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giovedì 28 marzo 2019

Il fascino ambiguo di un racconto



Ci si può innamorare di una storia? Certo che sì, il fenomeno è vecchio come la letteratura, prendete l'Odissea, leggetela per la prima o per la settima volta e vedrete cosa succede. E se la storia ha per protagonista un criminale, che succede? Succede che l'amore resta, mentre l'oggetto dell'amore barcolla un po'. Si rivela un eroe abusivo, un protagonista che non è come vorrebbe apparire. La sostanza delittuosa delle imprese da lui compiute si oppone all'ammirazione tranquilla. Mariolina Bertini chiama le cose con il loro nome, non c'è che dire. Parla pure di una confessione spesso inaffidabile. Se non è vero è ben trovato, diceva Voltaire. Ma se non è vero, che cosa resta? Resta la genialità di un truffatore che si impadronisce anche del racconto e ottiene la bellezza cristallina di una apparenza sfuggente. Magnifico e miserabile: sta qui forse il fascino ambiguo del racconto. 

Mariolina Bertini, In questo mondo di ladri (di libri): le sfacciate imprese di Massimo De Caro, Giacomo Verri Libri, 28 marzo 2019


Nella primavera del 1929, mio padre fu detenuto per tre settimane alle Carceri Nuove di Torino, per aver firmato una lettera di solidarietà a Benedetto Croce, insultato da Mussolini. Di quella sua breve esperienza ricordava soprattutto due cose: le cimici – difficilissime da debellare al ritorno a casa – e l’incontro con un personaggio che gli era parso di un’irresistibile simpatia, il sedicente Gran Capo Cervo Bianco, nativo americano per parte di madre, che dopo un momento di celebrità stava scontando con qualche anno di detenzione l’uso disinvolto dei fondi devoluti da certe credule contesse alla causa della Cultura Pellerossa. Il ricordo divertito, quasi affettuoso, che mio padre aveva di quel compagno di prigionia, definito dagli psichiatri del tempo “mattoide” e “bugiardo patologico”, mi è tornato in mente leggendo Max Fox o le relazioni pericolose (Einaudi, 2019, pp. 310, € 20), la ricostruzione biografica dedicata da Sergio Luzzatto a Massimo De Caro, bibliofilo e falsario che, nominato nel 2011, grazie a Dell’Utri, direttore dell’antica biblioteca napoletana dei Girolamini, approfittò del suo ruolo per svuotarne gli scaffali, convogliando verso la collezione del suo protettore e verso il mercato antiquario internazionale migliaia di volumi, alcuni dei quali di grandissimo pregio. Racconta Luzzatto che, intervistando via skype “il suo impostore” che era ai domiciliari a Verona, “da una registrazione all’altra, lo trovavsempre più simpatico”; proprio come mio padre e un altro detenuto politico, Massimo Mila, avevano trovato simpatico quel finto sachem che dopo esser stato ricevuto in pompa magna da Mussolini era precipitato dal suo precario piedestallo e non aveva più nemmeno i soldi per il tabacco. In entrambi i casi, la simpatia si rivolgeva a un brillante millantatore che stava pagando il suo debito con la società, e che non poteva guardare ai passati splendori che con profondo scoramento. C’era però una differenza. Agli occhi di tutti – tranne forse delle contesse che erano state alleggerite di qualche milione – il Gran Capo Cervo Bianco era una figura più pittoresca che riprovevole; Massimo De Caro invece, ribattezzato dalla stampa “il mostro dei Girolamini”, una volta scoperto aveva battuto tutti i record di impopolarità, incarnando una nuova maschera della nostra commedia politica, il saccheggiatore senza scrupoli dei beni culturali imprudentemente affidati alle sue cure.
È un libraio antiquario torinese, nel 2015, ad attirare l’attenzione di Sergio Luzzatto – che all’Università di Torino insegna Storia moderna – sulla vicenda di De Caro; gli consiglia di andarsi a leggere la sentenza che nel 2013 ha condannato il direttore della biblioteca dei Girolamini e i suoi complici, perché “è roba da film”. Luzzatto, che conosceva quello scandalo soltanto per sommi capi, si immerge, “un po’ allibito, un po’ rapito”, negli atti giudiziari che lo riassumono; poi prende contatto con lo storico dell’arte Tomaso Montanari, che è stato tra i primi a denunciare le malefatte di De Caro. Da uno scettico Montanari viene a sapere che “il mostro dei Girolamini” gli ha scritto da poco; non solo si dichiara  profondamente trasformato, ma anche desideroso di rimediare attivamente agli antichi errori organizzando “percorsi rieducativi” per i detenuti nell’ambito dei Beni Culturali.
