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domenica 26 aprile 2026

Voglia di rovesciamento

Alessandro De Angelis
Meloni, le piazze: una festa alla rovescia
La Stampa, 26 aprile 2026
Gli episodi di Roma e Milano, ma anche le parole retoriche della politica dimostrano la fragilità della nostra identità, una memoria che non è davvero collettiva

Potremmo discettare a lungo su ognuno dei tanti 25 aprile celebrati dalla “politica”, intesa come classi dirigenti. Soffermarci, ad esempio, sul passo avanti di Giorgia Meloni, meno trattenuta nelle dichiarazioni rispetto agli anni passati, ove parla apertamente di «oppressione del regime» e non solo di «valori conculcati» dal fascismo. Non banale, letta con le lenti del suo mondo (vedi la voce: Ignazio La Russa).

Il post

Meloni sul 25 aprile: “Aggressioni e insulti, se questa è la democrazia abbiamo un problema”

Oppure, sempre a proposito della premier, sottolineare come, sia pur all’interno di un impianto politicamente corretto e condivisibile, manchi ancora il gesto che sorprende. Da leader di tutti, che non ha remore nel far proprio, come connessione sentimentale e non solo atto dovuto, quel giacimento di risorse politico-valoriali su cui si fonda la Repubblica. Silvio Berlusconi andò ad Onna. Nicolas Sarkozy, appena eletto, dispose che, nelle scuole francesi, fosse letto il messaggio di un giovane partigiano comunista («possa la mia morte servire a qualcosa»). Insomma, ce ne sarebbero di luoghi dove mettere, anche in silenzio, un fiore su una tomba, per chiudere, una volta per tutte, non tanto il rapporto col fascismo, ma quello tormentato con l’antifascismo, parola ancora tabù.

Potremmo anche poi passare al racconto del perché di questa o quella scelta. Elly Schlein che, diversamente dagli altri anni, ha evitato la piazza di Milano (e si capisce perché) preferendo una celebrazione più istituzionale a Sant’Anna di Stazzema. O Giuseppe Conte a Napoli, al monumento per Salvo D’Acquisto, il militare che, per proteggere gli italiani, fu ucciso dai tedeschi. Figura di un martire non ascrivibile alla resistenza “rossa”. Potremmo andare avanti così, nell’esegesi di posti e frasi. E non ci sarebbe nulla di sorprendente, rispetto all’andazzo degli ultimi lustri. Un dovere di firma da un lato, molta retorica celebrativa dall’altro, ognuno con la sua sensibilità.

E tuttavia, il punto è ben altro. La storia di questo 25 aprile è la storia di un 25 aprile rovesciato. La festa della nostra identità democratica, si trasforma, nelle piazze, nel suo opposto, dove ognuno si sente legittimato a fare i conti con chi la pensa in modo diverso. Chi spara a volto coperto all’Anpi, episodio che tanto assomiglia alla simulazione di un atto di terrorismo. Chi – ed è il caso di Milano – impedisce alla brigata ebraica di sfilare proprio in nome dell’antifascismo. E in queste dimensioni non era mai accaduto.

Dentro questo rovesciamento c’è il problema, non dell’oggi. Che riguarda un tema antico: la fragilità della nostra identità nazionale. La nazione, per dirla con lo storico Ernest Renan, è un plebiscito quotidiano. Si nutre di simboli, bandiere comuni, celebrazioni condivise, come sono, ad esempio, il 4 luglio americano o il 14 luglio francese. Non è questa la storia del 25 aprile, nel Paese delle memorie quotidianamente divise ove, finita l’era dei partiti di massa, non si pratica più una sana pedagogia repubblicana, ma un rituale stanco tra reticenze di una parte e pigrizia dagli altri, piuttosto inclini ad appaltare a Bella Ciao un deficit di contenuti per il qui ed ora.

Il ricordo

Il coraggio di lottare per cambiare la storia

A rischio di apparire un po’ demodè e in lite col presente, per trovare una chiave per l’oggi potremmo prendere a prestito da Walter Benjamin, grande intellettuale del secolo scorso, il concetto di “rammemorazione”. Non è il ricordo di un passato che resta lì, come in una teca. Da commemorare o esibire. Ma “un futuro del passato”, ovvero lo sforzo di farne vivere lo spirito – ansie, speranze, senso – dentro il tempo che è dato di vivere. Il passato come anima del presente.

