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mercoledì 17 giugno 2026

Carlo Ginzburg, il necrologio uscito su Le Monde


Anne Dujin
È morto l'italiano Carlo Ginzburg, figura fondativa della microstoria
Le Monde, 17 giugno 2026

Il grande storico italiano Carlo Ginzburg è scomparso mercoledì 17 giugno a Bologna, all'età di 87 anni. Nato il 15 aprile 1939 a Torino, crebbe in un ambiente colto e politicamente impegnato. Sua madre era la romanziera Natalia Ginzburg (nata Levi, 1916-1991), prima traduttrice in italiano delle opere di Marcel Proust. Suo padre, Leone Ginzburg (1909-1944), proveniva da una famiglia ebrea di Odessa emigrata in Italia. Giornalista e professore di letteratura russa, fondò nel 1933 la casa editrice Einaudi con Giulio Einaudi (1912-1999), che sarebbe diventata una delle principali case editrici italiane. Nel 1940, la sua attività antifascista lo portò all'esilio in un villaggio abruzzese. Nel 1943, Leone Ginzburg fu arrestato dalla Gestapo. Morì sotto tortura nel febbraio del 1944 nel carcere di Regina Coeli a Roma. Il piccolo Carlo non aveva ancora compiuto cinque anni.

Ginzburg spesso sottolineava l'importanza di questa precoce esposizione alla violenza politica nel suo interesse per la marginalità, la persecuzione e la prospettiva delle vittime, temi strutturali della sua opera. Della sua intensa immersione nella letteratura durante l'infanzia, diceva che essa aveva nutrito la sua "immaginazione morale", il desiderio di assumere il punto di vista di un personaggio, di vedere il mondo attraverso una singolare incarnazione.

Fu proprio attraverso la letteratura, infatti, che sviluppò la passione per la storia. A diciotto anni, la lettura di *Mimesis* di Erich Auerbach ebbe un profondo impatto su di lui. Con questo saggio, pubblicato nel 1946 e dedicato all'evoluzione della "rappresentazione della realtà nella letteratura occidentale ", Carlo Ginzburg comprese il valore dell'interpretazione di un'opera a partire da un breve passaggio, la cui analisi approfondita rivela più di qualsiasi commento generale. L'opera del teorico letterario austriaco Leo Spitzer gli offrì la stessa lezione: lo stile di un autore si rivela nei dettagli.

Nello stesso periodo, da giovane studente di storia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, Ginzburg scoprì *Il tocco reale* (1924) di Marc Bloch, opera che si rivelò di fondamentale importanza. Attraverso l'analisi di un fenomeno singolare e marginale – i poteri curativi attribuiti ai re di Francia e d'Inghilterra tramite il tocco sulle ferite dei malati – Bloch aveva infatti svelato le profonde radici del potere monarchico nel Medioevo e il legame tra la sua dimensione temporale e quella spirituale. Furono così gettate le basi per le intuizioni che avrebbero guidato tutta la ricerca di Carlo Ginzburg.

Collaborazioni fruttuose

Le sue prime ricerche lo condussero a Venezia nel 1962, negli archivi dei processi dell'Inquisizione del XVI e XVII secolo. Lì si imbatté nei benandanti , nome dato ai contadini nati con la membrana amniotica che ricopre la testa, i quali, secondo la tradizione contadina, combattevano in sogno, in certe notti, contro gli spiriti maligni che minacciavano i raccolti. Ginzburg seguì questa pista e si recò poi a Udine, capoluogo del Friuli, dove scoprì che decine di processi dell'Inquisizione erano stati condotti contro questi contadini. Questo divenne l'argomento del suo primo libro, pubblicato in Italia nel 1966, *Le battaglie notturne* (Verdier, 1980).

Negli stessi archivi, trovò riferimenti a due processi per eresia intentati contro un contadino e mugnaio di nome Menocchio, bruciato vivo intorno al 1600 per aver elaborato e condiviso con i suoi contemporanei una teoria sulla creazione del mondo per analogia con la formazione del formaggio nel latte. Questo lo portò al suo secondo libro, *Il formaggio e i vermi* (Aubier, 1980), pubblicato nel 1976, in cui il "caso" di Menocchio diventa una lente attraverso cui esaminare le trasformazioni sociali e culturali dell'Europa di fine Cinquecento  nel contesto della Riforma protestante e della diffusione della stampa. Tradotto rapidamente in inglese e francese, il libro riscosse un notevole successo di pubblico e di critica.

