Valeria Pini
L'esplosione di violenza giovanile si combatte (anche) con meno web e più esperienze condivise
la Repubblica, 10 aprile 2026
BORMIO – Nascondono la fragilità con la violenza. Aggrediscono, perché credono che sia l’unico modo per farsi valere. Spesso sono giovanissimi e non percepiscono neanche il male che provocano. Uomini che uccidono le fidanzate, ragazzi che accoltellano compagni di scuola in classe o per strada. Baby-gang che colpiscono a morte per pochi euro. Se ne parla ogni giorno sui media e il tema è stato affrontato al XVII Congresso di Psichiatria di Bormio Conflitti nelle persone, nelle relazioni, nella comunità e riverberi psicopatologici.
In Italia, la violenza giovanile è in aumento, con il 12% di ragazzi coinvolto in aggressioni di gruppo e un netto incremento di risse e lesioni tra i 14-17 anni (dati Cnr), spesso legate all'uso di armi bianche. Il fenomeno è amplificato dai social media. E poi ci sono tutte quelle prevaricazioni che uomini adulti o giovanissimi commettono nei confronti delle compagne: in Italia, 1 donna su 3 tra i 16 e i 70 anni (31,5%) ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, spesso da partner o ex partner.
Ma che cosa spinge a questa violenza? E come possiamo arginarla? "Se non c’è più moderazione e controllo si lede l’altro. Nei casi di aggressività solo a volte si è in presenza di una psicopatologia. E alcune persone sono più a rischio di diventare aggressive. La probabilità di sviluppare disturbi psichici può essere associata a fattori genetici, psicologici e sociali, compresi traumi nell'infanzia. Oggi a contribuire all’aggressività sempre più dilagante c’è anche il problema delle dipendenze: alcol e droghe sono molto diffuse e sono un potente disinibitore che può generare comportamenti violenti. E questo accade soprattutto per chi è in una situazione di fragilità psicologica”, spiega Antonio Vita, presidente della Società di Psichiatria e Ordinario di Psichiatria e Prorettore ai Rapporti con le strutture sanitarie dell’Università di Brescia.
I fattori di rischio
Quando un adolescente colpisce un coetaneo o un adulto ferisce o uccide un’altra persona non si è sempre in presenza di un disturbo psichiatrico. Ma a volte è così. La storia di ognuno è diversa e quello che accade nella vita lascia spesso una traccia indelebile.
“I fattori psicosociali e sociali e i traumi rappresentano un fattore di rilevanza – aggiunge Vita – . Nella genesi di elementi psicopatologici dell’adulto c’è anche la storia di traumatismi infantili e nell’adolescenza. Nei giovani “ad alto rischio”, che hanno qualche elemento di disfunzione sociale o una storia familiare di malattia, la storia di traumi precedenti è altissima. Sono situazioni che possono contribuire all'insorgenza di patologie psichiatriche comprese le psicosi. Mi riferisco – sottolinea – ad abusi emotivi e fisici, ad atteggiamenti indifferenti o ipercritici dei genitori, all’aver assistito a violenza in casa o, in generale, alla trascuratezza emotiva o fisica verso il bambino. Sono ferite che tendono a generare situazioni che durano nel tempo. I fattori psicosociali e sociali e i traumi rappresentano un fattore di rilevanza quando si parla di disagio mentale e aggressività”.
Le donne
Un’aggressività che spesso colpisce le donne. "L’emancipazione femminile, per molti uomini, non è stata un arricchimento reciproco, ma una sottrazione di potere o meglio, di valore personale. Da qui nascono disorientamento, confusione e, nei casi più estremi, la violenza – spiega Emi Bondi, già presidente della Società italiana di Psichiatria e coautrice del libro Il maschio fragile (editore Mondadori) – . La società è diventata più complessa e competitiva e molti uomini, soprattutto i più giovani, vivono l’avanzamento delle donne come una minaccia. Ne deriva una sensazione di perdita di valore personale che alcuni cercano di compensare rifugiandosi in modelli arcaici di maschilità. Parliamo anche di ragazzi che non considerano la parità un modello vincente e non hanno un vero riferimento paterno”.