Ebbene, alle radici della scissione tra lo spirito del giorno e ciò che è successo c’è anche questo. Un deficit di “egemonia” politico-culturale. L’unico che si è misurato con la “rammemorazione” è quell’incarnazione vivente della Costituzione che va sotto il nome di Sergio Mattarella. Nei suoi discorsi sulla «barbarie» e sulla «libertà», e in quell’esortazione «ora e sempre Resistenza» c’è tutta l’urgenza di difendere e far vivere – politicamente, non retoricamente - quei valori nella realtà attuale segnata dalla crisi delle democrazie e dalla fine dell’ordine mondiale nato proprio dalla sconfitta dei fascismi.

Ma se la democrazia è in crisi, una delle ragioni sta proprio nella debolezza delle sue leadership, di cui la retorica muta e buona solo per il proprio recinto di adepti ne è la rappresentazione icastica. Ma se la bussola è davvero la Costituzione, omaggiata per un giorno da tutti, come la mettiamo con tutto ciò che sa di trumpismo o di antisemitismo? L’operazione è dura, perché implica non solo il prendere le distanze da errori o degenerazioni, ma sancire una incompatibilità. Democratica, appunto.

giovedì 22 gennaio 2026

Carney indica la strada

Paolo Viganò
Carney, la via canadese per resistere a Washington
il manifesto, 22 gennaio 2026

Ieri sul palco del World Economic Forum Donald Trump si è rivolto direttamente al primo ministro canadese Mark Carney con le consuete minacce: «Il Canada ha ricevuto molti omaggi dagli Stati uniti. Dovrebbero esserci grati ma non lo sono. Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo Mark, la prossima volta che farai le tue considerazioni».

Il riferimento è ovviamente al memorabile discorso tenuto martedì dal premier canadese, il quale ha parlato della fine dell’ordine mondiale e del definitivo smantellamento dell’«utile finzione» del diritto internazionale in favore di una nuova «realtà brutale». «Permettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione» ha detto Carney, prospettando un atteggiamento sia etico che pragmatico da parte delle «potenze medie» e guadagnandosi così la standing ovation del pubblico di Davos.

FINO AD ORA Carney aveva mantenuto dei rapporti cordiali con l’amministrazione Usa, nonostante le minacce di pesanti dazi e di annessioni da parte di Trump, che martedì su Truth ha postato una nuova foto di una cartina del Nord America dove il Canada è rappresentato come uno stato a stelle e strisce. Tuttavia, come fa notare il New York Times, al momento le trattative tra i due Paesi sarebbero congelate, e non era previsto nessun incontro fra i due nonostante si trovassero entrambi a Davos ieri.

Nel frattempo, il discorso di Carney – particolarmente significativo perché pronunciato dopo i recenti accordi commerciali con il governo cinese, oltre che dopo l’annuncio di ingenti finanziamenti militari per fortificare il confine meridionale – ha avuto ampia eco su tutti i principali mezzi di informazione americani. Fox News, principale sostenitore dei Maga fra i media mainstream, ha sottolineato come il presidente abbia giustamente rimproverato Carney, alludendo alla supposta volontà di Trump, accennata ieri a Davos, di coinvolgere il Canada nella costruzione del Golden Dome – il sistema missilistico di difesa che dovrebbe proteggere l’intero Nord America.

Particolare spazio al discorso di Carney è stato dedicato dai mass media progressisti. La Cnn ha definito le parole del premier «una rotta per il futuro del Canada», aggiungendo che Ottawa starebbe valutando di inviare un contingente in Groenlandia come gesto simbolico di vicinanza al Paese.

DALLE COLONNE del Washington Post, lo storico Matthew Specter ha notato come il discorso di Carney «strappi il cerotto da un ordine liberale ormai logoro, ma con uno spirito stoico, non celebrativo». The Atlantic si è concentrato sulle reazioni di Trump, definendo il discorso del presidente Usa una «classica minaccia da mafioso», e lo ha criticato per gli attacchi contro il premier canadese. «Il discorso di Carney è significativo non solo per lo status del Canada come principale partner commerciale degli Stati uniti» osserva invece The New Republic «ma anche per il suo background nel mondo della finanza prima di entrare in politica».

Con il discorso di ieri Carney ha in un certo modo mostrato una via canadese come risposta alle politiche della Casa bianca degli ultimi mesi, ritagliandosi una posizione di rilievo tra gli oppositori di Trump. Una mossa giunta inaspettatata, anche considerando il background del premier canadese. Economista formatosi tra Harvard e Oxford, Carney è stato prima governatore della Bank of Canada tra il 2008 e il 2013, e in seguito della Bank of England tra il 2013 e il 2020 – peraltro, il primo cittadino non inglese a ricoprire questo ruolo. Definito spesso come un centrista e un liberale «blue grit» – ovvero aderente a quella corrente del progressismo canadese considerata più tradizionalista – ha vinto le scorse elezioni sebbene fosse dato per sfavorito.

