venerdì 16 ottobre 2026

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Michele Marchi 
Glucksmann trionfa alle primarie del centrosinistra francese proiettandosi verso la corsa presidenziale del 2027

Il Mulino, 13 ottobre 2026

Una vittoria netta, senza appello. Raphaël Glucksmann si è imposto nelle primarie della sinistra socialista e socialdemocratica senza necessità di ricorrere al ballottaggio. Ha raccolto circa 80 mila preferenze sulle circa 120 mila espresse (gli iscritti sfioravano i 140 mila). Il grande sconfitto è il segretario del Partito socialista Olivier Faure, che già aveva dovuto accettare primarie chiuse (le avrebbe volute aperte a tutta la sinistra, compresi La France insoumise ed ecologisti) e che ha visto anche una parte consistente di iscritti e simpatizzanti socialisti preferirgli il candidato di Place publique.

Il risultato è netto, ma forse è meglio non amplificarne troppo la portata politica, e questo prima di tutto per i numeri comunque esigui in termini di partecipazione. È vero che la comparazione con le primarie del 2011 (che incoronarono François Hollande) e quelle del 2017 (che sancirono la vittoria di Benoît Hamon) è impossibile: in quelle due occasioni si trattava di primarie aperte, che sfiorarono i tre milioni di partecipanti (al ballottaggio del 2011) e superarono i due milioni (al ballottaggio del 2017). Più consono appare il paragone con le altre due primarie chiuse della storia della gauche socialista, quelle del 1995 e quelle del 2006: quelle che portarono alla candidatura presidenziale di Jospin nel 1995 non superarono i 100 mila partecipanti, ma si trattava del primo esperimento della storia transalpina e si arrivava dalla fine dei quattordici anni di potere mitterrandiano, una situazione oggettivamente peculiare. Probabilmente la comparazione più adatta è con quelle del 2006, quando a sorpresa Ségolène Royal, da candidata non sostenuta dall’apparato del Ps, sconfisse i due “elefanti del partito”, Dominique Strauss-Kahn e Laurent Fabius, per poi giungere sino al ballottaggio presidenziale contro Nicolas Sarkozy. In quel caso, e questo è probabilmente l’elemento dirimente, la partecipazione fu sensibilmente superiore (attorno ai 200 mila, ma il Ps dell’epoca contava più del doppio degli attuali 40 mila iscritti), anche se la vera differenza è nell’impatto mediatico di quelle primarie. Complice anche la mobilitazione studentesca di queste settimane, la competizione tra i cinque candidati della sinistra socialista e socialdemocratica non è riuscita a conquistare il centro del dibattito pubblico. È vero che vi sono stati tre confronti televisivi abbastanza seguiti, ma la dinamica non è mai diventata tale da occupare le prime pagine dei giornali e le aperture dei principali media radiotelevisivi e della Rete. Un dato, questo, sul quale dovrà lavorare non poco la squadra di Glucksmann da qui all’inizio del 2027, quando la campagna presidenziale assumerà la sua fisionomia definitiva.

Se questo è il quadro generale, su un primo punto specifico Glucksmann ha completamente ragione: una volta ufficializzati i voti, per lui si è aperta quella che ha definito “la battaglia di Francia”. Il suo principale obiettivo è a questo punto utilizzare la legittimazione chiara delle primarie per costruirsi un profilo “presidenziabile”. E in questa prima fase questo significa lavorare innanzitutto per rendere il “prodotto” politico e di immagine il più possibile riconoscibile al di fuori dei principali circuiti mediatici e dei circoli delle élite intellettuali e culturali del Paese. Glucksmann necessita, nelle prossime settimane, di entrare in connessione con la Francia profonda. E lo farà partendo dalla sola indicazione politica, peraltro inequivoca, uscita dalle primarie appena concluse. Egli è stato scelto rivendicando in maniera netta e costante la sua volontà di non procedere ad alcun accordo politico ed elettorale con La France insoumise. A partire dall’11 ottobre l’obiettivo di Glucksmann e della sua équipe dev’essere quello di sottrarre elettorato a Mélenchon, non scendendo però ad alcun compromesso rispetto alle sue posizioni radicali.

