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martedì 26 maggio 2026

Nomadelfia

Don Zeno Saltini (1900-1981)

Flavia Amabile
Viaggio tra i neorurali di Nomadelfia: accoglienza, condivisione e niente proprietà privata

La Stampa, 26 maggio 2026

INVIATA A GROSSETO. Quanto fa 73 più tre? Elena ha gli occhi scuri come i ricordi che ogni tanto affiorano di un passato non semplice. Ha 7 anni, non sa quanto fa 73 più 3 ma la maestra le mette davanti i numeri in fila su un foglio e la aiuta contare. “Settantasei”, risponde poco dopo Elena con un sorriso timido. Nella classe accanto, Gregory sta affrontando le tabelline. Lui ha 9 anni, nel suo passato ci sono le bombe, la guerra in Ucraina da cui è fuggito con la mamma e ancora fa fatica a credere a questo presente in cui la difficoltà sono le moltiplicazioni.

Elena e Gregory lo stanno capendo adesso, anche il passato più doloroso può essere curato e superato se si vive a Nomadelfia, una comunità immersa nella campagna toscana tra ulivi e piante da sughero secolari, lontana dalle città, lontana dalle regole del mondo, dove gli assistenti sociali non si presentano per togliere ai genitori i figli che hanno un passato pieno di problemi ma per chiedere che bimbi, bimbe, ragazze, ragazzi vengano accolte dagli abitanti del posto. Non lo fanno perché a Nomadelfia trovano l’aria buona o il cibo sano. O non solo. Li mandano perché questa comunità sembra la famiglia nel bosco al contrario, un luogo che in novant’anni di vita ha dato un tetto e un futuro a oltre cinquemila minori abbandonati, vittime di abusi, violenze, cresciuti tra problemi molto più grandi di loro.

Il fondatore, don Zeno Saltini, voleva creare un posto dove mettere in pratica il Vangelo. Dove la fraternità è legge, come indica il nome della comunità. Fuori da Nomadelfia tutto questo ha il sapore amaro dell’utopia. Chi sceglie di abitare qui, invece, ci crede e si sente in dovere di adottare, o di prendere in affido a seconda dei casi, questi bambini e bambine e di crescerli come se fossero i loro figli. Oggi in totale sono circa 250 persone. Una sessantina sono minorenni, più o meno la metà mandati dai servizi sociali e l’altra metà nata da genitori che hanno scelto di vivere in questa comunità che si estende per 370 ettari. Le cifre sono solo approssimative perché i nomadelfi non amano questo tipo di distinzione. “Ho sei figli: tre biologici, due adottati e uno in affido”, spiega Paolo Matterazzo, 39 anni. “Ma per noi sono tutti uguali, li amiamo allo stesso modo”.

Irene ha 8 anni, è una delle figlie di Paolo. Alle undici del mattino è in classe, una specie di casetta in legno e muratura circondata dalla campagna toscana. Ha un quaderno a quadretti aperto e sta incollando dei pezzetti di carta colorata per realizzare un tangram. “Stiamo studiando le equivalenze“, spiega Chiara Mazelli, maestra, nata a Nomadelfia che in comunità ha scelto di mettere su famiglia. Alle pareti sono appese le mappe dell’Italia amministrativa e fisica, dell’Europa come in qualsiasi quarta elementare. Ma questa non è una quarta elementare qualsiasi. Oltre a Irene ci sono altri tre bambini, non uno di più. Basta per rendere la lezione completamente diversa. Non ci sono le file di banchi. La cattedra è relegata in un angolo, praticamente dimenticata. Nessuno compulsa il registro per interrogare, i bambini sono seduti al centro dell’aula, uno di fronte all’altro. Non possono nascondersi dietro i compagni. In realtà, nemmeno hanno voglia di farlo. La maestra è un’amica, una persona con cui alcuni di loro dividono la casa, i pasti, i lavori nei campi quando viene richiesto l’aiuto di tutti. Li guida a imparare le nozioni e a scoprire gli errori commessi con il tono sereno usato durante le conversazioni familiari.

