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martedì 5 febbraio 2013

La parola che salva in Dostoevskij

Letteratura e sentimento dell'esistenza individuale. In quelle che Bruno Bettelheim chiamava situazioni estreme la parola densa e significativa di un testo può offrire una via d'uscita. Non verso un mutamento esterno della situazione, ma verso una metamorfosi interiore. E' anche questo un modo per cambiare la vita. Il mondo cambia perché cambia il nostro modo di guardare a noi stessi e al nostro rapporto con gli altri. Vi sono esempi di questo fenomeno nella lettera di Šalamov a Pasternàk, in Primo Levi, in Evgenija Ginzburg. Questo di Dostoevskij è l'esempio più antico.

Giovanni Carpinelli

Dostoevskij, Memorie dalla casa dei morti, capitolo IV


- Ascolta, Aléj, - gli dissi un giorno, - perché non impareresti a leggere e scrivere in russo? Sai come questo potrà esserti utile qui in Siberia, in seguito?
- Ne ho molta voglia. Ma da chi imparare?
- Quanti qui hanno un po' d'istruzione! Ma vuoi che ti insegni io?
- Ah, insegnami, per favore! - e già si era sollevato sul tavolaccio e giungeva le mani in atto di preghiera guardandomi.
Ci mettemmo all'opera fin dalla sera seguente. Io avevo una traduzione russa del Nuovo Testamento, libro non proibito nel reclusorio. Senza abbecedario, soltanto con questo libro, Aléj in poche settimane imparò a leggere magnificamente. Dopo circa tre mesi, già capiva benissimo la lingua letteraria. Studiava con ardore, con passione.
Un giorno avevamo letto insieme tutto il sermone della montagna.
Io notai che alcuni passi del sermone egli li aveva pronunciati, si sarebbe detto, con un sentimento speciale.
Gli domandai se gli piaceva ciò che aveva letto.
Egli mi gettò un rapido sguardo e il rossore gli spuntò sul viso.
 - Ah, sì! - rispose, - sì, Gesù era un santo profeta, Gesù diceva le parole di Dio. Com'è bello!
- E che cosa ti piace più di tutto?
- Dove egli dice: perdona, ama, non offendere, ama anche i nemici.
Ah, come parla bene!
Si voltò verso i fratelli, che ascoltavano la nostra conversazione, e cominciò a dir loro qualche cosa con foga. Essi parlarono a lungo e seriamente tra loro accennando col capo affermativamente. Poi con un sorriso grave e benevolo, tutto musulmano(che tanto mi piace, e mi piace precisamente la gravità di quel sorriso), si rivolsero a me e confermarono che Gesù era un profeta di Dio e faceva grandi miracoli; che aveva fatto un uccello di argilla, ci aveva soffiato su, quello aveva preso il volo... e che questo era scritto nei loro libri. Mentre dicevano ciò, erano pienamente persuasi di farmi cosa molto gradita esaltando Gesù, e Aléj era tutto felice che i suoi fratelli vi si fossero indotti e avessero voluto darmi tale soddisfazione.
Il nostro corso di scrittura riuscì pure in modo straordinario.
Aléj si era procurato della carta (che non mi permise di comprare a mie spese), penne e inchiostro, e in un paio di mesi imparò a scrivere splendidamente.
Questo fece addirittura stupire i suoi fratelli. L'orgoglio e la contentezza loro non avevano confini. Essi non sapevano come ringraziarmi. Nei lavori, se ci accadeva di lavorare insieme, andavano a gara nell'aiutarmi e consideravano ciò come una fortuna per loro. Non parlo poi di Aléj. Egli amava me forse quanto i fratelli. Non dimenticherò mai come uscì dal reclusorio. Mi condusse dietro la baracca e là mi si buttò al collo e si mise a piangere. Mai prima mi aveva baciato, né aveva pianto.

- Tu hai fatto tanto, hai fatto tanto per me, - disse, - che mio padre e mia madre non avrebbero fatto altrettanto: tu hai fatto di me un uomo. Dio ti ricompenserà, e io non ti dimenticherò mai...

