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domenica 18 dicembre 2022

Requiem per il Pd

 

 
Massimo Giannini, La questione morale da Berlinguer alla "Ditta", La Stampa, 18 dicembre 1922 
 
Vedere il docufilm su Pio La Torre, venerdì sera, su Raitre è stato un colpo al cuore. Scorrevano le immagini sbiadite di comizi e interviste del segretario del Pci siciliano ucciso dalla mafia nell'82. Figlio di braccianti poverissimi, tutte le mattine Pio mungeva le vacche, poi per cinque chilometri consumava le suole già logore delle vecchie scarpe di sua madre, lui non aveva neanche quelle, e andava a scuola perché «solo la cultura ci salverà dalla miseria». Parlava sua moglie, composta nel dolore, dopo la mattanza di Palermo. Parlavano i suoi compagni. Giorgio Napolitano ricordava le sue battaglie nel sindacato e poi nel partito per chiedere «terra ai contadini e sviluppo per il Sud». Emanuele Macaluso rievocava tra le lacrime il suo coraggio nella lotta a Cosa Nostra e quella sua ultima profezia, «adesso tocca a noi», pronunciata pochi giorni prima di cadere sotto i colpi della manovalanza assassina dei Corleonesi.
Ripensavo a questo pezzo di Prima Repubblica, guardavo quelle facce scavate di gente vera e onesta, sentivo quelle parole dure, giuste, profonde. E non c'entravano il Pci o la Dc. C'entrava una certa idea della politica. La politica come missione e passione. La politica come comunità di destino, come servizio per la collettività e per il Paese. E mentre scorrevano le immagini, pensavo alla Tangentopoli di Strasburgo, alla nuova Qatar Gauche dei Panzeri e dei Cozzolino. Ai trolley pieni di soldi nei salotti, ai fondi neri alle Cayman. Com'è stato possibile questo scempio? Come ha potuto la sinistra partire da Pio La Torre e poi cadere in questo abisso? In tempo reale ho girato su whatsapp queste domande a Walter Veltroni, che ha scritto e diretto per la Rai quel prezioso frammento di Storia italiana.
Mi ha risposto: «Siamo stati una cosa bella, senza il cuore la politica è una cosa per brutta gente». Si ironizza spesso sul buonismo veltroniano. Ma ora provate a dargli torto. Provate a negare che se non ci sono valori e ideali la politica si riduce a professione e gestione. Di potere, di poltrone, di denaro. E provate a non riconoscere quanto sia sacrosanto l'appello lanciato ieri sul nostro giornale da Lucia Annunziata, e rivolto ai nipotini indegni di Pio La Torre confluiti nel Pd, «l'amalgama mal riuscito»: anticipate questo benedetto congresso e dedicatelo tutto alla "Questione morale", che poi è anche la questione sociale. Parlateci senz'altro di questo Qatargate, del "Sistema-Panzeri" perché anche se ora non lo è più, è stato cosa vostra. Magari metteteci pure il caso Soumahoro, che è Alleanza Verdi e Sinistra ma è pur sempre nella vostra metà del campo. E spiegateci come sia potuto accadere che la sinistra dei diritti e della difesa degli ultimi oggi usa proprio i diritti e gli ultimi per lucrare le sue miserabili prebende attraverso le apposite Ong. Ma soprattutto interrogatevi su come "il partito degli onesti", quello dell'etica pubblica e del bene comune, quello dell'egemonia culturale e della superiorità morale, sia potuto diventare un qualsiasi Psdi 4.0, permeabile al malaffare e alle mazzette.