Al pentimento di De Caro Montanari non crede affatto, ed è ben deciso a stare alla larga da lui; più curioso e possibilista, Luzzatto è invece tentato dall’idea di avvicinare il reprobo, farsi raccontare la sua versione dei fatti e da quella partire per una ricostruzione della sua storia. Due modelli letterari gli suggeriscono che può trattarsi di un’esperienza pericolosa ma affascinante: L’Avversario di Emmanuel Carrère e L’Impostore di Javier Cercas. Due opere basate su fatti reali e incentrate, entrambe, su figure di mentitori patologici. De Caro non è un efferato assassino come il protagonista de L’Avversario che, spacciatosi per vent’anni per medico di successo, quando rischia di essere scoperto stermina l’intera famiglia; e non è nemmeno, come l’eroe di Cercas, un finto deportato alla ricerca dell’immeritata aureola del martirio. Ha però alle spalle, a quarantadue anni, una bella carriera di mistificatore: entrato giovanissimo nel mercato dei libri antichi, è riuscito a ingannare i migliori specialisti del settore con due perfette contraffazioni di edizioni secentesche di Galileo Galilei; non si è mai laureato, ma grazie a qualche donazione a un’università privata di Buenos Aires, vanta altisonanti titoli accademici; dal mondo dei bibliofili è passato con una piroetta al mercato delle energie rinnovabili, ottenendo, anche grazie ai suoi contatti con l’entourage di D’Alema, lucrosi contratti per promuovere le attività in Italia di un oligarca russo; infine, prima di approdare alla direzione dei Girolamini, dove sarebbe stato colto con le mani nel sacco, è stato consulente del Ministro dei Beni Culturali Galan, e come tale ha “visitato” senza destare sospetti molte delle più antiche biblioteche della penisola, tornandosene a casa con la cartella gonfia di prime edizioni, cinquecentine e incunaboli. Emmanuel Carrère, scrutando in ogni dettaglio la vita del finto medico Romand, ha voluto – con L’Avversario – interrogarsi sulla parte di menzogna che c’è in ogni esistenza umana; Luzzatto, nel momento in cui decide di ripercorrere l’anomala carriera di De Caro, affidandosi alle sue stesse parole, si propone anche lui di andare al di là degli aneddoti per rispondere a una serie di domande importanti:
Chi era davvero – si chiede – Marino Massimo De Caro? Che cosa erano stati i suoi primi quarant’anni? Com’era arrivato fin lì, nel cuore della Napoli spagnola, a dirigere e svaligiare i Girolamini? In che misura la sua storia, quell’incredibile storia da ladro di biblioteche consigliere del ministro dei Beni culturali, era rappresentativa unicamente di lui, di un originalissimo suo percorso di vita? In che misura parlava invece, più largamente, di un mondo intorno a lui? Del sottomondo dei suoi complici, il sacerdote, il guardaspalle, la segretaria, ma anche di un sopramondo altrimenti blasonato, politici e presuli, antiquari e collezionisti?
La  prospettiva di Luzzatto non è però quella di un’inchiesta di tipo giornalistico, adottata a suo tempo negli articoli di Montanari o ne Il Sottobosco di Claudio Gatti e Ferruccio Sansa (Chiarelettere, 2012). La vita del bibliomane-falsario, raccontata da lui stesso,  lancia allo storico una sfida più sottile:
Forse mi attirava verso De Caro – scrive Luzzatto – la dimensione più vertiginosa dell’«histoire du présent»: mi attirava l’ombra dispettosa che qualunque impossibile storia del presente finisce per gettare sulla storia del passato, anche la più rispettabile. Mi attirava la sensazione – vagamente dolorosa – che le responsabilità dello storico siano quanto di più degno nel suo mestiere, ma anche quanto di più sfuggente.
È dunque lungo la linea d’ombra che separa la verità dalla menzogna che l’autore di Max Fox procederà per trecento pagine, registrando un racconto–confessione spesso inaffidabile nella sua  spudorata autoindulgenza, ma anche debordante di particolari autentici, di episodi rivelatori, di curiose e straordinarie aperture sui segreti del mercato antiquario e in particolare sulla complicità tra librai anche celebri e facoltosi collezionisti, solidali nell’occultare l’origine furtiva di tanti preziosi volumi di oscura provenienza. Il ritmo del racconto è vertiginoso, grazie al dono di Luzzatto per la narrazione, dono che già emergeva nelle sue opere più specificamente “storiche”, come la biografia di Padre Pio, e anche grazie alla picaresca sfacciataggine di De Caro. Non dice certamente tutto, De Caro, ma offre comunque al lettore un nutrito feuilleton di avventure rocambolesche, che lo vedono ad esempio distrarre, con l’aiuto della sua bella assistente ucraina, il vecchissimo frate-custode della biblioteca di Montecassino, sfuggita miracolosamente alle devastazioni della seconda guerra mondiale ma non  alla sua insaziabile voracità di cinquecentine e di prime edizioni di Galileo. L’episodio più romanzesco, a proposito del quale Giuliano Ferrara ha evocato il film di Orson Welles F for fake, è sicuramente quello della falsificazione del Sidereus nuncius galileiano, ricco di dettagli tecnici che avrebbero incantato Georges Perec.
