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giovedì 13 agosto 2026

I risvolti

Paolo Di Stefano
Il gran romanzo dei risvolti

Corriere della Sera, 13 agosto 2026

Si tratta dell’ennesimo risvolto. Di sicuro Salvatore Silvano Nigro ha superato le cento bandelle o alette (si può dire anche così) per i libri di Andrea Camilleri pubblicati da Sellerio. L’ultimo è quello dedicato ai racconti de Le inchieste del commissario Collura. Il suo è un caso non raro ma unico nell’editoria italiana (e non solo), quello di un risvoltista ad personam.a proposito di Nigro, Camilleri parlò di una «sorridente intesa» fondata sul risvolto. Precisando qualcosa di molto interessante per ciò che può rappresentare quel genere di scrittura editoriale: «Lui scrive queste bandelle e io me le leggo. Me le leggo e scopro che lui ha scoperto trame per me che erano invisibili, come una talpa, sotterranei percorsi che io non m’ero accorto d’avere percorso, e mi dico: ma davvero? E poi sta raccontando la storia che ho raccontato io in un modo meraviglioso, che mi diverte assai, e la mia sinceramente non mi pare così divertente come me la sta raccontando lui». La domanda che ogni volta si poneva Camilleri era questa: «Vuoi vedere che il libro è inferiore alla bandella?». Ovviamente era una domanda retorica, ma intanto nel rendere omaggio a Nigro, Camilleri celebrava anche l’importanza di quella che un esperto come Roberto Calasso definiva «un’umile e ardua forma letteraria».

Nigro, che è saggista, filologo, critico, ed è stato professore di letteratura italiana nelle maggiori università, dalla Normale di Pisa a Yale, dalla École normale supérieure di Parigi al Politecnico di Zurigo, fu scelto nel 2001, quando Camilleri aveva difficoltà a farsi recensire. Fu lui a spiegare a Nigro i suoi desiderata: «Dovresti fare dei risvolti che siano una chiave di lettura del libro e abbiano una loro autonomia come se fossero dei racconti critici». Racconti di racconti. Impresa non facile, ma Nigro, da Il re di Girgenti in poi (2001), ci ha preso gusto e da oltre vent’anni non ne sbaglia uno (Camilleri, dopo una doppia lettura in anteprima, li approvava con una breve telefonata: «Bonu iè»).

La bandella, in genere relegata tra i «paratesti» del libro (cioè il suo vestito editoriale), può rasentare l’arte, indubbiamente. Con una camicia di forza che in genere la letteratura non ha: il limite rigoroso dello spazio. Diciamo che le 3 mila battute sono una quota rispettabile che non va superata se non eccezionalmente. E con un obbligo che va quasi da sé: l’elogio, purché pacato. «Lo sforzo — dice Nigro — è molteplice: devi descrivere brevemente il libro, suggerire sottilmente al lettore i buoni motivi per comprarlo, ma avendo una tua autonomia e dando una tua chiave di lettura». Un’impresa che per di più deve nascondere l’enormità dello sforzo. Salvatore Settis ha paragonato i risvolti camilleriani di Nigro a una collezione di farfalle, ammirandone la leggerezza, ma anche l’allusività sottile e la complicità che stabiliscono con il lettore. Quasi un gioco di teatro. Modelli? Sono due quelli di Nigro. Da una parte Italo Calvino che per una vita scrisse come funzionario di Einaudi alette, prefazioni, note, schede, quarte di copertina e/o «soffietti», per usare una parola che da ex giornalista Calvino non disprezzava.

L’altro modello era e rimane Leonardo Sciascia, braccio destro di donna Elvira, il quale per Sellerio ideò, tra l’altro, la collana «La memoria» (in cui sono usciti i romanzi di Camilleri), producendo risvolti e risvolti, raccolti in volume con una prefazione dello stesso Nigro. Tutto si tiene.

«Calvino e Sciascia avevano un occhio clinico che coglieva subito gli aspetti importanti del libro e avevano il dono di raccontarlo con leggerezza: erano scientifici e lievi nello stesso tempo, e in questo si assomigliavano». Nigro ha avuto la fortuna di assistere al lavoro editoriale di Sciascia e lo ricorda bene: «Era notevole, leggeva il libro e senza tanto rifletterci scriveva a mano il risvolto in 5 minuti, di getto: ne venivano fuori dei capolavori». Capolavori innervati di citazioni messe lì con «naturale disinvoltura» e con la «severità di un rigore geometrico». Saggi critici e insieme narrativi, non dissimili da quelli di Calvino. Come diceva Jorge Luis Borges a proposito del prologo, anche la bandella «non è una forma subalterna del brindisi; è una specie collaterale della critica». È sempre Nigro a ricordarlo.

Solo Elio Vittorini si permetteva di utilizzare le alette per esprimere le sue riserve su libri (della collana einaudiana dei «Gettoni») che lui stesso aveva scelto. Vedi «il verismo un po’ facile» di alcune pagine di Anna Maria Ortese o i timori su Beppe Fenoglio a proposito dell’uso naturalistico del dialetto. Dice Nigro: «È un fatto curioso, ma bisogna tener presente che Vittorini pensava ai “Gettoni” in una prospettiva molto personale: la collana aveva la funzione di preparare il passaggio dalla tradizione alla neoavanguardia. Dunque, i risvolti erano piccoli editoriali che dialogavano con il lettore. Anche Il Gattopardo è stato rifiutato perché era un libro che non rientrava nel suo programma: e ha fatto benissimo a escluderlo». A proposito di Vittorini, è stato Alberto Arbasino a ricordare quanto fosse «pieno di esitazioni per i propri risvolti». Aggiungendo con la sua tipica verve ironica: «Li correggeva e li limava, preoccupato come un padre di mandare a spasso una figlia troppo scollata».

Altro tipo curioso, anzi «geniale», lo definisce Nigro, era Calasso, risvoltista egli stesso (di oltre mille bandelle) ed esigentissimo con i suoi editor al punto da chiedere loro di scrivere e riscrivere molte volte i risvolti. Calasso immagina il lettore sfogliare un volume in libreria, lo vede chiedere aiuto al risvolto: «In quel momento sta aprendo — senza saperlo — una busta: quelle poche righe, esterne al testo del libro, sono di fatto una lettera: la lettera a uno sconosciuto». Il suo segreto (di Calasso) era riassunto in un paio di regole. Soprattutto, rendere alla lettera quel che sta scritto (e cioè bandire l’enfasi): «Poche parole efficaci, come quando si presenta un amico a un amico». L’arte della lode richiede un’attenzione particolare agli aggettivi. Lezione andata a buon fine, secondo Nigro: «I risvolti Adelphi sono, ancora oggi, i migliori che ci siano nell’editoria italiana».