NONOSTANTE di formazione si direbbe forse più un tecnico che un politico, nel discorso di martedì ha posto fortemente l’accento sui valori morali da perseguire, oltre che sulla pragmatica, facendo riferimento a un «realismo basato sui valori». «Siamo guidati da principi nel nostro impegno verso valori fondamentali» ha affermato «sovranità e integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza salvo nei casi conformi alla Carta delle Nazioni unite, il rispetto dei diritti umani».

mercoledì 21 gennaio 2026

Democrazia alla prova

Filippo Barbera
C'è poco da difendere, la democrazia va ricostruita

il manifesto, 21 gennaio 2026

Sentiamo ripetere da anni, con toni sempre più allarmati, che la democrazia è in crisi. I sintomi non mancano e, anzi, sono così numerosi che la crisi è ormai simile a una sindrome cronica. Astensionismo crescente, polarizzazione estrema, erosione dei diritti, normalizzazione di pratiche autoritarie, disuguaglianze enormi. Del resto, alle diagnosi basate sulla «crisi» seguono inevitabilmente ricette imperniate sul «ci vuole più democrazia», partecipazione e valori. Ma poi non accade nulla e, anzi, la sindrome si aggrava.

Gli assunti e l’impianto generale del convegno pubblico Democrazia alla prova che si terrà dal 23 al 25 gennaio a Palazzo ducale di Genova, promosso dal Forum Disuguaglianze e Diversità con Fondazione Palazzo Ducale e curato da Fabrizio Barca e Luca Borzani, seguono una strada diversa. Non si parlerà di crisi della democrazia, assumendo piuttosto che questa sia in perenne cambiamento e adattamento. Di conseguenza, non si invocherà un ritorno a qualcosa di perduto ma si cercherà di mettere a fuoco cosa non funziona nell’adattamento in corso.

Oltre ai contenuti e all’impostazione generale, l’appuntamento si riconosce per un cifra originale anche nel formato e negli interventi che, accanto a ospiti noti come Nadia Urbinati, Lucio Caracciolo, Evgeny Morozov e Vincent Bevins, ha previsto voci e testimonianze di giovani donne e giovani uomini coinvolti in esperimenti collettivi e in organizzazioni che attuano democrazia quotidiana e radicata nei luoghi di vita e di lavoro.

Così, le ipotesi di soluzioni che emergeranno avranno la possibilità di affrancarsi dal quadro, rassicurante ma asfittico, degli ideali astratti da difendere, dei «valori perduti da restaurare» e della partecipazione che non c’è più. Una mossa del cavallo decisiva e coraggiosa, dal momento che nulla ci suggerisce che quella democrazia sia ancora recuperabile solo attraverso con uno sforzo di volontà indirizzato a ottenere più democrazia.

La crisi sempre invocata non è solo un declino istituzionale, una perdita di fiducia tra cittadini e rappresentanti politici o un rapporto capitale-lavoro che si sviluppa nell’alveo di una crescita e di un conflitto non più regolati. La democrazia si è adattata a una trasformazione strutturale del capitalismo, in cui la politica, anziché correggere le asimmetrie del mercato e garantire l’eguaglianza, finisce per incorporarle e riprodurle con una curvatura autoritaria. Lo vediamo bene oggi, dagli Stati Uniti all’Italia, dalla Germania al Regno Unito. Ed è precisamente questo intreccio che rende anacronistici tanto gli appelli morali alla «partecipazione», quanto le nostalgie per il ritorno ai partiti di massa del Novecento o l’appello fideistico alla crescita economica che tutto risolve.

Il Novecento non tornerà più perché la modernizzazione capitalistica, la concentrazione del potere nelle mani di oligopoli tecno-finanziari e la trasformazione dei partiti in macchine elettorali senza radicamento sociale hanno eroso la fisiologia della democrazia liberale.

Continuare a invocare «più democrazia» senza ricostruire le condizioni materiali e gli equilibri di potere che la rendono possibile è come prescrivere ginnastica a chi ha perso l’uso delle gambe.

Cosa serva davvero per una nuova fisiologia della democrazia, in realtà, nessuno lo sa. E chi proclama di saperlo mente o s’inganna, scambiando l’eleganza o la purezza delle soluzioni con l’astrazione concreta necessaria per attuarle. Le soluzioni sulla carta non mancano, ma rimangono modelli che funzionano in fase pre-clinica e non applicata al problema da risolvere. E il «cosa» senza il «come» fa poca strada.

