lunedì 5 gennaio 2026

Quanto vale il petrolio

Federico Fubini
La sfida (difficile) dei giacimenti

Corriere della Sera, 5 gennaio 2026

La reazione più rumorosa è stata il silenzio dell’Arabia Saudita. Con il Venezuela ha fondato l’Opec nel 1960, il suo uomo forte Mohammed bin Salman, grande amico politico di Donald Trump, aveva continuato a tenere rapporti con Nicolás Maduro fino a poco prima che questi finisse in manette. Due anni e mezzo fa l’autocrate di Caracas aveva visitato Mbs, sei mesi fa gli aveva fatto avere una lettera sull’amicizia fra i due Paesi.

Ma ora per Riad il silenzio è d’oro, perché l’Arabia Saudita aveva beneficiato dell’isolamento del Venezuela conquistandone le quote nel mercato mondiale del greggio. Quindi Bin Salman potrebbe non aver fretta di vedere il ritorno di un concorrente, stavolta sotto le insegne di Trump. Secondo le stime di Bloomberg, il Paese latinoamericano nel 1965 garantiva l’11% dell’offerta mondiale di greggio e nel 1999, all’avvento del regime bolivarista di Hugo Chavez e Maduro, era ancora al 4,3% con tre milioni di barili al giorni. Nel 2024 invece il Venezuela era tracollato: controllava meno dell’1% del mercato mondiale del greggio — secondo la World Energy Review dell’Eni — e meno di un milione di barili al giorno (contro i 20 milioni degli Usa e gli 11 dell’Arabia Saudita). Il suo grande cliente era la Cina, che approfittava delle sanzioni americane per ottenere sottocosto da Caracas — grazie alla «flotta ombra» — un ventesimo del suo consumo di greggio.

Nel complesso, tuttavia, era ormai un settore quasi alla paralisi. Perché il Venezuela sarà anche il primo Paese al mondo per riserve di petrolio provate, secondo le dichiarazioni del suo governo. Ma è il 21esimo per produzione. Per questo i sauditi tacciono in attesa di capire meglio le implicazioni industriali dell’operazione americana di sabato. Le implicazioni di mercato, quelle, sono meno difficili da leggere: il prezzo del petrolio alla riapertura degli scambi di oggi probabilmente non varierà di molto e a un certo punto potrebbe persino calare un po’ rispetto alla chiusura di venerdì a 56,8 dollari a barile di West Texas Intermediate. Gli operatori, in altri termini, potrebbero timidamente iniziare a fare i conti con la prospettiva di un aumento della produzione venezuelana, ora che l’america di Trump in teoria ne ha il controllo.

Ma dare un prezzo a una partita di potere, non di solo mercato, resterà difficilissimo. Perché nell’immediato i luoghi a cui bisogna guardare per capire i flussi di greggio venezuelano non sono i giacimenti o i porti del Paese; sono i corridoi dell’oFAC di Washington, l’«office of Foreign Assets Control» che gestisce per il Tesoro americano le sanzioni internazionali. Per ora Pdvsa, la compagnia nazionale di Caracas, ha chiesto ai produttori di frenare l’estrazione perché il petrolio non sta più partendo via mare e presto gli stock in Venezuela saranno pieni. Ma nei prossimi giorni sarà l’ofac a distribuire le nuove licenze di esportazione e dunque Trump, in ultima istanza, a decidere a quali uomini d’affari distribuire denaro oggi in cambio di favori in vista del voto di midterm per il Congresso fra undici mesi.

Ancor più di potere, non solo di mercato, si presenta poi la partita per un vero rilancio della produzione in Venezuela. La sola certezza è che servono anni e molte decine di miliardi di dollari. Chávez nel 2007 espropriò le attività venezuelane delle americane Exxon Mobil, Conocophillips e Chevron, della norvegese Statoil (oggi Equinor), della francese Total e di Eni. Quasi tutte hanno rinegoziato un rientro nel Paese in forma limitata, mentre Exxon e Conoco sono rimaste fuori ma ottenendo da un tribunale internazionale il diritto a indennizzi (ridotti) che Chávez e Maduro non hanno pagato.

Questa vicenda ora diventa centrale. E non solo perché Trump l’ha usata, assieme alle accuse sul narcotraffico, per giustificare l’intervento. C’è anche una ragione legata agli eventuali interventi futuri delle major americane in Venezuela. Poiché Exxon e Conoco non sono mai state indennizzate da Maduro per i suoi espropri, ora in teoria avrebbero diritto a riavere i loro giacimenti (mentre Chevron è già operativa in Venezuela). Eppure tutte sembrano caute, se non fredde. Decenni di malagestione, corruzione e investimenti bloccati dalle sanzioni hanno infatti ridotto tutto il settore del petrolio in pessimo stato: potrebbero servire 60 miliardi di dollari solo per mantenere gli attuali livelli produttivi, cento miliardi per raddoppiarli. E il petrolio venezuelano, viscoso e ad alto contenuto di zolfo, è sì adatto alle raffinerie statunitensi del Golfo del Messico, ma ha alti costi di estrazione e trasformazione. Visti gli enormi investimenti necessari, i bassi prezzi attuali del barile e la storia di espropri di Caracas, i colossi del Big Oil non hanno fretta di seguire l’invito di Trump a tornare nel Paese latino-americano. Fra loro e il presidente inizierà una delicata partita di scambi di favori pretesi e concessi. E alla fine non sarebbe sorprendente se il governo americano intervenisse, facendosi carico di parte degli oneri. Trump l’ha già fatto per i chip (con Intel) e le terre rare (con Mp Materials). Perché non anche per l’oro nero di Caracas?

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