A un centinaio di metri di distanza c’è un’altra casetta in legno e muratura, la classe del quarto anno di scienze umane. Porta aperta e interno vuoto. E’ in corso l’ora di storia e la professoressa, Grazia, ha deciso di approfittare del sole e del caldo. Ragazze e ragazzi sono seduti all’ombra di un gelso e stanno ripassando Marat, Robespierre e gli Stati Generali. “Abbiamo finito il programma, siamo arrivati alla guerra di Libia del 1912, non è il caso di andare oltre. E’ più utile ricominciare dall’inizio e ripetere”. Grazia è una delle poche persone esterne chiamate a lavorare a Nomadelfia. Chi insegna in genere abita qui, l’autosufficienza è uno dei principi fondanti di questa utopia. “Ognuno degli abitanti svolge i lavori necessari per mandare avanti la comunità.

Andrea si occupa della vigna che dà il vino a tutti. Michele è il casaro che ogni giorno produce i formaggi che finiranno sulle tavole. E poi ci sono gli apicultori, i meccanici, i falegnami i fabbri, i contabili, gli esperti di social e di comunicazione. Ognuno svolge anche più lavori nel corso della vita e ragazze e ragazzi iniziano presto a imparare i mestieri di Nomadelfia. “In estate, quando terminano le lezioni, devono prima superare l’esame che regolarizza l’anno di studi poi iniziano a dare una mano dovunque ci sia bisogno”. A Nomadelfia soltanto una figura lavorativa non esiste: gli addetti e le addette alle pulizie, dalle bidelle ai collaboratori domestici. Per loro non c’è spazio perché qui, a turno, ognuno dà una mano in casa. E anche nelle classi, alla fine di ogni lezione, alunne e alunni mettono mano a scope e stracci e puliscono. Se la proprietà privata non esiste gli spazi sono di tutti, e tutti hanno il dovere di occuparsene. Anche Elena, anche Gregory, mentre ripassano a mente tabelline e addizioni.


domenica 2 novembre 2025

Un libro: Vita di Gesù

 

sul «caso renan» tutti ebbero da sindacare
Intellettuali contro

Una storia delle idee innervata di fatti. Potrebbe essere questa la formula che descrive la storiografia di Roberto Pertici. Nei suoi ultimi volumi (La cultura storica dell’Italia unitaÈ inutile avere ragione Dall’Ottocento alla “Dopostoria”) aveva ricostruito per saggi momenti della storia intellettuale del Novecento; ora, con Il caso Renan, ci porta più indietro, agli anni 60 dell’Ottocento, quando la pubblicazione in Francia e la traduzione in Italia e nel resto dell’Europa della Vita di Gesù di Ernest Renan provoca un’ondata di reazioni da parte cattolica e di contro-reazioni da parte degli intellettuali laici.

Era un’epoca in cui i libri venivano presi sul serio, e quelli sulla religione cristiana potevano ancora suscitare odi, scomuniche. Ma il libro di Renan fu qualcosa di diverso. Pubblicato nel 1863, venne letto da pochi nell’originale francese, da molti e poi da moltissimi nelle traduzioni italiane: al plurale, perché ve ne furono subito di parziali, su rivista, quindi una integrale a cura del garibaldino Filippo De Boni. Come documenta Pertici attraverso un impressionante lavoro di scavo in biblioteca e in archivio, una valida mano alla diffusione delle idee di Renan la diedero proprio i cattolici, che del libro, contro il libro, presero a scrivere quasi quotidianamente sui bollettini, sulle riviste, e con tanta più foga quanto più gli argomenti di Renan sembravano far presa sull’opinione pubblica, ben oltre la cerchia dei laici dotti.

