalle dichiarazioni in cui l’ex premier parlava dei suoi «dubbi» in materia.

Per carità, sono lontani i tempi in cui Giuseppe Conte, quando guidava il governo con Matteo Salvini, si presentava in conferenza stampa coi cartelli del decreto sicurezza. E tuttavia la sua linea, su immigrazione e integrazione, è assai più cauta rispetto a quella del Pd. Guardando in giro per l’Europa non è un caso isolato. Perché c’è tutto un pezzo di populismo di sinistra che poco ha che fare con la sinistra radicale che fu libertaria e «altermondista», accogliente e inclusiva. Non a caso in Europa proprio il leader pentastellato voleva formare un gruppo con Sahra Wagenknecht, la leader di Bsw, che si staccò dalla Linke su posizioni rossobrune: filorusse in politica estera e di chiusura dei confini in patria. 

Si ripropone cioè l’«equivoco» mai sciolto di come ci si rapporta non con una costola della sinistra ma con un pezzo del populismo italiano. E, con esso, l’elemento di fragilità tutta politica di Elly Schlein. In nome dell’unità «testarda» della coalizione, ha introdotto degli elementi di divisione nel suo partito: la linea sul lavoro l’ha appaltata a Maurizio Landini, sulla politica estera le danze le mena Giuseppe Conte. Lo vorrebbe tanto assecondare sulle pulsioni pacifiste, nel frattempo lo ha assecondato su Gaza. [...] In nome dell’unità cioè, il Pd è diventato un’altra cosa rispetto all’idea – quando nacque si disse così – di un partito con un forte ancoraggio a sinistra, ma capace di parlare a tutto il Paese e guidare una alternativa.

Tra «resistere», mobilitando ciò che c’è, e «sfidare», conquistando alle proprie ragioni chi sta dall’altra parte, ha scelto di resistere. E infatti, su una postura del genere, l’unico collante con l’alleato populista è l’essere contro, fare cioè dell’anti-melonismo il remake dell’anti-berlusconismo dei tempi d’antan. Ove, se vinci, poi è complicato governare. Difficile anche portare lo ius soli al primo Cdm, come avrebbe tanto voluto fare Pierluigi Bersani... Il referendum, al tempo stesso, appalesa le contraddizioni in un campo (sulla cittadinanza, appunto, coi Cinque stelle, con Matteo Renzi sul Jobs act) e ci dice che l’anti-melonismo non basta. Si può discettare a lungo su questo paragone delle mele con le pere, dei voti al referendum con quelli alle politiche, ma il punto è che il coinvolgimento del popolo è rimasto chiuso in un recinto, di cui non si è nemmeno fatto il pieno.

E si spiega così la baldanza, anche eccessiva, di Giorgia Meloni, che ha ritrovato un assist in un momento neanche troppo brillante, tra le intemperanze trumpiane, la commozione del Paese su Gaza e la grana del terzo mandato. [...]  Vedrete che diventerà un tormentone: la sinistra ha chiamato alla «spallata», e invece il popolo è con me. [...] Dopo tre anni di legislatura è la conferma di un rapporto col Paese ancora forte (e non sfidato).

domenica 8 giugno 2025

Basta con il cinismo arrogante, le ragioni di un voto

Oggi si vota, ma soprattutto si decide se vogliamo ancora prenderci sul serio come Paese. Mentre qualcuno consiglia il barbecue e lo sberleffo come risposta all’impegno civile, c’è chi ha scelto di non rinunciare alla politica, alla partecipazione, al diritto — e dovere — di incidere sulle regole comuni.

L’ironia facile su chi promuove un referendum, il sarcasmo su chi si mobilita per la pace o per i diritti del lavoro, non sono nuove nella retorica di una certa destra mediatica. È la solita scorciatoia: ridicolizzare l’avversario per non entrare mai nel merito. Chi vuole umiliare l'avversario, lo capiamo, preferisce fare il tifo per l’ombrellone.

Ma facciamo chiarezza. I referendum sul lavoro sono una occasione per rimettere sul tappeto i problemi aperti della precarietà ricorrente, dei contratti-trappola, delle false partite IVA e dei ricatti ai quali sono sottoposti gli occupati poveri in particolare. Parlare di “occupazione record” senza mai chiedersi in quali condizioni si lavori è come festeggiare una maratona senza sapere quanti tra i partecipanti erano davvero in grado di competere alla pari.

