domenica 18 ottobre 2026

Un libro ad Auschwitz

Pagine per una tragedia. All’evacuazione del lager, lo scrittore riceve da un medico un romanzo. Quale? Perché? Che effetto avrà? Indaga Fabrice Gaignault

Sergio Luzzatto
Il Sole 24ore, 18 ottobre 2026

Un libro, ad Auschwitz? La domanda stessa ha dell’incredibile, e dell’incongruo. Con l’eccezione di una dozzina di volumetti per l’infanzia fortunosamente approdati al «blocco dei bambini», Auschwitz non era un paese per libri. Ci sarebbe voluta tutta l’ingenuità di Paul Steinberg – il giovanissimo ebreo deportato da Parigi destinato a diventare, sotto la penna di Primo Levi, l’«Henri» di Se questo è un uomo – per portarsi dietro fino in Polonia il manuale di chimica analitica comprato sulla Rive Gauche il giorno stesso della cattura. Sceso sulla Judenrampe, era riuscito a tenerselo ancora per qualche ora, finché a Monowitz, giocoforza, aveva dovuto separarsene. Lo aveva regalato lì, sul posto, a un medico francese: lui stesso un deportato, evidentemente, ma un deportato a suo modo privilegiato.

Tutt’altra faccenda, com’è ovvio, quella dei libri a disposizione non delle vittime, ma dei carnefici. Possiamo facilmente supporre qualche copia del Mein Kampf nei quartieri degli ufficiali di Auschwitz. Resta il fatto che l’esistenza stessa, in campo di sterminio, di una cosa a forma di libro aveva dell’improbabile. Chiamato a sostenere davanti al Doktor Pannwitz il suo «esame di chimica», Primo Levi resta sbigottito davanti a un manuale di chimica organica: «mi mostra il testo del Gattermann, e anche questo è assurdo e inverosimile, che quaggiù, dall’altra parte del filo spinato, esista un Gattermann in tutto identico a quello su cui studiavo in Italia».

A Monowitz come a Birkenau, il Popolo del Libro non aveva diritto ad alcun libro. Il che rende tanto più notevole la scelta di Fabrice Gaignault: dedicare un libro intero all’unico libro che Primo Levi abbia potuto leggere ad Auschwitz. Siamo il 18 gennaio 1945, la notte dell’evacuazione di Monowitz. I sovietici stanno arrivando; decine di migliaia di prigionieri vengono avviati verso ovest nella «marcia della morte», mentre i malati incapaci di camminare sono abbandonati nel Ka-Be. Ed è a Levi, malato di scarlattina, che un «medico greco» – accingendosi a partire – pensa bene di rifilare, come il più avvelenato dei regali, un romanzo francese: «“Tieni, leggi, italiano. Me lo renderai quando ci rivedremo”». «Ancora oggi lo odio per questa sua frase. Sapeva che noi eravamo condannati».

Nel 1981, nella Ricerca delle radici, Levi avrebbe rivelato il titolo di quel libro del 1935: Remorques, romanzo di mare di Roger Vercel. «L’ho letto tutto intero nella notte spaventosa e decisiva in cui i tedeschi esitarono fra l’ucciderci e il fuggire». Ecco, Un libro di Gaignault è il racconto, delicato quanto sensibile, di quella singola notte. Con la libertà di parola dello scrittore – non soggetto ai vincoli dello storico – Gaignault immagina i pensieri che possono avere accompagnato Levi, attraverso gli umori mortiferi del Ka-Be, in corrispondenza con il bivio che separava un «sommerso» e un «salvato».

Viceversa, Gaignault rinuncia a interrogarsi sull’identità del lanciatore di libro: l’ebreo «prominente» rappresentato in Se questo è un uomo fra gli «squallidi esemplari umani» incontrati da Levi non soltanto fra i carnefici, anche fra le vittime. Chi era dunque il «medico greco»? La domanda merita di essere posta. Gettando Remorques sulla cuccetta, costui aveva compiuto infatti – agli occhi di Primo Levi il moralista – un gesto doppiamente maligno. Non soltanto aveva irriso il malato di scarlattina, il morituro del Ka-Be. Più perfidamente ancora, irridendo l’ebreo a digiuno di libri, aveva irriso il discendente del Popolo del Libro.

Levi attese vent’anni per rivelarne l’identità. Nel 1966, nella versione teatrale di Se questo è un uomo, lo designò semplicemente per cognome: «Samuelidis». Ma l’informazione pubblica era stata preceduta da un’informazione riservata. Il 14 giugno 1960, in una deposizione per i magistrati israeliani che preparavano il processo Eichmann, Levi aveva formalmente indicato il «Dott. SAMUELIDIS di Salonicco»: «non ascoltava i pazienti che a lui si rivolgevano per cure e denunciava gli ammalati alle SS tedesche!!!». Dobbiamo dunque presumere che l’«odio» di Levi per lui avesse, oltre al lancio del libro, una ragione ulteriore, e almeno altrettanto grave: l’accusa a Samuelidis di avere abusato del suo privilegio di medico del Lager a danno delle vittime.

Salomon Samuelides (questo il suo nome, e questa la traslitterazione corretta del cognome) apparteneva dunque a una comunità di deportati che ad Auschwitz faceva parte per sé stessa e di cui Levi – da antropologo del Lager – è stato un osservatore eccezionalmente acuto: «questi ammirevoli e terribili ebrei Saloniki tenaci, ladri, saggi, feroci e solidali, così determinati a vivere e così spietati avversari nella lotta per la vita». Una lotta per la vita (va aggiunto qui) da cui erano usciti sconfitti sia il padre di Salomon Samuelides, Ben Samuel, sia la moglie, Daisy Benveniste: entrambi transitati direttamente dalla Judenrampe di Auschwitz alle camere a gas di Birkenau.

A completare il quadro sul «medico greco», va detto che la severità retrospettiva di Primo Levi nei confronti del dottor Samuelides non risulta essere stata condivisa da altri salvati di Monowitz. Al contrario: più d’uno fra loro avrebbe testimoniato delle qualità umane di «Monis» Samuelides, e delle cure che riservava – da privilegiato del Lager – ai correligionari meno fortunati. Così un ebreo di Salonicco all’incirca suo coetaneo, l’ingegnere Jacques Stroumsa, noto agli storici della Shoah come il «violinista ad Auschwitz». E così Ernest Michel, giovane ebreo tedesco assegnato al Ka-Be di Monowitz quale paramedico prima di diventare, negli Stati Uniti del dopoguerra, una voce di salvato fra le più riconosciute: «Piccolino, snello, energico e molto efficiente, il dottor Samuelides ci incoraggiava a non perdere il morale e ci teneva uniti come squadra di lavoro. Era un ottimo medico, una bella persona, e una fonte di ispirazione per molti di noi».

Chissà se al dottor Samuelides — scampato alla marcia della morte e a Buchenwald, poi medico emigrato a Parigi — occorse mai una disavventura del genere di quella capitata a Paul Steinberg. Alla soglia dei settant’anni, Steinberg lesse la traduzione francese di Se questo è un uomo, si riconobbe in «Henri», rappresentato da Levi come un mostro di insensibilità, e non se ne diede più pace. Chissà se anche Salomon Samuelides, morto nel 1994 a ottantacinque anni, lesse un giorno Se questo è un uomo; e se ebbe la brutta sorpresa di riconoscersi nel lanciatore di libro del Ka-Be. Nel qual caso, chissà se si è fatto mai una ragione dell’odio che Primo Levi aveva maturato verso di lui.

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