Un genere a sé, dove l’arte della lode rischia di tracimare, è quello dell’autorisvolto, che spesso va di pari passo con la scelta autoriale dell’illustrazione di copertina. È stato un altro superesperto in materia, Giuseppe Pontiggia, a mettere in guardia lo scrittore dall’eccesso di autoelogio in posizione bandella: autoelogio che può finire per essere «la fossa che un autore si scava per esservi seppellito da chi non leggerà altro». A parte Sciascia, un altro esempio supremo di autorisvoltista è Giorgio Manganelli, del quale il critico Nigro è in qualche modo «depositario» da tempo, avendo maturato sin da giovane con lui una sorta di «affinità elettiva», curatore di numerose riedizioni adelphiane e oggi alle prese con la sistemazione dell’opera omnia.

Quel che Nigro ha scoperto con meraviglia è che Manganelli scriveva autorisvolti (di enorme eleganza), a volte firmati e a volte no, pensandoli come introduzioni indispensabili per capire il libro. Non come paratesto, ma come testo vero e proprio. Per cui, nel caso di Manganelli, le bandelle originarie andrebbero mantenute nelle ristampe o nelle edizioni successive, essendo non più semplici paratesti ma irrinunciabili bussole interne.

sabato 5 aprile 2025

Amore e morte nel Sentiero

 


Ecco una cosa che non ti aspetti. Il sentiero dei nidi di ragno è un romanzo che intreccia il realismo e la fiaba, la narrazione ruota intorno a due personaggi principali, il ragazzo Pin e il partigiano Kim. Due monosillabi per designare due polarità, quella infantile (e in parte fiabesca) e quella adulta improntata al realismo. L’oggetto è rappresentato dall’esperienza partigiana. Lo scontro armato è quasi assente dalla narrazione. Quando si verifica, non viene mai rappresentato direttamente, è osservato da lontano, in un caso è solo percepito attraverso i suoni che produce. E l’amore? Pin è fratello di una prostituta, vive con lei nella stessa casa. Segue gli incontri di lei con i clienti. Non si può definire amore quello che accade ogni volta con i maschi di passaggio. Il romanzo contiene tuttavia una lunga sequenza dedicata all’intreccio tra la passione carnale e l’impulso distruttivo, tra eros e thanatos. La vicenda occupa un intero capitolo, il decimo.
In apertura ci sono gli uomini che si preparano per la battaglia. Girano con movimenti silenziosi intorno al casolare che è il loro rifugio temporaneo. Non c’è la morte nei loro pensieri. Gli uomini sembrano pensare ad altro che al loro destino. Pensano al destino delle coperte che dovranno portare con sé. Ed è già la morte che fa capolino: “la perderanno scappando, forse s’inzupperà di sangue mentre loro muoiono, forse la prenderà un fascista e la mostrerà in città come bottino”. Ecco la morte che cacciata dalla porta rientra dalla finestra. La coperta che si inzuppa di sangue mentre muoiono. L’amore arriva subito dopo.
Tra i partigiani c’è un’unica donna, Giglia, la moglie del cuoco. Ha gli occhi verdi e muove il collo come una schiena di gatto. In un episodio precedente assistiamo al suo risveglio, lei “ascolta i discorsi degli uomini carichi di voglia”, è un naturale oggetto del desiderio, “sente tutti gli sguardi che s’avvicinano a lei come una schiera di bisce tra il fieno”. Calvino moltiplica, come vedremo le metafore naturalistiche nel racconto della vicenda. Giglia si è poi alzata ed è andata alla fontana a lavarsi. Gli uomini sono rimasti nel casolare “con pensieri di lei che sì apre la camicia e s’insapona il seno”. Solo uno la segue e va a lavarsi anche lui: è il comandante del distaccamento, il Dritto, che, come si capisce poco più in là, ha con lei un legame di reciproca attrazione. Più tardi, tra i due si è venuta sviluppando tutta una complicità di sguardi e di gesti: “La Giglia sta ginocchioni vicino al fuoco accanto al marito che bada a nutrire la fiamma; intanto segue i discorsi e gira intorno gli occhi verdi. E ogni volta i suoi occhi s’incontrano con quelli ombrati del Dritto e allora anche il Dritto ride, col suo sorriso cattivo e malato e rimangono con gli sguardi incrociati, finché lei non abbassa gli occhi, e sta seria”. Contatto stabilito. Quando Pin si mette a cantare “chi bussa alla mia porta”, ha l’idea di provocare la Giglia e le chiede: "chi vorresti ti bussasse alla porta?" Poi la Giglia ha smesso di porgere la legna al marito per alimentare le fiamme e tra i due si sviluppa un gioco, si passano la legna da mettere sul fuoco senza badare al volume crescente delle fiamme. Prima che si arrivi all’incendio Pin chiede alla Giglia: “Chi vorresti che ti bussasse alla porta, dimmi un po’, Giglia . Fa Pin, - quando tuo marito non è in casa?” La donna abilmente schiva la trappola.
C’è un ulteriore sviluppo, poco tempo dopo: “Il Dritto ha preso la mano di Giglia, con l’altra mano le ha tolto la saggina e l’ha buttata nel fuoco, ora lascia la mano di Giglia e si guardano”. Dal contatto alla connessione. Il gioco si è fatto pericoloso, in quanto i due non hanno badato a tenere basse le fiamme, così alla fine scoppia un incendio. Questo l’antefatto.
Torniamo al capitolo decimo. Ed ecco l’amore che si affaccia all’orizzonte. L’amore o il desiderio. In precedenza il Dritto ha già detto a più riprese di essere malato. Di più, sentiva sempre più il desiderio di lasciarsi andare alla deriva. Quanto alla battaglia che si preparava si è informato di ciò che avrebbe fatto il cuoco: “Il Dritto ha seguito la spiegazione con piccoli cenni d’assenso, inframmezzati da scosse del capo. – Nessuno escluso, - ripete, - nemmeno il cuoco? – e si fa attento”. E così il giorno della battaglia è chiaro che anche il cuoco andrà con gli altri, incontro ai nemici. E la Giglia, allora? Il cuoco vorrebbe mandarla via: “Dritto digli che se ne vada, che non può restare qui sola”. Il comandante si oppone: “No, - dice. – Meglio che resti qui”. Con il che, lei torna nel casolare a dormire. Il Dritto continua a dare ordini e stabilisce che sarà un altro partigiano, Cugino, a prendere il comando: “Io sono malato, - dice. – Io non posso venire”. Ecco, ora tutto vada come vada come vuole. Gli uomini non hanno detto ancora niente. “sono un uomo finito”, pensa il Dritto. Ora tutto vada come vuole”. Gli uomini non capiscono cosa lo spinge a fare così, nemmeno lui – suggerisce Calvino – sa bene il perché.
Invece Pin, il ragazzo Pin, ha capito, “è attentissimo, la lingua tra i denti, gote accese. Là, mezzo sepolta nel fieno, c’è Giglia, con quel suo seno caldo sotto la camicia da uomo”. Lei non sopporta il caldo, “non fa che rigirarsi” nel fieno. Il desiderio. S’è perfino alzata, si è messa nuda e Pin l’ha vista: “Mentre nella vallata infurierà la battaglia, nel casolare succederanno cose strabilianti, cento volte più eccitanti della battaglia”.
Ricompare qui il tema della morte. Il falchetto del cuoco “non la smette di gridare roteando gli occhi gialli”. Gli uomini protestano: - Fallo star zitto! Fallo star zitto! Porta sfortuna! Ci chiama i tedeschi addosso!”. E il falchetto diventa una vittima sacrificale. Il cuoco lo tiene stretto tra le ginocchia e gli tira il collo: “Alé. Adesso siete contenti. Siete tutti contenti adesso. Alé”. La morte.
Intanto il Dritto è finito anche lui nel casolare, tra il fieno, con la Giglia: “La donna e l’uomo dormono una qua e uno là, in due angoli opposti, involti nella coperta”. Pin sa come andrà a finire: “E’ il giorno della battaglia! Come mai non si sentono spari? E’ il giorno in cui il comandante Dritto farà la festa alla moglie del cuoco!”
Se la conclusione sembra già decisa, per arrivare al dunque ci vorranno una serie di passaggi, come nel corteggiamento animale. In un primo tempo Pin ha addirittura l’impressione che “il fatto” sia già successo, ma si sbaglia: “- Ben fatto tutto? – chiede. – Cosa? Fa Giglia. Pin non risponde: la guarda di sottecchi con una smorfietta a grugno. – Mi sono alzata adesso, - dice la Giglia, angelica. “Ha capito, pensa Pin, - vacca. Ha capito”.
In realtà, sul momento, la donna ha un’espressione tesa, il Dritto a sua volta non sorride, si succhia i denti. C’è uno scambio di battute tra l’uomo e Pin sulla battaglia che non comincia. Si apre invece un dialogo tra il Dritto e la Giglia. Lui fa la parte del malato, non vuol mangiare nulla, poi accetta di bere il brodo. Lei gli chiede perché non è andato con gli altri. Di nuovo il Dritto mostra di non avere le idee chiare su quello che gli succede. Dopo di che, prende l’iniziativa: “La Giglia è seduta più in alto di lui. Lo guarda a lungo aspirando a tutte narici. – Ho voglia di fare un po’ quel che mi pare, - le dice il Dritto, a occhi gialli. Le ha messo una mano sul ginocchio”. La connessione ritrovata.
Amore (tenerezza) e morte si intrecciano nelle battute successive del dialogo:

“ - Dritto, e se ti facessero qualche cattivo scherzo, - dice la Giglia.
Il Dritto le si è avvicinato, ora le è accucciato ai piedi.

- Non m’importa di morire, - dice. Ma ha le labbra che gli tremano, le labbra da ragazzo malato. – Non m’importa di morire. Ma prima vorrei… Prima…”
Tiene il capo riverso e guarda Giglia da sotto in su, alta sopra di lui”.

Il non detto e il linguaggio del corpo. Anche nella Bibbia, Ruth si accuccia ai piedi di Booz, prima di congiungersi a lui.
Si apre allora tutta una sequenza con Pin che appare e scompare, mentre il pensiero va ogni tanto alla battaglia che tarda a scatenarsi: “Il Dritto si scuote. – Non sparano, - dice. - Non sparano fa Pin. Il ragazzo sa che a un certo punto dovrà eclissarsi. Se non lo sa in modo cosciente, lo sente e agisce di conseguenza. Viene mandato a prendere un po’ d’acqua. Il gioco della tenerezza riprende a parti invertite: “- Sei pallida, Giglia, - dice il Dritto. E’ in piedi dietro di lei, coi ginocchi le tocca la schiena. – Forse sono malata, - dice la Giglia in un soffio”. Pin sottolinea il gioco delle parti mettendosi a cantare, infila “uno di quei ritornelli monotoni che non finiscono mai”. Subito il corteggiamento fa un deciso passo avanti: “L’uomo le ha messo le mani sulle guance e le ha voltato in su la testa”. Ancora il linguaggio del corpo: ti voglio. E continua: “Ora sempre standole dietro l’ha presa per le spalle e la tiene per le ascelle”.
Di nuovo un siparietto: “- Non sparano, dice. – Neh? Non sparano proprio…-dice Pin”. Stanno zitti”. Pin si avvia a prendere l’acqua, torna indietro e già immagina quello che sta per succedere: “Saranno già per terra uno sull’altro, mordendosi la gola come i cani!” E invece no: “Sono sempre lì invece. Il Dritto ha le mani sotto i capelli della donna, nella nuca e lei fa un movimento da gatta, come per sfuggirgli. Si voltano subito, di scatto, sentendo lui”. La presa di possesso, il gatto e il topo. Per gioco, si capisce. 
Ancora il pensiero della battaglia: “Il Dritto continua a passarsi la mano sulla fronte: - Non sparano ancora, - dice, Chissà cosa succede”.
Pin si rende conto di dover aspettare, non gli conviene tornare troppo presto con l’acqua. Ne approfitta per fare i suoi bisogni e, mentre si sforza, trova che è bello “pensare al Dritto con la Giglia, che si rincorrono fra i ruderi della cucina o agli uomini condotti a inginocchiarsi nelle fosse, al tramonto, nudi e gialli, tutte cose incomprensibili e cattive, con uno strano fascino, come le proprie feci”. Di nuovo amore e morte, di nuovo il linguaggio del corpo per esprimere la sensibilità al richiamo confuso delle pulsioni vitali e distruttive.
Nella cucina la schermaglia amorosa si è fatta ancora più intensa: “tutte le patate sono rovesciate in terra. La Giglia è in un angolo, al di là dei sacchi e della marmitta e ha il coltello in mano. La camicia da uomo è sbottonata: ci sono i seni bianchi e caldi, dentro! Dritto è al di là della barriera, la minaccia col coltello. E’ vero: si stanno inseguendo, forse si feriscono. Invece, ride; ridono tutti e due, è uno scherzare che fa pena, ma ridono”. Sembra l’amore descritto da Lucrezio nel De rerum natura: desiderio e sofferenza alla ricerca del piacere. Il desiderio: quando Giglia s’attacca al fiasco e beve, Il Dritto le guarda le labbra.
Torna il pensiero della battaglia: “Poi dice: - Non sparano ancora. Si volta verso Pin: - Non sparano ancora, - ripete. – Che succederà laggiù?”. Pin si mette a scherzare. Allora i due si guardano e ridono: “Ma Pin capisce che non ridono per quello che ha detto lui, che è un riso tutto loro, segreto, senza ragione”. O con ragione: l’estasi amorosa segue il suo corso, i due sono complici e si capiscono al di là delle parole.
Ancora la morte: “Su un roveto, a pochi passi da loro, c’è il falchetto stecchito, impigliato per le ali”. Uno scambio di battute tra i due amanti e poi Pin “guarda l’uccello morto, in mezzo ai rododendri: e se s’alzasse morto com’è e lo beccasse in mezzo agli occhi?”. Il rimorso per l’uccisione si traduce in vendetta paventata. Il Dritto ordina a Pin di seppellire il falchetto. Si manifesta allora l’intreccio tra il pensiero della fine e quello dell’accoppiamento: “Pin è solo sulla terra. Sotto la terra, i morti. Gli altri uomini, di là dai boschi e dai versanti, si strofinano sulla terra i maschi con le femmine, e si gettano l’uno sull’altro per uccidersi”. Poi l’immaginazione prende il sopravvento e rovescia il quadro: “Verrebbe voglia di buttare il falchetto nella grande aria della vallata e vederlo aprire le ali, e alzarsi a volo, fare un giro sulla sua testa e poi partire verso un punto lontano. E lui, come nei racconti delle fate, andargli dietro, fino a un paese incantato in cui tutti siano buoni”.
L’incantesimo dura poco, il lieto fine è solo sfiorato e subito la realtà ritrova tutta la sua forza: “In quel momento scoppia un tuono e riempie la valle: spari, raffiche, colpi sordi ingranditi dall’eco: la battaglia!” Pin per un momento si aspetta di vedere i tedeschi, irti di mitraglie, piombare su di lui. Allora invoca il suo compagno partigiano: “Dritto!” Prende la fuga e continua a chiamare: “Dritto! Giglia!” Corre nel bosco mentre la battaglia, esplosa tutt’a un tratto dal suo sonno, “non si capisce dove sia, forse è a pochi passi da lui”. Viene preso dallo spavento e invoca di nuovo: “Aiuto! Dritto! Giglia!” e ancora: “- Dritto! Giglia!” Niente, nessun segno di vita: “Dritto! Sparano! Sparano!” Finalmente tutto diventa chiaro, all’epilogo della battaglia corrisponde l’epilogo dell’amore: “Là, tra i cespugli, una coperta, una coperta con avvolto un corpo umano che si muove. Un corpo, no, due corpi, escono due paia di gambe, intrecciate, sussultano”.
All’inizio della sequenza, la coperta era associata alla morte. Adesso ritorna e avvolge l’amore.


