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domenica 2 agosto 2026

La sceneggiata romana

Andrea Colombo
Giorgia e l'allarme rosso per riconquistare la scena

il manifesto, 2 agosto 2026

L’emergenza c’è stata, certamente pilotata da chi usa disperati e migranti come carne da cannone. È durata poche ore, senza rappresentare mai un problema per l’Italia, e si è dissolta.

Giorgia Meloni non se ne è accorta o, più precisamente, finge di non essersene accorta. Quando ha preso l’inaudita decisione di chiudere senza motivo i confini per chi arriva dalla Spagna, ma solo se ha la pelle scura, era già evidente l’assenza di pressione sui confini della patria. Quando ieri ha vergato, con la sodale socialdemocratica danese Fredriksen, una missiva rivolta ai vertici Ue per reclamare «risposta europea immediata e coordinata» ai fatti di Ceuta, era palese che di quella tempestiva risposta non c’era più alcun bisogno. Tuttavia 20 governi europei hanno apposto la loro firma in calce alla richiesta, che è stata naturalmente accolta.

Della sceneggiata isterica ed emergenziale seguita alla “invasione” di Ceuta Meloni è stata la principale regista. Ha aperto le danze e poi dato il la, pur non avendo assolutamente nulla da temere. In parte ha agito in conto terzi. Ha dato una mano allo stretto compagno d’arme Santiago Abascal, leader di Vox, ma anche ai Popolari spagnoli che si preparano a tentare la spallata contro Sánchez a braccetto con i franchisti. Facendo il gradito favore alla destra spagnola, la leader di quella italiana lo ha fatto anche a se stessa e ai leader cugini all’offensiva in tutta Europa.

Sánchez è la bestia nera tanto della destra radicale quanto di quella egemone nel Ppe, l’anomalia da eliminare prima che il contagio si diffonda, la ridotta da conquistare per chiudere il conto con la sinistra europea.

Colpire il governo di Madrid significa indebolire i rivali ovunque. La sua testa sarebbe anche un grazioso dono da offrire al capriccioso imperatore di Washington, che lo ha messo in testa alla sua lista nera da un pezzo e che non ha perso tempo nel dare man forte al coro europeo, come sempre con toni ancor più splatter. Probabilmente però la premier italiana si sarebbe mossa allo stesso modo comunque. La virata brusca dell’Europa sulla rotta dei respingimenti e della blindatura dei confini è il solo successo che Meloni possa vantare sul fronte che l’ha vista per quattro anni più impegnata, quello della politica estera.

Ceuta offriva l’occasione per piazzare indebitamente quel dossier, oggi in realtà secondario, al centro della scena europea. Meloni l’ha colta stravolgendo la realtà, inventando di sana pianta un allarme rosso inesistente, cercando e trovando un incidente internazionale assolutamente gratuito. Oggi figura come punta di una sorta di internazionale nera che la riavvicina a Trump ma anche come punto di riferimento delle politiche migratorie della civilissima Europa. Si frega le mani e la si può capire. Molto più difficile è capire la reazione di quei governi e di quell’establishment europeo che, di fronte a un attacco tanto ruvido quanto immotivato e comunque di valenza politica inaudita, hanno di fatto scelto la complicità. Se la decisione italiana di sospendere per un mese il trattato di Schengen non appare ridicola e pretestuosa qual è, se non viene bollata come colpo basso che mina deliberatamente i vincoli di solidarietà e lealtà tra i Paesi dell’Unione, è perché nessuno osa dirlo apertamente. Nessuno si smarca. Nessuno critica. Nessuno punta l’indice. Molti, anzi, si accodano.

Su tutti i leader europei grava il ricatto dell’estrema destra. Ciascuno si sente nei rispettivi Paesi assediato. Ognuno cammina sulle uova nel terrore di facilitare il lavoro agli assedianti scontentando gli umori dell’elettorato sul tema che più di ogni altro gonfia le vele di una destra sempre più radicale. Senza rendersi conto che, in questo modo, la destra radicale ha già vinto comunque. Così persino una messa in scena ai limiti del buffonesco come la sospensione di Schengen finisce per pagare chi l’ha allestita.

martedì 2 giugno 2026

Voglia di vincere


C'è una differenza tra voglia e volontà. La smania assoluta di vincere le elezioni spinge a moltiplicare mosse ritenute utili, col rischio concreto di compiere passi falsi dettati dalla grossolanità del calcolo. Al contrario, la determinazione a vincere parte da un'analisi realistica dello scenario: si individuano le scelte più efficaci per raccogliere consensi e si accantonano le uscite rischiose o controproducenti. Ultimamente sia Giorgia Meloni che Elly Schlein hanno messo in luce tutto il loro desiderio di assicurarsi il primato, mentre in realtà stavano imboccando una strada capace di produrre il risultato opposto. La legge elettorale da una parte, la patrimoniale dall'altra. Possono sembrare assi nella manica e sono trappole. Ha scritto Marcello Sorgi di Giorgia Meloni:

"Oggi la premier sa di non sentirsi così sicura come quattro anni fa. Ed anche se i sondaggi la confortano dandole ancora un forte sostegno popolare, è consapevole che in una gara a due, non più solitaria come nel 2022, e sia pure con un avversario pieno di difficoltà e non in grado di risolverle facilmente, com’è il centrosinistra, qualsiasi risultato è possibile. Specie tra un anno, quando appunto si apriranno le urne. Ma tant’è: e chissà che non sia maggiore il rischio di cambiare le regole, invece di farsi coraggio". Mancanza di coraggio e esposizione crescente al rischio. 

Ed ecco ora Ferruccio De Bortoli su Elly Schlein: 

"l’idea di una patrimoniale, che sembra affascinare la segretaria del Pd, è di fatto irrealizzabile. La ragione principale è che i grandi capitali, quelli che si vorrebbero colpire, se ne vanno all’istante, se non se ne sono già andati. E i detentori di quelli più piccoli, anche se non toccati dall’eventuale provvedimento, si sentirebbero subito minacciati. Insistere sul tema di una patrimoniale è il modo migliore per perdere le elezioni". Tentazione vana, diversivo peggio che inutile, dannoso.

