lunedì 5 gennaio 2026

La strana alleanza

Gennaro Carotenuto
Rodríguez una "presidenta" in prova. Trump:
"Pagherà caro se non fa la cosa giusta"
Domani, 5 gennaio 2026

Lunedì 5 gennaio Delcy Rodríguez giurerà come presidenta a interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Incoronata dal riconoscimento ufficiale dell’esercito, ma sotto l’ombra cupa di Donald Trump, che non ha mancato di inviarle le consuete minacce: «Se non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro», è il messaggio recapitatole dal capo della Casa Bianca durante un’intervista a The Atlantic riportata da Bloomberg.

Insomma, dovrà muoversi con estrema cautela, e anche da questo punto di vista l’interim non è questione di lana caprina: per la Suprema Corte di Giustizia l’assenza di Nicolás Maduro non va considerata «definitiva», ma «temporanea». Una differenza con conseguenze pratiche, che ben si sposa con le parole del segretario di Stato Usa, che considera Rodríguez «in prova».

Per la precisione, Marco Rubio, ha affermato di non ritenere Rodríguez «la presidente legittima» dato che, ha spiegato, la legittimità del governo venezuelano deriverà da un periodo di transizione e da un’elezione.

Alleati di fatto


Da parte sua, in caso di assenza temporanea, la Costituzione venezuelana assegna un tempo comodo, 90 giorni, prorogabili quasi indefinitamente con un voto parlamentare di un’Assemblea legislativa a maggioranza chavista e presieduta da Jorge, fratello di Delcy. Considerando definitiva l’assenza di Nicolás Maduro, invece Rodríguez sarebbe stata obbligata a chiamare a elezioni presidenziali entro trenta giorni. Un’eventualità indesiderata sia da Trump che dal chavismo, oggi alleati di fatto. Ciò chiude, almeno per ora, gli spazi per l’opposizione, in particolare per María Corina Machado, che sabato plaudiva ai bombardamenti e si dichiarava «pronta a prendere il potere», e invece gelata da Trump, che l’ha definita né popolare né adatta a governare, e scaricata da Rubio: «è fantastica, ma no, grazie».

Secondo il New York Times, da settimane la vice-presidenta Rodríguez era stata individuata dalla Casa Bianca, per curriculum e competenze, come figura adatta a gestire l’uscita di scena di Maduro.

Nella visione di Trump il Venezuela – paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo – è un protettorato statunitense del quale nominare un vassallo. Ciò in un continente dove il Corollario Trump della dottrina Monroe vuole che «il nostro predominio in America Latina non sia mai più messo in discussione».

Tradimento o Realpolitik che sia, tocca quindi a Rodríguez essere la prima donna presidenta del Venezuela, prevalendo sugli altri leader chavisti, in particolare l’eterno numero due, Diosdado Cabello, e il ministro della Difesa Vladimir Padrino. Classe 1969, avvocata, è figlia di un militante della sinistra rivoluzionaria assassinato sotto tortura nel 1976. Lingua taglientissima, spesso criticata per gli insulti agli avversari, prima con Chávez e poi con Maduro è stata ministra degli Esteri, dell’Economia, delle Comunicazioni e, soprattutto, degli Idrocarburi. Governerà in prova per Trump e Rubio o ricaverà spazi di autonomia? Per ora continua a definire Nicolás «unico presidente del Venezuela». Le conviene.

Il ridisegno del continente


L’avvento a Miraflores di Rodríguez è un passaggio del ridisegno dell’America Latina secondo i voleri di Donald Trump. Nell’aporia di diritto internazionale sulla quale si fonda la National Security Strategy, Trump considera l’intera America Latina nelle disponibilità degli Stati Uniti e non ne riconosce più l’alterità rispetto agli interessi Usa. C’è così il ritorno alla dottrina Monroe e al “nodoso bastone” di Theodore Roosevelt, non mera “sfera d’influenza” da Guerra fredda, ma piena ideologia neocoloniale.

Al pretesto del narcotraffico, infatti, non crede nessuno, dopo che appena tre settimane fa Trump ha graziato Juan Orlando Hernández, già presidente dell’Honduras e condannato in via definitiva a 45 anni di carcere negli Usa. Al contrario, al primo posto dell’agenda vi è il contenere l’influenza geopolitica di Pechino (e in misura minore di Mosca) nella regione.

L’interscambio tra Cina e America Latina è cresciuto, in appena un quarto di secolo, da 12 a quasi 500 miliardi di dollari e ancora il 2 gennaio Nicolás Maduro aveva ricevuto a Caracas Qiu Xiaoqil, massimo responsabile cinese per la regione. Se nel 2005 a Mar del Plata l’America Latina di Chávez, Lula, Kirchner aveva rifiutato di integrarsi con gli Usa di Bush nell’Area di libero scambio (Alca), che avrebbe permesso agli Usa di contenere la Cina col lavoro a basso costo di milioni di latinoamericani, oggi Trump ci riprova.

Tycoon a gamba tesa


Ciò comporta l’interventismo in tutti i processi elettorali. Nel 2025 Trump ha imposto con i brogli il proprio uomo in Honduras, ha favorito Noboa in Ecuador e ha salvato per i capelli Javier Milei in Argentina. Nel 2026 si vota in Colombia a maggio e in Brasile in ottobre. I candidati di sinistra, Iván Cepeda per succedere a Gustavo Petro, e l’ottantenne Lula per seguire a Planalto, sono ben posizionati, ma il peso di Trump vuol ribaltare il segno politico della regione che, da inizio secolo, è a favore delle forze di emancipazione di sinistra.

In quest’ottica proprio Petro, che per Trump è «il prossimo Maduro», e Lula, sono i leader che, dopo aver rotto con Maduro per i brogli del 2024, condannano Trump con maggior fermezza. Per Lula: «Viviamo il momento peggiore per l’ingerenza Usa in America Latina e per gli sforzi volti a preservare la regione come zona di pace».

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