Possiamo lanciare un sasso nello stagno e sostenere che se si vuole ricostruire il Novecento e la politica di massa occorre passare attraverso un nuovo Ottocento, anche se in una condizione diversa (perché il ‘900 c’è già stato). Le grandi infrastrutture democratiche del Novecento non sono nate dal nulla, come Venere che emerge adulta e completamente formata dalle acque, ma da decenni pregressi di costruzione molecolare, conflitti, sperimentazioni, costruzioni istituzionali e lotte sociali.

Con una differenza cruciale: oggi non possiamo permetterci quella sequenza e quella pazienza. Agiamo certamente in una situazione diversa da quella ottocentesca e, nel contempo, non ci è concesso il lusso del tempo per attendere l’arrivo di un nuovo secolo breve.

La democrazia non si difende invocandola. Si ricostruisce praticandola con urgenza in forme nuove, radicali e adatte al presente.

Il convegno di Palazzo ducale ha il merito di porre la domanda. Speriamo che serva anche a trasformarla in un nuovo cantiere politico.

giovedì 28 agosto 2025

La grazia. Sorrentino superstar

Alberto Crespi
Sorrentino e la solennità del grande cinema

la Repubblica, 27 agosto 2025

VENEZIA – Naturalmente ci si divertirà a indovinare se Mariano De Santis, l’immaginario Presidente della Repubblica protagonista di La grazia, assomigli più a Scalfaro o a Mattarella (presidenti vedovi con figlie adulte) o magari a Cossiga, visto che nel film il suo soprannome è “cemento armato” e per il suo compleanno la figlia pensa di regalargli un piccone. Sembrerà di essere tornati al magico ’89, quando qui a Venezia lo sport più praticato dai festivalieri era chiedere a Nanni Moretti se il dirigente comunista di Palombella rossa era più D’Alema o più Veltroni o forse anche un pezzettino di Occhetto. Corsi e ricorsi lagunari. Ma per fortuna la Mostra è anche una rassegna di cinema, e La grazia fino a prova contraria è un film, e allora bisognerà anche dire una cosa, e dirla forte: forse è il miglior film di Paolo Sorrentino, e potrebbe sembrare un’affermazione spericolata di fronte a un regista che ha vinto un Oscar con La grande bellezza. Però potrebbe essere così. Proviamo a spiegarci partendo dall’inizio.

Sorrentino con Anna Ferzetti e Toni Servillo
Sorrentino con Anna Ferzetti e Toni Servillo 

Nei primi minuti di film Mariano De Santis, presidente cattolico ed ex DC con una figlia che si chiama Dorotea (qualcuno ancora li ricorda, i dorotei?), invita per cena al Quirinale una vecchia amica, sua e della moglie morta. Si chiama Coco Valori ed è una critica d’arte, rinfaccia al presidente di non averle mai dato uno straccio di museo da dirigere per poi aggiungere che lei, i musei, li brucerebbe tutti. Insomma, Coco Valori è una peste, ma De Santis le vuole bene perché gli ricorda la moglie, e forse è l’unica che potrebbe dirgli finalmente con chi la moglie lo ha tradito, quarant’anni prima. La scena a tre fra De Santis, Coco e Dorotea è purissima commedia sofisticata: sembra scritta da Billy Wilder.

Servillo e Sorrentino sul set
Servillo e Sorrentino sul set 

Poi il film prende altre direzioni, diventa un dramma da camera imperniato su temi molto “alti”: il lutto, la paternità, l’etica, le grandi domande. Si può concedere la grazia a chi ha ucciso il marito, o la moglie? Si può firmare in Italia una legge sull’eutanasia? La grazia non si nasconde di fronte a simili interrogativi, ma lo fa con uno stile intenso e sobrio: scordatevi le audacie stilistiche e i colori sgargianti di Parthenope, qui siamo in zona È stata la mano di Dio ma anziché in una famiglia popolare di Napoli siamo al Quirinale, e tutto si innalza, diventa solenne senza mai essere intimidente.

Anna Ferzetti
Anna Ferzetti 

La grazia scava nel vissuto di un presidente che è prima di tutto un essere umano. Un presidente simile, ancora ce l’abbiamo: ma sarebbe bello se altri politici fossero così.

