Judith Revel
Michel Foucault, un'opera al presente plurale
il manifesto, 15 ottobre 2026
Tempi presenti Il filosofo e storico francese, scomparso a Parigi nel 1984, era nato il 15 ottobre del 1926 a Poitiers. Una cartografia delle letture e degli usi possibili dei suoi testi che riunisce diverse generazioni e punti di vista. Un convegno martedì 20 ottobre al Liceo Visconti di Roma.
La difficoltà viene rappresentata dalla stratificazione delle diverse generazioni di foucaultiani, a sua volta determinata dalla modifica del corpus. La «prima generazione» – gli amici di Foucault e i suoi colleghi – ha lavorato quasi esclusivamente a partire dai suoi libri. E tra tutti i libri, la scelta del punto di ingresso implicava sia un tipo di lettura sia un’«identificazione» molto variabili. Il Foucault dei lettori di Storia della follia non era necessariamente lo stesso del Foucault dei lettori de L’Archeologia del sapere. Gli effetti di lettura hanno indotto effetti di identificazione: un Foucault più o meno strutturalista, più o meno associato all’analisi del discorso, più o meno storico, più o meno politico… La pubblicazione dei Dits et écrits, nel 1994 ha cambiato tutto, ed è su queste quasi quattromila pagine di enorme ricchezza che la «seconda generazione» dei foucaultiani, che non avevano mai conosciuto il filosofo, ha basato in larga misura la propria lettura.
TERZO AMPLIAMENTO fondamentale del corpus: la pubblicazione dei corsi al Collège de France, che ha fatto emergere «oggetti» d’indagine a volte già noti, ma sotto una luce diversa – la governamentalità, la biopolitica, la soggettivazione, la questione della verità e, ovviamente tutta la svolta etico-politica degli ultimi anni. I corsi del Collège hanno costituito il terreno di gioco privilegiato di un’intera generazione – se si vuole: la terza. Infine, nel 2013, Daniel Defert, compagno di Foucault, ha venduto alla Bibliothèque nationale de France 38mila pagine rimaste finora sconosciute, l’equivalente di 110 scatole d’archivio: fascicoli di lavoro, appunti di lettura, bozze, testi non pubblicati, lezioni, manoscritti, lettere, e perfino un «journal intellectuel» – un diario intellettuale… E così l’intero progetto di pubblicazione degli inediti ha preso una nuova piega.
Si può tuttavia procedere altrimenti, e individuare in quella stratificazione complessa almeno quattro grandi «famiglie».
La prima è quella delle letture filologiche: strettamente legate all’edizione critica dei testi, in particolare nell’ambito di quattro grandi progetti editoriali (ricordavamo la pubblicazione dei Dits et Écrits presso Gallimard, nel 1994 e quella delle lezioni al Collège de France, completata nel 2015; ma anche i due volumi nella Pléiade, e la pubblicazione, da diversi anni, di numerosi inediti – come nel recente caso del Discours philosophique nel 2023) che contribuiscono a modificare la nostra percezione del pensiero foucaultiano. Questo approccio «internalista» cerca ancora oggi di mettere in risalto la difficile ma innegabile coerenza del percorso foucaultiano.
La seconda riunisce tutti coloro che, nell’intento di proseguire le indagini condotte dallo stesso Foucault, cercano di attualizzare le sue analisi e di interrogarsi su come. dalla sua epoca alla nostra, gli oggetti e i discorsi, le rappresentazioni e le pratiche, abbiano potuto mutare, disgregarsi e ricomporsi in modo diverso, trasformarsi, o addirittura scomparire del tutto, lasciando spazio a nuove configurazioni. Dalla critica politica delle identità – fortemente abbozzata da Foucault a partire dalla fine degli anni ’70 – all’analisi dei dispositivi di sessualità e all’emergere delle tematiche di genere e del pensiero queer, dall’analisi dei biopoteri alla descrizione delle varianti contemporanee di neoliberismo, dalla fascinazione sempre rinnovata per i modi di soggettivazione all’idea di un’etica pratica dell’esistenza, dalla ridefinizione dell’intellettuale come «intellettuale specifico» alla genealogia allo stesso tempo inquieta e speranzosa delle forme di militanza, i campi oggi ripresi dalla filosofia – secondo Foucault, senza dubbio, ma anche dopo Foucault – sono tanti.
