Massimiliano Panarari
Il vaneggiante controcanto di Beppe Grillo
La Stampa, 2 gennaio 2026
Era un appuntamento abituale. Il “controcanto” volutamente irrituale, un po’ sarcastico e un po’ oracolare, di Beppe Grillo al discorso di fine anno del capo dello Stato. A Capodanno 2026, in maniera assai meno magniloquente ci ritroviamo con un suo post. E quello che era precisamente pensato come un tonitruante (e narcisistico) guanto di sfida nei confronti delle istituzioni e del “sistema” si è convertito in un assai più modesto messaggio nella bottiglia, riempita di fiele e amarezza, nonché del consueto egotismo. Il segno di tempi nei quali la bolla grillina è totalmente archiviata, e il M5S è diventato altro. Anzi, un autentico “altro da sé” per l’ex capo comico e capo politico, che non si rassegna a scendere dal palcoscenico e al finale di partita e di un partito che gli è stato sfilato con destrezza dorotea da Giuseppe Conte. Un cumulo di contraddizioni – nulla di nuovo, in verità, da questo punto di vista... –, con un tono oscillante tra il j’accuse antipolitico e l’introspezione intimista, con una spruzzata di quella New age che ha ereditato dal sodale Gianroberto Casaleggio. La cui scomparsa ha impattato drammaticamente, oltre che umanamente, sulla leadership e la capacità progettuale di Grillo il quale, nella divisione dei compiti interna all’allora partito bipersonale era il braccio e il megafono delle visioni elaborate dal socio. Eccolo, così, scagliarsi anche adesso contro «la politica che continua a recitare», ricolma di «zombie che si trascinano con la scorta tra i palazzi», mentre gli attacchi alla giustizia, dopo la condanna del figlio, confermano il qualunquismo di chi vuole una magistratura “à la carte”, con le inchieste da applaudire quando coinvolgono gli avversari e gli anatemi sdegnati e il vaffa di ritorno allorché entrano, letteralmente, nel cortile di casa.
Il silenzio evocato come «la forma più elevata di presenza» da parte dell’ex istrione che da comiziante urlava davanti a piazze piene, prontissime nel passato a tramutarsi in urne altrettanto piene, appare un malcelato sintomo di risentimento. E la dichiarazione secondo cui «il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo» suona come un incrocio fra un «memento existo» da celebrità in disarmo e il suo solito superomismo. Il (malinconico e vaneggiante) «bozzolo dalle dimensioni infinite» da cui pontifica non contiene alcun programma politico-sociale, né alcuna, ancorché vaga, idea. C’è poco da fare, è la dura legge della vita che l’ex Elevato continua a rifiutare: non si può essere uomini di tutte le stagioni. E la sua, per giunta, al Paese non ha certo fatto bene.

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