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mercoledì 18 dicembre 2024

Elogio della fuga



Henri Laborit, Elogio della fuga, 1976

L'apprendimento consente una scelta istantanea di fronte a uno stimolo: evitamento, lotta o inibizione. Quest'ultimo provoca stress e condizioni psicosomatiche come la pressione sanguigna. Nell'uomo, infine, c'è un'alternativa all'inibizione: la fuga attraverso il suicidio, la droga, l'immaginazione, l'arte.

Ma la fuga è possibile. Prendiamo il volo, consideriamo che amare l'altro è riconoscergli il diritto di vivere secondo le sue regole e il suo sistema di gratificazione, scegliamo come campo di gratificazione non più lo spazio chiuso delle lotte per il dominio ma lo spazio del sociale, del collettivo su cui si agisce indirettamente attraverso il linguaggio e i media, questo spazio aperto che può estendersi al mondo.

Un'idea dell'uomo - nell'animale umano, la stazione eretta, la liberazione delle mani, la postura del cranio hanno reso possibile il simbolismo, l'immaginazione, il linguaggio, la scrittura, la trasmissione di un'eredità culturale nel corso delle generazioni. Ma le pulsioni per stabilire gerarchie di dominio continuano a dettare la sua condotta, mentre il linguaggio dà loro un aspetto logico. Questi dati di partenza condizionano le sue specificità.

L'uomo è l'unico animale che sa di morire, il che gli dà la sua creatività nel cercare il perché e il come. Conosce anche l'angoscia derivante dall'impossibilità di agire davanti a un futuro incerto, una situazione nuova o la morte contro l'approccio del quale nessuna azione è efficace.

Non è l'Utopia che è pericolosa, perché è indispensabile all'evoluzione. È il dogmatismo, che alcuni usano per mantenere il loro potere, le loro prerogative e la loro dominazione.

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François de la Rochefoucauld, Maximes. Réflections diverses, 1665

Il saggio trova meglio il suo tornaconto nel non impegnarsi che nel vincere. 
Le sage trouve mieux son compte à ne pas s'engager qu'à vaincre.

martedì 5 febbraio 2013

La parola che salva in Dostoevskij

Letteratura e sentimento dell'esistenza individuale. In quelle che Bruno Bettelheim chiamava situazioni estreme la parola densa e significativa di un testo può offrire una via d'uscita. Non verso un mutamento esterno della situazione, ma verso una metamorfosi interiore. E' anche questo un modo per cambiare la vita. Il mondo cambia perché cambia il nostro modo di guardare a noi stessi e al nostro rapporto con gli altri. Vi sono esempi di questo fenomeno nella lettera di Šalamov a Pasternàk, in Primo Levi, in Evgenija Ginzburg. Questo di Dostoevskij è l'esempio più antico.