Non basta più invitare la destra a sciacquarsi la bocca prima di accusare la "sinistra corrotta". Lo sappiamo dagli anni del Caf di Craxi-Andreotti-Forlani fino ad arrivare a Tangentopoli e poi al Berlusconi dei 18 processi e delle leggi ad personam: nascosta dietro la foglia di fico del garantismo, la destra ha sempre avuto un'altissima soglia di tolleranza verso gli scandali, i conflitti di interesse, i traffici tra politica e affari e i reati contro la pubblica amministrazione. Anche questa auto-rappresentazione, in parte, l'ha aiutata ad accrescere i suoi consensi, in virtù di quella che il filosofo Franco Cassano definiva "l'umiltà del male", la capacità di chi fa politica di astenersi dai giudizi di disvalore verso chi sbaglia, di non rivendicare mai la propria superiorità morale, di essere o di mettersi sempre sullo stesso piano del cittadino che non paga le tasse, non versa i contributi alla colf, non paga le multe. È la stessa logica che ispira la legge di bilancio del governo Meloni, infestata di simil-condoni e di sostegni impliciti al sommerso, e la riforma della giustizia del Guardasigilli Nordio, infarcita di più depenalizzazioni e meno intercettazioni, di inasprimenti del controllo politico sulle procure e di annacquamenti della legge Severino sull'incandidabilità dei condannati in primo grado. Tutte queste evidenze le conosciamo. Ma è della sinistra, adesso, che bisogna discutere. Senza cercare la trave nell'occhio dell'altro.
Non serve la condanna indignata di quella cloaca di milioni sporchi che gli emissari dello sceicco Al Thani alimentavano a piene mani a vantaggio degli europarlamentari e dei loro manutengoli. Letta, Bonaccini, Schlein: sono passati lunghi giorni, prima che aprissero bocca, per limitarsi poi a denunciare i traffici "oltraggiosi e inaccettabili". Roberto Speranza sarà pure "incazzato nero" per quello che è successo, ma poi? Gli unici che finora hanno avuto il coraggio di fare un passo in più sono stati Gianni Cuperlo e Sergio Cofferati. Il primo, rifiutando a priori la scusa delle "mele marce" e contestando il rito cannibale e populista con il quale in questi anni la politica stessa ha celebrato, accelerandola, la morte dei partiti e salutando con feroce gioia l'eliminazione del finanziamento pubblico. Il secondo, bocciando l'eccessiva "cautela" con la quale i partiti hanno liquidato il vergognoso falò di "valori costituzionali" perpetrato a Bruxelles e puntando il dito contro la zona grigia che cresce tra partiti e lobby.
Ha ragione Lucia Annunziata: al di là degli errori che ha commesso, è da Enrico Berlinguer che bisognerebbe ripartire. Quello del Comitato centrale del giugno '74 («si metta fine ai finanziamenti occulti, agli intrallazzi, alle ruberie…»). Quello del discorso in Parlamento del febbraio '76 («basta col sottogoverno, il clientelismo, le spartizioni, le commistioni tra potere politico e potere economico…»). Quello dell'intervista a Eugenio Scalfari del luglio '81 («I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela… Sono federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto boss…»). Tutto quello che la sinistra ha smarrito sta esattamente qui, in queste parole del suo leader più carismatico e più rappresentativo.
Se oggi il Pd finisce negli scandali come qualunque altro partito non è solo perché la carne è debole, l'occasione fa l'uomo ladro e via banalizzando nel gorgo dei luoghi comuni che parlano a tutti ma non dicono niente. Ma è perché ha ceduto ai suoi tre "ismi" più imperdonabili. Il "governismo": mosso da un senso assai lato della responsabilità, nell'eterna crisi di sistema del Paese il partito si è prestato a qualunque kamasutra pur di garantire stabilità, preferendo governare con le idee degli altri piuttosto che andare all'opposizione con le sue. L'"elitismo": la permanenza nel Palazzo, nelle istituzioni e nelle amministrazioni, lo ha mutato in establishment, autosufficiente e autoreferenziale, fino a fargli recidere le sue antiche radici dal blocco sociale di riferimento e a spingerlo a piantare le nuove nelle nicchie elettorali acculturate e nelle Ztl delle grandi città. Il "correntismo": governare i territori, dall'alto, ha moltiplicato nomenklature e centri di potere autonomo, sciolti da un corpus di ideali condivisi e riaggregati sulla mera distribuzione di posti, liste, candidature.
