Michela Ponzani
Perché abbiamo bisogno di Naza per ricordarci l'orrore di Gaza
Domani, 8 ottobre 2026
Povero il paese che ha bisogno di madonne pellegrine. Archiviata la noia estiva e ripresa la stagione mediatica, l’indignazione a intermittenza del civilizzato Occidente torna a popolare le nostre giornate con il film Naza.
E siamo di nuovo tutti lì: sconvolti, attoniti e indignati, come se Gaza fosse cominciata ieri. Ottanta minuti di film e le nostre coscienze sono di nuovo scosse. Ma avevamo bisogno di questo per accorgerci dell’orrore? Che fine aveva fatto la nostra indignazione di fronte ai rapporti, alle denunce, alle testimonianze? Perché abbiamo fatto finta di non vedere o non sentire quando i testimoni raccontavano i pestaggi, la fame, le umiliazioni, le torture e le violenze sessuali nelle carceri israeliane? Eppure le immagini delle città sventrate, dei bambini massacrati, dei civili in fuga erano già passate migliaia di volte davanti ai nostri occhi. Forse dovremmo porci una domanda (assai brutale mi rendo conto, ma pur sempre necessaria): perché abbiamo bisogno di un film per indignarci? Non bastavano i fatti? Evidentemente no.
Del resto non è un mistero il male dei nostri tempi: viviamo nell’epoca in cui una denuncia viene sepolta in un archivio (dove non entrerà mai nessuno), una testimonianza si dimentica, una statistica annoia. Però l’immagine no, quella commuove. Purché sia quella giusta. Purché arrivi al momento giusto. Purché qualcuno ci dica che adesso, proprio adesso, è arrivato il momento di indignarsi. Una sorta di morale a intermittenza del nostro tempo. Ci commuoviamo molto, ma ricordiamo poco.
E in questo smarrimento quotidiano, scegliamo: ovvero siamo noi a decidere il morto che vale di più, quello che merita una fotografia, il massacro degno di un hashtag, i bambini davanti ai quali piangere. Del resto nemmeno le guerre sono tutte uguali: ci sono quelle per cui scendere in piazza e tutte le altre possono aspettare. E se tutto ciò non bastasse, arriva il colpo di grazia della nostra inquietudine. Il fanatismo di chi, davanti all’orrore di Gaza, si autoassolve da qualsiasi responsabilità per le proprie parole. Come se difendere i palestinesi concedesse il diritto di insultare gli ebrei. Come se denunciare le responsabilità del governo israeliano autorizzasse a rovesciare addosso a un sopravvissuto alla Shoah, ai suoi figli o ai suoi discendenti la colpa delle bombe su Gaza.
Un corto circuito della solidarietà che si veste di irresponsabilità. Il tutto condito con la leggerezza di un’apparizione televisiva. Del resto quanto a irresponsabilità siamo in buona compagnia. Negli stessi giorni in cui si discute il discutibilissimo disegno di legge sull’antisemitismo, che dovrebbe proteggere gli ebrei da ogni forma di violenza e discriminazione, siamo pronti a scagliarci contro un nuovo mostro: il musulmano dalla pelle nera, demiurgo di una criminale “islamizzazione” che attenta ai nostri studenti “di pura razza italiana”. Eccolo il vero nemico che ci tiene sotto scacco con la “sostituzione etnica”: è seduto in classe, ha più o meno 12 anni, parla bene l’italiano (visto che in Italia ci è nato) ma sua madre porta il velo. C’è una inconsapevolezza di fondo, però, sulla quale vale la pena di riflettere: imparare a selezionare il morto (o il vivo) che vale di più è un meccanismo antico, figlio di un male antico. Un male chiamato superiorità razziale che non smette di accompagnarci.
E così, mentre una sopravvissuta ad Auschwitz viene chiamata in causa come se le decisioni dell’esercito israeliano fossero le sue, e un ragazzo ebreo nato a Parigi, Milano o New York deve esibire la patente di dissociato da Israele per conquistarsi il diritto a non essere insultato, un ragazzo musulmano deve sempre dimostrare di non essere un perfetto jihadista.
Forse, allora, è giunto il momento di fermarci. Dobbiamo continuare a denunciare, senza attenuanti, la morte dei civili palestinesi. Dobbiamo continuare a pretendere giustizia per i crimini commessi dall’esercito di Netanyahu, contro tutte le forme di colonialismo razzista. Ma non possiamo trasformare un popolo in un imputato. Perché altrimenti finiremmo, con la nostra nobile battaglia, per adottare esattamente il linguaggio che pretendiamo di combattere.



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