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lunedì 18 febbraio 2013

Ancora sull'enigma del quaderno

«Al terzo e al quarto piano della scala di destra si era insediata la direzione del Pci. Le stanze per gli uffici erano piccole, in quelle che erano state una volta le cucine erano stati sistemati i ciclostili, nei corridoi si inciampava in scatoloni di documenti. Si lavorava in un clima di appassionata confusione, con pochi telefoni che spesso non funzionavano. Le dattilografe, fra cui mia sorella Simona, indossavano il grembiule nero, e avevano le dita perennemente sporche di carta carbone, dato che all’epoca non esistevano le fotocopiatrici».
Nel suo libro postumo di memorie, Una vita quasi due (Rizzoli), Miriam Mafai ha tratteggiato con la grazia arguta che le era propria il quadro della direzione del Partito comunista italiano nella Roma della primavera 1945, la Roma della Liberazione. Un vecchio palazzo umbertino al numero 243 di via Nazionale, gli ascensori esterni a gabbia, un paio di studi professionali e alcuni appartamenti della buona borghesia capitolina. Ma anche, per l’appunto, la direzione del Pci, la mensa, e una foresteria a uso dei compagni sopraggiunti dall’Alta Italia, «molti ancora con l’improbabile divisa partigiana», il fazzoletto rosso al collo…
«Mia sorella Simona – spiega Miriam Mafai in quella stessa pagina – aveva un incarico molto delicato: copiava a macchina i Quaderni che Gramsci in carcere aveva riempito della sua scrittura minuta. Per riconoscere la grafia era costretta a adoperare spesso una lente di ingrandimento, ma era molto fiera del compito che le era stato affidato. Lavorava con lei un’altra ragazza della sua età, bruna, allegra. Si chiamava Milena, ed era la zia di Massimo D’Alema (che però all’epoca non era ancora nato)».
La pagina vale a restituire il senso di una situazione, insieme, prosaica ed epica, storica e leggendaria. Un anno dopo il suo ritorno da Mosca e la svolta di Salerno, è anche sul culto di Antonio Gramsci che Palmiro Togliatti vuole edificare le fondamenta del «partito nuovo». E a dispetto di quanto aveva separato, negli anni Trenta, il prigioniero di Mussolini dal segretario dell’Internazionale comunista, i quaderni redatti da Gramsci nelle carceri fasciste rappresentano la reliquia più preziosa del santo. Non per caso il 29 aprile 1945, in un comizio a Napoli, Togliatti annuncia urbi et orbi l’esistenza di quei «34 grossi quaderni» coperti di «una scrittura minuta, preziosa, uguale». Né per caso quel giorno – che è poi lo stesso, a Milano, di piazzale Loreto – Togliatti mostra al popolo comunista un frammento della reliquia, un quaderno su 34. «Eccone uno», scandisce dal palco del Teatro San Carlo. Ecce Quaternum.
Il resto è storia nota. O piuttosto, è storia che si pensava nota fino a pochissimo tempo fa. La pubblicazione dei quaderni del carcere presso Einaudi, fra il 1948 e il ’51, in un’edizione tematica destinata a facilitarne l’accoglienza e l’influenza. La lunga attesa per l’edizione critica, pubblicata ancora da Einaudi nel 1975. Poi, a partire dal 2007, l’avvio di un’edizione che si vorrebbe “definitiva”, nell’ambito dell’edizione nazionale degli scritti di Gramsci pubblicata dalla Treccani. Finché non ci si è messo di mezzo, l’anno scorso, uno studioso palermitano. Dopo avere argomentato le ragioni di una rottura politica fra Gramsci e il Partito (I due carceri di Gramsci, Donzelli 2012), Franco Lo Piparo ha sostenuto e sostiene che i dirigenti del Pci abbiano fatto sparire uno dei 34 quaderni. Presumibilmente, un quaderno troppo scomodo.