Il 28 marzo del 2007, i lettori del “Corriere della Sera” apprendono da un articolo in prima pagina, intitolato Così Galileo dipinse la luna, un ritrovamento straordinario: quello di una copia sconosciuta di un’opera di Galileo, il Sidereus nuncius, le cui cinque incisioni della luna sarebbero state disegnate e acquerellate nel Seicento dall’autore in persona. Approdato dal Sud America a una libreria antiquaria di New York, l’inestimabile volume è stato sottoposto a tutte le possibili verifiche, e ne attestano l’autenticità due illustri studiosi, lo storico dell’arte tedesco Horst Bredekamp, della Humboldt-Universität di Berlino, e lo storico della scienza canadese William R. Shea, titolare della cattedra galileiana dell’Università di Padova. Mentre la clamorosa notizia viene ripresa dai giornali di tutto il mondo, il professor Bredekamp mette in cantiere una monografia di cinquecento pagine che uscirà entro la fine dell’anno: Galilei der Künstler, Galilei l’artista, un innovativo ritratto del grande astronomo fondato sulla recente scoperta delle sue doti pittoriche. Soltanto nel 2009 un professore americano, Owen Gingerich, rivelerà la verità: quel Sidereus Nuncius che aveva superato le più sofisticate analisi chimiche e radiologiche era un falso perfettamente confezionato, con materiali antichi. Le più recenti tecnologie non erano riuscite a smascherarlo; ma il buon vecchio metodo di Sherlock Holmes ne era venuto a capo, spiegava il professore. Mettendo a confronto la tempistica delle osservazioni astronomiche di Galileo e quella della stampa del Sidereus Nuncius Gingerich aveva dimostrato, al di là di ogni dubbio, che le incisioni acquerellate delle fasi lunari dell’”esemplare di New York” non potevano essere autentiche.  Il vivace  racconto della confezione del falso, fatto a Luzzatto da De Caro, è certamente il capitolo più epico e esilarante di Max Fox. Partendo da una copia autentica del Sidereus Nuncius rubata in una biblioteca e scannerizzata a Verona, De Caro mette in moto a Buenos Aires una macchina organizzativa complessa e impeccabile. Un cartaio fabbrica per lui carta da stracci filigranata indistinguibile da quella antica; un restauratore-pittore dipinge le famose lune con colori d’epoca, falsificando anche la firma di Galileo; l’ingegno multiforme di De Caro gli suggerisce infine di dotare la sua creatura di un fantasioso pedigree, che ne attesta la vendita a un libraio antiquario amico suo da parte di una fantomatica Società democratica italiana di Buenos Aires, che l’avrebbe ereditata da un socio nel 1897. Comprensibilmente fiero del successo di questa beffa grandiosa al mondo degli scienziati e dei bibliofili, De Caro la paragona alla  burla delle finte sculture di Modigliani ritrovate in un fossato a Livorno ai tempi della sua infanzia; Luzzatto sottolinea però la differenza tra la messa in scena senza scopo di lucro dei giovani livornesi e la redditizia attività truffaldina del suo versatile interlocutore.
È possibile, terminata la lettura di Max Fox, non provare, almeno per le spericolate e immaginose imprese del De Caro falsario, un pizzico di ammirazione? Credo di no, ed è questa considerazione che ha indotto Tomaso Montanari a definire l’opera di Luzzatto un’”indegna apologia” del suo protagonista. In realtà Luzzatto, pur dichiarando esplicitamente e sin dall’inizio la sua “simpatia” per De Caro, non manifesta nessuna indulgenza per i suoi misfatti, non manca mai di sottolineare le omissioni o le possibili falsificazioni presenti nei suoi racconti e non si pronuncia sulla genuinità del suo tardivo ravvedimento. Al lettore la scelta se provare simpatia o ripugnanza per un personaggio che, per ingegnosità e spregiudicatezza, ricorda più Panurge, lo scaltro briccone di Rabelais, che l’eroe stendhaliano de Il Rosso e il Nero, cui Luzzatto lo paragona. Quale che sia comunque il giudizio su De Caro, dalla lettura di Max Fox si ricava una certezza: appiccicare l’etichetta di “mostro” anche al più evidente dei colpevoli non ha altra utilità, se non quella di offrire alla pubblica opinione il dubbio conforto di un capro espiatorio su cui convogliare momentaneamente la propria indignazione. Lanciare anatemi contro il “mostro dei Gerolamini” e auspicare – per usare i termini favoriti del ministro Salvini – che “marcisca in galera” è certamente meno utile che chiedersi  come le sue imprese ladresche e truffaldine siano state rese possibili dallo stato di incuria in cui versano nel nostro paese le biblioteche pubbliche (i cui fondi vengono costantemente tagliati) e da un mercato antiquario il cui diffuso malcostume, anche ai vertici, meriterebbe di essere scrutato molto da vicino.