Ci sarebbe da chiedersi come mai, con tutti i problemi reali e pressanti che ci sono sul tappeto, la politica italiana va a infilarsi in una serie inverosimile di vicoli ciechi. La risposta purtroppo è di una semplicità disarmante. Il pensiero magico permette di puntare su risultati strabilianti senza garantire con questo il successo effettivo alla fine. E allora in una situazione piena di risvolti negativi può sembrare più saggio voltare le spalle alla realtà e scegliere di giocare alla lotteria. Prima o poi il sogno si infrange e tocca a qualche altro ripartire da zero. Mettersi a pensare. Vagliare le scelte. Trovare il coraggio di formulare proposte impopolari ma giuste. Siamo proprio obbligati a sbattere la testa contro il muro prima di sceliere la via del progetto realistico? Non siamo per nulla obbligati. Qualcuno tra gli alti responsabili in seno alle forze politiche oserà dirlo? Si farà coprire di insulti, non troverà tanto ascolto. Avrà se non altro, a futura memoria,  la soddisfazione di aver fatto fino in fondo il suo dovere. 

venerdì 29 agosto 2025

L'identità e le radici

Uta di Ballenstedt (modello per la regina di Biancaneve)

Enrico Rossi
già presidente della regione Toscana
Facebook

Sarebbe un errore ridurre a propaganda il successo, davvero straordinario, che Meloni ha avuto ieri al meeting di Comunione e Liberazione.
Non basta neppure elencare i problemi di cui la presidente non ha parlato -salari, dazi, sanità, precarietà- per rispondere adeguatamente al suo discorso e spiegare il perché di un’accoglienza davvero entusiasta con applausi ripetuti e scroscianti.
Prima di tutto bisogna dire chi è Comunione e Liberazione.
Comunione e Liberazione (CL) è un movimento cattolico fondato da don Luigi Giussani a Milano negli anni ’50. Nasce come esperienza educativa per studenti delle scuole superiori e universitarie, proponendo un cristianesimo vissuto integralmente, in cui fede, vita di comunità e azione sociale/politica si tengono insieme. Di qui deriva la rete di opere sociali, scuole, fondazioni e anche l’influenza politica che CL ha avuto in Italia.
Già negli anni 70 e 80 CL non resta soltanto un’esperienza religiosa. Attorno al movimento crescono associazioni, cooperative, fondazioni, scuole, università (come la Cattolica di Milano e la Bicocca con forti presenze CL), ospedali e cliniche. Un vero e proprio sistema di potere che lega fede ed economia.
Il passo successivo è l’ingresso nella politica attiva. Nasce la corrente di CL nella Democrazia Cristiana (con Roberto Formigoni come figura simbolo), e poi, dopo Tangentopoli, il legame con Berlusconi e il centrodestra. CL diventa così un serbatoio di quadri politici, capace di spostare voti e influenzare le scelte istituzionali. Non a caso il Meeting di Rimini diventa negli anni una tappa obbligata per leader di tutti i partiti, della destra in particolare.
Meloni ieri, al di là dei singoli contenuti, ha presentato un progetto politico che si nutre di ideologia reazionaria e assume persino una patina di spiritualità, rivendicando una comune radice culturale e un disegno condiviso di una società chiusa e regressiva.
La Presidente del consiglio post fascista, l’erede del Movimento Sociale Italiano, si sposa così perfettamente con CL e ne diviene a tutti gli effetti la leader politica, promettendo sia la rappresentanza dei valori sia la protezione delle opere sociali.
Meloni, madre e cristiana, ribadisce la centralità della famiglia tradizionale, rilancia un piano casa per i giovani per “incentivare la natalità”, annuncia fondi alle scuole private, lancia anatemi pesanti contro le nuove forme di genitorialità, come se nella società esistesse solo il modello di famiglia che hanno in testa i reazionari.
In linea con l’ideologia del corporativismo fascista e con le sensibilità più retrograde del cattolicesimo preconciliare, la Presidente espone la sua preferenza per un’Italia senza conflitti sociali.
Imprenditori e lavoratori sarebbero uniti da una naturale condivisione: “non ho mai conosciuto-dice- un datore di lavoro che non considerasse i suoi dipendenti la risorsa più preziosa”. Un discorso utile a nascondere la precarietà, lo sfruttamento e i bassi salari dei lavoratori, assolvendo in blocco tutta la parte datoriale.
Georgia sull’immigrazione non ha timori a presentare un volto duro, che tira dritto senza piegarsi di fronte agli ostacoli e neppure alle morti in mare, rifiutando la natura complessa e plurale del potere nelle odierne democrazie avanzate.
La presidente diventa persino feroce: “Ogni tentativo che verrà fatto di impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione illegale verrà rispedito al mittente. Non c’è giudice, politico o burocrate che possa impedirci di fare rispettare la legge dello Stato Italiano, di garantire la sicurezza dei cittadini, di combattere gli schiavisti del terzo millennio e di salvare vite umane”.
Poco importa che lei e il suo governo abbiano deciso di rimpatriare su un volo di Stato uno dei piu potenti e feroci schiavisti libici affinché potesse riprendere la sua attività di torturatore di migranti, che lo Stato italiano finanzia insieme cosiddetta guardia costiera libica la quale spara sui naufraghi e sulle navi delle ong.
Ma è ancora il tema dell’identità e delle radici a fare da collante a tutto il discorso reazionario di Meloni. L’Europa a cui pensa è a molto diversa dal suo progetto federalista originario, che lei, d’altra parte, ha esplicitamente contestato quando in parlamento si scagliò contro il Manifesto di Ventotene.
L’Unione Europea meloniana è essenzialmente una somma di nazioni, tenute insieme dalle “radici culturali e religiose, ovviamente fino ad oggi “colpevolmente negate”.
L’Europa di Meloni è trumpiana: la scelta atlantista esprime un consenso di fondo con la destra estrema americana che è antieuropeista, di tendenze illiberali, conservatrice in tema di diritti, e subordinata agli interessi economici del grande capitale.
La leader che un tempo strillava contro Bruxelles oggi si atteggia a statista responsabile che segue le direttive di Washington: importare a caro prezzo il gas americano, aprire i mercati ai prodotti statunitensi senza dazi, aumentare la spesa per le armi.
L’unica novità di Giorgia, ieri, sono state le parole durissime contro il governo Netanyahu, senza nessun cenno al riconoscimento dello Stato palestinese né a eventuali sanzioni o rottura di accordi e collaborazioni con lo Stato di Israele che sta compiendo un genocidio e viola i diritti umani. Appunto, sono soltanto parole da parte della Presidente del Consiglio.
A Rimini, Meloni ha raccolto applausi e standing ovation, segno di una convergenza di fondo con settori del mondo cattolico, moderato e tradizionalista.
Quello che emerge è un progetto reazionario, che restringe le libertà, richiama al conformismo culturale, pretende un’armonia sociale forzata, usa la violenza contro i migranti, deprime e umilia il ruolo dell’Italia a livello internazionale con l’obbedienza a Washington.
Si delinea una preoccupante volontà di mettere in secondo piano i diritti umani e sociali, di alzare dovunque steccati e barriere.
Meloni miete consensi con CL non solo per le sue doti oratorie, ma soprattutto perché fiuta il tempo che viene e ne dà l’interpretazione oggi vincente nel mondo occidentale, culturalmente egemone.
La sinistra se vuole rispondere veramente a questa sfida deve coglierne l’enorme portata, non limitarsi a fare un elenco di buone cose ma avanzare una diversa filosofia sociale, una visione alternativa della società che aggiorni i principi di eguaglianza e libertà, di solidarietà e accoglienza, di convivenza pacifica.
Qualcosa si sta muovendo nella giusta direzione ma la strada è ancora lunga.

