sabato 17 ottobre 2026

Un dramma dell'espressione

Jean Meckert nel 1940

Pierluigi Pellini
Con il sudore della lingua, farsi belli in società: così non va

il manifesto, 11 ottobre 2026

«Il secondo libro è sempre il più difficile da scrivere», ripeteva Jérôme Lindon, l’influente direttore delle Éditions de Minuit, con una frase diventata proverbiale: un recente convegno francesistico, alla Sapienza di Roma, ne ha esplorato le implicazioni teoriche; e uno dei più dotati fra i narratori transalpini contemporanei, François Bon, l’ha messa sul frontespizio della riedizione del suo secondo romanzo, Limite: dilatato, a trent’anni dalla pubblicazione originale (1985), in una sorta di metaromanzo a posteriori. La frase di Lindon fotografa un dato storico-sociologico incontestabile: sono numerosi gli scrittori la cui memoria, in qualche nota a piè pagina dei manuali di letteratura, è affidata esclusivamente al romanzo d’esordio. È il caso di Jean Meckert, di cui oggi Einaudi riesuma appunto il primo libro, scritto nel 1936 da quello che era, allora, un operaio ventiseienne, uscito nel 1941, salutato con favore da lettori prestigiosi e diversissimi come André Gide e Raymond Queneau, e mai prima tradotto in italiano: Le botte (nella versione di Luca Bianco, con una prefazione di Annie Le Brun, pp. 264, € 19,50).

Di romanzi, negli anni successivi, Meckert ne ha scritti ancora molti; ma senza mai convincere, almeno fino a quando non si è specializzato – sotto pseudonimo: John o Jean Amila – nel noir e nel poliziesco, con buon successo di pubblico. Il fatto è che Le botte si regge su un equilibrio paradossale e verosimilmente irripetibile: in apparenza propaggine tarda e stanca della letteratura cosiddetta ‘populista’ degli anni Trenta francesi, è in realtà del tutto estraneo a ogni idealizzazione sentimentale dei sobborghi parigini; sicuramente debitore di Céline – la voce del narratore e protagonista, Félix, nelle sue cadenze gergali, nel suo rifiuto sprezzante di ogni politesse, e perfino in qualche velleità sentenziosa («Sarebbe troppo difficile amare allo stesso tempo una donna e la verità»), fa smaccatamente eco al Ferdinand del Viaggio – restringe però il suo mondo alla storia di un rapporto di coppia, adottando una struttura narrativa claustrofobica: più simile a quella del tradizionale romanzo psicologico francese (anche per questo, probabilmente, piaceva a Gide), ma asciutta, ridotta all’osso dei fatti, senza il benché minimo compiacimento analitico.

È la storia, in larga misura autobiografica, ma soprattutto elementare (e per questo «irraccontabile»), di uno squilibrio di classe nel matrimonio: dopo anni di disoccupazione, Félix trova lavoro come carrozziere non specializzato; Paulette fa la segretaria nella stessa azienda: viene da una famiglia della piccola (anzi piccolissima, ma pretenziosa) borghesia; è sposata con un artista fallito e malaticcio che la sfrutta. Il flirt con Félix affretta il divorzio, seguìto a breve dal nuovo matrimonio: l’intimità fra gli amanti è perfetta, entrambi i protagonisti vivono un momento di felice appagamento. Ben presto, però, i pranzi domenicali dalla suocera, le visite ai cugini arricchiti, la coazione a un consumismo culturale nobilitante (l’Opéra!), l’obbligo, tipicamente francese fin dal Grand Siècle, di conquistare considerazione sociale «con il sudore della lingua», sciorinando «le schifose parole» («la conversazione trangugia di tutto, è una necessità, fischi per fiaschi, l’universo intero in un ditale da sarta»), tutte le piccole esigenze, insomma, della vita familiare esasperano Félix: le differenze con Paulette si rivelano inconciliabili. La donna esprime il suo disagio con accessi di loquela querimoniosa; mentre l’uomo, incapace di verbalizzarlo per indole e per (assenza di) cultura, ricorre con frequenza e violenza crescente ai coups, alle botte. Dal punto di vista tematico, fa fede il titolo: è un romanzo sulla violenza domestica. Anche per questo, è probabile, Einaudi avrà deciso il repêchage.