 calvino, il sorriso di sentirsi «taroccato»

Gli arcani della scrittura. Lo scrittore era affascinato dal mazzo di carte e dalle dalle  dalle sue figure, tanto da farne materia di romanzo. E in una celebre foto dove interpreta il Bagatto forse si cela l’ammissione di una sconfitta letteraria

Marco Belpoliti

Il Sole 24ore, 26 aprile 2026

Avete mai visto Italo Calvino che ride? Poche fotografie pubbliche lo ritraggono così. Una la trovate in questa pagina. Fa parte di un gruppo di tre foto e la loro storia viene da lontano.

Il 3 maggio 1969 Calvino scrive da Parigi una lettera a Gianni Celati per raccontargli come sia completamente assorbito da un mazzo di tarocchi marsigliesi con cui cerca di «produrre un numero di varianti praticamente infinito». Le carte, spiega, funzionano come lo Zahir del racconto di Borges: «l’oggetto che una volta visto non riesci più a dimenticare in nessun istante, così che non posso più fare niente, appena mi siedo alla scrivania comincio a disporre tarocchi sul tavolo». A volte poi prosegue sul pavimento per via dell’alto numero di carte. La lunga lettera, ora inclusa in Alì Baba e altri discorsi («Riga», Quodlibet), continua spiegando per varie pagine i suoi differenti tentativi di ricavare dei racconti dal mazzo, una specie di Canterbury Tales dove i personaggi s’incontrano in una locanda e raccontano la loro storia usando le figure: la Taverna dei destini incrociati.

L’idea, a Calvino, è venuta nel luglio del 1968 ascoltando Paolo Fabbri al centro semiotico di Urbino: Il racconto della cartomanzia e il linguaggio degli emblemi. Il lavoro procede con difficoltà. Poi l’editore Franco Maria Ricci gli porta un mazzo di tarocchi viscontei, quelli dipinti intorno al 1450 dalla bottega cremonese di Bartolomeo Bembo. Gli propone di pubblicare i tarocchi con un suo testo. Calvino ha una illuminazione: scrivere una serie di storie ispirate all’Orlando furioso di Ariosto, autore preferito. Nel giro d’una settimana il cruciverba composto di figure anziché di lettere, da leggere ovviamente nei due sensi, è pronto. Nel 1969 esce il lussuoso libro di Ricci, Il castello dei destini incrociati, stampato in mille esemplari.

In quell’epoca lo strutturalismo e la semiotica sono di gran moda, per cui la critica e vari scrittori, come Manganelli e Arbasino, lodano l’impresa. Nel 1973 Calvino raccoglie in un libro per Einaudi con il medesimo titolo quelle sette storie, più le altre sette che aveva realizzato a partire dal mazzo settecentesco di Marsiglia. Poco prima di darlo alle stampe chiede a un esperto di fumetti, Antonio Faeti, di trovargli dei comics con cui scrivere il Motel dei destini incrociati. La terza serie non sarà mai realizzata.

Gli resta però un cruccio: il secondo gruppo di racconti, quelli marsigliesi, non segue le regole, la contrainte, che si era imposto sul modello dell’Oulipo. Mario Lavagetto, giovane professore universitario, gli scrive per dirgli che i conti non tornano, cosa che invece era accaduta per Le città invisibili, dove lo schema geometrico congegnato risultava ineccepibile. La risposta non si fa attendere: «Caro Lavagetto, la Sua lettera riapre l’ormai vecchia piaga nel mio petto. Sì la Taverna non segue le ferree regole». Ha fallito e alla fine hanno vinto i tarocchi: «non si sono lasciati ridurre a servire da macchina come nel mio progetto», risponde. «La Grande Opera – sentenzia – non è riuscita», e lui s’è trovato in un labirinto senza uscita.