Sul diritto di cittadinanza, l'accusa di voler “hackerare” l’elettorato è ancora più rivelatrice: chi teme che anche i figli degli immigrati, nati e cresciuti in Italia, possano votare, in fondo sa benissimo che sono cittadini già nei fatti. Solo che non li vuole riconoscere. Non per principio, ma in omaggio a un pregiudizio largamente condiviso.

E poi Gaza. Chi ha parlato dal palco l’ha fatto per denunciare l’ipocrisia di chi chiude gli occhi di fronte a crimini documentati, a una crisi umanitaria che coinvolge migliaia di innocenti. Trasformare tutto questo in una caricatura anti-israeliana è un trucco retorico vecchio, tanto abusato quanto infame. Non una sola bandiera è stata bruciata nella manifestazione romana. Tra i convenuti molti erano sinceri amici di Israele. Giorgio La Malfa, tanto per fare un nome. 

Se c’è una cosa che dovremmo difendere oggi, è proprio la possibilità di dissentire, di proporre alternative, di votare su questioni vere — anche se divisive. Di esprimersi nelle piazze e nelle urne senza essere zittiti con battute da cabaret politico. Se chi prova a cambiare qualcosa viene definito “kamikaze” o “compagnia di giro”, allora non siamo solo in crisi politica. Siamo in crisi culturale.

Chi oggi invita a “lasciar perdere la compagnia di giro dei compagni” in fondo ci chiede di rinunciare all’idea stessa di alternativa. Ma se la politica si riduce a una grigliata contro il quorum, se il dissenso si liquida con un meme, allora forse siamo di fronte al tentativo di voltare le spalle a una tradizione di natura repubblicana, a un costume di sicura ispirazione democratica.

Si dice che l'opposizione non è seria. Come se fosse seria una maggioranza di governo che non riesce nell'emergenza tragica del momento a condannare uno Stato il cui governo pratica lo sterminio come tattica di guerra non contro una armata nemica ma contro un intero popolo. Si dice che i radicali (i radicali!) con la loro proposta di referendum hanno perso il contatto con la realtà. Come se la demografia non parlasse da sola un altro linguaggio. Come se l'evidenza dell'integrazione prevalente tra i giovani non permettesse di smentire le peggiori paure. La destra continua a presentarsi come detentrice di una maggioranza che invece è tutta da verificare. La ragione e la serena considerazione dei dati permettono di assumere un atteggiamento ben diverso, fatto di responsabilità e lungimiranza. 