lunedì 1 dicembre 2014

Come si fabbrica un mito: i fratelli Cervi


Sergio Luzzatto 
Dagli articoli di Calvino il mito dei fratelli Cervi
Il sole 24ore, 18 aprile 2010 










Domenica 17 gennaio 1954, un vecchio contadino emiliano entrò nel palazzo del Quirinale per incontrare un vecchio proprietario terriero piemontese che era anche il primo presidente eletto della Repubblica italiana. Il vecchio contadino, Alcide Cervi, portava al petto sette medaglie d’argento, una per ciascuno dei suoi figli caduti nella Resistenza. Il vecchio proprietario e presidente, Luigi Einaudi, teneva a onorare di persona chi aveva pagato un prezzo tanto alto alla liberazione del paese. Poche settimane prima (correva il decimo anniversario della fucilazione dei fratelli Cervi) Einaudi aveva scoperto la figura di Alcide grazie a un articolo pubblicato sulla rivista dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia, «Patria indipendente». L’articolo – che sta all’origine di un mito – era stato scritto da Italo Calvino.
Calvino era allora un tipico interprete del “lavoro culturale” svolto per conto del Partito comunista: autore e funzionario della casa editrice Einaudi, fondata vent’anni prima dal figlio del futuro presidente della Repubblica; collaboratore fisso dell’«Unità». Sul giornale di partito Calvino aveva pubblicato, negli ultimi giorni del 1953, un secondo articolo sui Cervi. Per scrivere quei pezzi il trentenne ex partigiano si era recato di persona a Gattatico, nella “bassa” emiliana fra Parma e Reggio. Aveva visitato la fattoria dove i sette fratelli resistenti (e il padre stesso) erano stati catturati dagli uomini di Salò il 25 novembre 1943, un mese prima di essere messi al muro senza processo, per rappresaglia dopo un attentato. Aveva incontrato papà Alcide, «basso e solido e nodoso come un ceppo d’albero»: «il padre scampato al terrore e al dolore», rimasto vedovo subito dopo la morte dei figli. Aveva parlato con almeno una delle vedove dei fratelli, e con la maggiore degli undici orfani, «la ragazza coi capelli rossi che quando i fascisti assediarono la casa aveva nove anni, e adesso ne ha diciannove».
Calvino era rimasto folgorato dalla visita a casa Cervi. Lo si capisce dal tono insieme complice e solenne, familiare e fiabesco, che impronta i suoi articoli del dicembre ’53. Articoli così eloquenti da folgorare – di riflesso – un “padre della patria” che si era imposto all’attenzione dell’opinione pubblica, dopo gli anni della Costituente, come il massimo cantore della Resistenza: il giurista fiorentino Piero Calamandrei. Sulle orme di Calvino, anche Calamandrei aveva visitato casa Cervi. E sulla falsariga degli articoli di Calvino, Calamandrei aveva preparato un discorso in onore di Alcide ch’egli tenne al teatro Eliseo di Roma il 17 gennaio 1954: lo stesso giorno in cui, al Quirinale, il contadino emiliano era stato ricevuto dal presidente piemontese.
Le fondamenta del mito dei fratelli Cervi furono gettate allora, nel mese scarso che separò la pubblicazione degli articoli di Calvino dall’orazione di Calamandrei. Allora prese corpo una sorta di tacita intesa fra il giovane narratore e il maturo giurista, per rappresentare i sette fratelli emiliani come il simbolo uno e plurimo dell’epos resistenziale: eroi degni della voce di Omero, o della penna di Ariosto. Il 12 gennaio 1954, su un cartoncino augurale della casa editrice Einaudi, Calvino si rivolse a Calamandrei come un discepolo al maestro, ma anche come un capostipite all’erede: «Caro professore, le cose che mi scrive sui miei articoli sui Cervi mi fanno molto piacere, soprattutto perché mi sta a cuore che la loro storia sia divulgata e sentita e intesa. Mi dispiace non poterLa sentire, domenica, a Roma. Chissà che cose belle saprà dirne, Lei, che sa ancora parlare di queste cose con parole non logore».
Quanto magnificamente sapesse parlare di queste cose Calamandrei avrebbe dimostrato l’anno successivo, quando celebrò il decimo anniversario della Liberazione raccogliendo in volume i suoi maggiori discorsi e le sue migliori epigrafi di argomento partigiano: Uomini e città della Resistenza valeva da cartaceo monumento ai caduti, e portava al centro il testo dell’orazione romana di Calamandrei. Ma più importanti ancora si rivelarono gli effetti del “lavoro culturale” di Calvino. L’eloquenza dei suoi due articoli sui fratelli Cervi fu infatti tale da spingere i dirigenti nazionali del Pci a lanciare una vera e propria campagna di propaganda, per trasformare i sette figli del cattolicissimo Alcide nella quintessenza del martirologio resistenziale comunista.
Anche il segretario generale del Pci, Palmiro Togliatti, compì (non era la sua prima volta) il pellegrinaggio a Gattatico: incontrò Alcide Cervi il 17 settembre 1954. E la Commissione stampa e propaganda del Pci – dove lavorava un giovane cronista dell’«Unità» che sarebbe divenuto, decenni dopo, un celebre “volto” televisivo: Sandro Curzi – decise di mobilitarsi per allestire un libro di memorie firmato da “papà Cervi”. L’onore toccò a un altro giornalista del quotidiano di partito, Renato Nicolai. Il quale, ricamando ad abundantiam sugli articoli di Calvino, su conversazioni col vecchio Alcide, su interviste con parenti o compaesani, e soprattutto sulle direttive della Commissione stampa e
propaganda, produsse per gli Editori Riuniti un volumetto che l’Einaudi rimanda adesso in libreria, corredato da un’introduzione dello storico Luciano Casali. Pubblicato per la prima volta nell’autunno 1955, I miei sette figli fu uno straordinario bestseller. Venne promosso capillarmente presso le sezioni del Pci, fu messo in vendita attraverso un sistema di pagamento rateale, diventò un must nella bibliotechina di ogni buona famiglia comunista. Entro un anno dall’uscita, si calcola che ne fossero state diffuse quasi un milione di copie.
La storia dei fratelli Cervi – aveva detto Calamandrei nel discorso del teatro Eliseo – era talmente meravigliosa da non richiedere alcuna toilette: «Non c’è bisogno di abbellirla. I fatti parlano da sé». In realtà, da Italo Calvino in giù, l’intellighenzia comunista fece di tutto per abbellire una storia certo eroica, ma parecchio complicata. Perché nei due o tre mesi intercorsi fra l’inizio della Resistenza e la loro morte, i sette fratelli Cervi erano stati tutto fuorché altrettante incarnazioni del «rivoluzionario disciplinato», consapevole avanguardia di un «popolo alla macchia». Quando, all’indomani dell’8 settembre 1943, il movimento partigiano si presentava ancora informe, spontaneistico, velleitario, i Cervi si erano dati all’attività di renitenza e di sabotaggio con una convinzione ai limiti dell’incoscienza. Né erano mancate le frizioni fra loro e i dirigenti locali del Partito comunista clandestino, che accusavano i fratelli Cervi di comportarsi da «anarcoidi».
Fu per fare «leggenda» (com’ebbe a dire Calamandrei stesso) che i cantori dell’epos resistenziale trasformarono i fratelli Cervi in icone, quasi in santini. Riconoscendo un massimo di coerenza entro un percorso che era stato, dal cattolicesimo all’antifascismo e dall’antifascismo alla Resistenza, più appassionato che lucido, più coraggioso che accorto. E sottacendo le difficoltà ambientali, gli inciampi militari, l’isolamento politico dei sette fratelli durante la loro breve stagione da partigiani sull’Appennino. Fu per fare leggenda, e fu inoltre per segnalare agli italiani del dopoguerra come la storia della Resistenza nella “bassa” emiliana non fosse affatto riconducibile alla caricatura infamante che andava veicolandone la propaganda anticomunista, tutta impegnata a denunciare i crimini del cosiddetto «triangolo della morte».
Nei dintorni di Reggio Emilia, durante la guerra civile del 1943-45, i partigiani “rossi” erano stati vittime delle belve nazifasciste molto più che carnefici di agnelli innocenti. Era questa la lezione che veniva (e che ancora viene) dalla storia dei fratelli Cervi, fucilati senza processo senza che avessero, loro, mai ucciso nessuno. Era questa la «storia familiare» che per diventare «storia d’Italia» – teorizzò allora Calvino – aveva bisogno di farsi mito.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/i-fratelli-cervi-e-lo-strabismo-del-sole-24-ore

