sabato 3 gennaio 2026

Sartre e Rossanda


Massimo Raffaeli
Un'amicizia istintiva che interroga il mondo

il manifesto, 3 gennaio 2026

Quasi una generazione divideva Jean-Paul Sartre (1905-1980) da Rossana Rossanda (1924-2020) ma un particolare sentimento ne ordiva il rapporto di istintiva intelligenza delle cose prima che di assennata amicizia, ed era un nucleo profondo in cui si combinavano la non-conciliazione nei riguardi dell’esistente e una ricerca di umana integrità, non più ferita né offesa dalla divisione in classi e da una diseguaglianza così antica tra chi ha e non ha, ad ogni livello, da essere ormai iscritta nel senso comune come fosse un dato ontologico.

SARTRE, che non fu mai un uomo politico stricto sensu né un marxista dottrinario, dettò in epigramma il suo testamento e scrisse di avere votato alla borghesia un odio che si sarebbe estinto soltanto con la morte mentre Rossana Rossanda, marxista antidogmatica il cui stile elegante riassorbiva i moti di un pensiero portato a interrogare il differenziale fra teoria e prassi, per parte sua testimoniava di una scelta di campo sempre ribadita tra la Resistenza, la militanza nel Pci e la fondazione del manifesto con la lunga straordinaria vicenda che ne sarebbe conseguita: ora attesta la ricchezza del loro rapporto Sartre e Rossanda.

Una ingombrante intransigenza (Donzelli, Saggi, pp. 232, euro 25), il volume che Sandra Teroni allestisce con grande accuratezza, limpidamente delineando nel saggio introduttivo le fasi di un rapporto che inizia nel dopoguerra, quando Rossanda è una ex resistente nonché giovanissima dirigente del Pci e responsabile della Casa della cultura a Milano mentre il filosofo, lo stesso che ci viene incontro dalla celebre foto scattata da Cartier-Bresson sul Pont Neuf, è fra molte altre cose l’autore del romanzo La nausea (’38), il fondatore della rivista che doppia in Francia il «Politecnico» di Vittorini, «Les Temps Modernes», ed è insomma l’emblema dell’esistenzialismo: dunque il loro è un rapporto – nota Teroni – che sussiste «nella formazione letteraria, nella polarizzazione tra letteratura e politica, nel sacrificio della prima alla seconda».

Paradossalmente più recente da parte di Sartre è l’impegno politico esplicito i cui apici, in piena guerra fredda, corrispondono a due saggi che si legano in generale alla storia del comunismo ed in particolare al Partito comunista francese (il più segnato in Occidente dall’impronta staliniana) di cui il filosofo continuerà a sentirsi un compagno di via nonostante le diffidenze e alcuni anatemi memorabili come quello che gli rivolse Aleksandr Fadeev, l’autore de La guardia bianca, definendolo una iena con la stilografica ma Sartre non vorrà mai replicare alle infamie di uno scrittore suicidatosi dopo la denuncia dei crimini di Stalin: il primo saggio del ’52, I comunisti e la pace, è appunto l’ammissione di una ineluttabilità e cioè la difesa dell’Urss in quanto baluardo anticapitalista, mentre l’altro del ’56, eloquentemente intitolato Il fantasma di Stalin, viceversa è una reprimenda del blocco sovietico colpevole, ai suoi occhi, di avere accettato l’identica logica dell’imperialismo occidentale fino a diventarne la controfigura.

È UNA TESI che in Francia scandalizza i vertici del Pcf con l’aggravante di un avallo incondizionato alla Resistenza algerina e alle lotte anticoloniali in armi, come attestano due tra i suoi saggi più smaglianti, l’introduzione a I dannati della terra di Frantz Fanon e quella ad Aden Arabia di Paul Nizan, l’amico di gioventù caduto nel ’40 ma diffamato dal Pcf per essersi opposto al Patto Molotov-Ribbentrop. Da questa altezza cronologica, sul principio degli anni sessanta, muove la documentazione prodotta da Teroni, precisamente tredici testi (fra interviste a Sartre e articoli o saggi di Rossanda) cui si aggiungono una decina di testimonianze, per lo più epistolari, accessibili grazie all’infaticabile lavoro di Doriana Ricci, erede testamentaria di Rossanda.