Credere all'imperatrice


Al Meeting di Rimini l’abisso tra Meloni e Leone XIV

Luigi Testa, Domani, 29 agosto 2025

La differenza tra un principiante e un politico abile è che il primo agita rosari in piazza, il secondo parla di Guitton, Elliot e Frassati al Meeting di Rimini. Ma, in entrambi i casi, che imbarazzo.

Che imbarazzo anzitutto da giurista, per certi slogan disseminati nell’autocelebrazione di Giorgia Meloni. Ma poi che imbarazzo da credente. Confesso, sì, che ho provato un certo disagio a sentire un capo di governo – che pure, in un passaggio parla di «separazione tra stato e chiesa» – parlare di beati e di santi.

Ma poi, mi ha imbarazzato il chiaro posizionamento ecclesiale della premier. Nessuna citazione di papa Leone: solo un rapidissimo riferimento alla politica come «forma più alta di carità». Formula ormai usurata, che risale a Paolo VI, se non addirittura a Pio XI. Ovviamente, neanche l’ombra del predecessore, papa Francesco, di cui non si vedeva l’ora di un’accurata damnatio memoriae.

Nulla di Benedetto XVI, che pure di politica ha scritto tanto, e che generalmente è ascritto alla lista dei conservatori; ma la verità è che Benedetto era un’intelligenza troppo fine per potersene appropriare senza controindicazioni.

L’unico papa che si cita, ovviamente, è Giovanni Paolo II. Un po’ perché pure la premier soffre di idealizzazione del tempo della sua gioventù – starei per scrivere giovinezza, ma purtroppo ormai sarebbe così scontato. E un po’ perché tra tutti i papi recenti è a lui che sembra andar meglio il figurino identitario che fa comodo alla narrazione di Meloni. Tanto lui è morto da troppo tempo per potersi alzare a smentire.

E poi il colpo da professionista, a non lasciare margini di ambiguità sul proprio collocamento: la citazione, sul tema dei migranti, di quel «grande uomo di chiesa come il cardinale Robert Sarah». Al lettore la pazienza di una rapida ricerca sul web per conoscere di più delle posizioni del «grande uomo di chiesa»; difficile farne qui una sintesi efficace. Ma non vi spaventate troppo.

Il messaggio di Leone

Lo slogan del Meeting di quest’anno era “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, ma l’impressione è che i mattoni nuovi che ha in mente Meloni siano diversi da quelli che ha in mente anche Leone XIV.

Andatevi a leggere il messaggio che il papa, a firma del segretario di Stato, ha inviato a Rimini. Lì «l’amato papa Francesco» è citato, ed eccoli i mattoni nuovi che indica Leone: «Senza le vittime della storia, senza gli affamati e gli assetati di giustizia, senza gli operatori di pace, senza le vedove e gli orfani, senza i giovani e gli anziani, senza i migranti e i rifugiati, senza il grido di tutta la creazione non avremo mattoni nuovi».

I mattoni di Meloni sono quelli tutt’altro che nuovi di un identitarismo di stampo suprematista e colonialista, in senso lato. Peraltro, pieno di contraddizioni. Da un lato, si denuncia «un’epoca nella quale si vorrebbe omologare tutto» e si critica «chi pensa che sia possibile modellare la realtà sulla base delle proprie convinzioni», dall’altro – e questo è un passaggio chiave – Meloni dice che costruire con mattoni nuovi vuol dire «saper calare nel proprio tempo il proprio sistema di valori». Il che va proprio nella direzione dell’omologazione e dell’adattamento della realtà alle proprie convinzioni.

L’esatto opposto di quello che chiede Leone nel suo messaggio: lasciare che sia la realtà a “inquietare” il proprio sistema di valori. «Autentico realismo è quello che include chi ha un altro punto di vista, vede aspetti della realtà che non si riconoscono dai centri di potere dove si prendono le decisioni più determinanti». «Negare le voci altrui e rinunciare a comprendersi sono esperienze fallimentari e disumanizzanti. Ad esse va opposta la pazienza dell’incontro con un Mistero sempre altro, di cui è segno la differenza di ciascuno».

Martino e l’imperatore

Il discorso di Meloni ha il sapore ferente di una roccia dura, immobile, gelida. Quella di papa Leone – nel suo stile, del resto – è invece una roccia dalle infinite striature, composta da millenni di sovrapposizioni, consumate dal vento e dal sole, come nel deserto di Giuda. (Mentre Meloni parla di «mattoni che sappiano resistere ai venti di quell’epoca, che sappiano resistere alle sue tempeste»). «Dio è roccia nel senso della bellezza. Chi si innamorerebbe di una verità immobile? Dio non è immobile» (Angelo Casati, Sconfinamenti, 2024).