I soldi hanno fatto il resto. Ed ha ancora più ragione Annunziata a fissare un evento-simbolo, dopo il quale nulla è stato più come prima. Il vertice mondiale del novembre '99 a Firenze, sul "Riformismo del XXI Secolo", segna davvero una svolta, nel rapporto tra la sinistra e il capitalismo, e dunque tra la sinistra e il denaro. Entrata finalmente in prima persona nella stanza dei bottoni, senza più patronage post-democristiane (vedi Romano Prodi), la sinistra di Massimo D'Alema declina insieme a Clinton, Blair, Schroeder, Jospin e Cardoso il nuovo manifesto del "Rinascimento occidentale" (quello saudita sarebbe arrivato ventidue anni dopo) e del Riformismo Globale. La Terza Via di Anthony Giddens prova a riscrivere il patto sociale, cercando una strada alternativa tra la socialdemocrazia statalista e la dottrina neoliberista, fondata sulla globalizzazione e sulla società aperta, sull'alleanza tra Stato e mercato, sull'uguaglianza delle opportunità, sulla tutela dinamica dei diritti. Per fare tutto questo, soprattutto in Europa, la sinistra di governo deve per forza imparare a gestire il denaro, che dunque assume un'importanza che va quasi al di là del suo valore d'uso. Diventa Instrumentum regni. E poi anche way of life.
Se all'estero fanno scuola la montagna di dollari guadagnata da Blair in Medioriente e le colossali fortune lucrate da Schroeder ai vertici della putiniana Gazprom, in Italia il dalemismo ha un ruolo cruciale. Non è solo l'orgoglio per le scarpe da un milione di lire o le vacanze su Ikarus. È anche il realismo col quale l'allora premier ti mostrava le lettere dell'"amico Tony", che chiedeva al governo di Roma di far partecipare le aziende inglesi alla privatizzazione dell'Acquedotto Pugliese. «La politica è anche questo», ripeteva il Lider Maximo. E non aveva torto. Il problema è che poi la politica è spesso diventata solo questo. Praticata da figure e controfigure sempre più "emancipate" e spregiudicate, si è ridotta ad affarismo. Dall'Opa su Telecom dei "Capitani coraggiosi" al lobbing in conto Qatar sulla vendita della raffineria Lukoil di Priolo il passo è stato troppo breve. E non vale solo per D'Alema. Per Matteo Renzi il passo dalla riforma delle banche popolari alle conferenze strapagate a Riyad è stato ancora più breve. Nulla di penalmente rilevante, come si dice. Ma qualcosa di deludente, questo sì. Se tutta la gloria passata finisce solo in consulenze, a che è servita la politica?
In teoria, a rileggerlo oggi non c'era quasi nulla di sbagliato in quel Manifesto dei Riformisti, a parte il suo velleitarismo. Diciamo che ha fallito la pratica. Qualcuno ha interpretato in senso troppo letterale "la Ditta" cara a Pierluigi Bersani. E aggiungiamo che tutto questo ha finito per contaminare anche la sinistra radicale e pulviscolare. Ho ritrovato una strepitosa intervista di Concita De Gregorio a Paola Natalicchio, candidata di Leu nella sconfitta del voto 2018. Diceva già tutto: «Abbiamo imbarcato i cattivi sulla barca dei buoni. E siamo diventati una zattera… Siamo un mix di nepotismo e dinosauri… O provavamo a fare Podemos, o facevamo l'accordo con loro, con "la Ditta"… Alla fine siamo diventati una sinistra di pulci con la tosse…». Dopo La Torre, dopo Berlinguer, cos'altro rimane "di cotanta speme"? —