La grazia

Regia di Paolo Sorrentino

mercoledì 12 novembre 2014

Basta con la nostalgia. Una prospettiva culturale per la sinistra

Gad Lerner
Perché adesso la sinistra deve dire addio al passato
Nel pamphlet “Senza il vento della storia”, Franco Cassano spiega i motivi per cui i progressisti hanno bisogno di lasciarsi alle spalle la nostalgia

la Repubblica, 12 novembre 2014

... la sconfitta del nazifascismo dà luogo in occidente a un compromesso fra capitalismo e democrazia contraddistinto da alti tassi di sviluppo e espansione dello Stato sociale: sono i “trenta gloriosi” anni della nostra gioventù, con i quali Franco Cassano sollecita la sinistra a smetterla di crogiolarsi. Finiti, superati, e se a noi della sinistra occidentale questa sembra una marcia indietro della storia, non è detto che la pensino così le masse dei paesi emergenti che iniziano a usufruire dello spostamento di quote di ricchezza orchestrato dall’alto. La globalizzazione, cioè, non può essere liquidata come mero progetto di dominio del capitale finanziario e delle multinazionali. La sinistra occidentale deve scendere dalla cattedra e cessare di sentirsi ospite innocente di un mondo cattivo, adesso che non rappresenta più gli ultimi e deve agire controvento. Muovendosi nella scomoda realtà di un pianeta pervaso da conflitti non riconducibili alla sola dimensione economica.
L’ultimo agile saggio di Franco Cassano, Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento ( Laterza), ha il pregio di affrontare con respiro storico i dilemmi attualissimi del Partito democratico e del governo Renzi.[...]  Già nel suo precedente libro, L’umiltà del male, di taglio più filosofico, Cassano manifestava la preoccupazione di evitare l’isolamento dei migliori, per non regalare a chi nega il valore della fraternità quella confidenza con le debolezze dell’uomo grazie a cui l’egoismo e il populismo sono diventati senso comune maggioritario.
Di fronte alla nuova dimensione mondiale del capitalismo, abile e veloce nell’incrociare i suoi piani con la spinta dei paesi emergenti, i partiti della sinistra in occidente si ritrovano sulla difensiva. L’istinto li sospinge a ripiegarsi nella mera tutela di diritti e tutele di fasce sociali sempre più ristrette. Minoritarie. Per non venire meno ai propri valori di giustizia sociale e di uguaglianza, rischiano di incappare in una boriosa autosufficienza.
È la ricerca politico-sociale a tornare prioritaria, riconoscendo l’inadeguatezza delle risposte fin qui elaborate per fronteggiare la globalizzazione. Chi s’illude di replicare meccanicamente nel tempo contemporaneo lo schema marxiano della lotta di classe — come fa Toni Negri delineando un conflitto mondiale fra l’Impero e le “moltitudini” degli oppressi — non riuscirà a comprendervi la natura delle guerre militari e commerciali che lacerano il pianeta. Chi delinea una resistenza incentrata su reti Lilliput di comunità locali in difesa dei “beni comuni”, resterà isolato dalle grandi masse alle prese con la scarsità delle risorse.
Cassano ripropone l’insegnamento gramsciano, ovvero la necessità di affidare alla politica, pur in condizioni avverse, l’impresa di costruire un blocco sociale più largo, capace di opporsi all’egemonia del capitale. Non potrà essere più una rete tradizionale di alleanze sociali, dovrà comprendere la nuova dimensione individuale del lavoro autonomo, dell’imprenditorialità, del precariato, dei diritti legati all’ambiente e alla cittadinanza.
E le categorie già tutelate dalla sinistra? Qui il discorso si fa scivoloso ma affascinante.
Rimanere aggrappata alla rappresentanza (decrescente) dei garantiti equivale a una rinuncia perché sinistra vuol dire “molti” e la politica è il luogo dei molti. Ma allora bisogna anche riconoscere l’impossibilità di una difesa efficace dei diritti che prescinda dalle ragioni della competitività. Cassano chiede alla sinistra di archiviare il patrimonio dei “trenta gloriosi” anni in cui si estese quello Stato sociale le cui garanzie oggi rimangono appannaggio di minoranze organizzate.
Non sarebbe corretto forzare il suo ragionamento dentro alle lacerazioni odierne della sinistra italiana alle prese con la riforma del mercato del lavoro. Eppure riesce difficile ignorarle di fronte a questa sua affermazione: «I diritti accumulati nel corso dei “trenta gloriosi” devono essere rinegoziati e resi compatibili con le risorse che un paese produce e di cui dispone nonché con la sua posizione all’interno del mondo globale».
Poco m’interessa stabilire se gli stimoli di Cassano alla ricerca di un nuovo blocco sociale suonino renziani o antirenziani. Ma certo, come per la Chiesa di Francesco, egli sembra suggerirci che anche per la sinistra del Ventunesimo secolo non possano esistere “valori non negoziabili”.

IL LIBRO Franco Cassano, Senza il vento della storia (Laterza, pagg. 91, euro 12)