In questi giorni è uscito un libro, La dottrina sociale della Chiesa, di John Joeph Lydon McHugh (Castelvecchi Ed.), che porta una preziosa prefazione dell’allora cardinal Robert Francis Prevost: «L’indottrinamento è immorale; si chiude a nuove riflessioni perché rifiuta il movimento, il cambiamento o l’evoluzione delle idee»; «nelle questioni sociali è più importante sapersi avvicinare che dare una risposta affrettata»; «la dottrina sociale della chiesa non può pretendere di essere una risposta universalmente accettabile». Che abisso tra i mattoni nuovi di Meloni e quelli di Leone XIV.

C’è una bella canzone di Claudio Chieffo, amico della prima ora di don Luigi Giussani, che dice così: «Tu non credere mai all’imperatore». Se lo ricordino anche quelli di Rimini, anche se a questo giro è un’imperatrice. 

domenica 30 marzo 2025

Gattopardi in agguato

 


Luciana Cimino, Meloni e Calenda, il nemico è solo nel centrosinistra
il manifesto, 30 marzo 2025

Quando si prova a mettere a proprio agio qualcuno, può essere comodo trovare un nemico in comune di cui sparlare. Questo deve aver pensato Carlo Calenda quando ha ricevuto la conferma della partecipazione della premier Meloni al congresso del suo partito, Azione, a Roma. Ieri il tema è stato la chiamata alle armi (la scarna scenografia ha messo in risalto le bandiere di Ucraina, Georgia, Ue) e Calenda ha voluto offrire alla stampa la sua coalizione dei volenterosi: Pina Picierno, Mario Monti, Paolo Gentiloni, il ministro della Difesa Crosetto, il responsabile organizzazione di FdI Donzelli seduti in prima fila, accolti da Matteo Richetti.

GLI ATTACCHI ai «pacifinti» (un’espressione del leader di Azione mutuata dal lessico della destra) erano attesi ma Calenda, tra Matteo Salvini e Giuseppe Conte, ha scelto di inveire solo contro il secondo per non mettere in difficoltà la presidente del Consiglio. Cortesie per gli ospiti, soprattutto per quella grazie alla quale ha avuto la massiccia copertura dei media che dal primo mattino affollavano la piccola sala del Rome Life Hotel. Come spesso si fa in questi casi, gli organizzatori avevano preso uno spazio di dimensioni modeste per dare l’effetto pienone.

Ma l’operazione non è del tutto riuscita: i pass della stampa, gialli, erano in evidente soprannumero rispetto a quelli rossi dei delegati e ai pochissimi verdi degli iscritti. Quando la premier (scortata dal suo braccio destro Patrizia Scurti) in tutta fretta e senza sottoporsi ad alcuna domanda dei giornalisti come d’abitudine, ha lasciato l’hotel, ed è toccato quindi a Crosetto intervenire dal palco, la sala ormai era mezza vuota. Ma non importa: la scena di amorosa reciprocità di intenti tra Azione, formalmente all’opposizione, e il governo era già andata in onda. Il discorso dell’ex ministro degli esecutivi Renzi e Gentiloni e quello di Meloni sono stati conformi nello stile e quasi sovrapponibili nei contenuti.

Entrambi sono stati costretti a cominciare giustificandosi di aver mandato l’invito, il primo, e di averlo accettato, la seconda. Così come entrambi sono stati costretti ad abusare della parola «confronto» e a dipingersi nel ruolo di geni incompresi. Se lui va a braccetto con Fdi la colpa è degli alleati: «Non stiamo nel campo largo perché c’è un problema con il Movimento 5S: l’unico modo per averci a che fare è cancellarlo». Se lei è travolta dalla polemiche è perché «l’opposizione è ideologizzata». «Sono contento di avere la presidente del Consiglio perché difendere l’Ucraina, stando al governo non è una cosa né popolare né facile e io voglio riconoscerla», esordisce Calenda. «Ad Azione voglio riconoscere la capacità di essere una forza politica che si confronta nel merito delle cose, che non ha paura di condividere le soluzioni, di metterle a disposizione degli altri e della nazione», risponde lei.

CALENDA, ogni volta che deve esprimere un concetto, premette: «Sono liberale, nessuno più di me» e «sono atlantista, nessuno più di me». La seconda si rifugia nel repertorio di smorfie e battute (la più efficace al padrone di casa: «Ho letto che vengo qui per una scorribanda tra i moderati, ma dopo l’intervento di Carlo porterò io un po’ di moderazione»), prima che un lungo elenco di presunti traguardi della sua legislatura tramortisca la platea. Gli argomenti in cui le posizioni sono comuni sono molti: riforma della giustizia, avversione al green deal, ritorno al nucleare, gestione dei servizi idrici. Sui pochi che li dividono, come le politiche di Trump, il padrone di casa non ha nessuna critica, solo consigli affettuosi: «Se fossi Meloni cercherei di stare aggrappata agli Usa». Meloni si premura di specificare che l’interpretazione data dai giornali alla sua intervista al Financial Times in cui si diceva d’accordo con le parole sugli europei del vicepresidente Usa JD Vance è errata.

MENTRE CORRETTA è quella della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen che ringrazia «per aver ribadito la mia posizione». Poi attacca la segretaria dem: «Schlein dice che gli Stati Uniti non possono essere nostri alleati, vuole che «l’Europa diventi una grande comunità hippie demilitarizzata». «Il bipolarismo non è un destino», commenta soddisfatto Calenda. Nel foyer i delegati sono confusi tra esaltazione e cautela. Nessuno vuole commentare il discorso della premier ma tutti vogliono sottolineare «il coraggio di Carlo». «Sarebbe un fenomenale presidente del Consiglio – dice ai cronisti un ragazzo del gruppo di Azione Under 30 – crediamo in lui» e alza lo sguardo verso il ballatoio. Ma qualcuno sottovoce suggerisce: «Non indicare proprio quelli, sono figuranti».

venerdì 14 marzo 2025

Dugin, lo sguardo lungo di un russo imperiale




Aleksandr Dugin / Fabrizio D'Esposito
Il Fatto Quotidiano, 14 marzo 2025 

È chiaro che Trump, come ho detto prima, non considera la Russia il nemico principale e quindi la guerra in Ucraina ha perso senso per gli Stati Uniti. Ma per la Russia ha ancora senso e ragione perché dobbiamo raggiungere gli obiettivi delle operazioni militari speciali. C’è quindi una sorta di contraddizione. Trump vuole fermare la guerra, noi vogliamo vincerla. Fermare la guerra e vincere la guerra sono due concetti diversi. Anche l’Unione Europea e Zelensky non vogliono fermare la guerra come vuole Trump, ma vincere la guerra contro di noi. C’è chi vuole la vittoria da entrambe le parti, noi, Zelensky e l’Unione Europea, mentre Trump vuole la pace, la fine della guerra.