 

sabato 2 maggio 2015

Il declino della vecchia guardia

Francesco Costa
Alternative invisibili
Non riuscire a staccare il cordone ombelicale. Renzi e l’origine della vera debolezza dei suoi avversari
Il Foglio, 30 aprile 2015







Si può solo immaginare, e di sicuro senza riuscirci davvero, lo sconcerto umano di chi per decenni ha goduto di una rendita di posizione intoccabile, sia mediatica che politica, difesa con meccanismi a volte persino settari (i famosi “compagni di scuola”), e oggi ha trovato qualcuno con più pelo sullo stomaco di lui; di una classe dirigente che a lungo ha sostenuto la propria insostituibilità in nome del primato dei “professionisti della politica” e oggi si scopre perdente ogni giorno, inesorabilmente, a quello stesso gioco di mestiere e maneggionismo politico che una volta padroneggiava; di chi per anni ha invitato provocatoriamente i cosiddetti giovani a “prendersi lo spazio, invece che chiederlo” e ora è confinato in un vicolo politico angusto e senza sbocco, e che peraltro si va restringendo settimana dopo settimana. E d’altra parte solo con il disorientamento umano si può spiegare la concatenazione di ingenuità ed errori politici che la vecchia guardia del Pd è riuscita a inanellare negli ultimi mesi. Per restare agli ultimi giorni, è stato un errore decidere di piantare la grana delle grane non sul Jobs Act, o sulle tasse, o sulla scuola, bensì sulla legge elettorale: e in realtà nemmeno tanto sulla legge elettorale bensì sulla decisione di approvarla attraverso la questione di fiducia, una cosa di cui davvero, ma davvero, non importa un fico secco a nessuna persona normale (si fa fatica persino a spiegargliela). È stato un errore di decidere di piantare questa grana delle grane – ma forse è un istinto, un riflesso pavloviano, e non una decisione, come insegnano gli anni di Berlusconi – ricorrendo al logoro e abusato topos del “regime” e della “democrazia in pericolo”. E’ stato un errore decidere di esporre quotidianamente in tv e sui giornali, invece che soffocarli e vergognarsene, il livore e il rancore che provano nei confronti dell’uomo che li ha democraticamente battuti ed estromessi dal potere, mostrando così che questa sconfitta è stata vissuta non come un normale passaggio politico, per quanto personalmente sgradevole, bensì come l’usurpazione di qualcosa che consideravano di loro proprietà.
Sono passate solo poche settimane da quando, con l’aria di chi ne ha viste tante e la sa lunghissima, Massimo D’Alema davanti ai parlamentari di minoranza del Pd – un gruppo politico diversissimo e frastagliatissimo che ha davvero in comune soltanto il desiderio di liberarsi di Matteo Renzi – invitava a opporsi al governo del proprio segretario con “intransigenza”, “non lanciando ultimatum ma assestando colpi, quando necessario, capaci di lasciare un segno”.

Oppositori nel taschino

Il primo di questi colpi sarebbe dovuto arrivare con l’elezione del presidente della Repubblica, ma Renzi trovò il modo di mettersi agilmente i suoi oppositori nel taschino. Il secondo di questi colpi doveva arrivare con la riforma elettorale: non affondandola – non potrebbero, neanche se volessero – ma ritardandone ancora una volta l’approvazione definitiva col vecchio mestiere di chi ha trascorso decenni tra aule parlamentari e commissioni, con una qualche trappoletta su questo o quell’emendamento, non importa nemmeno quale, ottenendo così l’ennesimo rinvio della legge al Senato e poi di nuovo riunioni della direzione nazionale, trattative, minacce, offerte e ultimatum; per poi votarla, forse, e ricominciare da capo dalla Camera, e intanto negare a Renzi un importante successo politico. Il presidente del Consiglio se li è messi di nuovo nel taschino, per giunta con un surplus di umiliazione: se nel caso di Mattarella la vecchia guardia del Pd poteva sostenere che era stato Renzi a piegarsi e “fare la cosa giusta”, sull’Italicum la spregiudicatezza della mossa fa bruciare la sconfitta ancora di più. Hanno voluto fare gli squali con Renzi e hanno scoperto che Renzi è più squalo di loro.
Dice: ma allora nel Pd bisogna rassegnarsi a diventare renziani, finché non passa la nottata? Cosa dovrebbe fare un dirigente politico che vorrebbe stare nel Pd ma rispettosamente costruire un’alternativa al suo segretario? Intanto costruirla, quell’alternativa: nessuno nell’attuale minoranza del Pd ci ha provato a parte forse il solo Civati, con mille limiti, e finché non ha cominciato a corteggiare Landini e fare conferenze stampa con Rosy Bindi. Ma poi soprattutto decidere di staccare il cordone ombelicale e rifiutare di farsi trascinare da chi, ferito e umiliato, sta combattendo disperatamente per riscattare l’orgoglio e ottenere un ultimo giro di giostra: sentimenti umani molto comprensibili ma che hanno poco a che fare con la politica. Vale per Roberto Speranza, se gli interessa avere un futuro politico anche fuori dall’ombra protettiva e paterna di Bersani; vale per Civati, se vuole fare la sinistra del Pd – nel Pd – senza diventare un simulacro di Fassina. La strada è strettissima: Orfini e i suoi ci stanno provando con qualche comprensibile fatica, e d’altra parte la storia di questi mesi dimostra che ci si brucia anche ad avvicinarsi troppo a Renzi (citofonare Alfano o Berlusconi). Ma non ce n’è un’altra, a parte quella che porta verso il fondo.