Il nuovo libro di Lo Piparo, L’enigma del Quaderno, sta facendo chiasso sulle pagine culturali dei giornali. Un filologo che sa il fatto suo, Luciano Canfora, ne ha sposato la causa dalle colonne del «Corriere». Dalle colonne di «Repubblica», invece, un filologo meno riconosciuto, Joseph A. Buttigieg (presidente dell’International Gramsci Society), ha denunciato la manipolazione di un cadavere a fini di scoop. In realtà, l’argomentazione di Lo Piparo non merita di essere liquidata come volgarmente sensazionalistica. Chiunque legga senza pregiudizio L’enigma del Quaderno resta colpito dall’acribia di uno studioso che non ha voluto più guardare unicamente al contenuto degli scritti carcerari di Gramsci: che ha scelto di guardare – finalmente – anche al contenitore.
Noi non sappiamo quale sarà l’esito dell’affaire. La Fondazione Istituto Gramsci ha costituito un gruppo di lavoro che comprende lo stesso Lo Piparo, e che potrà avanzare nella ricerca della verità. Ma il merito storiografico dell’indagine di Lo Piparo va salutato fin da adesso. Perché lo studioso palermitano ha appreso da buoni maestri come la celebrata «critica delle fonti» sia fatta di scienza paleografica prima ancora che di scienza filologica. Ecco dunque i Quaderni del carcere – un monumento intellettuale del Novecento - analizzati per quanto di rivelatore possono avere la struttura fisica del supporto, le tonalità di colore dell’inchiostro, le etichette incollate sulle copertine dei quaderni dopo la morte dell’autore. E proprio l’analisi di un’etichetta sovrapposta a un’altra produce deduzioni difficilmente oppugnabili in favore della tesi di un Quaderno mancante.
Sia che Lo Piparo abbia ragione, sia che abbia torto, L’enigma del Quaderno ci ricorda come all’eredità immateriale di Gramsci corrisponda un’eredità materiale: la (cartacea) reliquia del santo. Eccoli, i quaderni del carcere! Per esigenze argomentative, il libro di Lo Piparo contiene la riproduzione di un buon numero di copertine. E il lettore non si stanca di osservarle, queste copertine variamente monocrome o policrome. Per la maggior parte hanno un’asciuttezza scolastica da anni Venti, non portando che menzioni tipografiche del genere: «Gius. Laterza & Figli». Ma alcune si caricano di sapori anni Trenta, fra un generico esotismo e una strizzatina d’occhio all’impero fascista prossimo venturo.
Il Quaderno mancante è stato trafugato, alla maniera in cui si trafugavano nel Medioevo le reliquie dei santi, oppure è stato distrutto, alla maniera in cui nel Medioevo distruggevano i Vandali? In un intervento pubblico del giugno 2012, Massimo D’Alema si è pronunciato – al limite – per la prima ipotesi piuttosto che per la seconda: «Non me lo vedo un Togliatti che distrugge un Quaderno, piuttosto lo conserva per un tempo successivo». Il che gli merita, oggi, la replica di Franco Lo Piparo: «Bisognerebbe chiedere a D’Alema se la sua dichiarazione fosse il risultato di un ragionamento, oppure se abbia pescato nella memoria di qualcosa sentito a Botteghe Oscure».
E se D’Alema avesse pescato – a suo tempo – nella memoria della zia Milena, scomparsa una decina d’anni fa? Milena Modesti era la ragazza bruna e allegra che alla direzione del Pci in via Nazionale, nella Roma del 1945, insieme con Simona Mafai batteva a macchina i quaderni di Gramsci. Certo, ove si considerino le abitudini di riservatezza di un Pci uscito da vent’anni di clandestinità antifascista, e le cautele di un Togliatti sopravvissuto perfino all’abbraccio del Comintem, riesce difficile anche soltanto immaginare che una dattilografa ventunenne abbia avuto sentore dell’intrigo del Quaderno. Ma al punto in cui siamo giunti, perché escluderlo a priori?