Nella Vita, Renan non negava né la realtà storica né la grandezza di Cristo, né la bontà della sua dottrina (si tratta, così suona la prima frase del libro, dell’«avvenimento capitale della storia del mondo»); ne negava però la natura divina, il che ovviamente comportava l’inconsistenza e la fine della fede cristiana. Occorreva reagire. Cancellare il libro, come si direbbe oggi (e all’oggi si pensa di continuo, riflettendo sui modi in cui circolavano e circolano le idee), non era possibile, perché il controllo ecclesiastico sulla stampa non era più quel pieno, incondizionato controllo che la Chiesa aveva esercitato nei secoli precedenti, e perché la reazione del potere temporale era stata meno severa e meno tempestiva di quanto la Chiesa auspicasse (Renan fu privato della cattedra di ebraico al Collège de France nella primavera del 1864, quando il libro veniva ormai letto e contraddetto dappertutto). Allora lo si confutò, e nell’opera di confutazione si distinsero periodici come «La Civiltà Cattolica» e «L’Armonia» di padre Giacomo Margotti.

Ma invano. I controversisti cattolici erano abituati a disputare sugli articoli di fede con i propri pari; ma il veleno-Renan era penetrato più a fondo e più largamente tra il popolo, un po’ come, in quegli stessi anni, vi stava penetrando la pubblicista anarchica e socialista. Da questo punto di vista, il libro di Pertici è una miniera di “casi” interessantissimi, e che danno la misura del fenomeno. Ecco per esempio la scena di cui Giulio Carcano dice d’essere stato testimone: un operaio che in una pausa del lavoro, senza degnare di uno sguardo il figlioletto, è tutto assorbito dal «moderno racconto di una storia divina», ossia la Vita di Renan. Questo incontro ispira a Carcano un poemetto intitolato Il libro di Dio, che dedica a Manzoni, e che argomenta come l’esito della miscredenza insufflata da Renan nelle menti semplici del popolo non possa che essere il socialismo, la rivoluzione: rinnegata la fede, «ei [l’operaio] più non vive / che per odio e per fame; e vuole un giorno, / un giorno di trionfo!». Oppure: ecco gli affreschi, oggi distrutti, che il parroco di Camposampiero, diocesi di Treviso, commissiona al friulano Rocco Pittaco, il quale sotto l’immagine della Chiesa trionfante dipinge «busti e nomi di eretici, scismatici, protestanti: Azio, Fozio, Calvino, Lutero e cento altri settari», e tra loro e sopra di loro l’eretico Renan, «incarnazione di tutti gli errori passati». Ci si domanda che cosa ci avranno capito i fedeli.

Due cose, tra le altre, stupiscono del Caso Renan. La prima è la rapidità e la forza con cui si diffuse l’incendio. Abituati al “tempo reale” del web, fatichiamo a capire quanto lungo e accidentato fosse il cammino delle informazioni, e più ancora delle idee, alla metà dell’Ottocento. Ma non in questo caso. Lo scandalo della Vie de Jesus scoppiò nel giugno del 1863, anche se era nell’aria da mesi, e in meno di due anni ne scrissero tutti, in mezzo mondo: alla fine del suo saggio, Pertici pubblica una Bibliografia sommaria della polemica antirenaniana in Italia 1863-1865 che fra traduzioni, recensioni e confutazioni conta una settantina di titoli. Incendio rapido, ma non effimero: se, come documenta Pertici, il riferimento – polemico o solidale – all’opera di Renan sarà una costante dei molti scritti su Gesù e sul Vangelo che, nel suo solco, verranno scritti nei decenni successivi.

La seconda cosa che stupisce è, appunto, la quantità e la qualità degli interventi. Non tutti saranno interessati alle vicende del cristianesimo europeo nel terzo quarto dell’Ottocento. Ma facendo la storia della ricezione della Vita di Gesù Pertici fa la storia dell’Italia postunitaria secondo un’ottica originale, nella quale hanno una parte di rilievo non solo le “figure prime” della cultura italiana, come Manzoni e Tommaseo, ma anche una gran quantità di scrittori e studiosi poco o per nulla noti, e che Pertici ritrae con una perizia e – cosa ancora più ammirevole – con una pietas che allo studioso di letteratura fanno venire certe pagine ottocentesche di Timpanaro (ma senza i suoi spigoli) o di Dionisotti. Mi pare sia un libro da cui s’impara moltissimo, e in molte direzioni, e che è destinato a produrre altri libri.