E quindi?


Forse Trump può suggerire a Putin qualcosa che potrebbe essere accettabile per la Russia, ma ne dubito perché Trump non potrebbe proporre più di quanto l’opinione pubblica occidentale possa accettare. Temo che sarà obbligato a soddisfare l’opinione occidentale che è molto russofoba, anche negli Stati Uniti. E la Russia non potrebbe accettare qualcosa che sia inferiore alla vittoria minima che vuole la società russa. Anche Putin non è molto libero nei confronti dell’opinione politica russa. Il problema, appunto è che Trump vuole la pace, noi vogliamo la vittoria e anche il Regno Unito vuole la vittoria. È impossibile soddisfare tutte le parti. E alla fine Trump sarà costretto a scegliere.


Quale sarà la sua scelta, secondo lei?


È chiaramente contrario alla vittoria sulla Russia, ma allo stesso tempo non è a favore della vittoria della Russia. Si tratta quindi di una situazione molto, molto difficile. Certo, le condizioni generali sono molto, molto positive per la Russia perché i cambiamenti sono evidenti, ma potremmo aspettarci troppo da questo. Si tratta di questioni aperte, che dipenderanno da come si svilupperanno le relazioni tra Putin e Trump. E anche da come saranno le relazioni tra Trump e l’Unione Europea.


Veniamo all’Europa. Lei ha più volte detto che l’affermazione del populismo è irreversibile. Ultimo esempio, i neonazisti dell’Afd al 20 per cento in Germania.


Sì, ho sempre detto che il populismo europeo e quello americano arriveranno gradualmente a una vittoria irreversibile. Questa è la situazione: non è troppo veloce, ma sta andando avanti. La crescita in Germania dell’Afd è molto importante perché è una vittoria della parte orientale, prussiana della Germania che ha creato l’impero tedesco nel XIX secolo. La nazione tedesca si basa sul dualismo tra la parte prussiana e quella occidentale.


In Italia, il populismo ha avuto tre interpreti elettorali. In successione: Movimento 5 Stelle, Lega e adesso Fratelli d’italia. La destra della premier Giorgia Meloni è schierata con l’Ucraina sin dall’inizio della guerra.


Il vostro populismo al potere è stato sedotto dai globalisti e oppresso dai liberali di sinistra europei che odiano la Russia. Ma ora penso che Meloni sia totalmente a favore di Trump e smetterà di essere russofoba come lo era all’inizio. Del resto i liberali europei adesso stanno perdendo e ora Meloni vuole tornare nel campo dei vincitori, riscoprendo le sue radici di vera populista di destra. Negli ultimi tre anni la sua strategia è stata riprovevole perché per unirsi ai globalisti di sinistra è andata contro i principi del suo movimento politico e della maggioranza che l’ha votata. Ma spetta a voi italiani decidere se ha tradito o meno il populismo.


In pratica il vero populismo deve coincidere, secondo lei, con il trumputinismo.


Meloni se è a favore di Trump lo sarà anche di Putin. In ogni caso è molto più naturale che lei segua questa ideologia piuttosto che finga di essere una sorella minore del potere globalista europeo. Così tornerà alla sua matrice originaria.

venerdì 7 marzo 2025

La porta stretta




«Entrate per la porta stretta! Perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e sono molti quelli che ci entrano. Al contrario, stretta è la porta e angusta è la strada che conduce alla vita, e sono pochi  quelli che la trovano». Matteo, 7: 13-14

Claudio Cerasa, Macron e la nostra intelligence. Due lezioni ai sonnambuli del putinismo, Il Foglio, 7 marzo 2025

I sonnambuli del pacifismo, che purtroppo gravitano in tutto l’arco istituzionale e costituzionale italiano, e in questo senso Giorgia Meloni pur nelle sue ambiguità è ancora un argine contro i cavalli di Troia del putinismo, oltre alle parole di Macron avrebbero anche altre parole su cui riflettere. 

Flavia Perina, La triplice solitudine che agita la premier
La Stampa, 7 marzo 2025

Giorgia Meloni è arrivata a Bruxelles titolare di responsabilità immense, di scelte che condizioneranno il futuro suo, del suo governo, degli italiani: scelte che saranno giudicate dalla storia, ben altra cosa rispetto alle minuzie che hanno segnato le vicende di ogni suo predecessore nella Seconda Repubblica. Per trovare analogie, peraltro pallide, bisogna tornare indietro alla svolta atlantica della destra missina, che per anni si era espressa contro la Nato, o dello strappo di Enrico Berlinguer da Mosca. Ma pure questi esempi reggono poco, perché oggi Meloni è più sola di ogni capo di partito incappato prima di lei nei sussulti della storia. Sola politicamente, culturalmente, forse anche umanamente.

In politica si confronta con un problema gigantesco che è solo in parte riassunto dal fuoco amico di Matteo Salvini. Quella è la punta dell’iceberg. Sotto, c’è la cultura diffusa di un elettorato educato al mito dei capi forti, che istintivamente si riconosce nei pugni sul tavolo della nuova coppia Donald Trump-Vladimir Putin. Traghettare questi sentimenti in un mondo dove Trump abbandona i vecchi alleati e la Russia torna a essere «nemico esistenziale» dell'Europa è un compito improbo, forse impossibile. Una notevole quota del popolo che Fratelli d'Italia ha annesso alle ultime elezioni viene dal leghismo e dal berlusconismo, mondi dove l’elogio di Putin era pane quotidiano. E il resto, lo zoccolo duro del voto di destra, è cresciuto nella critica ostinata a Ursula von der Leyen e alla «Europa dei mercanti», ha applaudito la Brexit, detesta Emmanuel Macron: come spiegargli che il dialogo con costoro si è fatto obbligatorio, una questione di vita o di morte?