Giovanni Carpinelli

Dostoevskij, Memorie dalla casa dei morti, capitolo IV


- Ascolta, Aléj, - gli dissi un giorno, - perché non impareresti a leggere e scrivere in russo? Sai come questo potrà esserti utile qui in Siberia, in seguito?
- Ne ho molta voglia. Ma da chi imparare?
- Quanti qui hanno un po' d'istruzione! Ma vuoi che ti insegni io?
- Ah, insegnami, per favore! - e già si era sollevato sul tavolaccio e giungeva le mani in atto di preghiera guardandomi.
Ci mettemmo all'opera fin dalla sera seguente. Io avevo una traduzione russa del Nuovo Testamento, libro non proibito nel reclusorio. Senza abbecedario, soltanto con questo libro, Aléj in poche settimane imparò a leggere magnificamente. Dopo circa tre mesi, già capiva benissimo la lingua letteraria. Studiava con ardore, con passione.
Un giorno avevamo letto insieme tutto il sermone della montagna.
Io notai che alcuni passi del sermone egli li aveva pronunciati, si sarebbe detto, con un sentimento speciale.
Gli domandai se gli piaceva ciò che aveva letto.
Egli mi gettò un rapido sguardo e il rossore gli spuntò sul viso.
 - Ah, sì! - rispose, - sì, Gesù era un santo profeta, Gesù diceva le parole di Dio. Com'è bello!
- E che cosa ti piace più di tutto?
- Dove egli dice: perdona, ama, non offendere, ama anche i nemici.
Ah, come parla bene!
Si voltò verso i fratelli, che ascoltavano la nostra conversazione, e cominciò a dir loro qualche cosa con foga. Essi parlarono a lungo e seriamente tra loro accennando col capo affermativamente. Poi con un sorriso grave e benevolo, tutto musulmano(che tanto mi piace, e mi piace precisamente la gravità di quel sorriso), si rivolsero a me e confermarono che Gesù era un profeta di Dio e faceva grandi miracoli; che aveva fatto un uccello di argilla, ci aveva soffiato su, quello aveva preso il volo... e che questo era scritto nei loro libri. Mentre dicevano ciò, erano pienamente persuasi di farmi cosa molto gradita esaltando Gesù, e Aléj era tutto felice che i suoi fratelli vi si fossero indotti e avessero voluto darmi tale soddisfazione.
Il nostro corso di scrittura riuscì pure in modo straordinario.
Aléj si era procurato della carta (che non mi permise di comprare a mie spese), penne e inchiostro, e in un paio di mesi imparò a scrivere splendidamente.
Questo fece addirittura stupire i suoi fratelli. L'orgoglio e la contentezza loro non avevano confini. Essi non sapevano come ringraziarmi. Nei lavori, se ci accadeva di lavorare insieme, andavano a gara nell'aiutarmi e consideravano ciò come una fortuna per loro. Non parlo poi di Aléj. Egli amava me forse quanto i fratelli. Non dimenticherò mai come uscì dal reclusorio. Mi condusse dietro la baracca e là mi si buttò al collo e si mise a piangere. Mai prima mi aveva baciato, né aveva pianto.

- Tu hai fatto tanto, hai fatto tanto per me, - disse, - che mio padre e mia madre non avrebbero fatto altrettanto: tu hai fatto di me un uomo. Dio ti ricompenserà, e io non ti dimenticherò mai...

Dove sarà, dove sarà ora il mio buono, caro, caro Aléj?

lunedì 4 febbraio 2013

La bellezza che salva nel Gulag

EVGENIJA GINZBURG
VIAGGIO NELLA VERTIGINE
Dalai Editore, traduzione di Duccio Ferri, pp. 703, euro 19,90
I versi dell’Onegin sul treno per il gulag