martedì 16 luglio 2013

Primo Levi partigiano, il valore di un testo

Mimmo Franzinelli
Sergio Luzzatto, Partigia. Una storia della resistenza, pp. 373, € 19,50, Mondadori, Milano 2013
recensione per l'Indice

Accade talvolta che il lancio di un volume ne snaturi il contenuto, con l’appiattimento su un particolare aspetto del libro, il più ghiotto sul piano dell’uso pubblico della storia, a scapito della complessità e problematicità del testo. Partigia è, a questo proposito, un caso da manuale.
L’indagine storiografica su un episodio rimosso e misconosciuto della biografia di Primo Levi (la fase partigiana, dal settembre al dicembre 1943, e la misteriosa sorte di due suoi compagni, Fulvio Oppezzo e Luciano Zabaldano) si è via via estesa al gruppo di cui Levi faceva parte, per poi ricostruire l’offensiva fascista che sgominò la piccola formazione dislocata in Val d’Aosta, e analizzare i rapporti di partigiani e repubblichini con i civili. La narrazione si spinge nel dopoguerra, sul binario parallelo degli ex ribelli e degli ex fascisti, tra l’amnistia Togliatti e il difficile ritorno alla normalità.
Ricostruita l’odissea del gruppo valdostano e la tragica “giustizia partigiana” che tronca la vita di due giovani ribelli, Luzzatto si inoltra lungo i sentieri della memoria resistenziale, dalla fase catacombale sino alla consacrazione nella dimensione dell’ufficialità (con lapidi e cippi, intestazione di scuole e cerimonie reducistiche). E ci mostra l’inevitabile scarto tra l’evento storico e la sua trasmissione, nella monumentalizzazione che ha smarrito e confuso segmenti di identità, per la propensione al “politicamente corretto”. Terminata la lettura, resta in bocca il sapore della cenere, con il dislivello tra gli ideali e la realtà. Quella stessa amarezza, d’altronde, suggerì a Primo Levi giudizi profondamente autocritici e svalutativi su quella fase della sua vita. Partigia è un prezioso lavoro di microstoria, il cui rilievo è amplificato dal carattere paradigmatico della formazione dislocata in Val d’Aosta, che contiene in sedicesimo i caratteri di larga parte della Resistenza nelle vallate alpine e agevola dunque la comprensione delle difficoltà, degli eroismi, delle viltà e dei sacrifici che accompagnarono i ribelli nell’avventura alla macchia. Con azzeccata intuizione editoriale, il volume si apre con l’elencazione di nomi e qualifiche dei personaggi principali (una cinquantina), suddivisi per gruppi: “Ebrei in fuga”, “Partigiani torinesi”, “Partigiani casalesi e monferrini”, “Partigiani valdostani”, “Altri partigiani” e “Collaborazionisti”, funzionale alla lettura di vicende assai intricate.
Primo LeviPrimo LeviLevi risulta essenzialmente come “attore non protagonista”: più di lui, infatti, attirano l’attenzione Fulvio e Luciano, “giustiziati” per inaffidabilità. Spiccano nel libro, quali artefici della raffinata e brutale strategia che irretisce i partigiani, il prefetto di Aosta Cesare Augusto Carnazzi e il suo fiduciario Edilio Cagni (alias tenente Redi). Quest’ultimo è l’artefice della cattura del gruppo e risalta in dimensione luciferina: nel dopoguerra confonderà ruoli e carte processuali, sfuggendo alle proprie pesantissime responsabilità forse anche con l’aiuto dei servizi segreti alleati, suoi nuovi padroni. Luzzatto, insomma, coglie la complessità della situazione, con un approccio globale, in un testo che sarebbe limitativo ricondurre alla sola storia della Resistenza.
Le polemiche seguite all’uscita del libro danno l’impressione che sia stato più commentato che studiato. Ignorando la profondità della ricerca e le sue rilevanti acquisizioni, si è ridotto Partigia a operazione iconoclasta, con valutazioni preconcette che non fanno onore a recensori perfettamente in grado (se solo non inforcassero gli occhiali dell’ideologia) di trarre giovamento, in quanto storici del 1943-45, dal volume così faziosamente criticato. In questo caso, più che in altri, il recensore deve dunque sollecitare il lettore a entrare nel libro, interrogarlo e analizzarlo: lo valuti insomma con il proprio metro, e si cali nelle tormentate storie di vita e di morte, di oppressione e di liberazione, attraversate dall’Italia nella dura lotta di liberazione dalla dittatura mussoliniana e dall’occupazione tedesca.

domenica 14 luglio 2013

Primo Levi partigiano

Luciano Allegra
Sergio Luzzatto, Partigia. Una storia della resistenza, pp. 373, € 19,50, Mondadori, Milano 2013
recensione per l'Indice