Roberto Pertici

Il caso Renan. La prima guerra culturale dell’Italia unita

Il Mulino, pagg. 384, € 34

lunedì 26 maggio 2025

L’annientamento della parola

 


Pensiamo al potente discorso con cui si apre il Vangelo secondo Giovanni: “Nel principio era la Parola (il Logos) e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio”. Che cosa potremmo dire noi oggi: “Alla fine ci fu la parola e la parola era Nulla, e la parola cadeva nel Nulla”. Terribile segno dei tempi. La parola pronunciata dai grandi della Terra ha perso valore. Il presidente Trump ha sortito affermazioni che si è poi rimangiato un gran numero di volte. E così l’autocrate Putin. La parola dei nostri politici italiani non sembra avere un particolare peso, se è vero che viene rilanciata all’infinito dai mezzi di comunicazione e non produce nessun effetto. La partecipazione al voto continua a calare nell’indifferenza generale. Marek Halter ha appena fatto notare l’assenza di grandi voci autorevoli tra gli intellettuali dei nostri giorni. Ha nominato Albert Camus e Primo Levi. Grandi figure del passato. Di un passato recente, ma pur sempre passato.
Come si esce da questo tunnel del discorso che si converte in rumore e assenza di significato? Qualcuno forse in un futuro non troppo lontano prenderà il posto delle attuali comparse sulla scena del mondo. E tuttavia sarebbe ingiusto credere che siamo condannati a una solitudine impotente. Intanto c’è la parola quotidiana, che non ha perso significato. “Buongiorno” vuole ancora dire buongiorno sulla bocca di molti tra noi comuni mortali. E poi si tratta di tendere l’orecchio e di aprire gli occhi.
Tendere l’orecchio. Altri messaggi continuano ad essere trasmessi nella valanga delle informazioni comunicate al pubblico. Il nuovo papa, per esempio, sembra pesare le parole e rimette in circuito nozioni preziose, la speranza, la fraternità, lo spirito. La Cina non è più quella luce che veniva dall’Oriente e indicava la strada del futuro a una umanità smarrita. Si esprime in un linguaggio sommesso, niente tigre di carta, come usava il Grande Timoniere, ma riesce ad allineare considerazioni di buon senso, lasciando trasparire soprattutto una grande calma, virtù rara in questi tempi di furori recitati e poco convinti.
Aprire gli occhi. La nostra è una civiltà dell’immagine, si dice. Trump e Putin e Netanyahu, le star mediatiche del momento non hanno parole per esprimere l’orrore che si consuma a Gaza, giorno dopo giorno. Eppure, basta accendere il televisore o aprire il computer, o il telefonino. Lo scandalo del martirio inflitto ai civili sulle sponde del Mediterraneo in un angolo della terra contesa tra israeliani e palestinesi si ripropone di continuo. La ressa degli affamati. Il paesaggio devastato. Le rovine a cielo aperto. La vergogna delle armi dispiegate per il contrasto ai civili inermi. Altro che pace disarmata e disarmante, come ha detto Leone XIV inaugurando la sua prelatura. Guerra armata e disperante. Guerra che uccide la speranza in un futuro umano. Guerra che prelude a un futuro di immemore sopraffazione. Il resort, la costa azzurra del Medio Oriente. Anche questo è stato detto dal principale attore della attuale tragedia. L’angelo della storia in Klee procedeva con le spalle volte al futuro e contemplava una sorta di inferno sulla terra. Walter Benjamin che amava quella immagine aveva un legame certo con la tradizione ebraica e con il misticismo da essa veicolato. Per una volta, sarebbe invece giusto voltare le spalle alla tradizione per affermare che solo il ritorno del Logos, della parola vera, può aprire le porte del futuro a una umanità decisa a vivere in pace. Lo Spirito positivo del mondo non chiede altro. Ognuno faccia la propria parte. Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva, secondo la Parola e l’auspicio sacrosanto del poeta.