La normalizzazione della violenza
Fra i problemi, secondo gli esperti, c’è anche quello della "normalizzazione” della violenza. E questo accade soprattutto on line, sui Social. Diversi studi scientifici hanno rilevato che chi guarda video con scene di stupri o uccisioni resta colpito le prime volte, ma nel tempo si crea un’assuefazione al male.
"C'è una dilagante tendenza a rendere normale la violenza come prima e più semplice risposta. La ragione sta nel fatto che i giovani mostrano una crescente fragilità e incapacità a gestire relazioni affettive, confronti e contrasti relazionali. Gestire i rapporti con la violenza è invece molto più semplice e diretto. Siamo in presenza di una disregolazione emotiva e accresciuta impulsività determinata anche dal vivere sempre di più all'interno di contesti, reali o virtuali, all'insegna appunto della violenza. L'essere violenti risponde anche ad un sistema di esibizione: è un modo per apparire e c'è quasi un fascino esercitato da questa sub-cultura del coltello, delle baby gang e del gruppo". In questo contesto "vengono così meno i freni inibitori", spiega Claudio Mencacci, psichiatra, co-presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia e direttore emerito del Dipartimento Neuroscienze Salute Mentale, ASST Fatebenefratelli-Sacco Milano.
Secondo Mencacci, non è casuale il ricorso sempre più frequente al coltello come arma, come è accaduto più volte, anche nell’omicidio nella scuola di La Spezia. “Il coltello - dice Mencacci - diventa quasi un 'costume', simbolo di autoprotezione e potenza facilitato dall'immediatezza d'uso". Questa normalizzazione della violenza, che diventa la "nuova cifra identitaria" in vari gruppi giovanili. “Il ragazzo non riesce più a vedere la sproporzione della sua risposta rispetto alla situazione che l'ha determinata. Ecco perché si pugnala un coetaneo magari per un semplice sguardo ad una ragazza". E spesso non si capisce quanto male si è provocato.

Contenere la violenza
Resta quindi da capire se questa violenza possa essere contenuta. “Difficile indicare un 'antidoto' per contrastare la situazione, perché il problema – sottolinea Mencacci – è culturale. Ma c'è una iniziativa concreta che sarebbe però possibile e oggi quanto mai necessaria. Dovrebbero essere introdotti nelle scuole dei corsi di educazione alle relazioni e alla emotività. È fondamentale educare i giovani al confronto. Solo così si potrà recuperare quella capacità di gestione dei conflitti e dei rapporti interpersonali che le nuove generazioni hanno perso, mascherando questa enorme mancanza con una forza e decisione che è però solo apparenza".
L’educazione nelle scuole è uno strumento utile anche per arginare l’aggressività nei confronti delle donne e i femminicidi. “È fondamentale lavorare sull’educazione affettiva fin dalle scuole. I ragazzi devono imparare ad accettare i “no”, a riconoscere i limiti, a rispettare le regole e le scelte dell’altro. È da lì che nasce una cultura delle relazioni più matura e meno violenta. Numerosi programmi di prevenzione mostrano che l’educazione affettiva riduce i comportamenti violenti e migliora la capacità di gestione emotiva”, spiega Bondi.
Stare insieme cura
Spesso anche la solitudine contribuisce a situazioni di malessere che possono provocare violenza. E oggi viviamo sempre più isolati e collegati a un mondo virtuale. E sempre più la scienza ricorda quanto le esperienze di condivisione con gli altri possano aiutare a stare meglio. Perché spesso lo stare insieme cura.
"La conflittualità è trasversale e connessa all’evoluzione dell’uomo – spiega Vita – . Oggi molti studi superano l’idea che l’aggressività favorisca l’evoluzione e l’affermazione dei caratteri più forti e mi riferisco alla tesi darwiniana. Questo tema è stato in parte rivisto e si è visto che la prevalenza oggi deve essere quella del gruppo e non del singolo. La cooperazione fra individui può fare vincere e rendere più forti. Può far emergere il gruppo rispetto agli altri gruppi. L’aggressività va considerata in questo ambito e stare insieme, aiutarsi può aiutare. lo scopo unico e l’obiettivo comune aiuta”, aggiunge Vita.
Le occasioni di condivisione
Quindi, per combattere la conflittualità, fermare la rabbia e la conflittualità, la ricetta potrebbe essere tornare a creare situazioni di socialità e di aiuto reciproco. “Creare occasioni di socialità viva, non mediatica e digitale che porta a solitudine ed a isolamento, è molto utile. Il digitale ci ha immerso in un mondo virtuale e ha creato solitudine.
Sarebbe utile, anche per i ragazzi, creare occasioni di aggregazione come lo sport, gli scout, gli incontri in parrocchia o i viaggi. Se il gruppo porta prevaricazione e bullismo si parla di bande, ma se il gruppo è sano porta invece un elemento positivo”.

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