martedì 23 aprile 2013

Barca, Grillo, Renzi, Vendola

Un feroce gioco delle parti

Chissà cosa gli passava per la mente, al Presidente Napolitano, mentre sferzava i partiti che l'hanno costretto, per la loro ignavia, a ritornare al Quirinale a trasloco ormai concluso. Non è difficile immaginarlo riguardando la scena ed ascoltando le parole, ferisce di più se a dirle quelle parole è un uomo anziano, un politico che avrebbe dovuto essere rottamato, per età e per gli anni di presenza politica prima di ogni altro, sempre se volessimo assecondare la logica con cui Matteo Renzi ha ritenuto di condurre la sua campagna per le primarie. Primarie, che tra l’altro hanno comportato l'esclusione di pezzi storici e fondativi del Pd come D'Alema e Veltroni.
La partita alla quale il paese aveva assistito negli ultimi giorni era paradossale nel suo esito ultimo. Tra i vecchi, non era stato rottamato il vecchissimo Presidente della Repubblica ma l’anziano neppure tanto stagionato segretario del Pd poi candidato alla Presidenza del Consiglio. Più che rottamato Pier Luigi Bersani era stato per la verità affondato, come nel gioco di battaglia navale: out, crocettato, eliminato, con l'aiuto di un voto segreto moltiplicato per 101.
E ora? Le cronache riportano la storia di un passo indietro, si ritorna a parlare con D'Alema, si chiede di nuovo ad Amato di scaldare i muscoli, a Chiamparino di tenersi pronto, verrebbe da chiedere a Renzi: e dove sarebbe la rottamazione tanto agognata?
Una domanda la cui risposta potrebbe essere che in fondo il drappello lo guiderebbe lui, si porrebbe lui alla testa di questo magma di grandi notabili della politica, maturi e esperti di politica con trentennale se non quarantennale provata esperienza, che accettano di farsi guidare da un attempato giovanotto ex democristiano ma capace di presentarsi come l’alfiere di un rinnovamento radicale e intransigente (il Rottamatore). Miracoli della politica verrebbe da dire, splendida capriola del machiavellismo applicato in uno Stato di emergenza,o non invece ennesimo pateracchio nello stile dei vecchi governi balneari al tempo della Prima Repubblica? Sembrerebbe che un simile ragionamento possa essere condiviso se presentato come inevitabile per la ragion di Stato, a fronte del quale anche il giovane Letta e il suo meno giovane zio sarebbero pronti a tenere a battesimo il nuovo o ciò che nuovo vorrà apparire. La rottamazione, parrebbe di capire, si è fermata solo sugli scranni parlamentari ma non è destinata a investire la formazione di un prossimo Governo.
Presumibilmente il compromesso quirinalizio sarà respinto da Sel, il cui leader Vendola sembra tentato da un’alleanza con Grillo e Barca. In poche ore tutta la geografia della sinistra si è messa in movimento, travolgendo steccati di recente formazione. I titoli parlano di Barca e Vendola, uniti a Landini della Fiom, con Grillo come riferimento ulteriore o concorrente, questo non è chiaro. Il ministro per la coesione territoriale e il governatore della Puglia inseguono un elettorato, che potrebbe aver votato Grillo per reazione. E’ da vedere se la sinistra delusa si accontenterà della stanca imitazione tardiva, avendo ormai potuto sperimentare la potenza dell’originale pentastellato. Come non è evidente che Grillo e Casaleggio sentano il bisogno di una stampella partitica.