Sergio Luzzatto
Il  Sole 24 ore, 17 febbraio 2013 

Articolo precedente sullo stesso argomento:  http://machiave.blogspot.it/2013/02/gramsci-lenigma-del-quaderno-nascosto.html

sabato 2 febbraio 2013

Gramsci: manca un pezzo?

 “Togliatti e Sraffa nascosero il Quaderno mancante”
Franco Lo Piparo: nuovi dettagli sul caso del taccuino che avrebbe imbarazzato il Pci Il “Migliore” e il grande economista avrebbero sottratto il documento alla cognata del filosofo

 Simonetta Fiori

 Per Franco Lo Piparo, lo studioso lanciato sulle tracce di Gramsci, non vi sono più dubbi. È esistito un quaderno di 26 pagine, targhetta XXXII, poi scomparso. Bisognerebbe cercarlo tra le carte di Togliatti e Sraffa. Il suo contenuto? Non è dato saperlo. Forse riportava feroci critiche all’ex amico, forse l’abiura al comunismo tout court.
L’unica cosa certa, si trattava di un materiale scottante, «di difficile digestione per una mente comunista di quegli anni». Bisognava tenerlo nascosto. Lontano dal Comintern. Secretato anche per i compagni italiani. Ne andava di mezzo il destino del partito. Ma il taccuino è esistito eccome, ribadisce Lo Piparo alla fine di una sua nuova investigazione sugli originali dei manoscritti gramsciani, confrontati con una riproduzione fotografica realizzata negli anni Quaranta e fin qui sconosciuta.
L’enigma del quaderno (pagg. 162, euro 18) è il titolo del suo nuovo saggio in uscita da Donzelli, ultima puntata di una spy-story che non accenna a chiudersi. Le critiche piovute sul suo precedente Gramsci e i due carceri, peraltro insignito del Viareggio, non sembrano averlo scoraggiato. Sono stato sbeffeggiato, dice l’autore, ma non importa, io vado avanti. E vi dimostrerò che ho ragione.
Davvero è in grado di dimostrarlo? Il libro esce ancor prima degli esiti definitivi della commissione promossa dall’Istituto Gramsci per far luce sul quaderno scomparso. Quasi volesse giocare d’anticipo, nell’eccitata contesa che divide la cittadella gramsciana. Per Lo Piparo — affiancato nell’impresa da Luciano Canfora — è tutto chiaro. I quaderni di contenuto storico-teorico-politico sono trenta e non ventinove, come invece risulta dalle diverse edizioni, e qualche mano abile ha sottratto un taccuino.
Il colpevole? La regia è attribuita a Togliatti — astutissimo stratega della pubblicazione dell’opera — ma il responsabile materiale del furto viene individuato nel suo complice Piero Sraffa, l’insigne economista citato da Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche.
Secondo la ricostruzione di Lo Piparo, fu Sraffa a ingannare la povera Tania Schucht, la cognata incaricata dallo stesso Gramsci di porre in salvo i manoscritti, destinandoli non ai compagni italiani ma alla moglie Giulia. Il trappolone scatta tra il 30 giugno e il 1 luglio del 1937 (Gramsci è morto in aprile). Il “compagno Piero” viene a Roma e chiede a Tania di portargli a casa tre dei quaderni che la donna andava affannosamente catalogando. Di questi tre taccuini, nessuno è restituito a Tania. Due però raggiungeranno gli altri quaderni intanto volati a Mosca (La filosofia di Benedetto Croce
e Niccolò Machiavelli).
Il terzo, invece, rimarrà nello scrigno segreto di Togliatti. Per sempre condannato all’oblio.
Perché proprio Sraffa nel ruolo del trafugatore? L’economista è persona informata dei fatti. Conosce i contenuti di quel taccuino, presumibilmente annotato durante il ricovero nella clinica Quisisana, tra l’agosto del 1935 e il 27 aprile del 1937. Il suo amico Antonio deve avergli detto qualcosa. Fu durante una di quelle conversazioni che Gramsci demolì la pratica dell’autoaccusa su cui si reggevano i processi staliniani. «Diceva che la confessione è un principio giuridico del Medioevo », riferirà Sraffa ad Alfonso Leonetti. Sraffa sa che quel quaderno è troppo pericoloso. Non può finire nelle mani sbagliate. È necessario sottrarlo alla ignara Tania.