Che libro è Il castello dei destini incrociati? È il libro d’uno scacco, ma anche il libro con cui Calvino apre la strada a un’opera a cui consegnare un’autobiografia senza Io. Non terminerà mai di scriverla, per via dell’improvvisa scomparsa nel 1985. Nella Taverna tuttavia c’è un nucleo importante della sua personalità. Il più bello ed esplicito di questi racconti s’intitola Anch’io cerco di dire la mia. Comincia il narratore che spiegala propria vicenda usando le figure, poiché è privo di parola. S’identifica con l’Autore, e dunque con lo Scrittore, e ci indica quali carte dei tarocchi lo riguardano direttamente: l’Eremita e il Cavaliere di spade prima di tutto, e per illustrarlo meglio il racconto abbandona per un momento le carte e passa in rassegna celebri quadri come se fossero emblemi in cui specchiarsi. Le pitture si trovano a Parigi, Londra, Firenze, etc., mentre gli autori sono: Dürer, Antonello da Messina, Carpaccio. Raffigurano San Girolamo o Sant’Agostino, immersi nei loro studi o innanzi alla grotta. Un’altra serie di quadri mostra invece San Giorgio che combatte il drago. Sono le due parti della personalità di Calvino stesso, ma anche le due missioni cui si è dedicato a partire dal 1947, quando è uscito il suo Sentiero.

La prima è quella dello scrittore solitario, che oscilla tra »l’armoniosa geometria intellettuale» e «l’ossessione paranoica» nel portare a compimento il proprio lavoro. La seconda presenta invece la figura dell’eroe, del combattente che contrasta il male della Bestia. Per meglio definire questa figura nella Taverna aggiunge che «la psicologia non fa per l’uomo d’azione», poiché sta tutta dalla parte del Drago «coi suoi rabbiosi contorcimenti»; precisa che l’animale rappresenta anche il fondo oscuro dell’eroe, che qui si esteriorizza. L’Eremita e il Cavaliere di spade corrono entrambi dei rischi: quello di abitare la solitudine credendosi tranquilli perché la bestia feroce è inoffensiva – il leone nelle pitture ha una spina confitta nella zampa; e poi c’è il rischio di «accettare le condizioni della bestia feroce dandogli in pasto i nostri figli» – sono i cadaveri straziati presenti nella scena dipinta da Capaccio.

Ma c’è anche un’altra carta che attrae Calvino e in cui finisce per riconoscersi: il Bagatto: «Forse è arrivato il momento d’ammettere che il tarocco numero uno è il solo che rappresenta onestamente quello che sono riuscito ad essere: un giocoliere o illusionista». Nel 1973, all’uscita del libro, il fotografo torinese Mario Monge invita lo scrittore a posare per lui. Lo convoca nel suo studio e prepara un tavolo con degli oggetti che si scorgono nella carta marsigliese: la spada del Cavaliere e la coppa; in una mano Le Bateleur regge il denaro del Fante, mentre nell’altra reca il bastone, o meglio la bacchetta magica.

Di questa seduta di posa si conoscono tre fotografie ora esposte nella mostra bergamasca dell’Accademica Carrara dedicata ai Tarocchi. In una, a sfondo nero,Calvino in giacca e cravatta appare serio; nelle altre due, dove s’intravede lo studio di Monge, invece ride. Forse recitare quella parte, a beneficio della macchina fotografica, gli aveva messo un’improvvisa allegria, strappato una piccola risata, quasi una risposta alla Grande Opera fallita. Ora il primo degli Arcani maggiori sa anche perdere.









sabato 1 marzo 2025

Kim e Pin, volti dell'esperienza partigiana




Verso sera arrivano il comandante Ferriera e il commissario Kim. ... I due fanno passare il pacchetto di sigarette tra gli uomini finché non si vuota. Sono di poche parole: Ferriera è tarchiato, con la barbetta bionda e il cappello alpino; ha due grandi occhi chiari e freddi che alza sempre a mezzo guardando di sottecchi; Kim è allampanato, con una lunga faccia rossiccia, e si mordicchia i baffi. 