NON È CASUALE che in apertura si legga un necrologio, Il mio amico Togliatti, dove c’è un consenso largo e simpatetico non tanto alla linea di un partito, il Pci, quanto alla franchezza di un leader, Togliatti, che incarna in prima persona l’etica dei comunisti italiani e, involontariamente, richiama il gelido profilo dei comunisti francesi che sono al vertice del Pcf.

Del resto Sartre, insieme con Simone de Beauvoir, frequenta assiduamente l’Italia e si lega d’amicizia con alcuni comunisti anche molto lontani dalle sue posizioni, per esempio Mario Alicata. Ma non è nemmeno un caso che l’attenzione di Rossanda, nei frangenti immediatamente successivi, vada al mondo della contestazione, alla crisi irreversibile dell’Urss con l’invasione della Cecoslovacchia e alla definitiva messa in discussione, di fronte all’insorgenza dei movimenti giovanili e delle rivendicazioni operaie, della stessa forma-partito.

SU TUTTO questo interroga Sartre, il quale, non che si sottragga, ma è come se volesse smarcarsene. Sta diventando vecchio e cieco, vive in un appartamento della Tour Montparnasse (in un ménage di cui dice il libro toccante, testamentario, che gli dedica Simone de Beauvoir, La cerimonia degli addii, ’81) e sta scrivendo un’opera grandiosa e perfettamente impolitica, L’idiota della famiglia, tremila pagine inconcluse dove si interroga su come possa l’esperienza umana fondarsi e riconoscersi nell’atto di parola, quasi obiettivando la domanda che aveva rivolto a sé medesimo nello scrivere una delle sue opere maggiori, Le parole (’64).

Costui è lo stesso uomo che va a parlare agli operai davanti alla Renault di Billancourt, che finanzia e vende di persona sui boulevard La cause du peuple (foglio dei maoisti, «les mao», da cui è tratta La chinoise di Jean-Luc Godard), che collabora alla pari con i militanti dei groupuscules (vedi le conversazioni di Ribellarsi è giusto, Einaudi 1975) persuaso che tra il pensare e l’agire la scissione sia definitiva e, perciò, occorra intervenire nella concretezza o, anzi, nella immediatezza dello spazio e del tempo. Colui che era stato prima un marxisant antipositivista (per intendersi, l’antipode di un Althusser), poi a lungo un pensatore «antigerarchico», infine approda a un agire politico che corrisponde ad una permanente messa in questione di sé e delle cose del mondo.

NEL SUO SAGGIO più impegnativo, scritto nel ’73 per «aut-aut» dal titolo Sartre e la pratica politica, Rossanda coglie il senso di una presenza che nei pieni anni settanta a qualcuno è potuta invece sembrare di abbandono o di deriva: «A Sartre va riconosciuto di aver rischiato, nell’intervento politico, non solo il favore dei potenti, ma la propria stessa immagine, il proprio ascolto, la propria parte sicura di intellettuale, gettando a mare la soluzione più facile: una coerenza sul puro terreno delle idee, dove le verifiche sono sempre vaghe e le sconfitte sempre opinabili». Perciò ne individua la eredità non in una qualche dottrina ma nella permanente incandescenza e nella perpetuità medesima del rapporto fra politica e morale. Lo ribadisce nello stupendo necrologio, Una vita splendida, che esce sul manifesto il 17 aprile del 1980 alla vigilia del funerale del filosofo a Montparnasse, quando scrive che il suo marxismo era «un tumultuoso procedere di uomini e masse spinti dal bisogno».

Ma le esequie di Sartre preludevano a un rapido processo di diffamazione e, presto, di smaltimento o rimozione. «Les mao» erano ormai dei nouveaux philosophes, dei convinti conservatori e in taluni casi dei reazionari, comunque capaci di rinfacciare al maestro, che oramai compativano preferendogli Raymond Aron, persino una scarsa filologia nella lettura di Marx. E però l’amica Rossana aveva visto giusto perché Jean-Paul Sartre, a differenza di taluni suoi mediocri allievi, era un borghese diventato e rimasto per tutta la vita un anti-borghese, il quale amava ripetere, infatti, che ogni anticomunista è un cane: c’è da immaginare che questo, soprattutto, non gli verrà mai perdonato.

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