Nel 1979, nell'articolo "Segni, tracce, piste: radici di un paradigma dell'indice", tradotto in francese nel 1980 sulla rivista Le Débat, Ginzburg sviluppò le implicazioni metodologiche delle sue prime ricerche. Con audacia, tracciò parallelismi tra Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, il detective immaginario Sherlock Holmes e lo storico dell'arte Giovanni Morelli per evidenziare come tutti e tre condividessero una pratica professionale comune: affidarsi a dettagli apparentemente insignificanti, che acquisivano poi valore indicale per stabilire la verità.

Considerato fondamentale nel campo della microstoria, l'articolo evidenzia il valore dell'anomalia nella comprensione della norma: sebbene la natura "anormale" dei benandanti friulani o del mugnaio Menocchio abbia portato alla loro persecuzione, il loro studio si rivela particolarmente istruttivo per comprendere la società in cui vivevano. Il dibattito sulle sfide della microstoria si è sviluppato attorno alla rivista Quaderni Storici, con i suoi colleghi Giovanni Levi, Edoardo Grendi e Carlo Poni.

La ricerca di dettagli rivelatori permette anche proficui confronti tra diverse aree geografiche o periodi storici. Questa dimensione comparativa viene esplorata nel 1989 in " Il sabba delle streghe " (Gallimard, 1992), in cui Ginzburg individua corrispondenze tra diverse forme di repressione che colpiscono figure marginali in tutta l'Europa medievale (streghe e maghi, lebbrosi, ebrei, donne), organizzate attorno allo stesso mito del sabba diabolico, alimentato da elementi della cultura popolare e reinterpretato dal clero.

Qualche anno prima, nel 1981, in Enquête sur Piero della Francesca (Flammarion, 1983), un libro dedicato alla riscoperta dell'opera del maestro toscano del XVsecolo, aveva già tentato di coniugare elementi formali e stilistici (l'analisi dei dipinti del pittore) e dati storici sul contesto sociale e politico dell'epoca.

Confidare nel caso

Dalla fine degli anni Settanta in poi, i progressi nella microstoria hanno trasformato profondamente la scienza storica. Le scale di indagine sono cambiate e i confini con altre discipline, come l'antropologia, la storia dell'arte e la letteratura, sono stati messi in discussione. Sono inoltre emerse nuove domande riguardo allo status delle testimonianze d'archivio: come possiamo ricostruire la prospettiva delle vittime a partire da documenti creati dai loro persecutori?

Ginzburg difende la rilevanza di un metodo storico che ricerca le tracce lasciate dagli individui nei testi che li riguardano, compresi quelli scritti a loro insaputa. In questo, esprime il suo disaccordo con il filosofo Michel Foucault, che pure studiò le pratiche di oppressione ed esclusione dei gruppi marginalizzati, ma si concentrò in ultima analisi solo sulle strutture di potere e sui loro meccanismi. Questo rischia di cancellare le esperienze vissute e influenzate dal potere, riducendole a semplici comparse nella grande narrazione dell'arbitrarietà statale. Contrariamente alla tentazione dello scetticismo e della decostruzione radicale che caratterizzarono le scienze sociali alla fine del XX secolo  , Ginzburg afferma, nella sua opera del 2006, *Il filo e le tracce* (Verdier, 2010), che il compito dello storico è quello di muoversi tra "il vero, il falso, il fittizio ", senza rinunciare all'accertamento dei fatti.

È sempre stato diffidente nei confronti delle rumorose ingerenze degli intellettuali nel dibattito pubblico. Ha ripetutamente espresso il suo disaccordo con la tesi di Umberto Eco sull'esistenza di un "fascismo eterno ". Nel 2020, mentre il filosofo Giorgio Agamben vedeva nelle risposte sanitarie alla pandemia di Covid-19 la prova che lo stato di eccezione è ancora latente nel cuore della democrazia, Ginzburg sosteneva, al contrario, la necessità di una distanza critica di fronte a un evento senza precedenti.