giovedì 24 ottobre 2024

Dalla parte dei poveri


È morto Gustavo Gutiérrez

Salvatore Cernuzio, Difensore degli ultimi e teologo della liberazione
Osservatore romano, 23 ottobre 2024

Il capitolo 25 del Vangelo di Matteo, quello delle opere di misericordia, era la sua bussola. Il mandato di Cristo — «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me» — la cifra del suo pensiero. L’«opzione per i poveri» il suo assillo. Nella notte di ieri, martedì 22 ottobre, è morto nel convento di San Domenico a Lima (Perú) Gustavo Gutiérrez, teologo e religioso domenicano considerato «padre» della Teologia della Liberazione. Aveva 96 anni. Una vita lunga, trascorsa a studiare, a pensare, riflettere, a parlare e spesso a lottare. Lottare per un pensiero teologico talvolta criticato o guardato con sospetto, ma che, come affermava lui, affondava le radici in nient’altro che il Vangelo. Quella Buona Notizia e il suo messaggio dirompente che al primo posto ci sono i poveri, gli ultimi, i semplici.

È stato lui a coniare l’espressione «opzione preferenziale per i poveri», poi integrata nel Magistero della Chiesa come cammino fondamentale per vivere la fede. Giovanni Paolo ii riconobbe infatti «che l’opzione preferenziale per i poveri non è esclusiva né escludente, ma è ferma e irrevocabile».

Tanti i ricordi che si avvicendano in queste ore su quest’uomo che «piccolo com’era, con la sua piccolezza ha saputo annunciarci il Vangelo con forza e coraggio», come scrive in una nota di cordoglio l’arcivescovo di Lima, il cardinale eletto Carlos Castillo Mattasoglio. Tante anche le immagini che tornano alla mente, a cominciare da quella simbolica dell’11 settembre 2013, quando Gutiérrez celebrò la messa a Santa Marta insieme a Francesco, Papa da circa sei mesi. Loro due, l’uno a fianco all’altro, all’altare della cappellina della Domus vaticana.

«Grazie per la sua testimonianza» era quello che Gutiérrez disse al Pontefice argentino, come confidava in una lunga intervista per «L’Osservatore Romano», pubblicata proprio l’11 settembre 2013. Nello stesso colloquio il domenicano chiariva le direttrici della sua teologia, «piena di risorse» perché il suo centro — la povertà — era «sempre lì, sempre più urgente». E non si tratta di «poverologia», spiegava: «Bisogna chiarire che il termine povertà è complesso, poiché c’è la povertà reale, che riguarda la situazione di chi non conta niente, di chi è insignificante, per ragioni economiche ma anche per cultura, lingua, colore della pelle, o perché appartenente al mondo femminile che è tra i più penalizzati».

Per i 90 anni del religioso, nato nel 1928 a Lima, Papa Francesco gli aveva inviato una lettera, sottolineando il «servizio teologico» e ringraziandolo per le «fatiche» e il modo di «interpellare la coscienza di ciascuno, affinché nessuno resti indifferente di fronte al dramma della povertà e dell’esclusione». L’arcivescovo Castillo Mattasoglio, nella succitata nota, osserva che Gustavo Gutiérrez «ha accompagnato la Chiesa per tutta la sua vita, rimanendo fedele nei momenti più difficili, ricordandoci sempre che il vero pastore deve prendersi cura delle sue pecore, soprattutto delle povere».

«Ringraziamo Dio — aggiunge il presule di Lima — per aver avuto un fedele sacerdote teologo che non ha mai pensato al denaro, ai lussi, o a qualsiasi cosa che sembrava credersi superiore».

Numerose le opere scritte dal teologo in queste ultime quattro decadi, a cominciare dalla principale Teologia della liberazione, edita nel 1971. In essa, ex studente di medicina e letteratura in Perú, poi di psicologia e filosofia a Lovanio, in Belgio, e ancora di teologia all’Università Cattolica di Lione, a Roma e a Parigi, teorizzava una liberazione politica e sociale, cioè l’eliminazione delle cause immediate di povertà e ingiustizia; una liberazione umana, cioè l’emancipazione di emarginati e oppressi; una liberazione teologica da egoismo e peccato. Il dolore sociale dell’America Latina, gli insegnamenti del Concilio e, come detto, il costante richiamo al Vangelo animavano queste riflessioni poi esplicitate in numerosi altri volumi.

