Giuseppe Bottero / Franco Bernabè
"Tutto il denaro nelle mani di Big Tech, siamo già in emergenza democratica"
La Stampa, 3 ottobre 2026
«L’enorme concentrazione di ricchezza in poche mani, avvenuta a seguito della rivoluzione tecnologica, pone una grave ipoteca sulle nostre società democratiche», dice Franco Bernabè. L'economista, già ad di Eni e Telecom, ha letto gli interventi di Gianrico Carofiglio sulla Stampa. «Le sue proposte - spiega - sono più che condivisibili ma i rischi che paventa non riguardano il futuro: la democrazia è già in emergenza».
Lo scrittore sostiene che le società ingiuste tendono a diventare violente, ed è il momento di mettere in campo una serie di politiche redistributive. È d'accordo?
«Guardi, siamo di fronte a una trasformazione epocale delle società occidentali che parte dagli Stati Uniti, un Paese nel quale in nome della libertà di parola si è consentito a chi è ricco di finanziare senza limiti la politica. La concentrazione della ricchezza nelle mani di poche persone favorita dalle dinamiche senza vincoli del settore tecnologico ha fatto il resto. Il Paese che è stato la culla della democrazia moderna rischia di precipitare in un regime di corruzione e di arbitrio. Chi è già ricco sta diventando ancora più ricco e arrogante e la politica favorisce queste dinamiche senza una reazione visibile della società civile».
Carofiglio però fa una proposta molto concreta, almeno per l'Italia: un'imposta progressiva sui grandissimi patrimoni netti. Come la giudica?
«Quello che succede in Italia ha poco effetto su queste grandi dinamiche mondiali e una imposta patrimoniale non ha nessuna probabilità di essere varata. Discuterne avrà il solo effetto di far perdere le elezioni alla sinistra per i prossimi anni. Dal punto di vista pratico, avrebbe comunque un impatto molto limitato: i ricchi hanno mille modi per sfuggire alla tassazione, trasferendo o trasformando le proprie ricchezze. Più concreto sul piano politico, sarebbe un intervento per ridurre l'erosione della base imponibile progressiva, principio fondamentale stabilito dalla Costituzione».
È ciò che fa più male al ceto medio?
«Guardiamo la situazione più in dettaglio. Abbiamo l'imposta personale progressiva sul reddito, che grava in larghissima prevalenza sui dipendenti e sui pensionati che guadagnano tra i 28 mila e i 38 mila euro. La base imponibile dell'Irpef sta al 90% in quella fascia di popolazione. Poi abbiamo il regime forfettario sul lavoro autonomo, di cui quasi nessuno parla. Nemmeno a sinistra per non perdere consensi».
Riassumiamo i numeri.
«Oltre due milioni di persone, partite Iva con ricavi fino a 85 mila euro, hanno un'imposta sostitutiva del 15%, ridotta al 5% nei primi cinque anni di attività. Questo genera circa 2,5 miliardi all'anno di imposte, meno dell’1% del gettito totale dell’Irpef. Il confronto con le imposte pagate dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, concentrate su fasce di reddito che girano intorno ai 30 mila euro, è impressionante. Prima di parlare di tasse bisognerebbe ripristinare il criterio della progressività sulle imposte che già ci sono per ridurre una iniqua disparità che è anche una grave fonte di inefficienza del sistema perché spinge le persone a lavorare con strutture organizzative inefficienti».
Il direttore de La Stampa, Antonio Di Rosa, ha scritto che «siamo entrati in un circolo infernale dove la mancanza di risposte a chi soffre emargina sempre di più le famiglie» e «le spinge verso i populismi di destra e di sinistra». Questo fenomeno è destinato a continuare?
«Sì. Il fascismo e il nazismo sono nati anche dalla gravissima crisi sociale ed economica che ha colpito la classe media in Italia e in Germania, dopo la Prima guerra mondiale e durante la Repubblica di Weimar. Ma oggi i problemi sono molto diversi rispetto ad allora. Mi stupisce la mancanza di lucidità di chi, nella politica e nella classe dirigente, non riesce a leggerli nella loro giusta gerarchia».
E qual è il più urgente?
«Il fatto che pochissime persone al mondo controllino una quota enorme della ricchezza e attraverso questa esercitano un'influenza politica che dagli Usa si estende al resto del mondo, in particolare all'Europa».
La sovranità tecnologica diventa anche una questione democratica?
«È prima di tutto una questione di democrazia. Tutti dovrebbero leggersi “Il caso Guillou”, di padre Paolo Benanti. Non è solo una questione astratta di difesa di principi: se tu interferisci con determinati interessi, ti fanno tornare all'età della pietra. Non puoi più prelevare soldi perché ti bloccano l’accesso ai circuiti di pagamento. Non puoi più scrivere, perché ti bloccano il computer. Non puoi prenotare un aereo o un albergo. Proprio come hanno fatto con Guillou, giudice della Corte penale internazionale. Non c'è soltanto un problema di democrazia e di libertà di espressione. Possono impedirti di vivere normalmente».
Come se ne esce?
«La democrazia si difende riducendo le disparità nella ricchezza e nel reddito ma anche non dipendendo totalmente da altri, nella tecnologia, come nei rapporti economici e finanziari. E poi bisogna avere il coraggio di difendere i valori sui quali le nostre società sono state costruite e che sono sempre messi in discussione. La cosa che più mi preoccupa è vedere la mancanza di reazione delle classi dirigenti negli Stati Uniti, come in altri Paesi, di fronte al disprezzo per la legalità e all’aumento della corruzione».

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