La seconda solitudine è culturale, mediatica, intellettuale. Altrove esiste un controcanto da destra agli spropositi di Donald Trump. Sui dazi, sul voto Onu contro l’ultima risoluzione sull’Ucraina, sulle offese agli alleati, persino un quotidiano conservatore come il Wall Street Journal non ha fatto sconti al presidente. I tabloid inglesi, da sempre veicoli di uno spregiudicato populismo destrorso, sono insorti contro Vance per gli oltraggi all’esercito e alla presunta mollezza delle difese europee. La Fox, rete ammiraglia della propaganda trumpiana, non ha nascosto le immagini di Vance accolto in Vermont dai cartelli «va’ a sciare in Russia». In Italia suona un’altra musica. Le testate e le trasmissioni di riferimento della destra non possono o non vogliono modificare il loro racconto. Con l’eccezione de «Il Foglio» e malgrado gli imput di Marina Berlusconi, la lode ai vestiti del nuovo imperatore non prevede eccezioni. Anzi, la sintonia tra Trump e Putin autorizza a moltiplicare le critiche all’Ucraina e a Zelensky, rivalutando la versione russa degli eventi e denunciando la follia delle ambizioni europee sulla difesa. È questa l’acqua a cui si abbeverano ogni giorno gli elettori della destra, ed è un problema.

La terza solitudine di Meloni è meno dimostrabile ed evidente perché non possono indicarla dati o prese di posizione pubbliche. È una solitudine che si misura nella distanza tra le scelte enormi che incombono su Palazzo Chigi e il tran-tran indisturbato del resto del centrodestra, la persistenza di certe gaffe, le faide locali, il chiacchiericcio sulle borse della ministra, i ministri che si smentiscono a vicenda, la Rai incagliata nel braccio di ferro sulle nomine. Lo abbiamo già visto succedere in passato: ogni leader italiano prima o poi è arrivato al punto di detestare «i suoi» per l’eccesso di rogne che generano in momenti difficili. Magari Meloni è un’eccezione, tutto è possibile. Di sicuro, oggi le servirebbero un contesto diverso, una intelligenza collettiva, una Compagnia dell’Anello più attrezzata e decisa per aggiornare le posizioni e incamminarsi nelle terre sconosciute che attendono l’Italia e l’Europa, ma vai a trovarli...

lunedì 3 marzo 2025

Io speriamo che me la cavo

In questa foto che riprende le figure situate al centro Giorgia Meloni non si vede neppure


Nella foto sulla scalinata di Lancaster House, a Londra, Giorgia Meloni è in terza fila. Nella riunione plenaria il suo posto è quasi all’estremità del lato sinistro del ferro di cavallo al cui centro siede Keir Starmer, fra Emmanuel Macron e Volodymir Zelensky  Le foto hanno un loro implacabile messaggio, e l’incontro convocato a Londra, per il quale pure la premier italiana ha ringraziato il primo ministro della Gran Bretagna, aveva un suo cerimoniale che già da solo raccontava i rapporti fra i convocati.

Basterebbe questo per spiegare le richieste, da parte di Meloni, di un prevertice bilaterale con Starmer, e subito prima, di un incontro con il leader ucraino bullizzato da Trump e Vance nello Studio Ovale della West Wing della Casa Bianca. Intendiamoci: è encomiabile che la premier italiana si sia fatta fotografare al fianco dell’ucraino.

Ma poi, sul maltrattamento di Washington, in serata ha dichiarato che sì, era dispiaciuta, ma che «non è utile in questa fase lasciarsi andare alle tifoserie»: un concetto che va in direzione opposta della solidarietà che veniva ispirata dalla photo-opportunity precedente.

In mezzo all’oceano

In queste ore Meloni è protagonista di un iperattivismo inconcludente, frutto di una evidente preoccupazione. Come si colloca la sua Italia nei negoziati fra Usa e Russia per lo stop alla guerra di aggressione contro l’Ucraina, per non dire nella guerra di aggressione degli Usa contro la Ue?

Al momento l’Italia quasi non si colloca: non ha un ruolo. Che la premier taccia, come ha fatto per giorni, o si sbracci, come ha fatto ieri, nella realtà resta alla deriva fra le due sponde dell’Atlantico, mentre da una parte e dall’altra c’è chi rema in direzioni opposte, per il futuro dell’Europa, il vero obiettivo trumpiano.
Domenica ha continuato a remare in mezzo, spiegando quale sarebbe il ruolo dell’Italia in questa fase: «L’Italia può giocare le sue carte, non nel suo interesse, ma nell’interesse di tutti», bene, «quello che posso fare per mantenere l’Occidente unito e rafforzarlo lo farò e gli scenari alternativi non voglio prenderli neanche in considerazione». Quindi non prende in considerazione «il disimpegno Usa» nella Nato e in Ucraina perché nominare «uno scenario che non si auspica non è una cosa intelligentissima». Dunque non parlare delle minacce concrete di Trump, le allontana: questo è il curioso pragmatismo magico della premier.

Nazionalismo al pettine


Per la premier italiana il nodo del nazionalismo ideologico è arrivato al pettine. A dispetto di quello che Fratelli d’Italia dichiara in pubblico, nel partito ormai l’aggressione di Zelensky ha colpito anche i più entusiasti trumpisti. La sbandierata amicizia speciale fra Meloni e Trump si è rivelata un’arma giocattolo. Il presidente Usa le fa i complimenti, tanto per solleticarne la vanità e approfondire la stizza contro i colleghi europei che non la calcolano. Ma in concreto ormai si è capito che l’Italia non può portare a casa nessuna condizione di favore sul trattamento d’urto degli annunciati dazi americani contro il mercato europeo.

Così la premier si muove come una falena tra tanti fuochi, che tutti rischiano di scottarla: fra Usa e Europa, in primis. Ma anche fra Trump e Musk: l’amico geniale è diventato il protettore dei nazionalisti europei, e in questo momento dà una mano Salvini. Da giorni il suo spicciafaccende italiano manda irritanti (per palazzo Chigi) messaggi ai ministri Piantedosi (per scalzarlo dal Viminale) e Urso (perché cauto sul contratto italiano con Starlink): sono post su X, ma suonano come avvertimenti.