Civis Romanus 


lunedì 19 giugno 2017

Il significato dell'astensione


 
Paolo Segatti, Elettori a intermittenza, Il Mulino, 19 giugno 2017

Le analisi dell’istituto Cattaneo relative al primo turno delle elezioni amministrative hanno mostrato un forte calo della partecipazione rispetto alle precedenti consultazioni. Una diminuzione dell’affluenza tra i 30 e i 20 punti percentuali a seconda della zona geopolitica rispetto a quella dei primi anni Novanta, come mostra il grafico. Cosa ci dice questa forte diminuzione circa la propensione a esercitare il proprio diritto di voto da parte degli italiani? Evidentemente che il voto amministrativo sta perdendo attrazione per un numero crescente di italiani. Ma questo dato suggerisce un calo generalizzato della partecipazione di entità simile per ogni tipo di consultazione? Andrei cauto.  Poco più di sei mesi fa, come ci aveva informato sempre il Cattaneo, la partecipazione al referendum sulla riforma costituzionale è stata eccezionalmente elevata. Ovviamente referendum e amministrative sono consultazioni diverse, ma dal punto delle motivazioni individuali che spingono alla partecipazione sono entrambe consultazioni alle quali gli elettori tendono ad attribuire una rilevanza bassa. Del resto in molti dei precedenti referendum l’affluenza è stata inferiore a quella di queste amministrative.  Se invece in occasione di quel referendum il tasso di affluenza è salito a livelli giudicati eccezionali, ciò vuole dire che la mobilitazione messa in campo dalle forze politiche è stata decisiva. Sarebbe stato utile porre all’attenzione dei lettori questo dato, per segnalare che a cambiare in sei mesi non sono stati ovviamente gli elettori e i loro atteggiamenti verso la politica, ma le scelte delle forze politiche e quindi il clima politico nel quale si è votato a queste amministrative.  Il che avrebbe consentito forse una nota di ottimismo circa lo stato della cultura civica degli elettori italiani. Ma forse sarebbe stato ancora più utile comparare l’andamento nello stesso arco di tempo dell’affluenza alle politiche negli stessi comuni.  Non per fare confronti impropri tra tipi diversi di elezione, ma per mostrare che certo in entrambi i tipi di elezione l’affluenza scende, ma non scende nella stessa misura elezione dopo elezione. L’affluenza alle amministrative scende di più di quella alle politiche. Il che vuole dire che nell’ultimo quarto di secolo un certo numero di elettori tende a votare meno alle amministrative di quanto faccia alle politiche. Ma questo non significa affatto che questi elettori escano per sempre dall’arena elettorale. Se l’affluenza alle successive politiche è più alta di quella alle precedenti amministrative, ciò significa che molti poi sono tornati a votare. Andrebbero chiamati elettori intermittenti per caratterizzare il loro entrare ed uscire dall’area della partecipazione elettorale. Non sono elettori persi per sempre all’esercizio del diritto di voto.  Quanti siano gli intermittenti rispetto agli elettori costanti e agli astensionisti assidui è difficile dirlo sulla base di un confronto tra tassi di partecipazione.
Studi di qualche anno fa mostrano che sono di più degli astensionisti assidui e sono in crescita significativa dalla metà degli anni Novanta. Si tratta di un aggregato socialmente e politicamente eterogeneo la cui crescita è il risultato del fatto che le nuove generazioni di elettori non hanno maturato la stessa abitudine al voto dei loro padri. In particolare se si tratta di elezioni sentite meno importanti. In fatto poi che l’aggregato degli elettori intermettenti sia in crescita dalla metà degli anni Novanta fa pensare che al suo interno vi potrebbe essere un segmento non piccolo di elettori che decide di andare a votare o meno alle elezioni ritenute meno importanti a seconda del giudizio che dà delle prestazione del partito o della coalizione che ha votato alle precedenti elezioni.  Infatti è proprio dalla metà degli anni Novanta che agli elettori italiani è data la possibilità di valutare chi è responsabile delle cose fatte con una chiarezza maggiore di quanto accadeva quando i governi duravano meno di anno. Quello italiano sta dunque diventando un elettorato che né vota né si astiene avendolo deciso una volta per sempre per ogni tipo di elezione. Possiamo discutere all’infinito se questo sia una cosa normativamente negativa. Per me entro una certa misura lo è.  Ma questo non dovrebbe impedirci di cogliere anche un aspetto positivo. Perché votare ad intermittenza può essere l’esito del fatto che un certo numero di italiani si prende la libertà di punire, astenendosi, chi hanno votato per le cose che ha fatto o non fatto.  Un comportamento che nasce un difetto se volete di cultura civica, ma che migliora la qualità della democrazia. A una condizione. Che chi governa sia in grado di raccogliere il segnale di questi elettori. Certo che se a ogni calo di partecipazione anche in elezioni amministrative l’opinione pubblica è intasata da commenti dai toni epocali, nei quali non manca mai il riferimento al mitico «partito dell’astensione», è possibile che il segnale non venga colto o venga colto in modo distorto, come quando di fronte a un problema si reagisce parlando d’altro.

giovedì 8 dicembre 2016

Guy Verhofstadt sul referendum



Guy Verhofstadt*
Bocciate le manovre dei vecchi partiti 
La Stampa, 6 dicembre 2016