Uno degli ultimi era Dalla parte dei poveri. Teologia della liberazione, teologia della Chiesa (Edizioni Messaggero – Editrice Missionaria Italiana), pubblicato nel 2013 e scritto con l’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Gherard Ludwig Müller. Teologi, vaticanisti, addetti ai lavori accolsero il libro come un fatto singolare: un’opera a quattro mani tra uno dei maggiori esponenti della Teologia della Liberazione e il prefetto di quell’ex Sant’Uffizio che proprio su questa corrente si espresse con due istruzioni negli anni ’80. Tra i due vi era, però, un’amicizia pluriennale oltre che la comune preoccupazione per lo sviluppo dell’economia mondiale e della teologia europea. Lo spiegarono loro stessi a Roma, in un’affollata presentazione in Via della Conciliazione, dove il domenicano parlò di una «Chiesa samaritana», sintesi dell’idea di servizio mutuata dalla parabola del buon samaritano cara a Papa Francesco. Una parabola che, disse il teologo, spinge a riflettere su «Chi è il mio prossimo?» ma anche su «Chi si è fatto prossimo?». Müller, da parte sua, condivise il percorso che lo ha portato ad avere una particolare sensibilità per il tema della povertà: dalle umili origini a Magonza, passando per la sua esperienza negli anni ’80 in mezzo a gente senza cibo, acqua, vestiti e cure mediche, fino all’episcopato a Ratisbona, con tanti sacerdoti provenienti dai Paesi poveri del mondo. Esperienze dalle quali il cardinale aveva maturato la convinzione che l’azione della Chiesa non può che essere di evangelizzazione ma anche di liberazione.

Ed è proprio Müller a consegnare un commento ai media vaticani per la morte di colui che definisce «uno dei più grandi teologi di questo secolo». «È il padre della teologia della liberazione in senso cristiano, non solo in senso sociologico, ideologico, politico, ma integrale — afferma il porporato tedesco —, questo è presente e rimane nella riflessione teologica della Chiesa».

Un altro ricordo carico di affetto e stima giunge dal cardinale Pedro Ricardo Barreto Jimeno, arcivescovo emerito di Huancayo, che con Gutiérrez ha trascorso gli ultimi tempi. «L’ho trovato molto calmo, perché mi ha detto che ha vissuto momenti difficili, ma che era sereno e pieno di speranza. Si sentiva una persona ispirata, diceva che era valsa la pena ad aver lavorato e fatto tutto quello che ha fatto nella vita». Barreto riporta pure un aneddoto: «Un giorno era molto debole, a un certo punto spontaneamente mi sono tolto la croce pettorale e gliel’ho messa sul petto. Lui all’inizio era perplesso, poi ha sorriso. Non l’ho fatto come un privilegio, piuttosto come espressione di ciò che lui, per fedeltà alla Chiesa, ha sofferto dentro. Ha vissuto la passione di Cristo nella Chiesa con insulti, negazioni... Pertanto questa croce è un segno di resurrezione».

https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/chi-era-gustavo-gutierrez-padre-della-teologia-della-liberazione-morto-a-96-anni
https://www.avvenire.it/agora/pagine/cosa-ci-insegna-ancora-la-teologia-della-liberazione

