lunedì 5 ottobre 2026

L'attrazione del Sud


Demetrio Paolin
Meglio abitare un paesaggio senza esseri umani

Corriere della Sera La Lettura, 4 ottobre 2026

Nulla rivela l’animo di un uomo quanto il suo sguardo sul paesaggio, la sua relazione con le cose — sassi, case, oggetti, ponti, alberi, prima che con gli esseri animati — mostra in come egli abiti e viva il suo tempo. Non sfugge, semmai rafforza tale impressione, la lettura della raccolta di scritti di viaggio di Giuseppe Berto Il mare da dove nascono i miti (Settecolori), con la quale continua la ripubblicazione di uno degli scrittori più importanti e misconosciuti del nostro secondo Novecento.
Questi reportage, scritti nell’arco di una ventina d’anni per quotidiani e non solo, testi d’occasione e altri più strutturati, non raccontano tanto i viaggi di Berto, quanto il suo viaggio verso Sud e in particolare verso la Calabria. Potremmo definirli un caparbio e testardo avvicinamento a un luogo che per ragioni imperscrutabili e fatali lo scrittore sente proprio. Attratto da quella «ricchezza della povertà» che più volte cita nei suoi resoconti, Berto descrive il suo discendere come quello dei suoi antenati barbari. «Il mio amore per il Sud ha origini antiche, nel sangue e nella mente», scrive l’autore: un amore che è discesa verso il sud verso le terre, «dove le messi crescevano senza tanta fatica». Questo desiderio, come un «bacillo», è rimasto in lui presente, vivo, e a ciò si sono aggiunti i racconti del padre, militare in Sicilia.
Il viaggio descritto nel libro è complesso, in primo luogo, per mancanza di coordinate: «Che cosa sia precisamente il Sud non è facile definire. L’hanno costituito un complesso di fattori storici, geografici, economici e morali molto intricati l’uno nell’altro». Un luogo in cui pessimismo, disincanto, povertà, onestà, raggiro, rabbia e tenerezza si mescolano con una strana idea di fine del mondo. Il Sud è figlio di una «religione oscura del medioevo, quella che ad ogni mezzo secolo prevedeva la fine del mondo e la resa dei conti, quella che considerava peccato farsi un bagno e concepiva la vita entro i termini della colpa e della penitenza».
Questa immagine arcaica, lontana dal capitalismo e dal boom economico (interessanti le pagine in cui l’autore riflette sul disastro del turismo di massa), trova nella Calabria il luogo del suo compimento: «A Reggio di Calabria finisce un mondo e ne comincia un altro», e qui l’erranza del Berto «pellegrino» trova un equilibrio fatto di nostalgia, di impossibilità e di futuro. Finalmente l’autore, dopo un lungo spostarsi (si leggano le pagine Il viaggiatore), scopre il luogo a cui appartenere: «E infine lo trovai come lo avevo immaginato, violento e armonioso e non ancora toccato dagli uomini». Colpisce di tali racconti, infatti, l’assenza, pressoché totale se non nei primi scritti, dell’umano e dell’uomo: è una caratteristica peculiare del libro di Berto, che lo distanzia e dai resoconti di viaggio di Pier Paolo Pasolini, in cui la presenza dell’ego e dello sguardo ideologico del narratore si fa tratti strabordante, e da quelli mansueti, in equilibrio miracoloso tra curiosità e didascalia, di Viaggio in Italia di Guido Piovene. Anzi l’umano visto come progresso, visto come Stato, visto come organizzazione, come strade, come infrastrutture suscita sospetto. 
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Berto guarda al paesaggio del Sud e della Calabria con un amore difficile e smanioso. Si leggano queste righe in cui descrive Capo Vaticano, luogo che eleggerà a sua dimora negli anni successivi: «Forse perché c’ero arrivato all’improvviso e pieno di scetticismo, mi pareva quello il luogo più bello che avessi mai visto, e in un certo senso anche spaventoso, come se la roccia sulla quale mi trovavo avesse potuto da un momento all’altro franare verso il mare che la chiamava». Berto cerca qualcosa che ricalchi l’antica definizione di «sublime», potrebbe essere questa anche una chiave di lettura della sua opera narrativa, e la Calabria glielo mostra. Ammaliato da questa terribile bellezza, lo scrittore rimane irretito da un mondo così nuovo, proprio perché profondamente antico: «Il mondo era nuovo e misterioso, aveva fatto nascere i miti di Scilla e Cariddi e delle Sirene, e la favola di Ulisse, che per quelle acque era andato navigando, ansioso di conoscere ciò che vi era di più bello e terribile sulla terra». Qui Berto, in questo spuntone di terra, erige la sua casa estranea a tutto e tutti. E così la «Pinnata», come la chiama l’autore, rimarrà nel tempo, forse un po’ «troppo battuta dai venti», incongrua in un paesaggio splendido, proprio come l’opera del grande scrittore che l’ha abitata.

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