Gli storici sono come i medici e quando una società si ammala di amnesia, tocca a loro riconoscerne i sintomi. Distinguere i fatti dalle leggende, la memoria dalla propaganda, le responsabilità dalle autoassoluzioni. Naturalmente la diagnosi non sempre piace. Soprattutto quando il paziente occupa uno scranno istituzionale e preferirebbe sentirsi dire che il proprio passato gode di ottima salute. Peccato però che gli archivi storici, chiamati a custodire il nostro passato, non siano alla mercè dei potenti di turno.

E così, nell’Italia del 2026, il Presidente del Senato Ignazio La Russa pretende le mie scuse (peraltro da “signora”, non da docente universitaria) per aver ricordato nel programma televisivo Otto e mezzo, il Giovedì nero di Milano del 12 aprile 1973. Una manifestazione missina vietata dalle autorità della prefettura, gli scontri, una bomba a mano che uccide con un colpo in pieno petto, l’agente di polizia Antonio Marino, di appena ventidue anni.

La mia imperdonabile colpa? Aver posto una semplice domanda: quale trattamento sarebbe stato riservato ai protagonisti delle manifestazioni violente degli anni Settanta se fossero state applicate loro le misure di sicurezza che oggi la destra invoca, con fermezza, contro chi protesta? Le domande, si sa, hanno questo inconveniente: non sempre consentono risposte rassicuranti.

Ma Marc Bloch, che pagò con la vita la sua scelta di libertà contro la tirannia nazista, ci ha insegnato che lo storico non è un giudice incaricato di distribuire assoluzioni e condanne. Il suo compito è comprendere. E comprendere significa anzitutto interrogare le fonti, contestualizzare le azioni, ricostruire le responsabilità, le culture politiche, le appartenenze, i linguaggi della violenza. Senza piegare il passato alle convenienze del presente.

Per questo non ho mai attribuito a Ignazio La Russa responsabilità penali per l'omicidio Marino, non risultando una sua condanna per quel delitto. Rivendico però il diritto di esaminare e ricordare (con le carte alla mano) il ruolo politico che ebbe nella destra missina milanese. Perché la storia non coincide con il casellario giudiziale. E l'assenza di una condanna non equivale all'inesistenza di un passato. Del resto basta entrare in un archivio.

I fatti


Già il 13 aprile 1973 l'Unità pubblicava in prima pagina la notizia dell'uccisione dell'agente Marino, accompagnata da una fotografia che ancora oggi restituisce tutta la brutalità di quella giornata. Altre immagini documentano la mobilitazione missina, mentre le cronache dell'epoca ricostruiscono il ruolo dei dirigenti del Fronte della Gioventù. Ma soprattutto esistono gli atti giudiziari, conservati e resi consultabili on line dall'Archivio Flamigni.

Nella sentenza istruttoria del Tribunale di Milano, procedimento n. 2278/73-A, compare il nome di Ignazio La Russa, indicato come responsabile del Fronte della Gioventù milanese. L'atto riporta una contestazione relativa alla promozione dei disordini del 12 aprile e all'incitamento dei militanti a raggiungere piazza Tricolore, nonostante il divieto del comizio missino. Ovviamente si tratta di contestazioni istruttorie, non di condanne. Una distinzione che considero indispensabile. Anche perché il rigore dello storico consiste anche nel riconoscere ciò che le fonti non consentono di affermare.