Ancora: Meloni è fra i due fuochi dei suoi due vice Matteo Salvini e Antonio Tajani. Da una parte c’è il leghista ormai filotrumpiano e filoputinano senza freni inibitori, dall’altra il forzista in bilico fra le nostalgie di atlantismo e i diktat moderati di casa Berlusconi.

Morale: la strategia del ponte fra Usa e Ue si è rivelata un fallimento. Si è trasformata in un piano B, ovvero fare il pesce in barile. Con il rischio di finire da ultima ruota del carro sia degli Usa che della Ue. Ieri ha provato a darsi un ruolo con una proposta di cui lei non può essere protagonista: è «molto importante che evitiamo il rischio che l’Occidente si divida», ha detto, serve «una riunione tra gli Stati Uniti, stati europei e alleati», «Lavorando con freddezza, non lasciandosi trascinare dalle emotività e ragionando in modo strategico» questo incontro è «a portata di mano, è sicuramente quello per cui l’Italia lavora».

L'Europa in Piazza


Domenica in Italia ci sono state le prime manifestazioni per l’Ucraina e per la Ue. Ed è in preparazione una manifestazione europeista per il prossimo 15 marzo. In sé, nulla di preoccupante per la presidente italiana. Anzi, già il fatto che le opposizioni non sono unite, e che per andare in piazza i leader politici abbiano dovuto utilizzare l'appello di un commentatore di Repubblica, Michele Serra, già la dice lunga sullo stato del centrosinistra italiano.

Ma se queste iniziative dovessero davvero risultare manifestazioni di popolo, di popolo europeista, la premier potrebbe cominciare a soffrire il fatto che il suo pesceinbarilismo non interpreta il sentimento della «nazione» che lei guida, sì, ma senza rotta. O peggio con una rotta atlantica che spaccherebbe l’Europa, come vuole Trump. E ridurrebbe davvero il paese a colonia americana, dopo averlo contestato per cinquant’anni a tutti i governi a cui la destra radicale italiana, da Giorgio Almirante a lei, si è opposta.

sabato 8 febbraio 2025

La voce della padrona





Mario SechiLa rivoluzione americana e quella di Roma
Libero, 8 febbraio 2025

Nell’Europa sonnambula, Giorgia Meloni ha colto l’onda e la cavalca: gli Stati Uniti con Donald Trump non sono più una potenza che cade sulla scala dell’Air Force One, sono tornati ad essere una forza trasformatrice del mondo.

I cambiamenti politici e sociali arrivano come uno tsunami quando altre istituzioni perdono il contatto con la realtà e il popolo non crede più in quello che dicono, fanno, predicano. È il momento della caduta degli dèi, si sta sgretolando un ordine mondiale che non regge più di fronte alle sfide del presente.

Ieri e oggi s’intrecciano. Tra il 1944 e il 1951 gli Stati Uniti costruirono gli accordi di Bretton Woods, le Nazioni Unite, la Nato, il trattato di sicurezza tra Giappone e America. Siamo entrati in un’altra puntata del romanzo occidentale e, ancora una volta, è l’America a innescare il cambiamento. Meloni ha costruito un rapporto con Trump, la premier è una figura chiave nell’Ue, il filo tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca è diretto. L’Onu e la Corte penale internazione sono organismi falliti, il destino dell’Europa non passa dal Palazzo di Vetro dove ballano satrapi e antisemiti; la sicurezza dell’Italia non dipende da un tribunale squalificato con sede a l’Aia. Il futuro dell’Italia è nel rapporto con Washington, così il governo Meloni crea e rafforza una rete di alleanze che si estende dall’Atlantico al Mediterraneo, fino all’Indo-Pacifico. La partenza è impressionante: Trump incontrerà Zelensky e parlerà con Putin; ha ricompattato il governo di Israele su Gaza e archiviato la formula “due popoli, due Stati”; ha incontrato il premier del Giappone e avvisato la Cina; firma ordini esecutivi che smontano la rovina della cultura woke. I democratici sono a pezzi, l’Europa incipriata dei tribunali e della buoncostume delle idee balbetta. L’Italia con la vittoria elettorale di Meloni ha anticipato i tempi e se Trump è l’America, allora noi stiamo con l’America.


Andrea Lavazza
Il ripasso di storia che serve per capire quanto conta la Corte dell'Aja

Avvenire, 8 febbraio 2025


... Considerando la fragilità dell’istituzione nelle sue fasi iniziali, una maggiore prudenza politica avrebbe potuto rafforzarne l’azione. Il fatto che la Cpi abbia messo sotto accusa i vertici di Mosca, Tel Aviv e i nuovi padroni dell’Afghanistan, mentre da vent’anni non riesce a portare in tribunale nemmeno Joseph Kony, leader delle milizie ugandesi, è stato considerato da molti un azzardo. Perché la probabilità di vedere alla sbarra il capo del Cremlino, il premier dello Stato ebraico e i leader di Kabul resta molto bassa, mentre il contraccolpo per i provvedimenti è stato fortissimo. Dispiace, in ogni caso, vedere che il governo italiano, per la mal gestita vicenda del generale libico Osama Almasri, si ponga adesso tra i nemici della Cpi. Si può contestare la conduzione di un singolo caso. Metterne in discussione l’operato e delegittimarla significa però minare il diritto internazionale stesso. E affossare quell’aspirazione a una giustizia universale che è compagna indispensabile della pace e della convivenza rispettosa fra le nazioni.

venerdì 31 gennaio 2025

La guerra dei cavilli



Non sta agli avversari stabilire che cosa Giorgia Meloni può fare o non fare, dire o non dire. Prima, gli avversari dovrebbero prendere atto di ciò che il premier fa o non fa, dice o non dice. In questo senso, il
monarcato - ossia il premierato in versione monarchica - esiste già. Il o la premier occupa la scena con le sue esternazioni e queste esternazioni colpiscono l'opinione pubblica. Sono inammissibili? Potrebbero perfino essere illegittime, sono piene di affermazioni scorrette, intanto agiscono, manifestano una presenza e una smania contagiosa. Non contengono solo affermazioni false. Quando Giorgia Meloni si identifica con la nazione dà voce non alla verità, ma a una verità, la sua. La nazione è per lei l'interesse nazionale visto con gli occhi di una sovranista quale lei è, nelle intenzioni se non altro. Il torturatore libico protetto e salvato è stato protetto e salvato per preservare l'accordo con il suo paese sul contenimento dei migranti. Il contenimento, ossia una azione esercitata senza riguardo per i mezzi: tortura, riduzione a merce, arbitrio. Questo è.