Il referendum di domenica non è stato altro che una comune manovra politica dei due grandi vecchi partiti del sistema politico italiano.
La sconfitta di Renzi era scritta nelle stelle: un governo che collega il proprio futuro a un referendum è destinato a finire in un disastro. Matteo Renzi è altrettanto cieco nel non vedere che gli italiani ne hanno abbastanza della gestione, o meglio della cattiva gestione da parte dei due vecchi partiti. Nel 2013 è entrato a Palazzo Chigi come una giovane tigre promettendo cambiamenti, ma ha dimostrato di essere nient’altro che una versione più giovane del vecchio Berlusconi. Ha cercato di dissimulare il fatto che l’obiettivo principale del referendum era quello di dare bonus elettorali ai due grandi partiti, e di punire iniziative politiche al di fuori delle vecchie strutture di partito.
Il giovane ha stretto un accordo con il vecchio, cercando di evitare il fiorire di nuovi movimenti, mentre questo è esattamente ciò che gli elettori italiani desiderano: nuova linfa nel loro sistema oligarchico. Il modo in cui la politica è organizzata in Italia ha un effetto veramente devastante sulla vita dei cittadini. La disoccupazione giovanile in Italia, per esempio, è salita alle stelle mentre i figli di famiglie con buoni contatti riescono ad avere ottimi impieghi ben pagati. La riforma delle pensioni è in stallo mentre i funzionari governativi hanno architettato regimi molto vantaggiosi per se stessi. La lista è inesauribile.
Gli elettori non ne possono più della divisione statica del potere tra i due grandi vecchi partiti, che da decenni hanno gestito in maniera inadeguata sia l’Italia che l’Europa. La gente ha sete di risultati. Desidera un pacchetto di investimenti europei convincente che ponga fine alla crisi economica. Vuole una guardia di frontiera e costiera adeguate in grado di gestire con efficienza la crisi dei rifugiati, e desidera un’Unione della difesa che consenta all’Europa di proteggere strenuamente il suo potere pacifico. Fintanto che tali proposte non fanno parte di programmi elettorali, e che i politici continuano a fare giochetti utilizzando i referendum, i cittadini continueranno a votare «no».

*già primo ministro belga, attuale presidente del gruppo parlamentare europeo Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa

https://palomarblog.wordpress.com/2017/01/08/limprobabile-restaurazione/

 La votazione online indetta sul blog di Beppe Grillo dice sì alla proposta di passaggio del M5S nel gruppo europeo Alde. Alla votazione, si legge sul blog, "hanno partecipato 40.654 iscritti certificati. Ha votato per il passaggio all'Alde il 78,5% dei votanti pari a 31.914 iscritti, 6.444 hanno votato per la permanenza nell'Efdd e 2.296 per confluire nei non iscritti", ovvero nel gruppo Misto. (ANSA, 9 gennaio 2017)


martedì 18 ottobre 2016

Fabrizio Barca per l'astensione




Alberto Leiss
Astensione
In una parola. Pochissimi sono i punti di vista che esplicitamente sostengono questa scelta come dotata di una sua razionalità politica. Fabrizio Barca ci prova

il manifesto, 18 ottobre 2016

La parola astensione deriva dal tardo latino abstinere e significa più o meno tenere e tenersi lontano da qualcosa, saltuariamente o sistematicamente. In questo secondo caso una parola di significato simile è astinenza, che evoca scelte di carattere anche morale e religioso di cui qui non si tratta.
Gli ultimi sondaggi sui supposti orientamenti dei cittadini per il referendum costituzionale indicano una maggioranza relativa di circa il 40 per cento che dice di non essere intenzionata a votare. Se si somma a questo numero il 30 per cento (del rimanente scarso 60 per cento che afferma di voler votare) di chi si dice ancora indeciso, si ottiene una metà abbondante di elettori che per ora si tengono distanti sia dal Sì che dal No.
Non sarebbe il caso di dedicare un po’ più di attenzione alle motivazioni di questo atteggiamento tanto diffuso?
Un dibattito pubblico tutto concentrato con toni molto acuti sulla radicale contrapposizione tra i partigiani del Sì e quelli del No saprà conquistare la scarsa passione di tutti questi elettori e elettrici? (A proposito, ho visto in qualche commento l’uso del termine radicalizzarsi riferito alla discussione referendaria con significato negativo simile a quello che si usa per l’estremismo jihadista…).
Pochissimi poi sono i punti di vista che esplicitamente sostengono la scelta dell’astensione come dotata di una sua razionalità politica. Ho letto un lungo intervento di Fabrizio Barca, sul suo blog (www.fabriziobarca.it/fabrizio-barca-referendum-costituzionale/) , che invece si pronuncia a favore di una «astensione attiva» (si va a annullare la scheda, e quindi in qualche modo ci si conta distinguendosi da chi se ne sta a casa o va in gita). La sua minuziosa analisi dei pro e dei contro alla riforma cosiddetta Boschi alla fine produce un giudizio di questo tipo: sia che vinca il No, sia che vinca il Sì, immediatamente dopo ci si dovrà impegnare a fondo per correggere i difetti del sistema attuale, se rimane com’è, oppure quelli della nuova configurazione costituzionale, che a suo giudizio non mancano certo nelle norme su cui siamo chiamati a esprimerci. Una posizione che, insistendo sull’esigenza di attuare in ogni caso le prescrizioni e i principi di fondo della Costituzione, che restano invariati, sembra orientata a salvaguardare un’area politica – forse più ipotetica che reale – di mitezza e concretezza in vista di una situazione che si annuncia critica in Parlamento qualunque sia il risultato del voto.
Barca inoltre si distingue da altre posizioni a sinistra sul tema della legge elettorale. Il suo parere sull’Italicum è drastico: un sistema pessimo, anzi «terribile», ma è sbagliato legare la riforma costituzionale al «combinato disposto», giacché le leggi elettorali possono cambiare per via ordinaria, ma l’assetto del sistema dello stato è qualcosa che va giudicato in sé.
Facile criticare come pilatesco o cerchiobottista questo punto di vista, tuttavia quando ascolto l’arroganza e le minacce degli estremisti del Sì, o la faziosità rancorosa e la confusione programmatica di certi sostenitori del No, sento crescere anche in me un «animus» astensionista.
Difficile poi rimuovere qualche interrogativo sulle conseguenze politiche di questo scontro. Avrà ragione D’Alema a dire che la vittoria del No potrebbe mitigare l’arroganza di Renzi. Ma quanto crescerà invece quella dei Brunetta, dei Grillo e dei Salvini? E se vince il Sì, chi lo ferma più il giovane fiorentino?
Una valanga di «non sto a questo gioco» non potrebbe ridurre tutti a più miti consigli?