A caldo lo stesso Glucksmann ha indicato in maniera per ora come è ovvio provvisoria i tre assi principali della sua azione per i mesi a venire: rottura rispetto al macronismo, fine dell’egemonia di Lfi sulla sinistra transalpina e volontà di sbarrare la strada per l’Eliseo a Marine Le Pen.

Il terzo punto è quasi banale, ma per renderlo concreto il nuovo candidato della gauche di governo ha un’unica possibilità: raggiungere il ballottaggio presidenziale, ossia ottenere il secondo posto utile dal momento che ogni sondaggio, oramai da oltre un anno, assegna la prima posizione al primo turno largamente alla candidata del Rassemblement National.

Anche il primo punto, la distanza da assumere rispetto al decennio macroniano, non appare così problematico da concretizzare. Si tratta di uno slogan a beneficio di quella parte del suo stesso campo che durante la campagna delle primarie lo ha accusato più volte in maniera malevola di essere una ripetizione del Macron del 2016, con il suo club, intento a erodere dall’interno il campo socialista. Su questo piano si è soprattutto mossa un’aggressiva Ségolène Royal: come testimoniato dal pessimo risultato (poco più del 7%), una scelta che non ha certo pagato.

È evidente che l’obiettivo principale da raggiungere è il secondo dei tre, cioè contendere a Mélenchon l’egemonia a sinistra. Per fare questo Glucksmann si deve muovere almeno lungo tre differenti direttrici.

Prima di tutto, il leader di Place publique deve fare proprio l’apparato di un Partito socialista morente e senza un suo candidato alle presidenziali come non è mai accaduto dal 1969, anche se le ultime due candidature di Hamon e Hidalgo sono stati esempi dimenticabili. Eppure, il Ps resta comunque fondamentale in termini di eletti sul territorio e di ramificazioni municipali, e imprescindibile per far crescere quel profilo di presidenziabile di Glucksmann al quale si faceva in precedenza riferimento. Da questo punto di vista sarà importante anche il ruolo dello sconfitto Faure: il segretario del Ps non sembra intenzionato a dimettersi. Dovrà dunque mettere “en ordre de bataille” il suo partito per sostenere lealmente la candidatura di Glucksmann.

Infine, il rapporto con il Ps toccherà anche la questione risultata dirimente per decidere le primarie, e cioè il rapporto con Lfi. Anche se Glucksmann è stato chiaro, pensare di affrontare le legislative successive al voto presidenziale della prossima primavera senza accordi con gli Insoumis, soprattutto in collegi complicati, significherebbe esporsi al rischio concreto di perdere decine di eletti all’Assemblea nazionale. I tempi sono prematuri, ma oggi una parte consistente degli eletti e dei militanti Ps rimangono aperti a possibili accordi con Lfi.

Il secondo punto importante riguarda il rapporto con gli ecologisti. La presidente del partito, Marine Tondelier, è stata caustica nei commenti successivi all’esito delle primarie. L’espulsione dal partito del senatore Yannick Jadot, il quale ha da tempo scelto Glucksmann, è emblematica. I verdi di Tondelier si sono presentati sino a oggi come una sorta di trait d’union tra il radicalismo della gauche di Mélenchon e le posizioni della sinistra di governo e riformista. Glucksmann dovrà, da un lato, provare a coinvolgere Tondelier nel suo progetto di allargamento della sinistra, evitando così la sua candidatura all’Eliseo e, dall’altro, qualora la leader ecologista dovesse mantenersi sulle sue posizioni, riuscire a proporre un’offerta politica in linea con le esigenze di un elettorato ecologista, che può valere alcuni punti percentuali e risultare decisivo in quella che si profila come la “nuova battaglia delle sinistre”.