Questa cautela intellettuale, tuttavia, non gli ha mai impedito di confrontarsi con il presente. Quando il suo amico Adriano Sofri, attivista di estrema sinistra, fu accusato di aver ordinato l'assassinio del commissario Luigi Calabresi nel 1972, intraprese un'approfondita analisi dell'ampio fascicolo del caso, che avrebbe poi raccolto in un libro nel 1991, *Il giudice e lo storico* (Verdier, 1998). Un altro esempio del suo impegno si ebbe nel 1994, quando annunciò il suo addio alla casa editrice Einaudi, cofondata da suo padre, in seguito all'acquisizione da parte del gruppo Mondadori, a maggioranza controllata dalla holding di Silvio Berlusconi. Successivamente, nel 2022, accettò l'invito dell'organizzazione russa per i diritti umani Memorial, interessata al suo metodo di analisi dei processi dell'Inquisizione per offrire una nuova prospettiva sui processi dell'era stalinista.

Riguardo a uno dei suoi ultimi libri, *La lettera uccide* , pubblicato in Italia nel 2021 (Verdier, 2024), Ginzburg ha affermato che gli ha permesso di articolare "l'unica idea veramente originale che [abbia] mai avuto". Il libro è una raccolta di articoli dedicati alla difficoltà che gli storici incontrano nel districarsi tra il significato letterale di un documento storico, ciò che il suo autore potrebbe aver scritto "tra le righe ", e le interpretazioni che si sono accumulate nel tempo, rischiando di soffocarne il significato originario. Nell'ultimo articolo della raccolta, intitolato "  Svelare l'Apocalisse", Ginzburg discute di come Sant'Agostino si sia basato su una lettura letterale dell'Antico Testamento per formulare l'idea che il Cristianesimo sia al tempo stesso erede del Giudaismo e, al contempo, lo trascenda.

Questa concezione agostiniana del rapporto con l'ebraismo ebbe implicazioni decisive per il pensiero occidentale. La filosofia della storia di Hegel, ispirata dalla sua lettura di Sant'Agostino, riprende questa dialettica tra eredità e trascendenza. Ne è l'espressione secolarizzata. In definitiva, conclude Ginzburg, la prospettiva storica tanto cara al pensiero occidentale è il frutto dell'ambivalenza cristiana nei confronti degli ebrei. Un'ambivalenza in cui vicinanza e persecuzione si alimentano e si alternano nel corso della storia.

Con questa lezione fondamentale, Ginzburg ci ha ricordato che la storia è fatta di digressioni e chiaroscuri, tra i quali lo storico deve sapersi orientare. Diceva anche che, in questo percorso, bisogna affidarsi al caso, lasciarsi guidare da esso. Solo così lo storico può scongiurare il rischio maggiore che corre: quello di trasformarsi in inquisitore, ovvero di trovare solo ciò che cerca. Per questo amava sottolineare che "caso" e "caso" sono la stessa parola in italiano . Un'altra corrispondenza, una di quelle che hanno conservato fino alla fine la sua insaziabile curiosità e la sua gioiosa erudizione.

https://www.lemonde.fr/disparitions/article/2026/06/17/l-italien-carlo-ginzburg-figure-fondatrice-de-la-microhistoire-est-mort_6704205_3382.html?search-type=classic&ise_click_rank=1

Carlo Ginzburg in poche date

15 aprile 1939 Nascita a Torino

1966  Pubblicazione del suo primo libro, "Les Batailles nocturnes" (Le battaglie notturne)

1976 "Il formaggio e i vermi"

1979  Pubblicazione dell'articolo "Spie. Le radici di un paradigma indiziario", considerato fondamentale nel campo della microstoria.