lunedì 3 ottobre 2016

Aldo Grasso su Mentana, Renzi e Zagrebelsky

 

Aldo Grasso
«Sì o No», un confronto esemplare per capire le regole della tv
Corriere della Sera, 2 ottobre 2016

Troppo importante il dibattito sul referendum costituzionale tra Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky moderato da Enrico Mentana su La7 per non tornarci sopra. Si è parlato di incomunicabilità, c’è chi spera che la tv non convinca soltanto i convinti e c’è chi, come me, s’è preso la briga di rivedere l’incontro sapendo già il risultato (come si fa con certe partite, deprivate della loro carica emotiva). Al di là dei contenuti, al di là dei due profili completamente diversi (il politico a confronto con il tecnico) le due ore e mezza di «Sì o No» sono state esemplari, perfette per capire un po’ della retorica televisiva. Per trovare una chiave di lettura inusuale, ho preferito concentrarmi sul conduttore, osservando come a poco a poco abbia dato segni di prostrazione (una cosa impensabile per il più brillante dei nostri giornalisti). La colpa di questa lenta caduta è, spiace dirlo, principalmente del prof. Zagrebelsky. Che ha commesso alcuni errori fondamentali per la tv. Il primo è di essersi presentato di cattivo umore (forse non ha più voglia di discutere di questi temi). Ma non si può iniziare un dibattito reclamando, di fatto, le scuse dell’avversario («Rilevo inoltre che il premier ha cambiato idea su gufi, rosiconi e parrucconi: altrimenti non avrebbe perso tempo, stasera, con uno di loro…»). Se parti con il piede sbagliato è difficile rimediare. Il secondo è quello di aver voluto fare scientemente il professore, evitando gli snodi politici e trattando Renzi come uno scolaretto. Va anche bene, se però dietro l’abito accademico, dietro i tecnicismi non facesse capolino una certa aria di superiorità culturale che in tv è controproducente (infelice il riferimento a Bokassa). Il terzo è che non si può non stare al gioco del conduttore: è lui il metronomo. Guai a parlare per più di dieci minuti e poi risentirsi: «Se lei mi lascia concludere…».

martedì 20 settembre 2016

Giuliano Pisapia sul referendum


intervista di Giovanna Casadio, La Repubblica, 18 settembre 2016

"Non ci sto allo scontro tra guelfi e ghibellini sul referendum costituzionale. Questa riforma non è pericolosa e l'ha chiesta il Parlamento". Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano e leader di riferimento di un'ampia area a sinistra del Pd, invita alla ragionevolezza. "Non sono iscritto al fronte del No, per ora non mi esprimo, ma sto facendo un giro dell'Italia per invitare a confronti nel merito, sui vantaggi e gli svantaggi. Molto dipenderà se ci sarà la modifica dell'Italicum e dall'impegno a rendere più snelli alcuni punti di questa riforma della Carta".