Ora, i libri dimenticati che tornano in libreria per mere ragioni di attualità, o moda, contenutistica sono quasi sempre insignificanti. Se nel caso de Le botte non è così, se da un canovaccio ritrito, in letteratura come nella realtà, Meckert riesce a ricavare quasi miracolosamente un bel romanzo, è perché la lettura sociologica anni Trenta (operaio vs piccola borghese) si rivela parziale o addirittura fuorviante; mentre la lettura moralista (o gender), attualizzante e pedagogica, fa cilecca. Il fuoco del libro è altrove: in qualche modo, se ne era reso conto Gide, che parlava, per il protagonista, di un «dramma dell’espressione». Ed è vero che Félix non sa tradurre in parole i suoi sentimenti e le sue idee, il suo vitalismo materialista e libertario, la sua insofferenza per i luoghi comuni. Però raccontando la sua storia fallimentare mostra in realtà di possedere una coscienza, anche linguistica, ben superiore a quella di Paulette. E infatti nelle tirate della moglie ritrova e irride il linguaggio dei romanzi d’appendice o dei film di cassetta; nelle discussioni fra i familiari sulle qualità di un tenore riconosce (senza averle lette, ovviamente) le tesi di due diverse recensioni. Perché Félix ha una sensibilità esacerbata per il linguaggio inautentico: non trova le parole per dire sé stesso (in questo, è più modernista che populista), ma riconosce a colpo sicuro il cliché, la frase fatta, il paludamento ipocrita che dice il mondo non com’è, ma come qualcun altro lo ha descritto, come il perbenismo conformista lo vorrebbe.

La trama è tutta qui: il protagonista scopre appunto con orrore crescente che la deliziosa Paulette, di cui adora il corpo (neanche tanto bello, neanche più tanto giovane, ma capace di soddisfare ogni suo desiderio: senza mai essere sessualmente esplicito, il libro ha una forte carica sensuale), ha la mente «tutta imbellettata di fiori finti», colonizzata dai pregiudizi della madre, dai sentimentalismi della posta del cuore – «Amore, bellezza, ideale… Il suo spirito era quello dei giornaletti femminili, tutto il pantano melmoso che ai cambi di stagione fa quella puzza purulenta». Félix si sente imprigionato in una «muraglia di parole», sommerso da una «diarrea di parole»: e allora picchia la moglie.

Poi si scusa, è dispiaciuto, fa promesse; o si giustifica, pretende di essere «un buono» – è lo scontato copione ripetuto da tanti maschi violenti, ora come allora. Non c’è motivo di negarlo (come fa con provocatoria disinvoltura la scrittrice Annie Le Brun nella sua prefazione, datata 1993): inestricabilmente mescolato al suo individualismo libertario, céliniano e contagioso, c’è in Félix un esibito egoismo maschilista, un radicato rancore misogino; mentre gli manca del tutto quell’afflato «incrollabilmente umanista» di cui lo gratifica, chissà perché, la quarta di copertina einaudiana. Del resto, dichiaratamente, il suo è un esistenzialismo del corpo: sempre, in lui, «i testicoli» si mettono «in moto prima del cervello». E però se è vero, come credo, che la povera Paulette, oggettivamente inerme e quasi incolpevole, farebbe prudere le mani anche al lettore (e perfino alla lettrice) più incline alla non violenza e meno condizionato da retaggi patriarcali, vuol dire che il congegno narrativo funziona, che la storia colpisce nel segno, che il libro meritava di essere tradotto. Perché la buona letteratura non induce a giudicare, e tantomeno a essere buoni, ma a capire – anche il male.

https://machiave.blogspot.com/2026/10/le-botte.html

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