lunedì 18 febbraio 2013

Ancora sull'enigma del quaderno

«Al terzo e al quarto piano della scala di destra si era insediata la direzione del Pci. Le stanze per gli uffici erano piccole, in quelle che erano state una volta le cucine erano stati sistemati i ciclostili, nei corridoi si inciampava in scatoloni di documenti. Si lavorava in un clima di appassionata confusione, con pochi telefoni che spesso non funzionavano. Le dattilografe, fra cui mia sorella Simona, indossavano il grembiule nero, e avevano le dita perennemente sporche di carta carbone, dato che all’epoca non esistevano le fotocopiatrici».
Nel suo libro postumo di memorie, Una vita quasi due (Rizzoli), Miriam Mafai ha tratteggiato con la grazia arguta che le era propria il quadro della direzione del Partito comunista italiano nella Roma della primavera 1945, la Roma della Liberazione. Un vecchio palazzo umbertino al numero 243 di via Nazionale, gli ascensori esterni a gabbia, un paio di studi professionali e alcuni appartamenti della buona borghesia capitolina. Ma anche, per l’appunto, la direzione del Pci, la mensa, e una foresteria a uso dei compagni sopraggiunti dall’Alta Italia, «molti ancora con l’improbabile divisa partigiana», il fazzoletto rosso al collo…
«Mia sorella Simona – spiega Miriam Mafai in quella stessa pagina – aveva un incarico molto delicato: copiava a macchina i Quaderni che Gramsci in carcere aveva riempito della sua scrittura minuta. Per riconoscere la grafia era costretta a adoperare spesso una lente di ingrandimento, ma era molto fiera del compito che le era stato affidato. Lavorava con lei un’altra ragazza della sua età, bruna, allegra. Si chiamava Milena, ed era la zia di Massimo D’Alema (che però all’epoca non era ancora nato)».
La pagina vale a restituire il senso di una situazione, insieme, prosaica ed epica, storica e leggendaria. Un anno dopo il suo ritorno da Mosca e la svolta di Salerno, è anche sul culto di Antonio Gramsci che Palmiro Togliatti vuole edificare le fondamenta del «partito nuovo». E a dispetto di quanto aveva separato, negli anni Trenta, il prigioniero di Mussolini dal segretario dell’Internazionale comunista, i quaderni redatti da Gramsci nelle carceri fasciste rappresentano la reliquia più preziosa del santo. Non per caso il 29 aprile 1945, in un comizio a Napoli, Togliatti annuncia urbi et orbi l’esistenza di quei «34 grossi quaderni» coperti di «una scrittura minuta, preziosa, uguale». Né per caso quel giorno – che è poi lo stesso, a Milano, di piazzale Loreto – Togliatti mostra al popolo comunista un frammento della reliquia, un quaderno su 34. «Eccone uno», scandisce dal palco del Teatro San Carlo. Ecce Quaternum.
Il resto è storia nota. O piuttosto, è storia che si pensava nota fino a pochissimo tempo fa. La pubblicazione dei quaderni del carcere presso Einaudi, fra il 1948 e il ’51, in un’edizione tematica destinata a facilitarne l’accoglienza e l’influenza. La lunga attesa per l’edizione critica, pubblicata ancora da Einaudi nel 1975. Poi, a partire dal 2007, l’avvio di un’edizione che si vorrebbe “definitiva”, nell’ambito dell’edizione nazionale degli scritti di Gramsci pubblicata dalla Treccani. Finché non ci si è messo di mezzo, l’anno scorso, uno studioso palermitano. Dopo avere argomentato le ragioni di una rottura politica fra Gramsci e il Partito (I due carceri di Gramsci, Donzelli 2012), Franco Lo Piparo ha sostenuto e sostiene che i dirigenti del Pci abbiano fatto sparire uno dei 34 quaderni. Presumibilmente, un quaderno troppo scomodo.