1989 "Il Sabba delle streghe"

2006 “Il filo e le tracce”

2021 "La lettera uccide"

17 giugno 2026  Morte a Bologna

martedì 16 luglio 2013

Primo Levi partigiano, il valore di un testo

Mimmo Franzinelli
Sergio Luzzatto, Partigia. Una storia della resistenza, pp. 373, € 19,50, Mondadori, Milano 2013
recensione per l'Indice

Accade talvolta che il lancio di un volume ne snaturi il contenuto, con l’appiattimento su un particolare aspetto del libro, il più ghiotto sul piano dell’uso pubblico della storia, a scapito della complessità e problematicità del testo. Partigia è, a questo proposito, un caso da manuale.
L’indagine storiografica su un episodio rimosso e misconosciuto della biografia di Primo Levi (la fase partigiana, dal settembre al dicembre 1943, e la misteriosa sorte di due suoi compagni, Fulvio Oppezzo e Luciano Zabaldano) si è via via estesa al gruppo di cui Levi faceva parte, per poi ricostruire l’offensiva fascista che sgominò la piccola formazione dislocata in Val d’Aosta, e analizzare i rapporti di partigiani e repubblichini con i civili. La narrazione si spinge nel dopoguerra, sul binario parallelo degli ex ribelli e degli ex fascisti, tra l’amnistia Togliatti e il difficile ritorno alla normalità.
Ricostruita l’odissea del gruppo valdostano e la tragica “giustizia partigiana” che tronca la vita di due giovani ribelli, Luzzatto si inoltra lungo i sentieri della memoria resistenziale, dalla fase catacombale sino alla consacrazione nella dimensione dell’ufficialità (con lapidi e cippi, intestazione di scuole e cerimonie reducistiche). E ci mostra l’inevitabile scarto tra l’evento storico e la sua trasmissione, nella monumentalizzazione che ha smarrito e confuso segmenti di identità, per la propensione al “politicamente corretto”. Terminata la lettura, resta in bocca il sapore della cenere, con il dislivello tra gli ideali e la realtà. Quella stessa amarezza, d’altronde, suggerì a Primo Levi giudizi profondamente autocritici e svalutativi su quella fase della sua vita. Partigia è un prezioso lavoro di microstoria, il cui rilievo è amplificato dal carattere paradigmatico della formazione dislocata in Val d’Aosta, che contiene in sedicesimo i caratteri di larga parte della Resistenza nelle vallate alpine e agevola dunque la comprensione delle difficoltà, degli eroismi, delle viltà e dei sacrifici che accompagnarono i ribelli nell’avventura alla macchia. Con azzeccata intuizione editoriale, il volume si apre con l’elencazione di nomi e qualifiche dei personaggi principali (una cinquantina), suddivisi per gruppi: “Ebrei in fuga”, “Partigiani torinesi”, “Partigiani casalesi e monferrini”, “Partigiani valdostani”, “Altri partigiani” e “Collaborazionisti”, funzionale alla lettura di vicende assai intricate.
Primo LeviPrimo LeviLevi risulta essenzialmente come “attore non protagonista”: più di lui, infatti, attirano l’attenzione Fulvio e Luciano, “giustiziati” per inaffidabilità. Spiccano nel libro, quali artefici della raffinata e brutale strategia che irretisce i partigiani, il prefetto di Aosta Cesare Augusto Carnazzi e il suo fiduciario Edilio Cagni (alias tenente Redi). Quest’ultimo è l’artefice della cattura del gruppo e risalta in dimensione luciferina: nel dopoguerra confonderà ruoli e carte processuali, sfuggendo alle proprie pesantissime responsabilità forse anche con l’aiuto dei servizi segreti alleati, suoi nuovi padroni. Luzzatto, insomma, coglie la complessità della situazione, con un approccio globale, in un testo che sarebbe limitativo ricondurre alla sola storia della Resistenza.
Le polemiche seguite all’uscita del libro danno l’impressione che sia stato più commentato che studiato. Ignorando la profondità della ricerca e le sue rilevanti acquisizioni, si è ridotto Partigia a operazione iconoclasta, con valutazioni preconcette che non fanno onore a recensori perfettamente in grado (se solo non inforcassero gli occhiali dell’ideologia) di trarre giovamento, in quanto storici del 1943-45, dal volume così faziosamente criticato. In questo caso, più che in altri, il recensore deve dunque sollecitare il lettore a entrare nel libro, interrogarlo e analizzarlo: lo valuti insomma con il proprio metro, e si cali nelle tormentate storie di vita e di morte, di oppressione e di liberazione, attraversate dall’Italia nella dura lotta di liberazione dalla dittatura mussoliniana e dall’occupazione tedesca.