Nel 1947 Italo Calvino pubblica da Einaudi il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno. Oggetto della narrazione è l'esperienza partigiana vista con gli occhi di un bambino, Pin. / la voce che narra traduce le sensazioni di Pin, Scarpa, 68 / Questo è vero fino all'ottavo capitolo del romanzo. Nel capitolo successivo irrompe un secondo personaggio centrale, Kim, un giovane studente di medicina, partigiano anche lui, più esattamente commissario (politico) della brigata alla quale appartengono Pin e i suoi compagni. Non si può dire che questo personaggio sia visto con gli occhi di un bambino, Kim tiene discorsi che un bambino non è neppure in grado di capire veramente e d'altra parte lo scrittore, un volta che il giovane occupa la scena, non si limita a riprendere le sue parole, accenna anche, ogni tanto, a ciò che egli pensa e a ciò che in cuor suo avverte. Nei capitoli che vengono dopo il nono, il romanzo riprende il suo corso abituale. Noi sappiamo che la sospensione del discorso con il passaggio a un altro genere di narrazione è stato a suo tempo segnalato come un difetto dai primi lettori del testo non ancora pubblicato e poi dai critici. Calvino, pur prestando ascolto alle osservazioni, non ha mai cambiato idea. Nelle successive edizioni del testo ha sempre mantenuto il capitolo al suo posto. A un certo punto, esegeta di se stesso, ha preferito considerarlo alla stregua di una prefazione dentro il libro. In fondo, non per la sua collocazione, ma per il ruolo che svolge, il capitolo didascalico funge da cornice, arriva solo a un certo punto, questo è vero. Una volta letto, tuttavia, riduce al rango di specificazione tutto ciò che viene prima. Il mondo di Pin è solo un aspetto del mondo così come viene delineato da Kim. I partigiani che formano il distaccamento posto sotto il comando del Dritto sono tutti dei paria, variamente combinati e disposti: "ladruncoli, carabinieri, militi, borsaneristi, girovaghi" (105). La stessa fauna sociale che torna in buona parte dei racconti pubblicati dallo scrittore negli anni successivi. / Ultimo viene il corvo, 1949 /   Non ci sono tra loro né operai, né studenti o intellettuali. E non parliamo dei contadini che, come lo stesso Calvino lascia intendere, erano piuttosto sostenitori (o a volte nemici) del movimento partigiano che partecipanti a pieno titolo. Anche i contadini, insieme ai pastori, tornano nei racconti degli anni successivi.   
Il doppio punto focale conferisce al romanzo una natura duplice, prevalentemente fantastica nell'ampia parte imperniata sulla figura di Pin, nettamente filosofica (o politica) nel capitolo nono, dominato dalla presenza e dalla parola di Kim. Partiamo quindi dall'introduzione, dalla cornice, e cerchiamo di capire come si presenta l'universo partigiano nel romanzo. 
Il capitolo nono si apre con l'arrivo di due superiori gerarchici tra i partigiani del distaccamento a cui appartiene Pin: il comandante Ferriera e il commissario Kim. C'è stato un incendio e vengono a vedere. Intanto però i due vengono accuratamente descritti e presentati al lettore anche nel loro profilo intellettuale. Ferriera è un  operaio, vive la guerra partigiana come una cosa esatta, perfetta per lui come una macchina" (98). Kim è uno studente di medicina, futuro psichiatra: "ha un desiderio enorme di logica, di sicurezza sulle cause e gli effetti, eppure la sua mente s'affolla a ogni istante di interrogativi irrisolti" (ibidem). In una certa misura, il commissario somiglia allo stesso Calvino per questo aspetto: "Tutto deve essere logico, tutto si deve capire, nella storia come nella testa degli uomini ma tra l'una e l'altra resta un salto, una zona buia dove le ragioni collettive si fanno ragioni individuali, con mostruose deviazioni e impensati agganciamenti" (99; l'intercapedine su cui insiste Scarpa, 66-77). Qui non c'è solo il profilo intellettuale di Kim, in sintesi, ma si intravede come prefigurata l'opera narrativa dello scrittore dalla Speculazione edilizia a Marcovaldo e alla Giornata di uno scrutatore. 
Intanto, dopo la loro apparizione sulla scena, i due visitatori si mettono a discutere sull'organizzazione della guerra partigiana. Ferriera vorrebbe che i vari reparti avessero una composizione mista e che quindi comprendessero al loro interno gli elementi più sicuri accanto a quelli meno affidabili in linea di principio. Kim ritiene invece rimane fedele alla sua impostazione che è quella adottata per il momento sul terreno. I paria formano un distaccamento a parte sotto il comando del Dritto: è il distaccamento in cui si è venuto a trovare Pin. Due concezioni diverse si affrontano, come nei dialoghi di Platone. Qui però gli interlocutori non sono solo nomi associati alle opinioni in campo. Sono persone fisiche dotate di emozioni che si traducono in gesti. Kim "si morde i baffi", si soffia nei baffi", "scuote il capo". Ferriera "alza gli occhi freddi e si gratta la fronte", "arriccia la barba bionda", . Nel caso di Kim, poi, c'è spazio anche per i pensieri che attraversano il cervello ma non vengono espressi. Decisamente la voce narrante che nel resto del romanzo si identifica con Pin è fuori gioco. 
Quello sull'organizzazione si rivela come un aspetto di un dissenso più vasto, in realtà. Ferriera è più incline a credere nella perfettibilità del genere umano. Kim è più realistico, non ritiene facilmente modificabili gli esseri sociali impegnati nella guerra partigiana. Si chiede quali possono essere le loro motivazioni. Distingue allora tra persone motivate a partire dalla loro condizione sociale e ribelli in un senso più profondo ma anche più oscuro. Per tutti è determinante il ruolo svolto dal furore: "Gli uomini combattono tutti, c'è lo stesso furore in loro, cioè lo stesso, ognuno ha il suo furore" (103). E tuttavia la scelta che ognuno compie di schierarsi con i partigiani può essere rimessa in discussione da un fatto in apparenza trascurabile: "Basta un nulla un passo falso, un impennamento dell'anima e ci si trova dalla parte, come Pelle, della brigata nera, a sparare con lo stesso furore" /osservazione simile in Pavone, 34: "Se la notte del 25 luglio mi fossi fatto picchiare, oggi sarei dall'altra parte", è Nuto Revelli che parla / Allora si tratta di puntare sulla più oscura e forte delle motivazioni: la rabbia, che si traduce in furore, rabbia per una ferita segreta, voglia di riscatto, vale anche per Pin, che senza neppure saperlo combatte per non essere più fratello di una prostituta. Ferriera puntava sulla coscienza di classe da "dare a chi non l'ha", nientemeno. Kim invece guarda all'amore di sé, all'esigenza forte di sanare una ferita. Perché, come Calvino ha chiarito in un precedente racconto, l'odio per i fascisti può essere "la stessa cosa del sangue", una repulsione incorporata  nell'organismo. 
Ci sono poi le ragioni più nobili della scelta partigiana. La patria la libertà, il comunismo sono degli ideali, e gli ideali "tutti sono buoni ad averli, anche dall'altra parte ne hanno di ideali" (103). Rimane sempre qualcosa che si colloca più in basso, qualcosa che vale per tutti ed ha una risonanza immediata.  Si torna al furore e più esattamente a ciò che motiva il furore: la volontà di riscatto. Per questo bisogna porsi sul terreno della storia ("allora c'è la storia",106). I partigiani stanno dalla parte del riscatto, "loro", i nemici, dall'altra: "Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m'intendi? va perduto, tutto servirà se non a liberare i nostri figli, a costruire un'umanità senza più rabbia, serena" (106). Questo stato di beatitudine peraltro è già proprio di alcune categorie sociali e perfino di un intero paese, la Russia. "Sereni sono i proletari che sanno quello che vogliono, sereni sono i contadini che vegliano di sentinella ai loro paesi, sereni sono i sovietici che hanno deciso tutto e ora fanno la guerra con accanimento e metodo, non perché sia bello, ma perché bisogna. I bolscevichi!", 108) / Pavone, 403-412).  
Il discorso non sarebbe completo se non comportasse un ritorno sulla persona del commissario. Kim non si crede superiore a Ferriera, vorrebbe poter ragionare come lui, ma sa di essere per sua natura diviso tra due tipi di atteggiamenti. Uno è quello che riesce ad esibire nell'esercizio delle sue funzioni: "scompone ogni problema in elementi distinti, "a, bi, ci", dice; tutto chiaro, tutto deve essere chiaro negli altri come in lui" (99; a, bi ci, anche 107 e 111\). Questo è il versante logico, freddo del personaggio. Altra cosa sono le idee che gli balzano in testa mentre cammina da solo per i sentieri. Ogni tanto allora si sente circondato da un mondo di simboli, proprio come accade al piccolo eroe di Kipling suo omonimo. Ed ecco la domanda: "Kim? chi è Kim?". Alla fine il commissario è uno e duplice come si addice al personaggio di un romanzo moderno. Su tutto plana come una nube salvifica la storia e alla storia viene associato l'amore come legame che va oltre la dimensione del quotidiano e che conferisce al destino una impronta di carattere superiore. La grande battaglia prevista per l'indomani, un animo sereno e un pensiero che ritorna: ti amo, Adriana e questo nient'altro che questo, è la storia" (111). Sono le ultime parole del capitolo. La guerra giusta delle nazioni volgeva alla fine. Non è facile trovare in letteratura un brano in cui la storia venga elevata a un livello tanto alto di plenitudine e significazione.   

