Che cos'è l'anima bella nella filosofia di Hegel e che rilievo può avere una tale nozione per la normale esperienza della vita? L'anima bella compare a un certo punto nella Fenomenologia dello spirito (1807) e designa un tipo preciso di atteggiamento verso il mondo e la storia. Fondamentale è la differenza tra percezione soggettiva e realtà oggettiva. Secondo la percezione del soggetto, la purezza delle intenzioni, l'innocenza permettono di esprimere giudizi sull'andamento delle cose senza considerarsi in nessun modo parte del mondo e della realtà. L'anima bella assolve e condanna, ma non agisce e non modifica in nulla lo stato delle cose e del mondo. Può quindi pensare di esistere e in un certo senso esiste, ma esiste solo come velleità. Se si va a vedere come si presenta il fenomeno agli occhi del mondo, l'anima bella, non compiendo nessun atto, risulta inesistente, perciò "va affievolendosi in se stessa e svanisce come nebbia informe che si dissolve nell'aria".
G.W.F. Hegel
Fenomenologia dello spirito, VI capitolo
Portata a tale purezza, la coscienza è la sua figura più povera e la povertà costituente il suo unico possesso è essa stessa un dileguare. Al sé manca qui la forza dell’esteriorizzazione, la forza di farsi cosa e di sopportare l’essere. La coscienza vive nell’angoscia di macchiare con l’azione lo splendore del suo interno; e, per conservare la purezza del suo cuore, fugge il contatto con la realtà e persiste ostinata nell’impotenza che le impedisce di rinunziare al proprio sé inerpicatosi fino all’astrazione ultima e di darsi sostanzialità, ovvero di mutare il suo pensiero in essere.
L’oggetto vacuo generato dalla coscienza stessa la riempie perciò solo con la consapevolezza della vacuità. La sua attività è il sospiro struggente che, nel suo divenire oggetto privo di essenza, non fa che smarrirsi e che al di là di questo smarrimento ricade presso di sé trovandosi soltanto come smarrito. In questa purezza trasparente dei suoi momenti, divenuta ormai, come si è soliti chiamarla, un’anima bella infelice, essa va affievolendosi in se stessa e svanisce come nebbia informe che si dissolve nell’aria.
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L’idea di anima bella, è già presente in Plotino (con questa espressione egli intende l’anima che ritorna in sé stessa), viene ripresa dai mistici spagnoli del Cinquecento e da Rousseau nella Nuova Eloisa (1761). Ma l’espressione acquista un significato più preciso nel saggio di Friedrich Schiller Grazia e dignità (1793). «Un’a. b. – dice il poeta – non ha altro merito che quello di esistere. Con facilità, come se l’istinto agisse per lei, esegue i doveri più penosi per l’umanità, e il sacrificio più eroico, che essa strappa all’istinto naturale, appare come libero effetto di quel medesimo istinto». Schiller descrive dunque, con l’espressione a. b., un’anima ispirata bensì dal dovere, ma nella quale gli impulsi sensibili si accordano spontaneamente con la legge morale. Goethe dedicò all’ a. b. il sesto libro delle Esperienze di Wilhelm Meister (1795-96), dove a proposito di essa dice: «Io non mi ricordo di nessun comando, niente mi appare in figura di legge; è un impulso che mi conduce e mi guida sempre giusto; io eseguo liberamente le mie disposizioni e so così poco di limitazione come di pentimento». Ma l’idea di a. b. ha acquistato rilievo soprattutto per la raffigurazione che Hegel ne ha dato nella Fenomenologia dello spirito (➔) (1807). In quest’opera si insiste sul carattere mistico e contemplativo dell’a. b.; essa è la soggettività elevata all’universalità, incapace tuttavia di uscire da sé stessa, e di trasformare, attraverso la propria azione, il proprio pensiero in essere. L’ a. b. è «questa fuga davanti al destino, questo rifiuto dell’azione nel mondo, rifiuto che porta alla perdita di sé». L’ a. b. è quindi pura e incontaminata, ma completamente incapace di agire nel mondo, e di influire sul suo corso con il proprio impegno e con la propria operosità. (Treccani.it)
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