SI TRATTA DI FAR VALERE il suo lavoro in un presente – il nostro – che è ormai molto diverso dal suo. Si tratta anche di applicare il suo metodo – capire quello che siamo diventati a partire da quello che abbiamo cessato di essere.
La terza comprende tutti coloro che usano la «cassetta degli attrezzi» foucaultiana in ambiti che egli stesso non aveva previsto – al di fuori, quindi, delle sue stesse indagini. Un’estensione non più in direzione della nostra attualità, ma rivolta a campi e questioni, sperimentazioni e problematizzazioni nuovi. Qui si tratta molto spesso di un Foucault inatteso, liberato dai vincoli del commento testuale e reso paradossalmente autonomo rispetto alla sua stessa opera. A condizione, tuttavia, che i due aspetti fondamentali del pensiero foucaultiano – contro ogni filosofia della storia: la necessità di una storicizzazione radicale dell’indagine filosofica; contro ogni filosofia del soggetto: il progetto di una storia dei modi di soggettivazione -, senza i quali il riferimento al filosofo perderebbe ogni senso, rimangano comunque centrali.
Nel campo della critica d’arte e dell’estetica, degli studi postcoloniali e subalterni, del cinema e del teatro, ma anche nell’esplorazione di tematiche così diverse come l’infanzia, la pianificazione urbana, lo sviluppo dell’ingegneria genetica, la disciplina militare, l’etica medica, le nuove tecnologie o le ondate migratorie, Foucault è diventato così il nome di un vero e proprio operatore di problematizzazione: una sorta di lente attraverso cui guardare il mondo e interrogarne le forme e gli oggetti, i principi di organizzazione e le novità. Già dalla fine degli anni ’70, gli studi postcoloniali avevano fatto proprie le analisi foucaultiane (non senza aver espresso, talvolta, disaccordi assai vivaci rispetto alla rigorosa «occidentalità» delle sue tematiche). Oggi assistiamo a una vera e propria diffusione, che va oltre la sola filosofia: in giurisprudenza, in sociologia, in psicoanalisi, in etica medica, in scienze del linguaggio, in archivistica, in geografia, emergono nuovi oggetti d’indagine e nuovi interrogativi.
Infine, la quarta famiglia è quella la cui notorietà è stata per molti anni la maggiore. In essa si trovano pensieri notevoli, per i quali il riferimento a Foucault è stato allo stesso tempo erudito e molto spesso attualizzato o reinvestito, in un effetto di sovrapposizione delle prime tre «famiglie». Con l’unico problema che la doppia specificità metodologica foucaultiana – storicizzazione, soggettivazione – sembrava talvolta scomparire: i concetti foucaultiani venivano fatti fluire lungo i sentieri della storia con una relativa indifferenza verso la periodizzazione; e la destituzione della forma classica del soggetto lasciava dietro di sé la pura traccia della sua mancanza, quando non veniva apertamente rivendicata come l’unico modo per sottrarsi ai poteri.
RIFLESSIONI SULLA BIOPOLITICA svincolate dal loro radicamento in una specifica economia politica (per Foucault: la governamentalità liberale prima, le sue varianti neoliberali dopo)? Riflessioni sull’impersonale, o sulla terza persona, indifferenti alle pratiche di sé e ai modi di vita? Si può dissentire. Ma chiedersi cosa significhi essere foucaultiani oggi non esige la definizione di un canone, né richiede il rispetto di un’ortodossia. Fa invece valere una franchezza, un uso parrèsiastico della critica e un coraggio di cui spesso ci siamo scordati di essere capaci.
Martedì 20 ottobre al Liceo Visconti di Roma (ore 11,15/14) si svolgerà un convegno dal titolo «Michel Foucault, pensare il presente» cui partecipano Judith Revel, Elettra Stimilli, Roberto Ciccarelli, Sergio Petrella, Rita Pappalardo, Jocelyn Florina.

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