https://machiave.blogspot.com/2025/03/pin-bambino-tra-gli-adulti.html






  

mercoledì 12 febbraio 2025

La conversione da indeciso a partigiano


Parliamo di un fenomeno preciso. Quello per cui un certo numero di persone in Italia, dopo l'8 settembre 1943, nelle regioni occupate dalle truppe tedesche, decisero di darsi alla macchia e di animare la resistenza. Forse il più celebre dei testi che trattano del tema è stato scritto da Beppe Fenoglio e si trova nel romanzo Il partigiano Johnny. Sono le parole poste in apertura: «Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s’era precipitata ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche. Lo spettacolo dell’8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato». Lo spettacolo è ributtante, il personaggio contrariamente alle apparenze non si è volatilizzato, torna a casa dai genitori, di primissima mattina, prende la sua roba e poi torna di nuovo  «sulla collina, in imboscamento». 
Tutto il resoconto poggia sull'evidenza dei fatti. La decisione irrompe subitanea, non è mai formulata a parole, si manifesta nel comportamento. Nel caso di Italo Calvino il passaggio dall'una all'altra condizione, dalla vita civile all'esistenza clandestina è molto più laborioso. Cambia la data, intanto. Il punto nodale della vicenda si colloca nell'autunno 1944, molto più in là. Il tema è svolto in tre racconti di forte impregnazione autobiografica: Angoscia in caserma, del 1945, Attesa della morte in un albergo, risalente alla fine di quell'anno, e La stessa cosa del sangue, del 1946. I tre racconti sono stati prima pubblicati in Ultimo viene il corvo del 1949, sono stati poi soppressi in due occasioni successive, per essere infine ripresi ancora in una terza edizione del Corvo nel 1976. L'andamento incerto ha una spiegazione: l'evocazione appariva all'autore 
«troppo legata a un appello emotivo». Diciamo pure che la narrazione era troppo diretta, non mediata come sarebbe stata poi in tutta l'opera successiva dell'autore e segnatamente nel Sentiero dei nidi di ragno, il romanzo che tratta della guerra partigiana e che venne alla luce nel 1947.  
Già qualcosa, per Calvino, non era andato per il verso giusto prima ancora dell'armistizio: 
«Al 25 luglio ero rimasto deluso e offeso che una tragedia storica come il fascismo finisse con un atto di ordinaria amministrazione come una deliberazione del Gran Consiglio» (Un'infanzia sotto il fascismo, in Eremita a Parigi, Pagine autobiografiche, Mondadori, Milano 1993). Un anno dopo, nel 1948, esce La casa in collina di Cesare Pavese. In questo romanzo, il 25 luglio occupa un intero capitolo. Ciò che colpisce è lo sguardo esterno con il quale l'evento è percepito. La vita pubblica si situa da un'altra parte rispetto al luogo, la collina, in cui si muovono di norma i protagonisti della vicenda narrata. La notizia stessa è oggetto di un «racconto»: Elvira «mi gridò attraverso la porta che la guerra era finita. Allora entrò dentro e, senza guardarmi ché mi vestivo, mi raccontò rossa in faccia, che Mussolini era stato rovesciato». Nella successione delle frasi, si può cogliere subito l'equivoco di quella giornata. Nel comunicato letto alla radio, il nuovo capo del governo, il maresciallo Badoglio aveva detto chiaramente che la guerra sarebbe continuata. Pochi ci badarono. In molti credettero che la guerra fosse davvero finita. «Torino era a due passi, remota». Da Pavese si ricava alla fine dell'episodio una conclusione incerta. Lo scontro che ci sarà, che ci dovrà essere, è solo rimandato: «Sapevo bene che non sarebbe durata» - pensa Corrado, il protagonista del romanzo, ma è come se demandasse ad altri il compito di reagire.
Invece per Calvino il problema di reagire, di fare qualcosa, si pone con sempre maggiore urgenza via via che il tempo passa. L'albergo è un carcere, in realtà, un albergo che funge da carcere. 

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 1968 (incipit)

Intanto nel villaggio il meccanico, che poi si scoprirà essere membro del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, Josof Davidovič Štokman, intercetta l’interesse di alcuni cosacchi, in particolar modo di Ivan Alekseevič, Michail Koševoj e del mugnaio Valet. 

lunedì 16 dicembre 2024

Il Barone rampante



Umberto Eco, Per Calvino, Doppiozero, 4 aprile 2023

 Nei dieci minuti che ho a disposizione, vorrei parlare del libro di Calvino che amo di più, Il barone rampante, e spiegare perché è rimasto sempre un testo che mi ha accompagnato durante tutta la mia vita, come una sorta di manifesto politico e morale.

Capisco che possa suonare strano parlare di lezioni morali e politiche per un libro che, al momento della sua pubblicazione, portò molti intellettuali impegnati italiani a lamentarsi del fatto che Il visconte dimezzato (uscito sei anni prima) non rappresentasse più una parentesi nel lavoro di un narratore caratterizzato da una vena realista. Con questo nuovo romanzo, Calvino abbandonava definitivamente Il sentiero dei nidi di ragno per una poetica del fantastico muovendosi per mondi possibili, galassie cosmicomiche, città invisibili e traiettorie astrali zenoniane.

Si fa fatica, oggi, a immaginare quanto la sinistra ufficiale italiana fu disturbata dal Barone rampante; è sufficiente ricordare che, nello stesso decennio, Luchino Visconti, che era un intellettuale comunista, osò rivolgersi, con il suo Senso, non a una storia di lavoratori, ma alla passione romantica e decadente di due amanti del XIX secolo, e ne ottenne, in pratica, la scomunica da parte dei difensori del cosiddetto realismo socialista. Vorrei farvi capire perché, per un giovane di venticinque anni – tanti ne avevo quando lessi Il barone rampante nel 1957 – questo libro ebbe un impatto tanto devastante sulla mia nozione di impegno politico, o del ruolo sociale dell’intellettuale.

È superfluo ricordare che il libro mi colpì come uno stupendo lavoro letterario, facendomi sognare quei boschi incantati di Ombrosa, che digradavano superbi verso il mare. Alcuni giorni fa ho riletto il romanzo, ricavandone la stessa sensazione di felicità, ricatturata nuovamente dall’incantesimo di una lingua trasparente, attraverso la quale (e non certo contro la quale) mi pareva di arrampicarmi, in maniera quasi fisica, di ramo in ramo con Cosimo, e diventare poi un rigogolo, uno scoiattolo, un gatto selvatico, un passero, o persino una foglia d’ulivo o di ciliegio.

