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| Masoud Pezeshkian |
Alessia Melcangi
Dallo Shah agli ostaggi, l'ossessione americana
La Stampa, 5 gennaio 2026
Cambio di regime. Una minaccia o una previsione che aleggia da decenni sulla Repubblica islamica dell’Iran. Tutti ne parlano, in molti lo sperano. L’ossessione del “regime change” – soprattutto a Washington – è antica quanto il trauma del 1979: la rivoluzione, la caduta dello Shah e la presa degli ostaggi americani. Da allora l’Iran è diventato un oggetto politico particolare: non solo un avversario, ma un’idea fissa. Eppure, la prima cautela analitica da adottare è una domanda semplice: quanto è davvero realistico immaginare un cambio di regime a Teheran? Per rispondere occorre tornare al 1979.
La fine del sistema monarchico non fu solo l’esito spontaneo di una protesta diffusa, ma il risultato di un processo politico organizzato. Tra il 1978 e il 1979 l’Iran fu attraversato da manifestazioni oceaniche, scioperi generalizzati e una mobilitazione di massa che paralizzò lo Stato. Esistevano forze strutturate, leadership capaci di coordinare la protesta e di accelerare il collasso del sistema. Comunisti, islamisti, nazionalisti e liberali agirono in modo convergente, affidando a Khomeini il ruolo di catalizzatore di un fronte eterogeneo ma politicamente coeso.
Oggi, almeno per ora, questo quadro non esiste. Non ci sono piazze da milioni di persone, non si registrano defezioni significative negli apparati coercitivi, non si intravedono crepe sistemiche nel controllo del dissenso. Può cambiare? Certo. Ma non è ciò che osserviamo al momento. In un Paese di circa novanta milioni di abitanti, la differenza tra migliaia e milioni di persone in piazza non è solo un dettaglio statistico. Le proteste attuali sono diffuse e socialmente trasversali (studenti, classe media impoverita, lavoratori, settori della borghesia urbana), ma restano frammentate e prive di un coordinamento politico unitario. Questo non le rende irrilevanti. Al contrario. L’Iran conosce cicli ricorrenti di mobilitazione da oltre quindici anni, e alcune ondate recenti — in particolare quelle del 2018 e del 2022 — hanno prodotto cambiamenti sociali profondi: nei comportamenti, nei rapporti di genere, nelle pratiche quotidiane. Oggi le rivendicazioni economiche sono sempre più inscindibili da quelle politiche e di genere. Il drammatico crollo del rial, l’inflazione fuori controllo, la riduzione dei sussidi e l’aumento del costo della vita hanno eroso il patto sociale. A questo si sommano sanzioni, corruzione sistemica, spese militari insostenibili e una crisi climatica — soprattutto idrica — che il sistema non riesce a gestire. È un logoramento strutturale, non una fiammata episodica.
Che cosa rende diverso l’oggi? Il contesto strategico. Sul piano regionale l’Iran è uscito indebolito dallo scontro diretto e indiretto con Israele. La distruzione di parte della deterrenza simmetrica, basata sulla rete di proxy costruita nell’area da Teheran, e l’umiliazione dei Pasdaran hanno messo in luce le fragilità del sistema, senza però determinarne il cedimento. Invece, hanno reso il regime più nervoso, più insicuro, e quindi più paranoico. Da un lato cresce l’ossessione per il “nemico interno” e la tentazione di reprimere; dall’altro si allargano selettivamente le maglie del “nizam” per evitare che la pressione sociale esploda. È il paradosso iraniano di questa fase: leggi sul velo sempre più draconiane, mentre aumenta la disobbedienza visibile, con donne che scelgono di svelarsi anche in pubblico; l’uso di “X” formalmente vietato, tuttavia diffuso ai vertici, immagine di un sistema che vive di norme assolute ma di pratiche negoziabili. È il dilemma del regime: salvare la Repubblica blindandone i pilastri caratterizzanti rimane l’obiettivo condiviso, ma le ricette divergono.
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Il presidente Pezeshkian, pur moderato, appare privo di leve reali, dunque incapace di rovesciare gli equilibri. E la Guida suprema Khamenei viene spinta in direzioni opposte, anche dalla nuova generazione più oltranzista e aggressiva dei Pasdaran. Da qui discende l’ennesima illusione: il “regime change” dall’esterno. È un sogno ricorrente – ieri dei neocon, oggi della destra americana e israeliana – ma appare al momento ancora velleitario. Non perché la Repubblica islamica sia invulnerabile, bensì perché un intervento esterno offrirebbe al regime il pretesto per irrigidirsi e serrare i ranghi. Non servono adesso le minacce lanciate dal presidente americano Trump che, prigioniero della “sindrome del Risiko”, colpisce, minaccia, sposta pedine senza una strategia, credendo che l’accumulo di choc produca automaticamente l’esito desiderato. Un Iran destabilizzato senza un piano per il “dopo” non sarebbe una soluzione, ma un moltiplicatore di caos in un Medio Oriente già spezzato.
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