Anziché ragionare su ciò che Meloni può (potrebbe, perché intanto può) fare o non fare, dire o non dire, sarebbe ora di mettere i piedi nel piatto e di partire da un riconoscimento dei meccanismi reali che animano il gioco, o lo scontro, se si preferisce. Il procuratore Lo Voi non ha solo compiuto un atto dovuto, poteva suggerire l'archiviazione, non lo ha fatto. L'accusa di peculato non è sensata.

Come si risponde alla pressione esercitata dalle ondate migratorie? Questo sarebbe il nodo. I cavilli procedurali, la pericolosità di Almarsri sono paraventi, espedienti retorici che impediscono di affrontare la vera, la sola questione. Siamo sempre stati un paese di legulei persi in dispute vane. L'ipocrisia della destra contrapposta  all'ipocrisia della sinistra contribuisce a generare l'astensionismo attraverso il disgusto per la politica parolaia e inconcludente. E poi ognuno si consola pensando che la colpa è dell'altro, di quell'altro. Se lasciassimo stare il rimpallo delle colpe e cominciassimo, ognuno per la sua parte, a prenderci qualche responsabilità, avremmo fatto qualche serio passo avanti come come paese. 

Andrea Colombo, Meloni replica lo show e alza i toni per evitare che si parli di Elmasry
il manifesto, 31 gennaio 2025

Non è un fatto personale. Non è per se stessa che Giorgia Meloni è furiosa. «Io non sono né preoccupata né demoralizzata. Sapevo a cosa andavo incontro. Ma è alla nazione che è stato fatto un danno e questo mi manda ai matti». La strategia pianificata in un paio di vertici di maggioranza, anticipata dalla premier nel messaggio social di due giorni fa, si dispiega e a guidare le danze è ancora lei. Si presenta in collegamento allo spettacolo di Nicola Porro «La Ripartenza 2025», una platea che chiamarla amica è poco, e riprende i contenuti di quel messaggio. Ma con parecchi decibel in più, passando al comizio furibondo e alla denuncia di alto tradimento. Questo sono il procuratore Francesco Lo Voi, i magistrati «politicizzati» e chiunque «remi contro»: traditori della Patria. Accoltellano alle spalle la nazione.

L’ATTO INVIATO dalla procura di Roma a lei e ai ministri Nordio, Piantedosi e Mantovano «è stato un atto voluto, non dovuto: le procure hanno discrezionalità. A chiunque nei miei panni sarebbero cadute le braccia». Colpa di «alcuni magistrati», ma non tutti per carità, solo «alcuni» che «vogliono decidere tutto, vogliono governare e allora si candidassero». La sfidassero nelle urne perché tanto lei «non molla di un centimetro», non finché «la maggioranza degli italiani è con me».

LA PREMIER SA TENERE un comizio. Sembra trascinata da ira e sdegno, in realtà è fredda. Tra un’accusa rovente e uno strillo assordante quasi nessuno si accorge che dalla narrazione è completamente sparito il “generale” Elmasry. Il fattaccio all’origine di tutta la faccenda semplicemente non c’è più. Si parla di tutto, e se non lo fa la premier ci pensa il vice Antonio Tajani, tranne che di quel di cui si dovrebbe parlare: la fuga pilotata del torturatore. Il chiasso serve a tenere sotto schiaffo la magistratura, in particolare quella che deve decidere sui trasferimenti in Albania. Ma serve soprattutto ad affossare quel che non avrebbe mai dovuto emergere. La complicità italiana con il criminale libico e anche gli immondi accordi italo-libici che spiegano la scelta di mettere subito al riparo Elmasry.

Della scandalosa liberazione almeno l’opposizione parla. Del memorandum italo-libico siglato dal governo Gentiloni-Minniti nel 2017, confermato nel 2020 dal Conte 2, quello giallorosso, ripreso paro paro dal governo di destra, invece no. Solo Riccardo Magi di +Europa chiede una commissione d’inchiesta e lo si può capire: il suo è il solo partito senza responsabilità dirette.

IL GOVERNO COMUNQUE ha tutte le intenzioni di mettere la sordina sul caso Elmasry. L’ipotesi del segreto di Stato è remota ma non inesistente. «Deciderà Meloni», taglia corto Tajani e al momento per palazzo Chigi non se ne parla. Significherebbe ammettere le responsabilità nella loschissima vicenda e anche riconoscere che gli accordi con la Libia grondano sangue. Ma se proprio non se ne potrà fare a meno…

Di certo non si potrà evitare di riferire in parlamento ma anche su questo fronte Tajani è tutto un programma: «Qualcuno verrà a parlare». Chi sarà quel «qualcuno» resta ignoto. Probabilmente non i ministri interessati, con la scusa di essere indagati. Chiunque altro sarebbe melina e reticenza pura. A meno che la premier non decida di fare del parlamento il palco per la prossima intemerata e conoscendola non lo si può escludere.

Ma l’offensiva è a tutto campo, non si risparmia il ricorso alla consueta fanghiglia. Prende di mira la Corte penale internazionale: «Perché ha spiccato il mandato proprio quando Elmasry, in Europa da 12 giorni, è arrivato in Italia? La Corte dovrà chiarire», tuona Tajani e almeno da questo punto di vista proprio tutti i torti non li ha.

POI C’È IL BERSAGLIO numero uno, il procuratore Lo Voi. Tajani lancia una frecciata indiretta, alludendo all’accusa di aver adoperato i voli di Stato indebitamente: «L’accusa di peculato per Meloni e ministri la ritengo infondata. Qualche altra vicenda sta emergendo, semmai». Ma c’è anche l’accusa con tanto di nome e cognome, ed è proprio quella di alto tradimento ai danni della nazione: «Un servitore dello Stato, prima di fare scelte più che azzardate deve pensare se la sua scelta fa o meno l’interesse dell’Italia. La scelta di Lo Voi non lo fa». Il caso Elmasy era già di gravità inaudita. Ma ora, adoperato per contrabbandare di fatto il reato di leso interesse della nazione, diventa anche molto pericoloso.