Una piccola banda partigiana che operava in Val d’Aosta nel 1943 decide di giustiziare due suoi giovani uomini. Efficacemente infiltrata, dopo pochi giorni viene sgominata e la gran parte dei suoi membri subisce l’arresto. Tre di loro, ebrei, verranno immediatamente instradati verso Auschwitz, via Fossoli: due, fra cui Primo Levi, faranno ritorno; la terza no. All’indomani della liberazione, dei due partigiani uccisi si costruirà una falsa memoria: si dirà che erano caduti per il fuoco fascista e li si onorerà come martiri. Questo, in estrema sintesi, è il contenuto di Partigia di Sergio Luzzatto, un libro che vuole essere, programmaticamente, la storia della Resistenza attraverso una storia della Resistenza.
La ricerca ha preso le mosse proprio dalle pagine che Levi ha dedicato all’episodio. Sono pagine letterarie, pagine ben note, nelle quali Luzzatto ritiene si celi un terribile segreto che avrebbe accompagnato e angosciato lo scrittore per tutta la vita: essere stato corresponsabile di un assassinio, quello dei due partigiani, deciso forse con leggerezza e comunque sproporzionato rispetto all’entità della colpa. Lungo questo filo rosso, che tiene insieme tutto il lavoro, vediamo scorrere una ridda di personaggi che ci parlano dalle carte d’archivio dei processi, dai giornali del tempo, o attraverso la viva voce delle interviste rilasciate all’autore. E man mano cresce nel lettore che le segue l’ansia di sapere che cosa accadde davvero in quei gelidi giorni di dicembre a Levi, alle due vittime, agli altri componenti della banda. Chi decise l’esecuzione? Chi la eseguì? Quale fu il coinvolgimento di Levi? Ma, soprattutto, per quali motivi si giunse a tanto? Queste domande, per la delusione del lettore, rimangono senza risposta. Dopo più di trecento pagine continuiamo a non sapere se quella scelta sia originata da ragioni più o meno futili, oppure “gravi”, come lo stesso Levi ebbe a dichiarare. La verità dunque non viene a galla, e di conseguenza il caso clamoroso, lo scoop inseguito con palpabile trepidazione da Luzzatto, scoppia come una bolla di sapone. A quel punto sarebbe stato logico abbandonare la pista Levi e concentrarsi sull’episodio in sé, per collocarlo nella storia più generale della lotta di liberazione, quella che non ama i clamori e non necessita di “provocazioni”. In questo modo però sarebbe venuto meno il richiamo maggiore, perché la figura di Levi garantiva spettacolarità e quindi doveva essere tenuta in ballo a tutti i costi.
Primo LeviPrimo LeviPer riuscirvi, Luzzatto è ricorso a tre dispositivi: ha accusato Levi di essere stato colpevolmente reticente in merito; ha cercato di farlo passare come un testimone inattendibile perché impreciso; ha forzato la lettura di certi suoi passi per mostrare l’esistenza di un’angoscia irredimibile e latente legata a quell’episodio. Fingendo che quella non fosse la cifra di Levi, Luzzatto comincia dunque con il confondere la densità essenziale delle sue parole (che definisce “avarizia narrativa”) con la reticenza e la vergogna, senza però chiedersi che cos’altro avrebbe dovuto dire lo scrittore nell’evocare l’episodio, o che cos’altro avrebbe potuto, trovandosi all’interno di un contesto narrativo (il racconto Oro del libro Il sistema periodico). Il fatto stesso che Levi avesse rievocato quell’esperienza, per di più in un’epoca contrassegnata dalla monumentalizzazione della Resistenza, sembrerebbe suffragare la dolorosa consapevolezza dei limiti della giustizia sommaria in tempo di guerra, piuttosto che celare un senso di colpa individuale. Strano segreto, del resto, questo “brutto segreto”, visto che era stato lo stesso Levi a propalarlo. Forse conscio della sostanziale insussistenza dell’accusa di reticenza, Luzzatto è allora ricorso, per rinforzarla, a un altro artificio retorico: il discredito del testimone attraverso l’insinuazione e l’enfasi di contraddizioni irrilevanti. Vediamone due esempi fra i tanti. Levi accenna, nel corso di due distinte interviste, all’esistenza di bande che operavano nella stessa zona della sua: quella dei casalesi, che riteneva ben munita di “armi e camion”, e quella di Piero Urati, dalla fama ambigua. La prima, in realtà, non disponeva di tutta quella potenza di fuoco e quindi non era stata né il movente né l’obiettivo del rastrellamento nel quale Levi venne catturato; la seconda invece si sarebbe formata di lì a poco, essendo Urati prigioniero dei tedeschi a Torino. Queste contraddizioni inducono Luzzatto a bollare come “fallace” e “impreciso” Levi, sentenziando come, nel suo caso, riesca “poco utile un’interrogazione della memoria che valga da criterio di storia”.