domenica 20 luglio 2014

Pasolini torna a Matera, una mostra multimediale


Il "Vangelo secondo Matteo" compie mezzo Secolo. Una mostra mette a fuoco la genesi del capolavoro pasoliniano e il rapporto del regista con la città di Matera, che nell'estate del 1964, sotto un sole «ferocemente antico», divenne Gerusalemme.
L'occasione è preziosa per rileggere, attraverso la scelta di Pasolini e le vicende del set, un momento importante nella storia di un luogo preistorico ancora abitato – i famosi Sassi - che una volta definito "vergogna nazionale", venne svuotato e poi abbandonato. In quegli anni Matera, teatro di profonde contraddizioni, divenne meta privilegiata di intellettuali che andavano scoprendo l'originalità della tradizione estirpata.
La mostra, divisa in sei sezioni, racconta la storia e i luoghi del Vangelo in relazione al clima culturale e artistico di quegli anni, attraverso il doppio contesto del film - quello dell'ideazione ed elaborazione creativa tra Roma, Assisi e la Palestina tra il 1962 e il 1964 e quello della realizzazione delle riprese, del montaggio e della produzione.
L'ultima sezione, intitolata "Tra Gruppo Uno e Gruppo 63" presenta importanti opere d'arte realizzate dai principali protagonisti del dibattito artistico dei primi anni Sessanta per aiutare a comprendere i nuovi orizzonti della scultura italiana negli anni in cui si guarda alle nuove tecniche d'immagine teorizzate da Giulio Carlo Argan e a Venezia la Pop-Art trova la sua consacrazione ufficiale.
L'allestimento si distingue per una forte connotazione multimediale e interattiva basata sul modello delle stazioni creative (ogni sezione sarà introdotta da un narratore, tra gli altri, Goffredo Fofi, Serafino Murri e Padre Fantuzzi) e una narrazione estremamente visiva, resa possibile grazie al montaggio di documenti originali, dipinti, disegni, fotografie, spezzoni cinematografici, interviste, materiale bibliografico e oggetti vari (tra i quali la macchina da presa del regista e i costumi originali del film), per favorire una lettura a più livelli.

"Pasolini a Matera. Il Vangelo secondo Matteo cinquant'anni dopo. Nuove tecniche di immagine: arte, cinema, fotografia"
A cura di Marta Ragozzino e Giuseppe Appella
Museo nazionale d'arte medievale e moderna di Palazzo Lanfranchi, Matera
Dal 21 luglio al 9 novembre 2014

www.artibasilicata.beniculturali.it

 
22 luglio 2014 
L'Osservatore Romano celebra il Cristo di Pasolini
"probabilmente il miglior film su Gesù mai girato"
 
Il giornale vaticano omaggia Il Vangelo secondo Matteo 50 anni dopo l'uscita: "Probabilmente il miglior film su Gesù"
L'Osservatore Romano celebra, nel numero di oggi, i cinquant'anni dell'uscita de Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, che il quotidiano della Santa Sede giudica "forse la migliore opera su Gesù nella storia del cinema". "Il Vangelo secondo Matteo (presentato il 4 settembre 1964 a Venezia) - scrive Emilio Ranzato in un lungo pezzo sull'Osservatore Romano -, con un Cristo interpretato da un sindacalista antifranchista, con la Madonna anziana impersonata dalla madre dello stesso regista, con la scena disseminata ancora una volta dai volti dei 'suoi' sottoproletari, con la scabra ambientazione dei Sassi di Matera che ricorda molto le periferie primitive di Accattone, con i riferimenti alla pittura del Quattrocento già individuati nei due film precedenti, nasce prima di tutto per Pasolini come scenario interiore, come presepe intimo in cui far confluire tutti gli elementi della propria tormentata e per molti versi contraddittoria ideologia". "Senonché - prosegue Ranzato -, proprio l'umanità febbrile e primitiva che il regista porta un'altra volta sullo schermo, finisce per conferire un vigore nuovo al verbo cristiano, che in questo contesto appare ancora più attuale, concreto, rivoluzionario". "Che sia un film su una crisi in atto o su un suo superamento - aggiunge l'Osservatore -, Il Vangelo secondo Matteo rimane comunque un capolavoro, e probabilmente il miglior film su Gesù mai girato. Sicuramente, quello in cui la sua parola risuona più fluida, aerea e insieme stentorea. Scolpita nella spoglia pietra come i migliori momenti del cinema pasoliniano".

martedì 5 febbraio 2013

La parola che salva in Dostoevskij

Letteratura e sentimento dell'esistenza individuale. In quelle che Bruno Bettelheim chiamava situazioni estreme la parola densa e significativa di un testo può offrire una via d'uscita. Non verso un mutamento esterno della situazione, ma verso una metamorfosi interiore. E' anche questo un modo per cambiare la vita. Il mondo cambia perché cambia il nostro modo di guardare a noi stessi e al nostro rapporto con gli altri. Vi sono esempi di questo fenomeno nella lettera di Šalamov a Pasternàk, in Primo Levi, in Evgenija Ginzburg. Questo di Dostoevskij è l'esempio più antico.