E questo è il terzo, più complesso ma anche più decisivo, punto. Il quadro ben s’inserisce nella tradizione della sinistra francese novecentesca, aggiungendo un nuovo capitolo agli studi tra gli altri di Michel Winock sul rapporto tra socialisti e comunisti transalpini, sino a quelli sulla riconciliazione delle due sinistre dentro al Ps mitterrandiano (le cosiddette première e deuxième gauche).

La lettura di Glucksmann è corretta. L’egemonia de La France insoumise a partire dalle presidenziali del 2017 è evidente prima di tutto in termini numerici. Nelle ultime due elezioni presidenziali Mélenchon ha ottenuto rispettivamente il triplo dei voti di Hamon, appunto nel 2017, e venti punti percentuali in più rispetto all’1,8% di Hidalgo nel 2022. Importante è anche ricordare che alle legislative successive del 2017, del 2022 e del 2024 l’alleanza a sinistra è sempre stata a trazione Lfi e che il suo gruppo parlamentare è sempre stato quello maggioritario a sinistra nell’ultimo decennio.

Ma non di sola egemonia numerica si è trattato. Lfi e il suo leader hanno occupato in maniera progressivamente totale il dibattito politico a sinistra, hanno imposto il loro radicalismo e la ricerca di una polarizzazione esasperata (la logica del “noi contro loro”, intendendo per loro il Rn) come uniche opzioni percorribili. Glucksmann dovrà mostrarsi in grado di depotenziare questa strategia prendendo posizione sui molti dossier sul tavolo. È certo che l’europeismo e il sostegno all’Ucraina dovranno rimanere un punto di riferimento cruciale sul fronte della politica estera, ma sarà necessario capire quali strade vorrà percorrere Glucksmann riguardo all’insensata proposta di Mélenchon di ridurre il debito pubblico “bruciandone” o “congelandone” una parte, nello specifico quella detenuta dalla Banca di Francia, circa il 20% del totale; quale sarà il punto di vista del leader della gauche riformista non tanto sulla cosiddetta tassa Zucman, ma più in generale sui meccanismi redistributivi indispensabili per affrontare la preoccupante situazione dei conti pubblici francesi. E, solo per citare, un terzo decisivo dossier, quali proposte avanzare sulla riforma delle pensioni che, occorre ricordarlo, è stata forzatamente congelata dal governo Lecornu, ma non per questo ha perso il suo carattere decisivo, per la tenuta del modello complessivo di Welfare, ma anche per quella dei mercati, sempre più preoccupati dalla sostenibilità del debito transalpino.

In definitiva nelle prossime settimane Glucksmann quasi inevitabilmente si troverà di fronte a un bivio, dovendosi confrontare con un vero dilemma. Condurre una campagna almeno per i primi mesi tutta a sinistra per cercare di fare il pieno “à gauche”, scommettendo sull’essere in grado di erodere sette/otto punti percentuali a Mélenchon (contestualmente assorbendo tutto o quasi il voto potenziale ecologista), così da avere buone probabilità di raggiungere quel 18-20% che dovrebbe essere sufficiente per accedere al ballottaggio? O d’altra parte cercare di consolidare il tratto riformista e di governo, muovendosi anche verso il centro, ritenendo consolidato e scarsamente intaccabile il radicamento di Mélenchon e decidendo di portare la competizione nello spazio che oggi dovrebbe essere presidiato soprattutto da Gabriel Attal? In questo caso, il neocandidato alle presidenziali dovrebbe cercare di assorbire i delusi dal macronismo che, in particolare al momento della prima elezione di Macron, avevano scommesso sulla figura dell’allora ex ministro dell’Economia di Hollande come volto nuovo e simbolo del cambiamento per la sinistra transalpina.

Il dilemma di Glucksmann sembra essere quello della sinistra di governo di molte realtà europee. Per questa ragione nei prossimi mesi le sue scelte e i suoi risultati andranno osservati e considerati ben oltre i confini dell’Esagono.

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