Il nuovo libro di Lo Piparo, L’enigma del Quaderno, sta facendo chiasso sulle pagine culturali dei giornali. Un filologo che sa il fatto suo, Luciano Canfora, ne ha sposato la causa dalle colonne del «Corriere». Dalle colonne di «Repubblica», invece, un filologo meno riconosciuto, Joseph A. Buttigieg (presidente dell’International Gramsci Society), ha denunciato la manipolazione di un cadavere a fini di scoop. In realtà, l’argomentazione di Lo Piparo non merita di essere liquidata come volgarmente sensazionalistica. Chiunque legga senza pregiudizio L’enigma del Quaderno resta colpito dall’acribia di uno studioso che non ha voluto più guardare unicamente al contenuto degli scritti carcerari di Gramsci: che ha scelto di guardare – finalmente – anche al contenitore.
Noi non sappiamo quale sarà l’esito dell’affaire. La Fondazione Istituto Gramsci ha costituito un gruppo di lavoro che comprende lo stesso Lo Piparo, e che potrà avanzare nella ricerca della verità. Ma il merito storiografico dell’indagine di Lo Piparo va salutato fin da adesso. Perché lo studioso palermitano ha appreso da buoni maestri come la celebrata «critica delle fonti» sia fatta di scienza paleografica prima ancora che di scienza filologica. Ecco dunque i Quaderni del carcere – un monumento intellettuale del Novecento - analizzati per quanto di rivelatore possono avere la struttura fisica del supporto, le tonalità di colore dell’inchiostro, le etichette incollate sulle copertine dei quaderni dopo la morte dell’autore. E proprio l’analisi di un’etichetta sovrapposta a un’altra produce deduzioni difficilmente oppugnabili in favore della tesi di un Quaderno mancante.
Sia che Lo Piparo abbia ragione, sia che abbia torto, L’enigma del Quaderno ci ricorda come all’eredità immateriale di Gramsci corrisponda un’eredità materiale: la (cartacea) reliquia del santo. Eccoli, i quaderni del carcere! Per esigenze argomentative, il libro di Lo Piparo contiene la riproduzione di un buon numero di copertine. E il lettore non si stanca di osservarle, queste copertine variamente monocrome o policrome. Per la maggior parte hanno un’asciuttezza scolastica da anni Venti, non portando che menzioni tipografiche del genere: «Gius. Laterza & Figli». Ma alcune si caricano di sapori anni Trenta, fra un generico esotismo e una strizzatina d’occhio all’impero fascista prossimo venturo.
Il Quaderno mancante è stato trafugato, alla maniera in cui si trafugavano nel Medioevo le reliquie dei santi, oppure è stato distrutto, alla maniera in cui nel Medioevo distruggevano i Vandali? In un intervento pubblico del giugno 2012, Massimo D’Alema si è pronunciato – al limite – per la prima ipotesi piuttosto che per la seconda: «Non me lo vedo un Togliatti che distrugge un Quaderno, piuttosto lo conserva per un tempo successivo». Il che gli merita, oggi, la replica di Franco Lo Piparo: «Bisognerebbe chiedere a D’Alema se la sua dichiarazione fosse il risultato di un ragionamento, oppure se abbia pescato nella memoria di qualcosa sentito a Botteghe Oscure».
E se D’Alema avesse pescato – a suo tempo – nella memoria della zia Milena, scomparsa una decina d’anni fa? Milena Modesti era la ragazza bruna e allegra che alla direzione del Pci in via Nazionale, nella Roma del 1945, insieme con Simona Mafai batteva a macchina i quaderni di Gramsci. Certo, ove si considerino le abitudini di riservatezza di un Pci uscito da vent’anni di clandestinità antifascista, e le cautele di un Togliatti sopravvissuto perfino all’abbraccio del Comintem, riesce difficile anche soltanto immaginare che una dattilografa ventunenne abbia avuto sentore dell’intrigo del Quaderno. Ma al punto in cui siamo giunti, perché escluderlo a priori?

Sergio Luzzatto
Il  Sole 24 ore, 17 febbraio 2013 

Articolo precedente sullo stesso argomento:  http://machiave.blogspot.it/2013/02/gramsci-lenigma-del-quaderno-nascosto.html