Pisapia, a sinistra lo scontro sul referendum costituzionale è senza esclusione di colpi.
"E io lo vivo molto male e con grande disagio. Mi sembra una guerra fratricida che può portare solo danni enormi a tutti. Il Pd diviso, i sindacati su posizioni opposte, il centrosinistra con posizioni diverse, parte della sinistra contro il Pd, l'Anpi che ha preso una posizione ufficiale ma singoli partigiani che si esprimono in dissenso... Sono un sostenitore accanito del valore dell'unità del centrosinistra perché sono consapevole - e lo dimostra la storia - che il centrosinistra vince solo se è unito. Ci si può dividere su singole scelte, ma bisogna avere lo sguardo lungo. E invece mi sembra di assistere, tra persone che hanno la stessa storia e gli stessi valori, a una continua e disastrosa polemica con grande gioia della destra e dei suoi compari".

Una guerra da evitare in ogni modo: è stato l'appello del presidente Napolitano.
"Di una cosa sono convinto: comunque vada a finire, non è in gioco la democrazia. Del resto sia i costituzionalisti del No che quelli del Sì, lo riconoscono. I pericoli sono altri, non l'esito del referendum. Non si può dimenticare che è stato il Parlamento a chiedere una riforma che semplificasse il sistema e che garantisse una maggiore governabilità, dando migliori opportunità al Parlamento e non certo al governo o al suo presidente. Questa riforma non aumenta i poteri del presidente del Consiglio e rafforza il ricorso a leggi di iniziativa popolare. E voglio ricordare che, quando ha dichiarato incostituzionale il Porcellum, la Consulta ha detto espressamente che sono obiettivi di rilievo costituzionale anche la stabilità del governo del Paese e l'efficienza dei processi parlamentari ".

Lei quindi potrebbe votare Sì al referendum?
"Vede, la situazione che si è creata mi rende difficile dare oggi una risposta. Ci sono i guelfi e i ghibellini, non c'è spazio per la ragionevolezza. E io credo fortemente in una politica ragionevole. Penso ad esempio che la legge elettorale, che si incrocia con le modifiche costituzionali, vada migliorata perché c'è il rischio che diventi maggioranza in Parlamento chi non ha la maggioranza degli elettori e questo altera il risultato della volontà popolare".

Una modifica dell'Italicum fa la differenza?
"Certo che può fare la differenza, così come sarà importante sapere chi boicotterà quella modifica auspicata da tanti".

La vittoria del No destabilizza il paese, sostengono cancellerie straniere.
"Che ci sia bisogno di riforme è opinione largamente condivisa. Così come mi sembra che tutti - anche in Italia, ed è quello che mi interessa - siano d'accordo nel ritenere che quello di avere governi stabili è un bisogno reale".

Se vince il No Renzi si dovrà dimettere?
"Dal punto di vista costituzionale direi proprio di no. Poi ci sono le scelte politiche e personali. Non essendo parlamentare e non essendo iscritto al Pd credo che ogni decisione spetti a lui in un confronto col suo partito e la sua maggioranza. E non sarà una scelta facile anche perché lo Statuto del Pd prevede la coincidenza dei due ruoli, scelta che non mi ha mai convinto".

Alle elezioni per Milano ha appoggiato come suo successore Giuseppe Sala nonostante i molti mal di pancia della sinistra, del "suo" movimento arancione. Crede sempre al progetto del centrosinistra unito?
"Sempre di più. E le assicuro che nessuno, nemmeno i malpancisti, avrebbe preferito che a governare Milano arrivassero i 5 Stelle oppure un centrodestra egemonizzato dalla Lega".

Come vede da ex sindaco, la difficoltà in cui si dibatte Virginia Raggi a Roma?
""Onestà, onestà" è un prerequisito, non un programma elettorale. Sbraitare è facile, il difficile arriva quando si passa a governare. Certo, è grave che tutto il bailamme nel quale si dibatte l'amministrazione capitolina sia scoppiato nella scelta di assessori e di collaboratori della sindaca, prima ancora che si cominciasse a mettere mano ai problemi e cercare di risolverli. E allora credo sia legittimo chiedersi come farà questa compagnia a entrare davvero nel merito di questioni enormi e davvero complesse che - è giusto ricordarlo - l'attuale amministrazione ha ereditato".