È sbalorditivo però che non si chieda come Levi avesse potuto attingere quelle (false) informazioni: ovvero che non abbia presente il magistrale Les fausses nouvelles de la guerre di Marc Bloch, abc di chiunque voglia misurarsi con un’interpretazione non ingenua né letterale di fonti così delicate. Ma, ancora. Il 13 dicembre del ’43, con i repubblichini all’uscio che stanno per catturarlo, Levi nasconde la sua rivoltella “nella cenere della stufa”, o almeno così racconta. Nel 2010 un testimone, Yves Francisco, sostiene invece di averla nascosta lui, quella pistola, “in un interstizio del sottotetto”. La futilità del particolare non invoglia certo ad almanaccare su quale delle due versioni sia quella più vicina alla verità, se quella del Sistema periodico o quella dell’ottantottenne Francisco. Ma l’effetto è assicurato: il lettore, a quel punto, avrà l’ennesima conferma che Levi è un testimone inaffidabile. Sarà addirittura portato a dubitare di lui come persona e (perché no?), non appena i negazionisti si impadroniranno di questa discordanza cominceranno a dire che anche Se questo è un uomo è pura menzogna. Un “effetto collaterale” ampiamente prevedibile, di cui però Luzzatto si mostra del tutto inconsapevole o noncurante se, non ancora soddisfatto delle due mani di belletto con cui ha cercato di tenere in piedi la sua ipotesi- fantasma, ricorre a una terza ipotesi, improvvisandosi, lui, semiologo letterario. E dunque cercando in ogni anfratto degli scritti di Levi conferme di quell’atroce segreto che avrebbe angosciato l’intera sua esistenza – altro che Auschwitz. Ne trova ovunque: non c’è racconto o poesia che non ne rechi traccia evidente, o non la celi fra le righe. Perfino Se non ora, quando? sarebbe pervaso di indizi, beninteso manifesti solo a lui (“così visibile che nessuno lo ha visto”; sugli abbagli della sua lettura vedi le belle pagine di Alberto Cavaglion in http://ehess.dynamiques.fr/usagespublicsdupasse).
Fra gli altri non irrilevanti effetti collaterali emerge poi un’immagine della Resistenza caricaturale, fatta di persone scriteriate o goffe, di improvvisatori e pasticcioni, di ebrei snob e di giustizialisti implacabili, di fronte ai quali campeggia una sola figura: quella di Edilio Cagni, l’autentico eroe nero della vicenda, che sembra attirare tutta l’ammirazione dell’autore. Non che mancassero figure come quelle, ovviamente, né che i partigiani non commettessero errori, ingiustizie, violenze: la favola del lupo contro l’agnello gli storici non se la raccontano più da un pezzo. E non a caso negli ultimi anni sono apparsi in merito molti fondamentali contributi, alcuni proprio sulle esecuzioni sommarie delle bande. La vicenda di Partigia avrebbe dovuto farvi esplicito riferimento, perché le cause, le forme, i modelli di quei comportamenti e di quelle azioni erano di volta in volta diversi e costituiscono oggi un campo di indagine fra i più promettenti. Nel libro, però, a essi neanche un accenno, tranne quello, fugace, a Pansa, che non basta ad assolvere il compito. E così, omettendo di affrontare nella sua complessità e nella sua generalità il tema quanto mai rilevante della violenza e della giustizia partigiana, Partigia non riesce a uscire dalle secche della storia locale. Nella quale finisce la costruzione di una falsa memoria all’indomani della guerra, un processo che, tanto fra le file dei fascisti quanto fra quelle dei partigiani, coinvolse migliaia di persone, stendendo una coltre di ambiguità sulla nascente repubblica. Anche in questo caso ci si ferma alla storia delle due vittime, come se il fenomeno non fosse generale e non richiedesse, per comprenderne tutta la complessità, una formalizzazione e un approccio comparato.
A fine lettura ci si chiede quale sia, al di là del crisma retorico e artificiale rappresentato da Primo Levi, il problema centrale attorno al quale ruota il libro e il fine per il quale è stato scritto. Non si trovano risposte diverse da quella che Luzzatto stesso ha più volte confessato: per liberarsi da certe sue ossessioni. Non pare però che ci sia riuscito, visto che continua a menare fendenti contro “i devoti di Primo Levi”. Ci sono terapie più efficaci che scrivere brutti libri di storia.