Quella del Barone rampante è una lingua cristallina, e Calvino (si veda la terza delle sue Lezioni americane) ha detto che il cristallo, con la sua sfaccettatura precisa e la sua capacità di riflettere la luce, era il modello di perfezione che aveva sempre accarezzato, come un simbolo.

Ma nel 1957 la mia reazione principale fu, più che estetica, di natura filosofica – il che non dovrebbe stupire nessuno, dato che ero alle prese non con una fiaba (come molti la considerarono) ma con un grande conte philosophique.

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, i giovani intellettuali (poco importa se cattolici o comunisti) erano ossessionati dal dovere morale di essere – come si usava dire – “organici” al proprio gruppo ideologico. Davvero, era facile avvertire il ricatto di questa chiamata generale alle armi, al dovere della militanza, di usare il proprio potere intellettuale nella lotta contro i nemici ideologici. Solo due voci si erano levate contro questa concezione del ruolo degli intellettuali. Una, negli anni Quaranta, era stata quella di Elio Vittorini, con il quale Calvino aveva collaborato in gioventù e, più tardi, nel corso degli anni Sessanta, curando insieme “Il menabò”, una rivista che doveva influenzare enormemente il corso della letteratura italiana di quel decennio. Vittorini disse, nel 1947, che gli intellettuali non dovevano suonare il piffero della rivoluzione. Con questo, egli intendeva dire che non dovevano diventare gli agenti di stampa del loro gruppo politico, ma invece incarnarne la coscienza critica. Vittorini, all’epoca, apparteneva al partito comunista e curava una rivista abbastanza indipendente e dalla vita breve, “Il Politecnico”. Ovviamente viene considerato un traditore del proletariato. “Il Politecnico” morì, e l’appello di Vittorini rimase a lungo inascoltato.

Nel 1955, fummo affascinati da un libro di filosofia politica, Politica e cultura di Norberto Bobbio, che disegnava in maniera più rigorosa il profilo di un intellettuale che fa il proprio dovere cercando una verità che non si identifica con la verità ideologica del proprio gruppo. Laddove Vittorini aveva solo lanciato uno slogan, Bobbio sviluppava una severissima argomentazione filosofica. Rispettivamente troppo poco, o troppo, per produrre un’epifania. Questa fu prodotta dal Barone rampante, che aveva il potere persuasivo di una parabola, l’attrattiva profonda del mito, il fascino della fiaba e la forza gentile della poesia.

Calvino ha eliminato dalle prime versioni delle proprie opere certi paragrafi moraleggianti che avrebbero potuto rendere le sue lezioni troppo invadenti. Cosimo Piovasco di Rondò non insegna nulla, almeno, non ai lettori. Si limita a incarnare un esempio. Solo in due punti il romanzo suggerisce una possibile lettura/interpretazione morale. Il primo punto (nel capitolo XX) è quello in cui si dice che Cosimo riteneva che, se si voleva osservare la terra nel modo giusto, bisognava mantenere la giusta distanza da essa. Il che mi rimanda a un’osservazione dalle Lezioni americane: “È sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo dei mostri in cui gli è toccato di vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come proprio fardello”.  Il secondo punto (nel capitolo XXV) è quello in cui il fratello di Cosimo si domanda, senza trovar risposta, come la passione di Cosimo per gli affari sociali possa essere riconciliata con la sua fuga dalla società.

Cosimo decide di trascorrere la propria intera vita aerea sugli alberi, volando via dal mondo terreno. Ma quegli alberi non sono per lui una torre d’avorio. Dalle loro cime, osserva la realtà, acquistando una saggezza superiore, proprio perché la gente che egli vede gli appare piccolissima, e comprende meglio di chiunque altro i problemi dei poveri esseri umani che hanno la sventura di dover camminare sui propri piedi. Stando sugli alberi, Cosimo è spinto a prendere attivamente parte alla vita sulle proprie terre. Nella sua qualità di aristocratico, condivide i problemi degli emarginati. Trasformandosi in una sorta di dio dispettoso, o di Schelm, non così dissimile dagli animali che gli danno amicizia, nutrimento e vestimento, trasforma la natura in cultura senza distruggerla, e passo dopo passo è spinto a impegnarsi nella vita sociale, non solo nel suo piccolo territorio, ma sull’intera Europa.

Vivendo come un buon selvaggio, si fa uomo dell’Illuminismo, fuggendo dalla società diventa un leader rivoluzionario – ma uno che rimarrà sempre capace di criticare coloro che combattono dalla sua parte, e capace di provare dispiacere e disincanto per gli eccessi dei propri idoli.

Non nel romanzo, ma in un successivo commento degli anni Sessanta, Calvino riconobbe che, per essere un personaggio interessante, Cosimo non sarebbe dovuto essere un misantropo ma piuttosto un uomo coinvolto nei problemi del proprio tempo. E notò che la solitudine e la scomoda soggettività erano la vocazione del poeta, dell’esploratore e del rivoluzionario.

Questo tipo di lezione fu per me fondamentale. Ricordo che  anni dopo, in una di quelle assemblee studentesche ultra-politicizzate del 1968, quando mi fu chiesto di definire il ruolo dell’intellettuale, proposi il romanzo di Calvino come il solo testo affidabile e, citando Cosimo come modello, dissi che il primo dovere dell’intellettuale impegnato era quello di vivere sugli alberi per tenersi a distanza dai propri compagni, per poterli criticare innanzitutto, e non di fornire slogan contro gli avversari – pronto a fronteggiare un plotone di esecuzione per testimoniare che le proprie convinzioni sono vere. A quel tempo non si trattava certamente di una presa di posizione popolare, ma molti degli studenti che mi fischiarono oggi lavorano per Berlusconi, il leader della destra italiana.

Perché la lezione suggerita da questo romanzo fu così convincente per me (e penso, per molti altri in seguito)? Calvino l’ha spiegato, indirettamente, nelle sue Lezioni americane. Le lezioni morali sono, di solito, molto pesanti, e l’unica virtù di coloro che riescono a renderle memorabili è il dono della leggerezza. Aerea come il Barone, la prosa di Calvino non ha peso, è plus vague et plus soluble dans l’air – sans rien en lui qui pèse et qui pose, come avrebbe detto Verlaine. O, per concludere con le parole di Calvino: "Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro”. 

Questo Calvino ha saputo farlo, ed è questa l’eredità che lascia.

Questa conferenza è stata pubblicata in Tra Eco e Calvino. Relazioni rizomatiche, atti del convegno "Eco & Calvino. Rhizomatic Relationships", University of Toronto, 13-14 Aprile 2012, a cura di Rocco Capozzo, EncycloMedia Publishers, Milano 2013.


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