Dall’editore Dalai, in integrale, lo sconvolgente «Viaggio nella vertigine» di Evgenija Ginzburg, un documento insostituibile sulle purghe staliniane, che si inserisce nella grande tradizione della letteratura russa
Quando uscì nel 1967 in prima mondiale l’edizione italiana del libro di memorie di Evgenija Ginzburg, Viaggio nella vertigine, l’effetto fu per certi aspetti sconvolgente. All’insaputa dell’autrice, si era riusciti a far pervenire in occidente un documento del samizdat di grandissimo spessore storico, umano e letterario che Marija Olsuf’eva seppe volgere in densa prosa italiana. Scrisse poi l’autrice: «io – che per lunghi anni avevo abitato le tane ghiacciate dei deportati … avevo la fortuna di essere pubblicata in una città che rispondeva al suono melodioso di Milano». E oggi giunge a noi finalmente anche la redazione completa dell’opera, oggetto di sofferti rifacimenti e integrazioni protrattisi fin proprio agli ultimi giorni di vita dell’autrice, scomparsa nel 1977 (Dalai Editore, traduzione di Duccio Ferri, pp. 703, euro 19,90).
Oltre che nel suo valore di documento, la grandezza di questo libro sta proprio in questa sua dimensione che si inserisce nella migliore tradizione della grande letteratura russa. E d’altra parte la Ginzburg, entusiastica attivista del movimento operaio, membro del partito a Kazan’, collaboratrice del giornale «Krasnaja Tatarija», era donna di fine formazione culturale che seppe vivere e sopportare le tragiche prove della sua vita nel conforto e nel sostegno morale della poesia, tanto da attribuire alla propria esperienza un significato anche artistico.
Celebre è la scena della lettura a memoria di gran parte dell’Evgenij Onegin che la Ginzburg sostiene in un affollato carro merci del treno che la sta portando alla Kolyma per dimostrare ai carcerieri della scorta e al loro capo Solovej che nessuna delle detenute cela con sé un libro (cosa vietata dal regolamento) e nel contempo che nessuno può imprigionare il pensiero, la memoria, l’arte. Episodio che ci ricorda una celebre lirica di Mandel’stam dedicata al fiume Kama.
...Nell’originale il testo è una fonte ricchissima per la ricostruzione degli aspetti linguistici del mondo carcerario e concentrazionario sovietico (evidente anche in alcuni dei titoli attribuiti ai capitoli che riportano tutta la specificità gergale del mondo carcerario) e, lo voglio sottolineare, il traduttore con lodevole sforzo (e qualche inesattezza) spiega nelle numerose note anche molti dei termini e dei realia relativi alla vita della prigione sovietica. Egli rileva inoltre, nei limiti del necessario, le citazioni e i rimandi, anche se, ovviamente, molto rimane nascosto. La profonda struttura intertestuale del testo necessiterebbe di ben altri approfondimenti: riporto, a mo’ d’esempio, il passo «le pesanti catene si spezzeranno, le galere crolleranno», citazione di una celebre lirica di Puskin dedicata ai decabristi, e il riferimento al «bey algerino» che è un evidente rimando alle Memorie di un pazzo di Gogol’.
...
Stefano Garzonio
il Manifesto, 1 maggio 2011

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"Un uomo che legge poesia si fa sconfiggere meno facilmente di uno che non la legge".
Iosif Brodskij, Discorso di accettazione per il Premio Nobel, 1987

Chi fosse interessato al percorso di lettura può vedere altri post della stessa serie:
 http://machiave.blogspot.it/2013/02/la-parola-redentrice-in-dostoevskij.html
 http://machiave.blogspot.it/2013/02/dante-nellinferno-del-lager.html
http://machiave.blogspot.it/2013/01/la-rivoluzione-di-zivago.html

venerdì 1 febbraio 2013

Dante nell'inferno del lager



Come sostiene Giovanni Tesio nell’Introduzione a Se questo è un uomo (Einaudi,  Torino 1992), per Levi il vero incontro con Dante avviene nel lager. Attraverso quella esperienza Dante diventa lo scrittore guida e, dopo il lager, Dante sarà l’ispiratore del viaggio a ritroso per riportare alla luce,  attraverso la scrittura, la memoria dell’inferno vissuto. E c'è qualcosa di più. La poesia si rivela come uno spazio liberato all'interno del quale è possibile proiettarsi nuovamente riannodando il filo del rapporto con la cultura e soprattutto con l'umanità comune. Pikolo nell'episodio non è un personaggio secondario, né è un puro ascoltatore. E' il deuteragonista, una coscienza altra, amica e non ostile, la propaggine estrema di una comunità che si riscopre nel momento della caduta più atroce.

Giovanni Carpinelli 


Primo Levi
Se questo è un uomo
capitolo XI 

...Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest'ora già non è più un'ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto.
...Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l'Inferno, cosa è il contrappasso: Virgilio è la Ragione, Beatrice la Teologia.
Jean è attentissimo, ed io comincio lento e accurato:

Lo maggior corno della fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica.
Indi, la cima in qua e là menando
come fosse la lingua che parlasse
mise fuori la voce, e disse: Quando...

Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero Dante e povero francese! Tuttavia l'esperienza pare prometta bene: Jean ammira la bizzarra similitudine della lingua, e mi suggerisce il termine appropriato per rendere "antica".
E poi "Quando"? Il nulla. Un buco nella memoria. "Prima che sì Enea lo nominasse". Altro buco. viene a galla qualche frammento non utilizzabile: "...la piéta del vecchio padre, né 'l debito amore Che dovea Penelope far lieta..." sarà poi esatto?

..Ma misi me per l'alto mare aperto.

Di questo sì, di questo son sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché " misi me" non è "je me mis" è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una barriera, noi conosciamo bene questo impulso. L'alto mare aperto; Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuol dire, è quando l'orizzonte si  chiude su se stesso, libero diritto e semplice e non c'è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane.
Siamo arrivati al Kraftwerk, dove lavora il Kommando dei posacavi. Ci deve essere l'ingegner Levi. Eccolo, si vede solo la testa fuori dalla trincea. mi fa un cenno colla mano, è un uomo in gamba, non l'ho mai visto giù di morale, non parla mai di mangiare.
 "Mare aperto". " Mare aperto". So che rima con  "diserto"; "...quella compagnia Picciola, dalla qual non fui diserto",, ma non rammento più se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là delle Colonne d'Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio: Non ho salvato che un verso, ma vale la pena di fermarcisi:

...Acciò che l'uom più oltre non si metta.

"Si metta" dovevo venire in Lager per accorgermi che è la stessa espressione di prima "e misi me". Ma non ne faccio parte a Jean, non sono sicuro che sia una osservazione importante.Quante altre cose ci sarebbero da dire, e il sole è già alto, mezzogiorno è vicino. Ho fretta, una fretta furibonda.
Ecco, attento Pikolo, apri gli occhi e la mente, ho bisogno che tu capisca:

Considerate la vostra semenza
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguire virtude e conoscenza.

Come se anch'io lo sentissi per la prima volta; come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento ho dimenticato chi sono e dove sono.
Pikolo mi pregava di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di più: forse nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.

Li miei compagni fec'io sì acuti. 

...e mi sforzo, ma invano, di spiegare quante cose vuol dire questo "acuti". Qui ancora una lacuna, questa volta irreparabile "...Lo lume era di sotto della luna" o qualcosa di simile; ma prima?...Nessuna idea "keine Ahnung" come si dice qui. Che Pikolo mi scusi, ho dimenticato almeno quattro terzine.
- Ça ne fait rien. vas-y tout de meme.

...Quando mi apparve una montagna bruna
per la distanza e parvemi alta tanto
che mai veduta non avevo alcuna.

Sì, sì, "alta tanto", non " molto alta", proposizione consecutiva. E le montagne, quando si vedono di lontano... le montagne... oh Pikolo, Pikolo, di' qualcosa, parla, non lasciarmi pensare alle mie montagne che comparivano nel bruno della sera quando tornavo in treno da Milano a Torino!
Basta, biosgna proseguire, queste sono cose che si pensano ma non si dicono. Pikolo attende e mi guarda.
Darei la zuppa di oggi per saper saldare " non avevo alcuna" col finale. Mi sforzo di ricostruire per mezzo delle rime, mi mordo le dita, ma non serve, il resto è silenzio. Mi danzano per il capo altri versi "...la terra lagrimosa diede vento..."no, è un'altra cosa. e' tardi, e' tardi, siamo arrivati alla cucina, bisogna concludere:

Tre volte il fè girar con tutte l'acque,
alla quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, come altrui piacque.........

Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo "come altrui piacque" prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell'intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui...
Siamo ormai alla fila per la zuppa, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos. I nuovi giunti ci si accalcano alle spalle. -Kraut und Rüben? -Kraut und Rüben-. Si annunzia ufficialmente che oggi la zuppa è di cavoli e rape: - Choux et navets.-  Kapszta es repak.

Infin che 'l mar fu sopra noi richiuso.