lunedì 18 febbraio 2013

Ancora sull'enigma del quaderno

«Al terzo e al quarto piano della scala di destra si era insediata la direzione del Pci. Le stanze per gli uffici erano piccole, in quelle che erano state una volta le cucine erano stati sistemati i ciclostili, nei corridoi si inciampava in scatoloni di documenti. Si lavorava in un clima di appassionata confusione, con pochi telefoni che spesso non funzionavano. Le dattilografe, fra cui mia sorella Simona, indossavano il grembiule nero, e avevano le dita perennemente sporche di carta carbone, dato che all’epoca non esistevano le fotocopiatrici».
Nel suo libro postumo di memorie, Una vita quasi due (Rizzoli), Miriam Mafai ha tratteggiato con la grazia arguta che le era propria il quadro della direzione del Partito comunista italiano nella Roma della primavera 1945, la Roma della Liberazione. Un vecchio palazzo umbertino al numero 243 di via Nazionale, gli ascensori esterni a gabbia, un paio di studi professionali e alcuni appartamenti della buona borghesia capitolina. Ma anche, per l’appunto, la direzione del Pci, la mensa, e una foresteria a uso dei compagni sopraggiunti dall’Alta Italia, «molti ancora con l’improbabile divisa partigiana», il fazzoletto rosso al collo…
«Mia sorella Simona – spiega Miriam Mafai in quella stessa pagina – aveva un incarico molto delicato: copiava a macchina i Quaderni che Gramsci in carcere aveva riempito della sua scrittura minuta. Per riconoscere la grafia era costretta a adoperare spesso una lente di ingrandimento, ma era molto fiera del compito che le era stato affidato. Lavorava con lei un’altra ragazza della sua età, bruna, allegra. Si chiamava Milena, ed era la zia di Massimo D’Alema (che però all’epoca non era ancora nato)».
La pagina vale a restituire il senso di una situazione, insieme, prosaica ed epica, storica e leggendaria. Un anno dopo il suo ritorno da Mosca e la svolta di Salerno, è anche sul culto di Antonio Gramsci che Palmiro Togliatti vuole edificare le fondamenta del «partito nuovo». E a dispetto di quanto aveva separato, negli anni Trenta, il prigioniero di Mussolini dal segretario dell’Internazionale comunista, i quaderni redatti da Gramsci nelle carceri fasciste rappresentano la reliquia più preziosa del santo. Non per caso il 29 aprile 1945, in un comizio a Napoli, Togliatti annuncia urbi et orbi l’esistenza di quei «34 grossi quaderni» coperti di «una scrittura minuta, preziosa, uguale». Né per caso quel giorno – che è poi lo stesso, a Milano, di piazzale Loreto – Togliatti mostra al popolo comunista un frammento della reliquia, un quaderno su 34. «Eccone uno», scandisce dal palco del Teatro San Carlo. Ecce Quaternum.
Il resto è storia nota. O piuttosto, è storia che si pensava nota fino a pochissimo tempo fa. La pubblicazione dei quaderni del carcere presso Einaudi, fra il 1948 e il ’51, in un’edizione tematica destinata a facilitarne l’accoglienza e l’influenza. La lunga attesa per l’edizione critica, pubblicata ancora da Einaudi nel 1975. Poi, a partire dal 2007, l’avvio di un’edizione che si vorrebbe “definitiva”, nell’ambito dell’edizione nazionale degli scritti di Gramsci pubblicata dalla Treccani. Finché non ci si è messo di mezzo, l’anno scorso, uno studioso palermitano. Dopo avere argomentato le ragioni di una rottura politica fra Gramsci e il Partito (I due carceri di Gramsci, Donzelli 2012), Franco Lo Piparo ha sostenuto e sostiene che i dirigenti del Pci abbiano fatto sparire uno dei 34 quaderni. Presumibilmente, un quaderno troppo scomodo.
Il nuovo libro di Lo Piparo, L’enigma del Quaderno, sta facendo chiasso sulle pagine culturali dei giornali. Un filologo che sa il fatto suo, Luciano Canfora, ne ha sposato la causa dalle colonne del «Corriere». Dalle colonne di «Repubblica», invece, un filologo meno riconosciuto, Joseph A. Buttigieg (presidente dell’International Gramsci Society), ha denunciato la manipolazione di un cadavere a fini di scoop. In realtà, l’argomentazione di Lo Piparo non merita di essere liquidata come volgarmente sensazionalistica. Chiunque legga senza pregiudizio L’enigma del Quaderno resta colpito dall’acribia di uno studioso che non ha voluto più guardare unicamente al contenuto degli scritti carcerari di Gramsci: che ha scelto di guardare – finalmente – anche al contenitore.
Noi non sappiamo quale sarà l’esito dell’affaire. La Fondazione Istituto Gramsci ha costituito un gruppo di lavoro che comprende lo stesso Lo Piparo, e che potrà avanzare nella ricerca della verità. Ma il merito storiografico dell’indagine di Lo Piparo va salutato fin da adesso. Perché lo studioso palermitano ha appreso da buoni maestri come la celebrata «critica delle fonti» sia fatta di scienza paleografica prima ancora che di scienza filologica. Ecco dunque i Quaderni del carcere – un monumento intellettuale del Novecento - analizzati per quanto di rivelatore possono avere la struttura fisica del supporto, le tonalità di colore dell’inchiostro, le etichette incollate sulle copertine dei quaderni dopo la morte dell’autore. E proprio l’analisi di un’etichetta sovrapposta a un’altra produce deduzioni difficilmente oppugnabili in favore della tesi di un Quaderno mancante.
Sia che Lo Piparo abbia ragione, sia che abbia torto, L’enigma del Quaderno ci ricorda come all’eredità immateriale di Gramsci corrisponda un’eredità materiale: la (cartacea) reliquia del santo. Eccoli, i quaderni del carcere! Per esigenze argomentative, il libro di Lo Piparo contiene la riproduzione di un buon numero di copertine. E il lettore non si stanca di osservarle, queste copertine variamente monocrome o policrome. Per la maggior parte hanno un’asciuttezza scolastica da anni Venti, non portando che menzioni tipografiche del genere: «Gius. Laterza & Figli». Ma alcune si caricano di sapori anni Trenta, fra un generico esotismo e una strizzatina d’occhio all’impero fascista prossimo venturo.
Il Quaderno mancante è stato trafugato, alla maniera in cui si trafugavano nel Medioevo le reliquie dei santi, oppure è stato distrutto, alla maniera in cui nel Medioevo distruggevano i Vandali? In un intervento pubblico del giugno 2012, Massimo D’Alema si è pronunciato – al limite – per la prima ipotesi piuttosto che per la seconda: «Non me lo vedo un Togliatti che distrugge un Quaderno, piuttosto lo conserva per un tempo successivo». Il che gli merita, oggi, la replica di Franco Lo Piparo: «Bisognerebbe chiedere a D’Alema se la sua dichiarazione fosse il risultato di un ragionamento, oppure se abbia pescato nella memoria di qualcosa sentito a Botteghe Oscure».
E se D’Alema avesse pescato – a suo tempo – nella memoria della zia Milena, scomparsa una decina d’anni fa? Milena Modesti era la ragazza bruna e allegra che alla direzione del Pci in via Nazionale, nella Roma del 1945, insieme con Simona Mafai batteva a macchina i quaderni di Gramsci. Certo, ove si considerino le abitudini di riservatezza di un Pci uscito da vent’anni di clandestinità antifascista, e le cautele di un Togliatti sopravvissuto perfino all’abbraccio del Comintem, riesce difficile anche soltanto immaginare che una dattilografa ventunenne abbia avuto sentore dell’intrigo del Quaderno. Ma al punto in cui siamo giunti, perché escluderlo a priori?

Sergio Luzzatto
Il  Sole 24 ore, 17 febbraio 2013 

Articolo precedente sullo stesso argomento:  http://machiave.blogspot.it/2013/02/gramsci-lenigma-del-quaderno-nascosto.html