Fin qui il suggestivo racconto di Lo Piparo, non privo di un suo fascino romanzesco. Ventisei pagine finora segrete in cui Gramsci distrugge le fondamenta del comunismo sovietico: una golosità per il lettore democratico di oggi. Ma come dimostrarlo? Con commovente acribia l’indagine porta alla luce tutta una serie di incongruenze nella catalogazione. Fa notare che su un quaderno privo dell’etichetta vergata da Tania ne è stata aggiunta un’altra, che lo studioso attribuisce “probabilmente” a Valentino Gerratana (targhetta XXXIII). Insiste sulla bizzarra circostanza che sotto un’etichetta che indica il numero XXIX ne figura un’altra con il numero XXXII. Passa in esame tutte le curiose discrepanze tra gli originali russi e le traduzioni italiane “ufficiali” (qui il bersaglio è soprattutto Giuseppe Vacca, accusato di aver tradotto un’indicazione precisa di Tania — «Sono in tutto XXX pezzi» — nell’espressione più vaga: «I quaderni saranno una trentina»). Richiama l’attenzione su un secondo quaderno dove Tania avrebbe continuato ad annotare l’indice dei Quaderni, anche questo scomparso. Si dà da fare, Lo Piparo, nell’ina nellare una serie di sparizioni, pagine strappate, singolari contraddizioni. Ma quest’affastellamento di indizi, frutto di una dedizione stupefacente, stenta a tradursi in prova filologica convincente.
Per andare avanti, il racconto necessita di quella che lo studioso definisce “phantasia logiké”, «immaginazione sorretta da argomentazioni a loro volta ancorate a fatti reali». Un esercizio anche legittimo, che però è cosa diversa dalla ricostruzione storica, su fonti certe e non su congetture. Seguendo gli stessi indizi, si può approdare a risultati opposti. Ne è chiara dimostrazione proprio l’editore di Lo Piparo, Carmine Donzelli, antico cultore di Gramsci: in una sua recente pubblicazione fa morire il prigioniero da leninista duro e puro, e non da liberademocratico, come in fondo vorrebbe Lo Piparo. Senza poi trascurare il curioso effetto di straniamento che l’esercizio indiziario può produrre nel lettore. Prendiamo la lettera scritta da Tania a Sraffa il 7 luglio del ‘37, poco dopo il presunto “furto”. «Ieri ho consegnato i quaderni (tutti quanti): ed anche il catalogo che avevo iniziato», annota meticolosamente la cognata di Gramsci. Secondo lo studioso, l’inciso parentetico — (tutti quanti)— sarebbe un segnale di disappunto e sta a significare: ho eseguito l’ordine, non ho trattenuto nessun quaderno e, naturalmente, non ho potuto consegnare quelli che ti sei preso. Interpretazione abbastanza lunare, ma forse la “phantasia logiké” è un’arte che non ammette confini.
L’immaginazione galoppa anche sul versante delle etichette. Delusa e ferita da Sraffa, Tania avrebbe escogitato uno stratagemma da agente segreto — e Lo Piparo lascia intendere che ne conoscesse bene l’arte — per far capire a Giulia (la moglie destinataria degli scritti) che esistevano altri tre quaderni (quelli rubati da Sraffa). Cosa inventa Tania? Prende le etichette destinate ai tre quaderni rubati, già scritte ma non ancora incollate sui libri portati a casa di Piero, e decide di utilizzarle comunque incollandole sugli ultimi tre quaderni che erano ancora senza etichetta. Poi sulle etichette “false” incolla quelle vere, con il numero delle pagine e con le descrizioni dei quaderni. Da qui Lo Piparo non esita a individuare in quel numero XXXII nascosto sotto l’etichetta XXIX l’inequivocabile cifra del quaderno mancante.
A fare le spese di questa nuova ricostruzione è principalmente Sraffa, ritratto con un profilo bifronte: da una parte astuto agente del Comintern (che però nasconde al Comintern la natura esplosiva dei Quaderni); dall’altra figlio d’una influente famiglia ben inserita nei gangli del potere fascista, che si adopera in mille modi per la scarcerazione del prigioniero. Un’immagine poco limpida, che sembra riacquistare l’antica luce solo quando Lo Piparo ritorna sul terreno che più padroneggia — la linguistica — e accenna agli interessantissimi intrecci tra le conversazioni con Gramsci e le conversazioni con Wittgenstein, di cui rinviene traccia negli ultimi scritti del filosofo austriaco. Ma è solo una parentesi purtroppo, subito chiusa perché estranea all’indagine in corso. Che – promette (o minaccia) l’autore – non mancherà di darci presto nuove sorprese.

la Repubblica,
2 febbraio 2013

Il libro di cui si parla è  “L’enigma del quaderno” di Franco Lo Piparo (Donzelli, pagg. 128, euro 18).
Per l'opinione di Vacca in proposito si può consultare  http://spogli.blogspot.it/:
Repubblica 2.2.13
La replica di Vacca “Un’ipotesi che sembra inverosimile”
di S. F.