Dove sarà, dove sarà ora il mio buono, caro, caro Aléj?

lunedì 4 febbraio 2013

La bellezza che salva nel Gulag

EVGENIJA GINZBURG
VIAGGIO NELLA VERTIGINE
Dalai Editore, traduzione di Duccio Ferri, pp. 703, euro 19,90
I versi dell’Onegin sul treno per il gulag

Dall’editore Dalai, in integrale, lo sconvolgente «Viaggio nella vertigine» di Evgenija Ginzburg, un documento insostituibile sulle purghe staliniane, che si inserisce nella grande tradizione della letteratura russa
Quando uscì nel 1967 in prima mondiale l’edizione italiana del libro di memorie di Evgenija Ginzburg, Viaggio nella vertigine, l’effetto fu per certi aspetti sconvolgente. All’insaputa dell’autrice, si era riusciti a far pervenire in occidente un documento del samizdat di grandissimo spessore storico, umano e letterario che Marija Olsuf’eva seppe volgere in densa prosa italiana. Scrisse poi l’autrice: «io – che per lunghi anni avevo abitato le tane ghiacciate dei deportati … avevo la fortuna di essere pubblicata in una città che rispondeva al suono melodioso di Milano». E oggi giunge a noi finalmente anche la redazione completa dell’opera, oggetto di sofferti rifacimenti e integrazioni protrattisi fin proprio agli ultimi giorni di vita dell’autrice, scomparsa nel 1977 (Dalai Editore, traduzione di Duccio Ferri, pp. 703, euro 19,90).
Oltre che nel suo valore di documento, la grandezza di questo libro sta proprio in questa sua dimensione che si inserisce nella migliore tradizione della grande letteratura russa. E d’altra parte la Ginzburg, entusiastica attivista del movimento operaio, membro del partito a Kazan’, collaboratrice del giornale «Krasnaja Tatarija», era donna di fine formazione culturale che seppe vivere e sopportare le tragiche prove della sua vita nel conforto e nel sostegno morale della poesia, tanto da attribuire alla propria esperienza un significato anche artistico.
Celebre è la scena della lettura a memoria di gran parte dell’Evgenij Onegin che la Ginzburg sostiene in un affollato carro merci del treno che la sta portando alla Kolyma per dimostrare ai carcerieri della scorta e al loro capo Solovej che nessuna delle detenute cela con sé un libro (cosa vietata dal regolamento) e nel contempo che nessuno può imprigionare il pensiero, la memoria, l’arte. Episodio che ci ricorda una celebre lirica di Mandel’stam dedicata al fiume Kama.
...Nell’originale il testo è una fonte ricchissima per la ricostruzione degli aspetti linguistici del mondo carcerario e concentrazionario sovietico (evidente anche in alcuni dei titoli attribuiti ai capitoli che riportano tutta la specificità gergale del mondo carcerario) e, lo voglio sottolineare, il traduttore con lodevole sforzo (e qualche inesattezza) spiega nelle numerose note anche molti dei termini e dei realia relativi alla vita della prigione sovietica. Egli rileva inoltre, nei limiti del necessario, le citazioni e i rimandi, anche se, ovviamente, molto rimane nascosto. La profonda struttura intertestuale del testo necessiterebbe di ben altri approfondimenti: riporto, a mo’ d’esempio, il passo «le pesanti catene si spezzeranno, le galere crolleranno», citazione di una celebre lirica di Puskin dedicata ai decabristi, e il riferimento al «bey algerino» che è un evidente rimando alle Memorie di un pazzo di Gogol’.
...
Stefano Garzonio
il Manifesto, 1 maggio 2011

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"Un uomo che legge poesia si fa sconfiggere meno facilmente di uno che non la legge".
Iosif Brodskij, Discorso di accettazione per il Premio Nobel, 1987

Chi fosse interessato al percorso di lettura può vedere altri post della stessa serie:
 http://machiave.blogspot.it/2013/02/la-parola-redentrice-in-dostoevskij.html
 http://machiave.blogspot.it/2013/02/dante-nellinferno-del-lager.html
http://machiave.blogspot.it/2013/01/la-rivoluzione-di-zivago.html