Giovanni Carpinelli

Dostoevskij, Memorie dalla casa dei morti, capitolo IV


- Ascolta, Aléj, - gli dissi un giorno, - perché non impareresti a leggere e scrivere in russo? Sai come questo potrà esserti utile qui in Siberia, in seguito?
- Ne ho molta voglia. Ma da chi imparare?
- Quanti qui hanno un po' d'istruzione! Ma vuoi che ti insegni io?
- Ah, insegnami, per favore! - e già si era sollevato sul tavolaccio e giungeva le mani in atto di preghiera guardandomi.
Ci mettemmo all'opera fin dalla sera seguente. Io avevo una traduzione russa del Nuovo Testamento, libro non proibito nel reclusorio. Senza abbecedario, soltanto con questo libro, Aléj in poche settimane imparò a leggere magnificamente. Dopo circa tre mesi, già capiva benissimo la lingua letteraria. Studiava con ardore, con passione.
Un giorno avevamo letto insieme tutto il sermone della montagna.
Io notai che alcuni passi del sermone egli li aveva pronunciati, si sarebbe detto, con un sentimento speciale.
Gli domandai se gli piaceva ciò che aveva letto.
Egli mi gettò un rapido sguardo e il rossore gli spuntò sul viso.
 - Ah, sì! - rispose, - sì, Gesù era un santo profeta, Gesù diceva le parole di Dio. Com'è bello!
- E che cosa ti piace più di tutto?
- Dove egli dice: perdona, ama, non offendere, ama anche i nemici.
Ah, come parla bene!
Si voltò verso i fratelli, che ascoltavano la nostra conversazione, e cominciò a dir loro qualche cosa con foga. Essi parlarono a lungo e seriamente tra loro accennando col capo affermativamente. Poi con un sorriso grave e benevolo, tutto musulmano(che tanto mi piace, e mi piace precisamente la gravità di quel sorriso), si rivolsero a me e confermarono che Gesù era un profeta di Dio e faceva grandi miracoli; che aveva fatto un uccello di argilla, ci aveva soffiato su, quello aveva preso il volo... e che questo era scritto nei loro libri. Mentre dicevano ciò, erano pienamente persuasi di farmi cosa molto gradita esaltando Gesù, e Aléj era tutto felice che i suoi fratelli vi si fossero indotti e avessero voluto darmi tale soddisfazione.
Il nostro corso di scrittura riuscì pure in modo straordinario.
Aléj si era procurato della carta (che non mi permise di comprare a mie spese), penne e inchiostro, e in un paio di mesi imparò a scrivere splendidamente.
Questo fece addirittura stupire i suoi fratelli. L'orgoglio e la contentezza loro non avevano confini. Essi non sapevano come ringraziarmi. Nei lavori, se ci accadeva di lavorare insieme, andavano a gara nell'aiutarmi e consideravano ciò come una fortuna per loro. Non parlo poi di Aléj. Egli amava me forse quanto i fratelli. Non dimenticherò mai come uscì dal reclusorio. Mi condusse dietro la baracca e là mi si buttò al collo e si mise a piangere. Mai prima mi aveva baciato, né aveva pianto.

- Tu hai fatto tanto, hai fatto tanto per me, - disse, - che mio padre e mia madre non avrebbero fatto altrettanto: tu hai fatto di me un uomo. Dio ti ricompenserà, e io non ti dimenticherò mai...

Dove sarà, dove sarà ora il mio buono, caro, caro Aléj?